Il demonio riesce a confondere peccato e peccatore, e così il mondo che gli obbedisce fa fuori i peccatori lasciando indenne il male. Quanti falsi profeti si sono proclamati salvatori del mondo: le rivoluzioni, le ideologie, il terrorismo, le religioni che obbediscono a un dio giustiziere, si sono macchiate dei più feroci genocidi di peccatori. Come anche noi, “terminator di malvagi”, perché in tutti vediamo i peccati che non sopportiamo in noi stessi. Solo "il Messia, Leone per vincere, si è fatto Agnello per soffrire" (Vittorino di Petovio) al posto nostro e prendere su di sé il peccato di ogni uomo e cancellarlo nel perdono. Coraggio, è pronto per noi un trapianto di cuore perché un Agnello ci dona il suo per prendersi il nostro, malato, sporco, avvelenato. Dio si è fatto carne perché lo Spirito Santo si abituasse a rimanere in essa (S. Ireneo); e si è fatto Agnello perché lo Spirito Santo sa vivere solo nella mitezza e nell'umiltà. Uniti a Cristo nel suo Corpo che è la comunità cristiana, perdonati e ricreati dall’Agnello che ci fa agnellini nel suo sangue, ricolmi del suo Spirito, potremo offrire a ogni peccatore il suo amore nel quale ogni suo peccato può essere tolto.
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3 Gennaio
L'Agnello di Dio
Inizia un anno, ma, nonostante propositi e speranze, probabilmente ci ritroviamo come ci siamo lasciati la notte di San Silvestro. Qualche banchetto, le feste in famiglia, le liturgie, ma oggi, eccoci qua, gli stessi peccatori di sempre, forse con qualche chilo in più. E poi il lavoro o la scuola che incombono per riabbracciarci nella routine, mentre, sottile, s'insinua la malinconia, accidia, secondo la tradizione della Chiesa. Non erano il capodanno e una lista di buoni propositi che avrebbero cambiato la nostra vita. Ma non disperare! Guarda, è meglio che ti sia accorto rapidamente che la vita non cambia davvero perché abbiamo preso degli impegni e ci sforziamo di rispettarli. Non ti meravigliare se ti scopri così incoerente. Se sei così instabile, incapace di reggere all'urto della storia. Anche in un uomo con una volontà di ferro esiste il peccato che lo rende vulnerabile e incoerente. Perché la debolezza ha sempre la meglio sulla forza! E' un paradosso, ma è quello che sperimentiamo tutti, al punto che San Paolo rovescerà il criterio del mondo affermando che" quando sono debole allora sono forte". Ogni debolezza, infatti, tappezza di erba - che oggi c'è e domani è seccata - il pascolo preferito dell' "Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo". Avendo dimenticato Dio, il mondo ha smesso di credere al peccato, al suo... Ma visto che il male c'è, pensa senza esito a "come" estirparlo, ignorando o non accettando che "Qualcuno" lo ha già fatto. Quanti falsi profeti si sono proclamati salvatori del mondo: loro sì che avrebbero cancellato il male, magari togliendo dal seno di una madre il bimbo malato che vi è deposto, o togliendo il respiratore a una vita incapace di raggiungere i target qualitativi predefiniti. Il demonio riesce a confondere peccato e peccatore, e così il mondo che gli obbedisce fa fuori i peccatori lasciando indenne il male. Le rivoluzioni, le ideologie, il terrorismo, le religioni che obbediscono a un dio giustiziere, si sono macchiate dei più feroci genocidi di peccatori. Come anche noi, terminator di malvagi. Cominciamo e non finiamo più, perché in tutti vediamo peccati che non sopportiamo. In casa, quando "togliamo" di mezzo marito o moglie, o quando "scartiamo" i figli, amputando loro quella parte di cuore o cervello che identifichiamo con il male: difetti e pensieri che gettiamo via insieme ai loro possessori. E ci illudiamo di avere "tolto" il peccato che avvelena la famiglia, l'ufficio, il condominio, il mondo. Ma oggi la Chiesa, come in ogni eucarestia, ci mostra un frammento di pane, una cosa piccola, insapore, e con fede afferma e annuncia che è Dio fatto cibo, è il Figlio fatto "Agnello di Dio" per "togliere il peccato del mondo". "Ecco l'Agnello di Dio" che ha offerto se stesso senza riserve, senza esigere nulla, per estirpare dal nostro cuore il peccato.
Quanti di noi preti lo ripetiamo senza crederlo... E ci mettiamo alla testa di rivendicazioni e manifestazioni per la giustizia sociale; e spingiamo subdolamente le mogli a lasciare i mariti violenti e assenti, i figli ad emanciparsi dai genitori. Chi annuncia in ogni circostanza che solo l'Agnello di Dio salva il mondo, la famiglia, i lavoratori, perché "toglie" dal cuore l'origine del male, della divisione, dei soprusi, delle ingiustizie e della violenza? Lo annunciano i pastori? I catechisti? I genitori? Che cosa diciamo al figlio che vittima del bullismo, di un'ingiustizia da parte di un professore, di un'esclusione da parte dei compagni? Che c'è un Agnello che ha vinto per lui? Che Gesù Cristo può "togliere" ora il peccato non dal cuore di chi ti ha fatto del male ma dal tuo, pieno di rancore e giudizio? Perché "il Messia, Leone per vincere, si è fatto Agnello per soffrire" (Vittorino di Petovio) al posto tuo e donarti il suo Spirito Santo. Agnello che prende su di sé il peccato di tuo figlio e dei suoi compagni, come il tuo e quello di ogni uomo per inaugurare il perdono, la parola fine a ogni divisione. Ecco l'Agnello su cui si infrange lo tsunami del male, che purifica il nostro cuore entrandovi come cibo di misericordia. Coraggio, è pronto per noi un trapianto di cuore perché un Agnello ci dona il suo per prendersi il nostro, malato, sporco, avvelenato. La Parola di Dio e le liturgie di questo Tempo di Natale sono state l'acqua del battesimo di Giovanni: ci hanno condotto sulle rive del Giordano dove oggi la Chiesa ci mostra l'Agnello, Dio che s'è fatto carne perché lo Spirito Santo si abituasse a rimanere in essa (S. Ireneo). Dio, infatti, si è fatto Agnello perché lo Spirito Santo sa vivere solo nella mitezza e nell'umiltà. Ed ecco, nella Chiesa l'Agnello ci fa agnellini per accogliere il soffio di vita di Gesù. Un anno da agnellini allora, ecco quello che ci aspetta. Sicuramente rifiutati, non compresi, inermi di fronte a tanto male. Ma con Cristo, Agnello senza macchia, uniti cioè al suo Corpo che è la comunità cristiana, possiamo discendere in ogni macchia di morte, e vincere nella sua risurrezione; amare sempre, anche il nemico. Solo se perdonati nel sangue dell'Agnello, la nostra vita cambia davvero; purificati nel sangue dell'Agnello mai più nessun oggi sarà uguale ad alcun ieri. Purché ogni giorno ascoltiamo l'annuncio del Battista e ci incamminiamo dietro l'Agnello, per consegnargli la nostra vita.
