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IL TRAPIANTO DI CUORE CHE CI FA AGNELLINI NELL'AGNELLO




Il demonio riesce a confondere peccato e peccatore, e così il mondo che gli obbedisce fa fuori i peccatori lasciando indenne il male. Quanti falsi profeti si sono proclamati salvatori del mondo: le rivoluzioni, le ideologie, il terrorismo, le religioni che obbediscono a un dio giustiziere, si sono macchiate dei più feroci genocidi di peccatori. Come anche noi, “terminator di malvagi”, perché in tutti vediamo i peccati che non sopportiamo in noi stessi. Solo "il Messia, Leone per vincere, si è fatto Agnello per soffrire" (Vittorino di Petovio) al posto nostro e prendere su di sé il peccato di ogni uomo e cancellarlo nel perdono. Coraggio, è pronto per noi un trapianto di cuore perché un Agnello ci dona il suo per prendersi il nostro, malato, sporco, avvelenato. Dio si è fatto carne perché lo Spirito Santo si abituasse a rimanere in essa (S. Ireneo); e si è fatto Agnello perché lo Spirito Santo sa vivere solo nella mitezza e nell'umiltà. Uniti a Cristo nel suo Corpo che è la comunità cristiana, perdonati e ricreati dall’Agnello che ci fa agnellini nel suo sangue, ricolmi del suo Spirito, potremo offrire a ogni peccatore il suo amore nel quale ogni suo peccato può essere tolto.


Martedì della IV settimana del Tempo di Pasqua




Alla vittima pasquale, si innalzi il sacrificio di lode,
l'Agnello ha redento il gregge,
Cristo l'innocente ha riconciliato i peccatori col Padre.

Victimae Paschali



Dal Vangelo secondo Giovanni 10,22-30.

Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola». 


IL COMMENTO

Creati ad immagine e somiglianza di Dio conosciamo solo la voce dell'unico nostro Pastore. Il Pastore che si è fatto agnello, il più piccolo, muto e umile di fronte ai suoi tosatori. L'Agnello condotto al macello, immolato perchè la nostra Pasqua sia autentica, e definitiva. E' Lui il vero Agnello che ha tolto il peccato del mondo, l'Agnello che ha redento il suo gregge. Per questo i discepoli di Giovanni non possono resistere al suo fascino e lo seguono, e desiderano vedere dove abiti questo amore capace di perdonare e ridonare la vita. Sono sue pecore da sempre, come ciascuno di noi, conoscono la sua voce, aspettavano quell'incontro.

Il perdono dei peccati, è questa l'opera di Gesù che lo costituisce unico Pastore, l'unico a cui possiamo consegnare la nostra vita, perchè è l'unico che capace di riconsegnarcela redenta.


Il contesto nel quale Gesù oggi ci parla è quello della festa di Hanukkàh, della Dedicazione, che celebrava la riconsacrazione del nuovo tempio ad opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione di Antioco Epifane. È la hanukkàh (consacrazione), detta in greco enkainía (rinnovazione) (cfr 1 Macc 4, 54-59; 2 Macc 1,8; 2,16; 10,5). In questa festa, secondo i rabbini e la tradizione ebraica, tra i tanti, vi sono due elementi che crediamo essere fondamentali per l'intelligenza delle parole di Gesù:

"Il decreto promulgato dai Greci Siriani, era di far "dimenticare la Tua Torà e violare i decreti della Tua volontà" agli Ebrei. I Greci adoravano la conoscenza. A loro non importava se gli Ebrei apprendevano lasaggezza della Torà. Ciò che obiettavano violentemente era l'idea che la Torà provenisse da Dio - "la Tua Torà"... Per questa ragione i Greci contaminarono l'olio nel Beit Hamikdash". "La radice Hanukkah, da cui derivano Hanukkah e hinnukh (educazione), significa anche "educare".