Giovanni Battista, il Giordano e la salvezza di Israele
di Hartmut Stegemann
I brani sono tratti da H. Stegemann, Gli Esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù. Una monografia, trad. it. EDB, Bologna 1995, pp. 305-318. I titoli dei paragrafi sono redazionali.

Battesimo di Gesù (a sinistra, il fiume Giordano; a destra, Giovanni Battista). Battistero degli Ariani, Ravenna.
Secondo il racconto di Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche 18,116-119; cf. Mc 6,17-29; Mt 14,3-12; Lc 3,19-20), il tetrarca ebreo Erode Antipa, che dal 4 a.C. al suo esilio a Lione nel 39 d.C. governò sulla Galilea e la Perea quali parti del regno di suo padre Erode il Grande, fece giustiziare Giovanni Battista nella sua fortezza di Macheronte, situata in alto sulle montagne, a oriente del Mar Morto. La fortezza era situata all’estremità meridionale della Perea, una lunga striscia di terra situata interamente sulla sponda orientale del Giordano. Circa a metà della Perea, di fronte a Gerico, si trovava il luogo nel deserto dove Giovanni era solito battezzare «al di là del Giordano» (Gv 1,28; 10,40).
Lo scenario della predicazione
Il nome della località che si trova in Gv 1,28 (Betania, «casa delle barche») era dovuto all’intenso traffico di barche che traghettavano persone e merci da una sponda all’altra del Giordano. Ritenendo che quel nome fosse un errato uso del nome di località Betania («casa dei malati») che nel Nuovo Testamento viene sempre usato per indicare un villaggio sito sul Monte degli Ulivi vicino a Gerusalemme (Mc 11,1.11; 14,3; Mt 21,17; 26,6; Lc 19,29; 24,50; Gv 11,1.18; 12,1), certi testi posteriori lo hanno sostituito con il nome di una località (Bet-Abara, «luogo della traversata») situata 7 km più a sud della «casa delle barche», che altri hanno poi a loro volta sostituito con il nome di una località (Bet-Araba, «casa del deserto», Gs 15,6.61) sul confine giudaico-beniaminita, situata a 5 km a occidente del luogo del battesimo in direzione di Gerico. Entrambe queste località sono oggettivamente inadatte.
Il territorio sulla sponda orientale del luogo di attraversamento è stato chiamato, a causa della ricchezza delle sue sorgenti, anche Enon («territorio dalle molte sorgenti»). Poiché quest’indicazione di località faceva chiaramente concorrenza a Betania (Gv 1,28), già il Vangelo di Giovanni ha erroneamente considerato come ulteriore luogo di battesimo di Giovanni un altro luogo dello stesso nome presso Salim, nel territorio della Decapoli a occidente del Giordano, corrispondente alla provincia di Samaria (Gv 3,23.26).
Infine, per le folle di pellegrini che cominciarono a visitare nel IV sec. d.C. il luogo dove Giovanni battezzava divenne sempre più difficile, anzi addirittura pericoloso a causa dei raid beduini, raggiungere questa regione sulla sponda orientale del Giordano. I luoghi di culto cristiani della venerazione del Battista vennero quindi spostati da allora in poi sulla sponda occidentale opposta del Giordano. È lì che sono indicati già sulla più antica carta geografica della Palestina, il pavimento musivo di una chiesa di Madaba a oriente del Giordano realizzato verso il 565 d.C. Ma, in realtà, Giovanni Battista non ha mai operato a occidente del Giordano.
Del resto, anche l’Enon ricco di sorgenti presso Betania apparteneva già al deserto. Infatti il termine ebraico midbar, reso abitualmente con «deserto», non indica una regione sabbiosa e sassosa priva di piante, ma unicamente quelle parti del territorio che sono poco adatte alla coltivazione e che vengono di conseguenza usate normalmente come pascoli.
In ogni caso, se Erode Antipa ha potuto far arrestare e giustiziare il Battista che si era posto contro di lui senza incontrare alcuna opposizione da altre parti era solo perché il luogo dove Giovanni battezzava si trovava sulla sponda orientale del Giordano in Perea, quindi nel territorio della sua giurisdizione. Su questo dato geografico non possono sussistere dubbi. Esso è anche il punto di partenza più importante per comprendere tutta l’opera di Giovanni Battista.
Nel luogo dove Giovanni battezzava il fiume era attraversato da un’antica strada commerciale che raggiungeva da Gerusalemme i territori a oriente del Giordano passando per Gerico. Con l’acqua bassa a guado, altrimenti su barche, qui si svolgeva ogni giorno un intenso traffico di persone e merci, analogo a quello che si ha oggi fra la Giordania e la sponda occidentale del Giordano sul ponte Allenby, situato nelle immediate vicinanze verso nord. Qui Giovanni poteva inveire con forza contro gli ebrei che sorprendeva impegnati in giorno di sabato nei loro viaggi commerciali, contro i doganieri che pretendevano al passaggio del confine più di quanto era loro dovuto o contro i soldati avidi di accrescere le loro fortune personali con azioni militari nel territorio del vicino (cf. Lc 3,10-14).
Nella sua critica Giovanni non risparmiò neppure il proprio sovrano, Erode Antipa, attaccando apertamente il suo matrimonio con una parente in violazione delle disposizioni della Torah e sottoscrivendo così indirettamente la propria condanna a morte (Mc 6,17-29; Mt 14,3-12; Lc 3,19-20). La critica di Giovanni ai suoi contemporanei ebrei religiosamente impuri raggiunse il suo acme nell’espressione «razza di vipere» da lui usata in modo generalizzato nei loro confronti: Dio avrebbe reso «figli di Abramo» le pietre disseminate nella regione piuttosto che permettere che simili «figli del diavolo» profittassero nell’imminente giudizio finale del ricco tesoro di benedizione del patriarca Abramo (Mt 3,7-9; Lc 3,7-8). Se non si fossero «convertiti» in tempo sarebbero andati incontro a un’imminente eterna dannazione.