Gesù, nel mezzo di questa festa, passeggia nel tempio, sotto il portico di Salomone. Passeggia come Dio nel paradiso, alla ricerca di Adamo. La sua presenza e le sue parole sono per ciascuno un interrogativo: "dove sei?". E' lui che interroga, e denuda: per questo la reazione è scomposta, e sembra che le domande del Signore ci tolgano la vita. 
In greco infatti invece di "fino a quando ci terrai con l'animo in sospeso" si può leggere anche "fino a quando ci toglierai la vita?". Confessiamo che è proprio quello che tante volte ci ritroviamo a pensare, quando ci sembra che il Signore resti muto di fronte alle nostre angosce. In fondo non è vero, come non era vero per i giudei, che siamo con l'animo in sospeso. La verità è che nel cuore abbiamo deciso, ed è chiara ai nostri occhi l'immagine del salvatore di cui abbiamo bisogno. E non ci rendiamo conto che stiamo aspettando e desiderando un mercenario, un estraneo, uno cui di noi non importa nulla.

Ma appare oggi l'Agnello di Dio, e la sua voce ci trafigge il cuore. Siamo suoi fratelli, creati in Lui, la nostra identità autentica è quella di un agnello preparato per il sacrificio. Il gregge di cui parla il Signore infatti, è quello del tutto speciale che si trovva nel Tempio, nel quale erano allevati gli agnelli per il sacrificio e l'olocausto. ogni parola del Signore sul Buon pastore e sul gregge è da inquadrare in questo contesto: Lui è la porta delle pecore, quella situata nel tempio; attraverso di Lui si trova il pascolo autentico, il cibo che non perisce, la volontà di salvezza per ogni uomo che si compire nell'offerta della nostra vita. E' questa l'unica voce che il nostro intimo può riconoscere, perchè solo essa fa vibrare l'elezione deposta in ciascuno di noi, agnelli del suo gregge. E' Lui che marcia dinanzi a noi sulla via del sacrificio. La cura del Pastore è tutta orientata a preparare gli agnelli per il sacrificio: Gesù ci nutre, ci guida, ci parla perchè cresca in noi la fede sino a divenire adulta, capace cioè di spingeci ad offrire, senza condizioni, la nostra vita sull'altare preparato ogni giorno in famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque. E' la primogenitura degli agnelli dell'ovile di Cristo, allevati all'ombra del Santo dei Santi, illuminati dal suo amore, nutriti della sua misericordia perchè, al tempo opportuno, possano essere offerti in riscatto di questa generazione. 



Siamo nati per perdere la vita, per amare, come Lui, in Lui, per Lui. Abbiamo sofferto tanto vivendo schiavi di mercenari che ci hanno rubato l'anima e la gioia. Abbiamo buttato la vita cercando inutilmente di difenderla. Oggi appare Cristo dinanzi a noi, e possiamo riconoscere in Lui la nostra immagine perduta. Lo guardiamo e scopriamo che Lui, e solo Lui, è carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. E' Lui che il nostro intimo conosce, è Lui che, Pastore perchè agnello, ci può educare, riconciliare, ricondurre alla Verità, ad una vita spesa per amore.

Forse l'olio dello Spirito Santo, quello della sapienza della Croce, è stato profanato, e oggi giace inutilizzabile e ci troviamo come le vergini stolte, impossibilitate ad entrare al banchetto. Abbiamo forse dimenticato la Parola che abbiamo ricevuto, consegnando il tempio della nostra vita agli idoli e al principe di questo mondo.

Per questo la parola del Vangelo di oggi è proprio per noi, ed è una buona notizia. E' la sua voce, quella per la quale siamo nati, per la quale siamo stati creati. E' il Pastore vero, bello, buono, che ci strappa dall'inganno, che distrugge nella sua morte, la menzogna e l'inganno. E' Lui che riconsacra il suo tempio, la nostra vita. E' Lui che ci attira nella stessa intimità divina, nel Santo dei Santi, il cuore di Dio. E' Lui che si fa nostro condottiero, che torna a guidare le nostre menti e i nostri cuori per i cammini della giustizia, della sapienza crocifissa. E' la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere, i segni dell'amore di Dio nella nostra vita. E' la sua voce colma delle sue parole che che ci dona la fede per credere ed ottenere la vita che non muore, vita in abbondanza per noi e per chi ci è prossimo. E' la sua mano trapassata dai chiodi che ci tiene stretti per l'eternità. Sono stati i nostri peccati a scrivere, a tatuare con il sangue i nostri nomi nelle mani del Signore. E Lui, con il suo sangue, li ha scritti in Cielo, per l'eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, il pascolo che ci sazia perchè ci dona il perdono eterno.