La scelta del luogo da cui lanciare il proprio appello alla «conversione» non fu dettata naturalmente in primo luogo dalla possibilità di incontrarvi molta gente su cui esercitare il proprio influsso. Se si fosse trattato solo di questo, Giovanni avrebbe potuto scegliere anche la sponda occidentale di quel passaggio del fiume, dove sarebbe stato anche più protetto nei confronti dell’azione degli sgherri di Erode Antipa che egli andava criticando. Avrebbe potuto raggiungere un maggior numero di ascoltatori ebrei meritevoli a suo avviso delle sue critiche nei cortili del tempio di Gerusalemme e anche a ogni angolo di strada di Gerusalemme o di altre città palestinesi, spostandosi di luogo in luogo, o lungo le strade commerciali che giungevano al Mediterraneo e attraversavano tutto il paese.
Se il problema fosse stato semplicemente quello di disporre di acqua sufficiente per i propri battesimi, Giovanni avrebbe avuto innumerevoli possibilità sul Lago di Tiberiade, nei territori alle fonti del Giordano e nei molti corsi d’acqua presenti su tutto il territorio e forniti di acqua durante tutto l’anno. Infine, anche a Gerusalemme e nella ricca città di Gerico vi erano sufficienti bagni privati e pubblici nei quali avrebbe potuto battezzare in condizioni certamente meno sfibranti di quelle della torrida calura estiva del Giordano. Perché dunque Giovanni battezzava proprio «nel fiume Giordano» (Mc 1,5-9; Mt 3,6; cf. Lc 3,3; Gv 1,28; 10,40)? Perché battezzava non in una popolosa città, ma «nel deserto»?
Il vero motivo di fondo per la scelta di quel particolare luogo da parte di Giovanni è indicato unicamente dalla tradizione biblica. Infatti, come luogo della sua entrata in scena ufficiale Giovanni scelse proprio quel luogo di fronte a Gerico dove un giorno Giosuè aveva introdotto il popolo di Israele nella Terra Santa attraverso il Giordano (Gs 4,13.19). La scelta della sponda orientale del Giordano come luogo della sua azione corrispondeva quindi all’antica condizione di Israele prima del passaggio del fiume. L’entrata in scena del Battista era perciò analoga all’esistenza di Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto e prima dell’ingresso nella Terra Santa, dove solo successivamente si sarebbe realizzato ciò che già al Sinai Dio aveva promesso al suo popolo eletto attraverso Mosè.
In una sorta di azione profetica simbolica Giovanni poneva così il popolo di Israele davanti al passaggio nel futuro tempo della salvezza in corrispondenza con quella generazione del deserto di Israele cui era senza dubbio già stata promessa la salvezza, ma i cui membri sarebbero dovuti morire prima che i loro figli potessero raggiungere la meta della salvezza. La semplice appartenenza alla discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe, dunque al popolo eletto, non aveva assolutamente assicurato loro la partecipazione personale alla salvezza (cf. anche 1Cor 10,1-13; Eb 3,1-4.13; Gv 6,30-35.47-51). A ciò corrisponde il titolo di «figli del diavolo» eternamente dannati dato da Giovanni a tutti gli ebrei impuri del suo tempo.
Il Battista pretendeva da ciascuno un’immediata «conversione» alla volontà di Dio un tempo rivelata al Sinai, la radicale rinuncia allo stile di vita praticato fino ad allora. Ciò che poteva salvare il singolo dalla distruzione imminente non era la disponibilità all’assoluta osservanza da quel momento in poi di tutte le norme della Torah, ma un corrispondente stile di vita, ivi compresi le preghiere, i digiuni e le opere di carità nei riguardi del prossimo bisognoso che erano prescritti dalla Legge (cf. Mc 2,18; Mt 9,14; Lc 3,11; 5,33; 11,1; anche il discorso della montagna di Gesù in Mt 6,1-18).
L’elemento peculiare della concezione del Battista consisteva nel fatto che mentre per la generazione del deserto di Israele nessuno dei suoi membri originari era potuto entrare nella Terra Santa a eccezione di Giosuè e Caleb, per l’Israele del tempo di Giovanni, ugualmente carico di peccati e peccatore, vi doveva essere ancora una possibilità di salvezza. Dal punto di vista della storia della religione questa possibilità di salvezza ha trovato un posto fondamentale anche presso i cristiani, i mandei e i musulmani. Per Giovanni si trattava anzitutto del compito profetico affidatogli da Dio, il quale lo aveva chiamato nel deserto a oriente del Giordano e lo aveva fatto comparire sulla scena come ultima occasione favorevole per tutto Israele prima della distruzione incombente nel futuro giudizio finale.
La figura profetica di Giovanni, nuovo Elia
Giovanni Battista simboleggiava l’analogia fra il presente di Israele e la situazione dell’antica generazione del deserto già con il suo aspetto personale. Quale tipico abitante del deserto egli portava, secondo lo stile dei beduini, un mantello di peli di cammello con una cintura di cuoio ai fianchi e si nutriva di cavallette e miele selvatico (Mc 1,6; Mt 3,4). Questo stile di vita non aveva naturalmente nulla a che vedere con un comportamento ascetico in grado di contrapporlo ai gaudenti «mangioni e beoni» del tempo di Gesù e distinguerlo da essi (Mt 11,18-19; Lc 7,33-34). Le cavallette fritte nell’olio di oliva avevano un sapore simile a quello delle patatine fritte. Come anche il miele selvatico, esse erano considerate un’autentica leccornia. Solo gli abitanti del deserto potevano permetterseli con tanta abbondanza, così come altri potevano permettersi il pane quotidiano, l’alimento fondamentale degli agricoltori e dei cittadini fatto con i cereali dei loro campi coltivati. Mentre gli abitanti dei villaggi e delle città portavano normalmente abiti fatti con lino o lana, Giovanni simboleggiava la condizione della peregrinazione di Israele nel deserto grazie al suo non meno fine mantello di peli di cammello, la cui cintura di cuoio non aveva nulla da invidiare alle sciarpe di stoffa degli altri […].

S. Giovanni Battista, icona copta, XVI-XVII sec.
Al tempo stesso egli voleva ricordare con il suo abbigliamento quello del profeta Elia (2Re 1,8; cf. Zc 13,4). L’aspetto esteriore del profeta Giovanni mostrava chiaramente quali fossero i tratti tradizionali che confluivano nella sua entrata in scena.
Gesù stesso ha chiesto ai suoi contemporanei ebrei se fossero andati da Giovanni «nel deserto» semplicemente per ammirare una canna agitata dal vento o qualcuno vestito come i cortigiani che vivono nei palazzi dei re. Il riferimento antitetico delle due immagini allo stile di vita e all’aspetto del Battista sarebbe risultato ancor più evidente se si fossero citati come elementi di contrapposizione i «campi di messi ondeggianti» o il normale «abbigliamento degli abitanti delle città e dei villaggi» del luogo. Non v’è comunque alcun dubbio che le due domande retoriche richiedono una risposta negativa e servono in definitiva a preparare la terza domanda, che richiede invece una risposta positiva: «E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì (certamente un profeta, ma), vi dico, anche più di un profeta» (Mt 11,7-9; Lc 7,24-26).