E' la conoscenza di Dio in questo amore sperimentato mille volte, la conoscenza della misericordia, che scende sino al fondo più fondo delle nostre esistenze, è questa intimità che ci fa sue pecore, gregge del suo pascolo. La conoscenza crocifissa, che è la stessa sapienza con la quale guardare ogni istante della storia come una nota sullo spartito della sinfonia d'amore che Dio sta eseguendo per tutto il creato. E la nostra vita, il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente, costituiscono così il nuovo tempio riconsacrato per il culto nuovo, quello della Chiesa, quello del Figlio: la lode di una vita perduta per amore. Seguendo il Pastore, insieme al Pastore. Perchè nessuno, nel mondo vada perduto.



Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità 
No Greater Love 



« Le mie pecore ascoltano la mia voce »

Riterrai difficile pregare, se non sai come fare. Ognuno di noi deve aiutare se stesso a pregare: in primo luogo, ricorrendo al silenzio; non possiamo infatti metterci in presenza di Dio se non pratichiamo il silenzio, sia interiore che esteriore. Fare silenzio dentro di sè non è facile, eppure è uno sforzo indispensabile; solo nel silenzio troveremo una nuova potenza e una vera unità. La potenza di Dio diverrà nostra per compiere ogni cosa come conviene; lo stesso sarà riguardo all'unità dei nostri pensieri con i suoi pensieri, all'unità delle nostre preghiere con le sue preghiere, all'unità delle nostre azioni con le sue azioni, della nostra vita con la sua vita. L'unità è il frutto della preghiera, dell'umiltà, dell'amore.

Nel silenzio del cuore, Dio parla; se starai davanti a Dio nel silenzio e nella preghiera, Dio ti parlerà. E saprai allora che non sei nulla. Soltanto quando riconoscerai il tuo non essere, la tua vacuità, Dio potrà riempirti con se stesso. Le anime dei grandi oranti sono delle anime di grande silenzio.

Il silenzio ci fa vedere ogni cosa diversamente. Abbiamo bisogno del silenzio per toccare le anime degli altri. L'essenziale non è quello che diciamo, bensì quello che Dio dice – quello che dice a noi, quello che dice attraverso di noi. In un tale silenzio, egli ci ascolterà; in un tale silenzio, parlerà alla nostra anima, e udremo la sua voce.

Mercoledì Santo






Isacco domandò al padre: «Dov’è l’agnello per l’olocausto?»
Abramo rispose: «Il Signore provvederà».
Isacco tremò perché comprese l’intenzione del padre.
Tuttavia si fece forza e disse al padre suo:
«Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia, 
mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui».
E Isacco stesso si legò volontariamente.

Midrash ai Salmi 116,6


Mt 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.





IL COMMENTO

Vi è un tempo per ogni cosa, ci ammonisce severa la sapienza del Qoelet. Un tempo favorevole per essere consegnato, compiere la missione, realizzare l'opera assegnata. Dare senso e pienezza alla vita. Il tradimento di Giuda segna l'arrivo del momento. E' prossimo, e Gesù lo sa. E si offre, liberamente, perchè è il suo momento. Quanti di noi nel tradimento dell'amico più caro riconoscono il proprio momento, il "top" della vita? Quanti intravvedono nella consegna di se stessi il meglio che poteva capitare, l'attimo propizio, eukairôs secondo l'originale grecoper realizzare completamente la propria esistenza? Il momento favorevole coincide con il luogo dove è preparata la pasqua! Il tempo di Gesù è anche il suo luogo, ed è il nostro. 

Può sembrare che qualcuno tradisca Gesù, lo consegni, lo uccida. E' l'aspetto visibile della vicenda. Nell'ombra, nascosta agli occhi della carne, scorre una trama che ha per protagonista Gesù stesso. "Quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre. Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi. Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo" (Benedetto XVI, Udienza generale del 18 ottobre 2006).

Giuda è come assorbito in un progetto più grande, il mistero che ha cambiato le sorti dell'umanità. A Pasqua ogni ebreo doveva offrire il sacrificio pasquale nel Tempio di Gerusalemme. Esso consisteva nel korban Pesach, il sacrificio di Pasqua. Korban significa sacrificio cruento, e, designa l'agnello pasquale, ma in origine, secondo l'etimologia della parola ebraica significa "avvicinare", "accostare".  "Il korban, è l’avvicinatore, colui che avvicina, e se Pesach significa il salto dalla schiavitù alla libertà, il korban è l’avvicinatore del salto, ciò che ci permette di farlo. Saltiamo dentro una condizione di libertà solo col sacrificio" (Roberto Della Rocca, Senza korban non c’è libertà). Il sacrificio dell'agnello era dunque la porta sulla celebrazione della Pasqua, come il visto indispensabile apposto sul passaporto per poter passare dalla schiavitù alla libertà. Il korban Pesach costituiva il momento più solenne della festa; la Torà prescrive che tutta la comunità di Israele deve sgozzare un agnello al tramonto della vigilia di Pesach. Ciascuna famiglia numerosa si era procurato in anticipo un agnello che doveva sorvegliare con dovizia durante molti giorni, perchè non gli accadesse un incidente che l'avrebbe reso inadatto al sacrifico. Esso "si svolgeva così: la moltitudine dei fedeli veniva divisa in tre gruppi, ammessi successivamente nel grande cortile del tempio.Dopo l'entrata del primo gruppo, le pesanti porte venivano chiuse. Tre suoni di tromba annunciavano l'inizio dei sacrifici. I sacerdoti, muniti di bacini d'oro e d'argento, si disponevano in diverse file che si dirigevano all'altare, i sacerdoti muniti di bacini d'oro in file distinte da quelle dei sacerdoti muniti di bacini d'argento. Immediatamente dopo lo scannamento dell'animale (shchitah), il sacerdote più vicino al sacrificio riceveva il sangue dall'israelita che aveva sacrificato accanto a lui e passava il bacino al sacerdote sul gradino superiore e così via fino all'altare sul quale veniva versato il sangue. I bacini avevano una forma particolare: erano stretti in basso, in modo che non potevano essere posati per terra senza rovesciarsi. I sacerdoti dovevano perciò passarli di mano in mano, senza versare una goccia di sangue. Bisognava fare presto per evitare il coagularsi del sangue. La destrezza e la velocità dei sacerdoti erano uno spettacolo stupendo. Dopo che il sangue veniva sparso sull'altare, alcune parti dei sacrifici (il grasso e le viscere) venivano bruciate sull'altare. Appena il primo gruppo aveva terminato, veniva ammesso per il sacrificio il secondo e, finalmente, il terzo. Durante i sacrifici, tutti i fedeli, diretti dai leviti, cantavano salmi di lode. Poi si arrostivano gli agnelli pasquali, come prescrive la Torah (TalmudB Pessachim 64a)" (Daniel Lifschitz, Sholem Aleichem, Mendele Mokher Sforim, Yitzchaq Leib Peretz, Le feste ebraiche - 3. Pessach - Pasqua).

Gli elementi della tradizione ebraica contemporanea di Gesù illuminano il senso profondo del vangelo di oggi. Sappiamo che Gesù, dopo aver risuscitato Lazzaro, nell'immediata vigilia della sua ultima Pasqua si ritira dapprima sulle rive del Giordano, e poi a Betania, a casa dei suoi amici più fidati, perchè non era ancora giunta la sua ora. E' Lui infatti l'autentico Korban Pesach e per questo doveva giungere al sacrificio di pasqua senza impedimenti. Giuda si reca dai sacerdoti, e vende Gesù per trenta denari: l'agnello è ormai pronto, si tratta solo di attendere il momento propizio. Erano infatti i sacerdoti ad immolare l'agnello, come poi, di lì a qualche ora, si realizzerà concretamente. Si tratta di immagini e realtà che si sovrappongono, ma rendono l'idea di quanto importante e decisiva sia stata la figura di Giuda. E' lui infatti che, ancor prima degli altri discepoli, si incarica di preparare la Pasqua provvedendo l'agnello e consegnandolo ai sacerdoti.