A quel tempo veniva considerato profeta chi preannunciava qualcosa che sarebbe accaduto in futuro. Egli si dimostrava vero profeta se ciò che aveva preannunciato accadeva realmente. La particolare previsione del futuro del profeta Giovanni consisteva nel fatto di preannunciare come imminente il giudizio finale di Dio e l’inizio del tempo della salvezza per Israele. Nel linguaggio ricco di immagini del Battista la vicinanza di questi avvenimenti era comparabile alla situazione che viene a crearsi quando qualcuno è già pronto con la scure in mano per abbattere un albero o con il ventilabro in mano per separare il grano dalla pula di un mucchio di cereali che stanno lì davanti a lui (Mt 3,10.12; Lc 3,9.17). Il più potente di lui, al quale egli non era degno di rendere neppure l’infimo dei servizi resi dallo schiavo e che fra breve avrebbe battezzato «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16; cf. Mc 1,7-8; Gv 1,26-27.33), non era per il Battista storico né Gesù né alcun’altra figura messianica, ma Dio stesso, di cui egli si considerava l’annunciatore e colui che preparava la strada.
Si ritiene spesso che siano stati i cristiani ad attribuire per primi a Giovanni questa funzione di annunciatore e preparatore della strada, poiché nei Vangeli essa serve esclusivamente a degradare il Battista nei confronti di Gesù […]. Se tuttavia si legge l’ultimo capitolo dell’ultimo libro della raccolta biblica dei profeti ci si accorge facilmente che esso contiene da un capo all’altro quasi tutti i motivi che hanno caratterizzato e motivato l’entrata in scena e la predicazione del Battista. Dalla prospettiva temporale di Giovanni è possibile leggere questo capitolo come la storia della propria vocazione. Già qui si trovano i motivi del giudizio attraverso il fuoco e della conversione (Ml 3,2-3.7.19), addirittura i motivi fondamentali delle sue immagini della scure posta alla radice dell’albero e del ventilabro per la vagliatura del grano (Ml 3.19a.b). Anche la presa di distanza del Battista nei confronti del culto sacrificale del tempio di Gerusalemme trova qui la sua chiara corrispondenza (Ml 3,3-4.8-10; cf. ivi cc. 1-2). Infine, non sono stati i cristiani a fare di Giovanni il «messaggero dell’alleanza», ma già il suo chiaro «testo di vocazione» (Ml 3,1), il quale gli ha imposto al tempo stesso il ruolo di Elia quale ultimo sollecitatore immediatamente prima del grande e terribile giorno del giudizio finale che sarà presieduto da Dio stesso (Ml 3,23-24; cf. Mc 6,14-15; 8,28; 9,11-13; Mt 11,14; 16,14; 17,9-13; Lc 1,17; 9,19; Gv 1,21.25).
Questo riferimento a Elia nel suo «testo di vocazione» aveva per Giovanni anche un altro autorevole significato. Infatti, secondo 2Re 2,1-18, il profeta Elia, partendo da Gerico, aveva attraversato a piedi asciutti il Giordano proprio in quel luogo dove un tempo il popolo di Israele sotto la guida di Giosuè era entrato in direzione opposta nella Terra Santa. Solo sulla sponda orientale del Giordano era comparso «un carro di fuoco e cavalli di fuoco» sul quale Elia era salito e sul quale – senza essere morto – «era salito nel turbine verso il cielo» (2Re 2,11).
Ml 3,23 non nomina un luogo determinato nel quale Elia sarebbe ritornato, ma è plausibile attendere il suo ritorno nel luogo della sua ascesa al cielo. Così si spiega in ogni caso senza difficoltà il motivo per cui Giovanni, con il suo modo di vestire e di nutrirsi, evidenziava, oltre al simbolismo del deserto, anche particolarità tipiche di Elia. La sua entrata in scena era anche il promesso ritorno di Elia […].
Un messaggio escatologico
Se si considera il libro di Malachia, soprattutto il suo capitolo terzo, come testo di vocazione del profeta Giovanni – o in un modo del tutto neutro, come fondamento orientativo normativo per la sua entrata in scena – allora qui manca il motivo per lui così caratteristico del deserto. Ma esso dovrebbe essere stato presente fin dall’inizio, mediante la pretesa ben attestata per Giovanni di Is 40,3, quale fondamento decisivo per la comprensione di Ml 3,1 (cf. anche 3,22).
Diversamente stanno le cose solo per quanto riguarda il battesimo caratteristico di Giovanni. Non è possibile derivarlo né da Malachia né da alcun altro testo biblico. Naturalmente ci si potrebbe riferire al riguardo, come fa Paolo, alla nube e al passaggio attraverso il mare al momento dell’uscita di Israele dall’Egitto (1Cor 10,1-2), ma anche in questo caso si tratterebbe di un battesimo amministrato direttamente da Dio e non attraverso la figura di un battezzatore umano. Né serve l’amato riferimento alla guarigione del generale siriano Naaman grazie al suo bagno nel Giordano (2Re 5,1-19). A mandarvelo non era stato il profeta Elia ma il suo discepolo e successore Eliseo, il quale rimase comunque a casa propria e non svolse il ruolo di battezzatore di Naaman; del resto, anche la sua settuplice immersione non presentava in alcun modo un carattere di modello per il rito battesimale di Giovanni.
In realtà, fino al momento dell’entrata in scena di Giovanni non era mai accaduto né nel giudaismo né nel mondo circostante che qualcuno avesse battezzato altre persone. Esisteva certamente una grande quantità di riti di purificazione fino all’immersione di tutto il corpo, ma ognuno compiva questi riti autonomamente, senza il coinvolgimento di un battezzatore. Giovanni fu il primo a comportarsi in questo modo […].

Vasca per le immersioni rituali (mikveh), Qumran.
Come nel battesimo delle prime comunità cristiane, già in Giovanni la completa immersione del battezzando simboleggiava la morte e il suo riemergere dall’acqua la condizione della salvezza raggiunta. Il battezzante agiva come rappresentante di Dio, come fanno abitualmente i sacerdoti nel culto, per esempio quando impartiscono la benedizione durante le celebrazioni liturgiche.