I discepoli poi continuano a preparare la pasqua presso la sala dove, come ogni famiglia o gruppo di famiglie, dopo il sacrificio comune dell'agnello al Tempio, si sarebbero recati per celebrare il Seder. "Rabbi Yitzchaq Luria, il grande mistico e qabbalista 7, dice: "Quando la Pasqua è preparata e celebrata come si deve le forze spirituali che si manifestarono durante la prima Pasqua agiscono nuovamente. Per questo il Talmud dice: "In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall'Egitto". Ecco perché la preparazione della Pasqua è una condizione essenziale per poter riviverla" (Daniel Lifschitz...). Sappiamo in che cosa consisteva questa preparazione. "Molte settimane prima di Pasqua tutta la famiglia comincia a pulire ogni angolo e fessura della casa da qualsiasi residuo di lievito; lo conserva in uno spazio sempre più ristretto, il giorno prima di Pesach in una piccola stanza. Poi, durante la notte che precede Pesach, tutta la famiglia percorre, a lume di candela, ogni angolo della casa, per eliminare ogni minima traccia di chametz. Questo viene poi bruciato al mattino, mentre tutta la famiglia danza attorno al fuoco. Ma che cosa significa tutta questa preparazione e precauzione? Alcuni rabbini hanno osservato che la differenza tra la parola Chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera He e la lettera Cheth. Le altre lettere contenute nelle due parole sono uguali. E perché He e Cheth siano uguali manca solo un puntino. Quando Israele uscì dall'Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna, dallo stato in cui Dio, secondo i saggi, non può più salvare l'uomo, perché ha varcato il limite della degradazione e ha perso ogni sensibilità spirituale. Se Dio non fosse intervenuto in tutta fretta a liberarlo, Israele sarebbe rimasto in Egitto.... Il lievito è simbolo e segno dell'istinto malvagio che abita nell'uomo. Il desiderio di annientare ogni traccia di lievito e di cibo lievitato prepara l'ebreo per la festa di Pessach, nella quale deve essere annientato ogni istinto malvagio in noi. Il rabbi chassidico Baruch di Medzibosh diceva, mentre pronunciava la benedizione sull'annullamento dello chametz: " Ogni lievito ", cioè tutti gli istinti d'egoismo, " che è ancora in mia proprietà, certamente ne esistono dentro la mia anima, quello che ho visto e quello che non ho visto, penso di averli visti, ma purtroppo non li ho visti, che ho distrutto e che non ho distrutto, penso di averli distrutti, ma purtroppo non li ho distrutti, siano considerati nulla. Sii tu, Signore, a nullificarli e a distruggerli". Lo chametz significa l'istinto malvagio, l'arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto e la menzogna. La matzah invece significa l'istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell'operare il bene, la prudenza, l'umiltà e la verità. È un precetto distruggere completamente questo chametz e perciò lo si deve cercare negli angoli e nelle fessure e in ogni luogo dove si sarebbe potuto nascondere. L'ebreo deve scoprire i nascondigli dell'istinto malvagio, le sue proprietà corrosive e le sue opere cattive, per poterli distruggere e annientare. Desiderando liberarsi dal dominio dell'istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell'Egitto. Dice il Talmud: " Nella notte del quattordici Nissan si cerchi con diligenza ogni sostanza con lievito alla luce di una candela". Si capisce così il vero senso di tutta questa preparazione: prima di sedersi alla mensa del Seder per lasciarsi penetrare dallo spirito di Pessach, bisogna rimuovere ogni briciola di chametz dalla propria casa come segno che si desidera rimuovere dalla propria vita e da sé quello che significa lo chametz. Il Talmud fa derivare l'obbligo di cercare lo chametz di notte alla luce di una candela da questo versetto del libro dei Proverbi: "L'anima dell'uomo è come una luce del Signore, che scruta tutte le stanze del cuore". E' ovvio che c'è un significato molto profondo che viene espresso attraverso la ricerca dello chametz: è la ricerca nel proprio io. Rabbi Pinchas di Koretz così spiegava l'affermazione del secondo libro dei Re: "Difatti una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda": questo allude alla distruzione degli altari pagani e di ogni luogo di idolatria, operata da Giosia dopo questa Pasqua. Egli eliminò veramente tutto il lievito. "Portare alla luce il nostro chametz, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale" (Daniel Lifschitz...).