Ma nel giudaismo non si può diventare sacerdoti, per esempio mediante l’acquisizione delle conoscenze relative alla professione, ma si è sacerdoti per nascita, precisamente in quanto figli di un padre della tribù di Levi o in quanto discendenti del fratello di Mosè, Aronne. Gli ebrei i cui cognomi oggi suonano Kohn, Kuhn, Cohen (= ebraico kohen, sacerdote), Katz (= abbreviazione medievale di kahen tzedek, vero sacerdote) o Levy discendono ancora normalmente dalle famiglie sacerdotali dell’antico Israele, che contavano al tempo di Gesù più di diecimila membri maschi.
Soprattutto nel caso di Giovanni Battista non vi è alcun dubbio dal punto di vista storico che egli discendesse da una famiglia sacerdotale, come risulta dalle descrizioni di suo padre Zaccaria e di sua madre Elisabetta fatte in Lc 1,5-25 e 1,39-79. Questa qualità sacerdotale di mediatore, derivante dalla sua nascita, era certamente in Giovanni la componente decisiva per il suo ruolo attivo nel battesimo, quella che lo ha reso battista come rappresentante rituale di Dio e che ha fatto del battesimo da lui amministrato un sacramento efficace. Nell’atto del battesimo Dio, attraverso il suo rappresentante sacerdotale, garantiva che avrebbe rinunciato a punire, in occasione del futuro giudizio finale, i peccati commessi fino a quel momento […].
Questi dati previ permettono di comprendere anche quale profondo contenuto simbolico avesse per Giovanni il battesimo amministrato proprio nel Giordano (Mc 1,5.9; Mt 3,6.16). Giovanni non guidava il popolo di Israele, come aveva fatto un tempo Giosuè, attraverso il Giordano nella Terra Santa (Gs 3-4), ma esattamente fino al limite di quel passaggio. Simbolicamente considerato, il futuro ambito di salvezza si trovava al di là di quel punto, sull’altra sponda. Il Giordano simboleggiava per Giovanni la barriera dell’imminente giudizio finale che era altrimenti non oltrepassabile e che poteva essere attraversata solo in futuro (cf. la cosiddetta riserva escatologica nella concezione del battesimo di Paolo, Rm 6,4). E tuttavia il battesimo «nel Giordano», come anticipazione simbolica della situazione del giudizio finale, era per i battezzati al tempo stesso anche il suo superamento e colui che battezzava si rendeva garante del futuro passaggio […].
Come ha detto lo stesso Gesù, nel caso di Giovanni si trattava di qualcosa di più della semplice profezia; si trattava sostanzialmente di un’efficace mediazione della salvezza. Il suo unico garante era per tutto l’Israele del tempo Giovanni Battista.
Spesso il Battista viene presentato come semplice profeta del giudizio, nel suo battesimo si vede unicamente il suo simbolismo di morte e il Giordano viene considerato semplicemente come un luogo naturalmente adatto per amministrare il battesimo. In realtà, per Giovanni il Giordano simboleggiava la situazione di passaggio, nell’evento battesimale dominava l’aspetto della vita e il Battista aveva ben presente non solo il giudizio finale ma anche il tempo della salvezza di Israele. La doppia affermazione del Battista che presenta Dio al tempo stesso come colui che battezza nello Spirito e nel fuoco (Mt 3,11; Lc 3,16) conferisce un’uguale importanza ai due aspetti; anzi nella valutazione positiva che Giuseppe Flavio fa di Giovanni domina addirittura l’aspetto del portatore della salvezza.
Il fatto che nel Nuovo Testamento si sia tramandato quasi esclusivamente l’aspetto del giudizio nell’annuncio del Battista si spiega se si pensa che in esso l’aspetto della salvezza viene posto essenzialmente in relazione con Gesù. In questo senso Gesù, in quanto colui che porta a compimento la condizione di salvezza annunciata da Giovanni, è stato volutamente contrapposto al Battista (Mt 11,2-6; Lc 7,18-23), ma, secondo la presentazione evangelica, il tempo della salvezza comincia nel momento in cui Gesù viene battezzato da Giovanni (Mc 1,9-11; Mt 3,13-17; Lc 3,21-22; cf. Gv 1,29-34), se non già nel momento della nascita del Salvatore (Mt 1-2; Lc 1-2).
A causa di questi interessi cristiani riguardo alla fede e alla sua presentazione, le nostre principali fonti neotestamentarie ci rinviano un’immagine piuttosto unilaterale di Giovanni Battista. Ma l’immagine contiene ancora sufficienti elementi per permetterci di riconoscere perlomeno nei suoi tratti principali il quadro globale del tempo. In base a questo quadro ilbattesimo sacramentale nel Giordano era il segno distintivo più importante di Giovanni, la duplicità del suo annuncio profetico del giudizio e della salvezza ciò che gli conferiva significato e la totalità dell’Israele del tempo la comunità alla quale egli si rivolgeva e alla quale il suo battesimo offriva l’unica porta di ingresso nella salvezza che ancora restasse.
http://letterepaoline.net/
24 giugno. Natività di Giovanni Battista
Il messaggio del Battista
è quello di invitare il popolo di Israele
a guardarsi dentro e a convertirsi
per poter riconoscere, nell'ora della salvezza,
Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente.
Giovanni impersonifica in questo senso
l'ultimo dei profeti
e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza.
è quello di invitare il popolo di Israele
a guardarsi dentro e a convertirsi
per poter riconoscere, nell'ora della salvezza,
Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente.
Giovanni impersonifica in questo senso
l'ultimo dei profeti
e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza.
Benedetto XVI
Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80.
Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
IL COMMENTO
E’ una festa particolare. Insieme al Signore, Giovanni Battista è il solo di cui si celebra la natività. Il Profeta, l’ultimo, il più prossimo al Salvatore. Un nome nuovo, Giovanni, che significa Dio fa grazia ora, per una storia che comincia ora, la storia di ciascun uomo battezzata nelle viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia, di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo? Un amore che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare. Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. Nessuno nella nostra parentela porta questo nome. La carne non la prevede.
I rapporti, tutti, si infrangono sul limite severo della carne. Ne abbiamo l’esperienza, spesso dolorosa. Tutti noi siamo frutti d’una storia concreta, fatta di persone, di incontri, di eventi. Come la storia del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Infedele. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni. La nostra vita, una linea diritta sulle orme di una promessa: l'avvento del Messia, il Salvatore, il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge che la nostra carne ha reso irrealizzabile. Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa.
La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta ne è il segno. Elisabetta, Israele. Tutta la sua storia in quel grembo, sterile vigna senza frutto. Come le nostre esistenze, spalmate di sforzi e battaglie, dure contese per ottenere un pugno di mosche. Ed un miracolo, la vita dove stava la morte. Come al principio della storia, Isacco di Abramo e di Sara, avvizziti patriarchi dinanzi alla vita. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Così la nostra vita.
Un miracolo d’amore è stato il nostro apparire nel mondo; ma poi ecco giungere le sofferenze, a volte addolcite da gioie e consolazioni, e un senso di incompiutezza da far stringere il cuore. E lì, nel suo fondo più intimo, una promessa e una speranza: l’amore. Qualcosa ci ha sempre detto che esiste l’amore, che siamo fatti d’amore, per amare ed essere amati. Un miracolo, occorreva per noi e per ogni uomo un miracolo. Giovanni, la misericordia di Dio, la sua Grazia proprio in questo momento, quando forse tutto sembra remarci contro. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, lo sguardo posato su Cristo. E’ Giovanni, la Parola di Dio per noi oggi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, ai padri che vorrebbero fare dei propri figli il prolungamento di se stessi, e ai figli schiacciati dall'eredità carnale dei propri genitori. Ecco oggi la buona notizia per le nostre storie che sembrano non aver nulla di nuovo da dire, per gli anziani ormai rassegnati, per i giovani cui il mondo ha sottratto la speranza; per le coppie sedutesi sulla routine e il volto del marito e della moglie appaiono ormai come un soprammobile in più; ai religiosi infilatisi, senza accorgersene, nell'accidia che dà spazio ai compromessi e inaridisce lo zelo; ai tanti presi al laccio dell'insodisfazione che li schiaccia in una continua, sterile, rivendicazione di diritti; a chi non riesce più a vedere la propria vita, e quella di chi è accanto, come un prodigio. Ad ogni uomo oggi è annunciata la buona notizia attraverso Giovanni: la mano di Dio era su di lui, il sigillo della nuova ed eterna alleanza; la mano del Padre su di noi, per realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, per fare, della nostra vita, una porta spalancata verso il Signore Gesù. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi.
Dio ha esaltato in noi, come in Elisabetta, la Sua misericordia. Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni, il nostro cuore assetato d’amore. Giovanni, l’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata, eccola, è per noi. Gratuitamente. Oggi si compiono i nostri giorni del parto, e tutto di noi brilla di luce nuova. Ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore.
Nulla è impossibile a Dio, nessuna sterilità non può essere trasformata in fecondità, nessun peccato non può essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi ha preparato l’incontro con la misericordia di Dio. Restiamo stupiti e serbiamo anche noi nel cuore i prodigi del Signore. Come Giovanni, cresciamo e rafforziamoci nello Spirito. Ci attende una missione meravigliosa. Quando e come Dio vorrà. Dove Lui ha già pensato. Annunciare il Messia, l’atteso dele genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati. La nostra vita, un vaso di misericordia per il mondo, un prodigio, il più grande, le braccia distese ad offire noi stessi per gli altri. Che timore, che gioia! Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà, ma sappiamo che giungerà esattamente dove è approdata la vita di Giovanni, a divenire, nel martirio, un segno, una luce che indichi la salvezza, l'Agnello che toglie il peccato del mondo. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque, questa vita concreta è un prodigio, il segno autentico ed efficace dell'amore che salva, che fa di ogni istante il principio di una novità che riscatta e infonde pace e felicità. Senza paura dunque, nell’avventura che Dio ci ha preparato. Con Giovanni, con il Signore.
San Giovanni Battista. Un'omelia di Giovanni Paolo II
San Giovanni Battista. Meditazione di S. Em. card. Tomáš Spidlík
Natività di Giovani Battista. Commento di padre Cantalamessa
Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo.
La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già
sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.
Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.
Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola.
Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di
Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.
sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.
Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.
Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola.
Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di
Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.
Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 per Giovanni Battista
« Tu, bambino sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade » (Lc 1,76)
A ragione la nascita di questo bambino fu un motivo di gioia per molti : e lo è anche oggi. Donato ai suoi genitori nella loro vecchiaia, veniva per predicare ad un mondo che stava invecchiando, la grazia di una nuova nascita. È bello che la Chiesa festeggi solennemente questa natività, frutto meraviglioso della grazia, di cui la natura rimane ammirata.
Per quanto mi riguarda, la nascita di questa lampada destinata a rischiarare il mondo (Gv 3, 35), mi colma di una gioia nuova ; grazie ad essa infatti ho riconosciuto la luce vera che splende nelle tenebre e non è stata accolta dalle tenebre (Gv 1, 5.9). Sì, la nascita di questo bambino mi colma di una gioia indicibile, lui che è per il mondo fonte di grandissimi beni. Lui, per primo, istruisce la Chiesa, inizia a formarla per mezzo della penitenza, la prepara mediante il battesimo, e quando l'ha così preparata, la rimette a Cristo e la unisce a lui (Gv 3, 29). Le insegna a vivere nella sobrietà, e con l'esempio della sua morte, le dà la forza di morire con coraggio. In tutto ciò, prepara per il Signore un popolo perfetto (Lc 1, 17).
Discorso 1 per Giovanni Battista
A ragione la nascita di questo bambino fu un motivo di gioia per molti : e lo è anche oggi. Donato ai suoi genitori nella loro vecchiaia, veniva per predicare ad un mondo che stava invecchiando, la grazia di una nuova nascita. È bello che la Chiesa festeggi solennemente questa natività, frutto meraviglioso della grazia, di cui la natura rimane ammirata.
Per quanto mi riguarda, la nascita di questa lampada destinata a rischiarare il mondo (Gv 3, 35), mi colma di una gioia nuova ; grazie ad essa infatti ho riconosciuto la luce vera che splende nelle tenebre e non è stata accolta dalle tenebre (Gv 1, 5.9). Sì, la nascita di questo bambino mi colma di una gioia indicibile, lui che è per il mondo fonte di grandissimi beni. Lui, per primo, istruisce la Chiesa, inizia a formarla per mezzo della penitenza, la prepara mediante il battesimo, e quando l'ha così preparata, la rimette a Cristo e la unisce a lui (Gv 3, 29). Le insegna a vivere nella sobrietà, e con l'esempio della sua morte, le dà la forza di morire con coraggio. In tutto ciò, prepara per il Signore un popolo perfetto (Lc 1, 17).
Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario
Se non c'è nessuna verità dell'uomo, egli non ha neppure nessuna libertà.
Solo la verità rende liberi.
Joseph Ratzinger
Mc 6, 14-29
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
IL COMMENTO
Sì, si può perdere la testa per Gesù. La verità, quella che ci fa liberi, quella che non è barattabile, la nemica dei falsi compromessi volti a salvare la pelle, fa perdere la testa. Ci sono sempre tagliatori di teste in cerca di poveri profeti disarmati che annunciano senza posa la verità. E la verità, normalmente è scomoda. Ne sappiamo qualcosa anche noi, quando qualcuno osa rimproverarci, evidenziarci un errore, un peccato. Per la Bibbia correggere un saggio è renderlo ancora più saggio. Correggere uno stolto invece, significa attirarne le ire.