Preparare la Pasqua significava dunque innanzi tutto prepararsi alla liberazione, disponendo il cuore ad accogliere l'unico Sposo, eliminando, desiderando dal profondo del cuore di eliminare ogni idolatria. Una sala, per quanto bella e ben preparata, se nasconde ancora in qualche angolo il lievito vecchio, rende inutile il passaggio liberatore di Dio. Non si può partire per l'esodo di una vita nuova rimanendo aggrappati agli idoli dell'Egitto. E' un problema di cuore, dei suoi angoli più oscuri, laddove si annidano gli istinti malvagi, le idolatrie che ci schiavizzano. Si può partire in carovana forse, ma se il cuore rimane lontano, dissipato, anche la notte più santa si traduce nell'ennesima ipocrisia che rende sterile la nostra vita. "Perché Pesach sia un'esperienza significativa piena di efficacia e non un semplice ricordo, essa richiede un'azione concreta: l'obbedienza ai precetti pasquali. I saggi di Israele sottolineano che i padri furono redenti dall'Egitto in virtù della loro obbedienza ai comandamenti dati da Mosè per la Pasqua. Non furono liberati per merito di una grande fede - infatti stavano per varcare la quarantanovesima e ultima porta della degradazione, dopo la quale neanche Dio poteva più intervenire - e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e "stupida " obbedienza alla parola di un altro, Mosè, che parlava a nome di Dio. Il Midrash racconta che furono soltanto i più poveri, così abbrutiti da non avere altra speranza di questa notte promessa, che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto" (Daniel Lifschitz...). La povertà, la debolezza, riconoscere il bisogno di liberazione, gli "azzimi di sincerità" con i quali ammonisce San Paolo di celebrare la Pasqua; senza questa attitudine del cuore non si può uscire dall'Egitto.

Per questo la figura di Giuda è così importante. Smaschera la reale intenzione del cuore, come una lama il suo tradimento svela il lievito vecchio; lui stesso, lievito malvagio, illumina dove si nasconda il suo gemello che è in noi. Rispondiamo a Giuda con il suo stesso atteggiamento, al male con il male? Oppure, al suo apparire sulla scena della nostra vita, l'agnello mansueto, il Korban Pesah, il Servo di Yahwè è incarnato in noi e non resiste al male? Come per Gesù è lui che ci fa presente lo scoccare della nostra ora. La preparazione, quella decisiva, è compiuta, l'agnello è pronto. Risuonano qui le parole di Isacco sull'erta del Moria: "«Dov’è l’agnello per l’olocausto?» Abramo rispose: «Il Signore provvederà». Isacco tremò perché comprese l’intenzione del padre. Tuttavia si fece forza e disse al padre suo: «Se è vero che il Santo, benedetto Egli sia, mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui». E Isacco stesso si legò volontariamente" (Midrash ai Salmi 116,6). Ecco il cuore di ogni autentica preparazione che illumina il compimento. L'anima, pur tremante, donata, legata volontariamente alla volontà di Dio. Quel che accadrà poi sarà il frutto di questa consegna, di questo legarsi intriso d'amore. Giuda è il laccio, Giuda apre la porta, Giuda si getta nel buio della morte indicando il cammino da intraprendere; Giuda prepara la Pasqua. La storia che ogni giorno incarna Giuda per noi ci prepara all'evento decisivo, al momento propizio. Fallirlo significa restare in Egitto, e con noi, quanti a noi Dio ha legato nel suo misterioso disegno. La vita è qualcosa di tremendamente serio, i giorni, le ore, e forse i mesi, gli anni, non sono che una lunga preparazione per la nostra Pasqua. Il matrimonio difficile, il figlio caduto nella spirale della droga, la figlia separata, la malattia, il lavoro che ci umilia, quell'insulto giunto all'improvviso e che non ti aspettavi. Tutto ci prepara, come in un catecumenato spirituale, alla Pasqua, alla libertà autentica, alla vita che è Cristo risorto.

Nella Passione è Gesù che conduce gli eventi. Il suo amore lo porta ad attirare a sè, a far intingere nel proprio piatto la mano del proprio assassino. E' l'amore, sine glossa. Esso sboccia, maturo, nella pienezza del tempo, nel momento favorevole stabilito dal Padre. E diventa salvezza per ciascuno di noi. Ecco la vita di Gesù, la stessa preparata per noi che a Lui apparteniamo. Camminare nei giorni in attesa del momento favorevole per essere consegnato. Per consegnare noi stessi a chi ci è vicino, a chi reclama la nostra vita. Marito, moglie, figli, amici. A Giuda, ai sacerdoti, alla morte. Proprio quelli che intingono la loro mano nel nostro piatto, i nostri intimi, i nostri amati.