Facciamo due conti e vediamo da che parte stiamo. Probabilmente da quella dei tagliatori di teste, degli stolti, come Nabal, letteralmente, colui al quale non si può dire nulla. Uno stolto. Uno che per tacitare la verità e potersi rimirare tranquillo allo specchio non esita a ghigliottinare lo sprovveduto profeta. Eppure la verità ci fa liberi, smaschera il serpente antico e le sue menzogne, svela le catene che ci tengono schiavi, e apre la strada al liberatore, il Signore Gesù, la Verità incarnata per la nostra salvezza.
"Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perchè sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice. "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La maledizione più grande, non avere figli, scendere nella tomba senza una discendenza, segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo.
Quante giornate, quante relazioni, quanto lavoro, e cosa rimane? Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo e annichiliscono ogni discernimento. Come Davide che, alla vista della bellezza di Betsabea, chiude in prigione ragione e fede, si lascia trascinare dai vortici della passione, e macchina piani e menzogne per dar corpo agli sconvolgimenti dell'istinto ormai senza freno. Morirà Uria, ucciso dalla malizia di Davide. E morirà il bambino nato dalla passione, perchè ogni pensiero ed ogni azione che non siano ispirate da Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede sono senza frutto.
Erode ascoltava perplesso, vigilava, temeva. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore ad Erodiade. Al contrario di Davide, peccatore, fragile, ma uomo secondo il cuore di Dio. Il punto è tutto qui. Un cuore radicato in Dio, anche se cade, è capace di contrizione e di umiltà. Anche se la mareggiata della passione ne ha sconvolto gli equilibri, può tornare ad aggrapparsi all'àncora che non ha smesso di attirarlo a se. Erode invece ha scelto il peccato, lo ha scelto nel fondo del suo intimo, laddove l'uomo è assolutamente libero e si giocano le sue sorti; Erode ha issato l'àncora e la tempesta ha rotto, inesorabilmente, gli ormeggi. Lo si comprende al momento propizio. Per Davide il kairos è giunto con il profeta Natan, le cui parole dissolvono la menzogna e lo conducono al pentimento: "ho peccato"; e, nel riconoscersi peccatore, Davide accetterà, umilmente, le sofferenze che ne conseguono. Erode non può. Il rancore di Erodiade, cui aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perchè l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un banchetto che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, "buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza". Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi.
Il Vangelo di oggi ci chiama a conversione. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, sull'orlo del precipizio e dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell'amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell'affetto troppo "corposo", che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essicccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l'episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione, illuminando quanto, nella nostra vita, "non è lecito", quanto è destinato a restare senza figli, la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo.
Lasciamoci liberare dalla verità. Lasciamo dunque che l'annuncio ci raggiunga e sconvolga le nostre precarie certezze. Lasciamoci amare sino ad innamorarci perdutamente di Lui, e così testimoniare la Verità, il suo amore infinito, senza paura e compromessi, enza ipocrisie e ricatti, ovunque e sempre. Sino a perdere la testa. Per amore. Per Lui.
APPROFONDIRE
- Martirio di San Giovanni Battista. Commenti Patristici
- Martirio di Giovanni Battista. Benedetto XVI: "Nella storia della Chiesa non mancherà mai la persecuzione"
- Giovanni Paolo II, Angelus nella Festa del Martirio di San Giovanni Battista
- J. Ratzinger. Libertà e verità
- Temi dal pensiero di Sua Santità Papa Benedetto XVI: la coscienza morale, organo del bene e del male.
San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire
Esortazione al martirio, 13
Esortazione al martirio, 13
Giovanni Battista, martire per la verità
«Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla
gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Chi non
farebbe di tutto per ottenere una tale gloria diventando amico di Dio,
per rallegrarsi al più presto in compagnia di Gesù e ricevere la
ricompensa divina dopo le pene e i tormenti di questa terra?
E' una gloria per i soldati di questo mondo rientrare trionfanti in patria, dopo la vittoria sui nemici. Ma non è forse una gloria maggiore aver vinto il demonio e ritornare trionfanti in quel paradiso da cui Adamo era stato espulso a causa del suo peccato? E, dopo aver sconfitto colui che l'aveva ingannato, riportarvi il trofeo della vittoria? Offrire a Dio come un magnifico bottino una fede integra, un coraggio spirituale ineccepibile, una lodevole dedizione? ... Diventare coerede di Cristo, eguale agli angeli, gioire felicemente del regno celeste coi patriarchi, gli apostoli, i profeti? Quale persecuzione può vincere tali pensieri, che possono aiutarci a superare le torture? ...
La terra ci chiude in prigione con le persecuzioni, ma il cielo resta aperto.... Quale onore, quale certezza andarsene da qui nella gioia, trionfando in mezzo ai tormenti e alle prove! Socchiudere gli occhi che vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli immediatamente sulla gloria di Dio e di Cristo! ... Se la persecuzione si abbatte su un soldato così preparato, non potrà sconfiggere il suo coraggio. E anche se siamo chiamati in cielo prima della lotta, una fede così preparata non resterà senza ricompensa. ... Nella persecuzione, Dio ricompensa i suoi soldati; nella pace premia la buona coscienza.
E' una gloria per i soldati di questo mondo rientrare trionfanti in patria, dopo la vittoria sui nemici. Ma non è forse una gloria maggiore aver vinto il demonio e ritornare trionfanti in quel paradiso da cui Adamo era stato espulso a causa del suo peccato? E, dopo aver sconfitto colui che l'aveva ingannato, riportarvi il trofeo della vittoria? Offrire a Dio come un magnifico bottino una fede integra, un coraggio spirituale ineccepibile, una lodevole dedizione? ... Diventare coerede di Cristo, eguale agli angeli, gioire felicemente del regno celeste coi patriarchi, gli apostoli, i profeti? Quale persecuzione può vincere tali pensieri, che possono aiutarci a superare le torture? ...
La terra ci chiude in prigione con le persecuzioni, ma il cielo resta aperto.... Quale onore, quale certezza andarsene da qui nella gioia, trionfando in mezzo ai tormenti e alle prove! Socchiudere gli occhi che vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli immediatamente sulla gloria di Dio e di Cristo! ... Se la persecuzione si abbatte su un soldato così preparato, non potrà sconfiggere il suo coraggio. E anche se siamo chiamati in cielo prima della lotta, una fede così preparata non resterà senza ricompensa. ... Nella persecuzione, Dio ricompensa i suoi soldati; nella pace premia la buona coscienza.