Questo è il senso della nostra vita. Un momento favorevole nel quale donare la nostra anima a Cristo, ed in Lui offrire tutto noi stessi ad ogni uomo. Per amore. Come Gesù ha fatto per noi. In Lui trasformati, in Lui consegnati. E' la vita vera e piena, è la bellezza e la gioia, è l'eterno amore in noi che ci fa Pasqua viva per ogni uomo. La nostra vita sgorga dalla profonda commozione di Gesù dinnanzi ad ogni tradimento. Tradendo la propria vocazione, la propria umanità, si tradisce Cristo. Ogni istante buttato lontano da Lui significa tradirlo, e, in ogni istante buttato o immerso nel peccato, vi è sempre la commozione di Gesù. Una vita commossa, ecco la vita di Gesù. Le sue lacrime inondano il mondo, e noi ne siamo le gocce sparse per amore.






APPROFONDIRE




Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa La preghiera della Chiesa, 19-20



« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »

Sappiamo dai racconti degli evangelisti che Cristo ha pregato come ogni ebreo credente e fedele alla Legge... Pronunciò le antiche orazioni di benedizione, che ancora oggi sono recitate, per il pane, il vino e i frutti della terra, come ne testimoniano i racconti dell'ultima Cena, tutta consacrata all'adempimento di uno dei obblighi religiosi più santi : il solenne pasto della Pasqua, il quale commemorava la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Forse in questo momento ci è data la visione più profonda della preghiera di Cristo, e come una chiave che ci introduce nella preghiera di tutta la Chiesa... La benedizione e la condivisione del pane e del vino facevano parte del rito del pasto pasquale. Ma l'una e l'altra ricevono qui un senso interamente nuovo. In questo momento nasce la vita della Chiesa. Certo, essa nasce in quanto comunità spirituale e visibile soltanto alla Pentecoste. Ma alla Cena, si compie l'innesto del tralcio sul ceppo, che rende possibile l'effusione dello Spirito. Le antiche orazioni di benedizione sono divenute nella bocca di Cristo, parole creatrici di vita. I frutti della terra sono divenuti la sua carne e il suo sangue, pieni della sua vita... La Pasqua dell'antica Alleanza è divenuta la Pasqua dell'Alleanza nuova.

3 Gennaio



"Si dice che Aslan stia per arrivare. 
Forse è già sbarcato sulla nostra spiaggia."
Fu allora che accadde una cosa veramente strana. 
I quattro ragazzi non avevano la minima idea 
di chi fosse questo Aslan che doveva arrivare 
e forse era già arrivato, eppure, 
sentendone pronunciare il nome, 
furono presi da una strana sensazione, 
qualcosa di simile può succedere nei sogni 
e forse sarà capitato anche a voi. 
Qualcuno (nel sogno) dice qualcosa che non si capisce bene 
o non si capisce affatto, 
ma che sembra pieno di significato: 
poi il sogno si trasforma in un incubo terribile 
o in un'avventura meravigliosa, 
troppo bella per essere spiegata a parole; 
qualcosa di indimenticabile. 
E in effetti non si dimentica più 
e lascia per sempre il desiderio che il sogno si ripeta e torni.

da "le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio"


Gv 1, 29-34

In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele».
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».

IL COMMENTO 

Inizia un anno, e, al di là di propositi e speranze, ci ritroviamo, probabilmente, esattamente come ci siamo lasciati la notte di San Silvestro. Qualche banchetto, le feste in famiglia, e oggi, eccoci qua, gli stessi, peccatori come sempre. Le promesse fatte a noi stessi, la nuova vita che ci siamo augurati solo qualche ora fa, son bastati pochi, pochissimi inconvenienti, qualche problema, e tutto l'armamentario di principio d'anno si è già volatilizzato. Altri di noi forse non si sono neanche posti il problema. Le difficoltà, le sofferenze, le angosce non hanno fatto vacanza neanche in questi giorni. Siamo noi, sulla soglia di questo nuovo anno carichi della stessa zavorra, quella che avremmo voluto buttar giù dalla finestra e non abbiamo potuto. Tutte le religioni caricano questi giorni di significati, cercando di accendere speranze in un futuro migliore. Oroscopi e templi, totem di sogni che s'annidano anche nei nostri cuori. Ed il lavoro che incombe dopo giorni di pausa. La routine che ci ricorda lo scorrere implacabile del tempo, e, sottile, s'insinua la malinconia. Accidia, secondo la tradizione della Chiesa. 