3 Gennaio
"Si dice che Aslan stia per arrivare.
Forse è già sbarcato sulla nostra spiaggia."
Fu allora che accadde una cosa veramente strana.
I quattro ragazzi non avevano la minima idea
di chi fosse questo Aslan che doveva arrivare
e forse era già arrivato, eppure,
sentendone pronunciare il nome,
furono presi da una strana sensazione,
qualcosa di simile può succedere nei sogni
e forse sarà capitato anche a voi.
Qualcuno (nel sogno) dice qualcosa che non si capisce bene
o non si capisce affatto,
ma che sembra pieno di significato:
poi il sogno si trasforma in un incubo terribile
o in un'avventura meravigliosa,
troppo bella per essere spiegata a parole;
qualcosa di indimenticabile.
E in effetti non si dimentica più
e lascia per sempre il desiderio che il sogno si ripeta e torni.
da "le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio"
Gv 1, 29-34
In quel tempo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele».
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».
IL COMMENTO
Inizia un anno, e, al di là di propositi e speranze, ci ritroviamo, probabilmente, esattamente come ci siamo lasciati la notte di San Silvestro. Qualche banchetto, le feste in famiglia, e oggi, eccoci qua, gli stessi, peccatori come sempre. Le promesse fatte a noi stessi, la nuova vita che ci siamo augurati solo qualche ora fa, son bastati pochi, pochissimi inconvenienti, qualche problema, e tutto l'armamentario di principio d'anno si è già volatilizzato. Altri di noi forse non si sono neanche posti il problema. Le difficoltà, le sofferenze, le angosce non hanno fatto vacanza neanche in questi giorni. Siamo noi, sulla soglia di questo nuovo anno carichi della stessa zavorra, quella che avremmo voluto buttar giù dalla finestra e non abbiamo potuto. Tutte le religioni caricano questi giorni di significati, cercando di accendere speranze in un futuro migliore. Oroscopi e templi, totem di sogni che s'annidano anche nei nostri cuori. Ed il lavoro che incombe dopo giorni di pausa. La routine che ci ricorda lo scorrere implacabile del tempo, e, sottile, s'insinua la malinconia. Accidia, secondo la tradizione della Chiesa.
Così oggi la Parola del Vangelo ci viene incontro come una Buona Notizia, che illumina il fondo dei nostri problemi e ci indica un cammino. "Ecco l'Agnello di Dio!" . Per questo è nato il Signore, perchè tutti noi abbiamo bisogno di un Agnello capace di togliere "il" peccato del mondo, la superbia che ci avvelena il cuore. Si schiude dinanzi a noi un nuovo anno, e Gesù ci viene incontro. Giovanni, la Chiesa, ce lo indicano. E' Lui l'unica nostra salvezza. Le parole che abbiamo ascoltato in questi giorni, le liturgie, le feste, gli stessi nostri sogni, altro non sono stati che l'acqua del battesimo di Giovanni. Gli angeli sulla capanna di Betlemme ci indicavano un Bambino, un agnellino. Piccolo, indifeso, povero. Dio che s'è fatto carne, nella stessa mia, la tua. Perchè lo Spirito Santo si abituasse a rimanere nella carne. Quella assoggettata alla paura della morte che genera la schiavitù ai peccati, sempre gli stessi. La paura che ci lega ai compromessi, agli umori di chi ci è intorno. La paura non è dei figli ma degli schiavi. Ed il Figlio s'è fatto carne perchè, attraverso di Lui lo Spirito Santo potesse dimorare in noi. Lo Spirito che grida dentro ciascuno "Abbà! Papà!". Lo Spirito che scaccia la paura perchè il Signore ha vinto la morte con la stessa nostra carne. Ecco l'Agnello di cui abbiamo bisogno oggi.
Ecco chi, solo, può togliere dal nostro cuore la radice velenosa iniettataci dal demonio. Ecco l'agnello che ci fa agnellini. A casa, al lavoro, a scuola, ovunque. Agnellini, dimore dello Spirito che ci fa liberi. Un anno da agnellini allora, ecco quel che ci aspetta. Sicuramente rifiutati, non compresi, ritenuti pazzi e visionari, inermi di fronte a tanto male. Inutile ingannarci, il mondo ha odiato il Signore, non potrà amare noi, suoi fratelli. Le sue orme, anche quest'anno, portano a Gerusalemme. Al Mistero Pasquale, all'Agnello immolato. Alla perfetta letizia di chi, con Lui, entra ogni giorno in ogni evento e scopre di non morire. Anzi. Con Lui, agnello senza macchia, in ogni macchia di morte, e vincere, per virtù del Suo amore infinito. Perdonati nel sangue dell'Agnello la nostra vita non è più quella di ieri. Mai più nessun oggi sarà uguale a nessun ieri. Ogni istante è Lui a caricarsi delle nostre debolezze, dei nostri peccati. E' Lui che ci precede in questo nuovo anno, e le sue orme sono colme di misericordia. Un anno di misericordia, un anno nuovo e meraviglioso. Con Lui nostro mite e dolcissimo Agnello.
San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa
Su Isaia, cap. 11
«E' colui che battezza in Spirito Santo»
«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (padre di Davide), un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore» (Is 11,1-2). Questa profezia riguarda Cristo... Il germoglio ed il fiore che spunteranno dalla stirpe di Iesse, gli ebrei li interpretano in riferimento al Signore: per essi il germoglio è simbolo dello scettro reale; il fiore, quello della sua bellezza. Noi cristiani vediamo nel germoglio nato dalla stirpe di Iesse Maria Vergine santissima, alla quale nessuno si è unito per renderla madre. E' lei che viene indicata, poco prima, dallo stesso profeta: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio» (7,14). E nel fiore riconosciamo il Signore nostro Salvatore che dice nel Cantico dei cantici: «Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli» (Can 2,1)...
Su questo fiore che spunta dal ceppo e dalla stirpe di Iesse attraverso Maria Vergine, va a posarsi lo spirito del Signore, poiché «A Dio è piaciuto far abitare in Cristo corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). Non parzialmente, come in altri santi, ma ... secondo quanto leggiamo nel vangelo di Matteo: «Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti» (Mt 12,18; Is 42,1). Noi colleghiamo questa profezia al Salvatore su cui lo spirito del Signore si è posato, cioè ha stabilito in lui la sua dimora per sempre... Come testimonia Giovanni Battista, lo spirito scende per restare per sempre in lui: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo».... Questo Spirito è chiamato «Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2)... E' l'unica e medesima fonte di tutti i doni.
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