Così oggi la Parola del Vangelo ci viene incontro come una Buona Notizia, che illumina il fondo dei nostri problemi e ci indica un cammino. "Ecco l'Agnello di Dio!" . Per questo è nato il Signore, perchè tutti noi abbiamo bisogno di un Agnello capace di togliere "il" peccato del mondo, la superbia che ci avvelena il cuore. Si schiude dinanzi a noi un nuovo anno, e Gesù ci viene incontro. Giovanni, la Chiesa, ce lo indicano. E' Lui l'unica nostra salvezza. Le parole che abbiamo ascoltato in questi giorni, le liturgie, le feste, gli stessi nostri sogni, altro non sono stati che l'acqua del battesimo di Giovanni. Gli angeli sulla capanna di Betlemme ci indicavano un Bambino, un agnellino. Piccolo, indifeso, povero. Dio che s'è fatto carne, nella stessa mia, la tua. Perchè lo Spirito Santo si abituasse a rimanere nella carne. Quella assoggettata alla paura della morte che genera la schiavitù ai peccati, sempre gli stessi. La paura che ci lega ai compromessi, agli umori di chi ci è intorno. La paura non è dei figli ma degli schiavi. Ed il Figlio s'è fatto carne perchè, attraverso di Lui lo Spirito Santo potesse dimorare in noi. Lo Spirito che grida dentro ciascuno "Abbà! Papà!". Lo Spirito che scaccia la paura perchè il Signore ha vinto la morte con la stessa nostra carne. Ecco l'Agnello di cui abbiamo bisogno oggi. 

Ecco chi, solo, può togliere dal nostro cuore la radice velenosa iniettataci dal demonio. Ecco l'agnello che ci fa agnellini. A casa, al lavoro,  a scuola, ovunque. Agnellini, dimore dello Spirito che ci fa liberi. Un anno da agnellini allora, ecco quel che ci aspetta. Sicuramente rifiutati, non compresi, ritenuti pazzi e visionari, inermi di fronte a tanto male. Inutile ingannarci, il mondo ha odiato il Signore, non potrà amare noi, suoi fratelli. Le sue orme, anche quest'anno, portano a Gerusalemme. Al Mistero Pasquale, all'Agnello immolato. Alla perfetta letizia di chi, con Lui, entra ogni giorno in ogni evento e scopre di non morire. Anzi. Con Lui, agnello senza macchia, in ogni macchia di morte, e vincere, per virtù del Suo amore infinito. Perdonati nel sangue dell'Agnello la nostra vita non è più quella di ieri. Mai più nessun oggi sarà uguale a nessun ieri. Ogni istante è Lui a caricarsi delle nostre debolezze, dei nostri peccati. E' Lui che ci precede in questo nuovo anno, e le sue orme sono colme di misericordia. Un anno di misericordia, un anno nuovo e meraviglioso. Con Lui nostro mite e dolcissimo Agnello.


San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa 
Su Isaia, cap. 11

«E' colui che battezza in Spirito Santo»

        «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (padre di Davide), un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore» (Is 11,1-2).  Questa profezia riguarda Cristo... Il germoglio ed il fiore che spunteranno dalla stirpe di Iesse, gli ebrei li interpretano in riferimento al Signore: per essi il germoglio è simbolo dello scettro reale; il fiore, quello della sua bellezza. Noi cristiani vediamo nel germoglio nato dalla stirpe di Iesse Maria Vergine santissima, alla quale nessuno si è unito per renderla madre. E' lei che viene indicata, poco prima, dallo stesso profeta: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio» (7,14). E nel fiore riconosciamo il Signore nostro Salvatore che dice nel Cantico dei cantici: «Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli» (Can 2,1)...

        Su questo fiore che spunta dal ceppo e dalla stirpe di Iesse attraverso Maria Vergine, va a posarsi lo spirito del Signore, poiché «A Dio è piaciuto far abitare in Cristo corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9).  Non parzialmente, come in altri santi, ma ... secondo quanto leggiamo nel vangelo di Matteo: «Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti» (Mt 12,18; Is 42,1). Noi colleghiamo questa profezia al Salvatore su cui lo spirito del Signore si è posato, cioè ha stabilito in lui la sua dimora per sempre... Come testimonia Giovanni Battista, lo spirito scende per restare per sempre in lui: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo».... Questo Spirito è chiamato «Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2)... E' l'unica e medesima fonte di tutti i doni.