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Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua




La verità consiste nell'aver bisogno del perdono.
Una comunione concorde tra gli uomini 
può darsi in generale solo sotto la Grazia del perdono.
La verità è che siamo colpevoli, che siamo peccatori
e che possiamo vivere solo se Dio è perdono,
 solo se ci viene perdonato.

Card. Joseph Ratzinger


Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15.

"Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà".

IL COMMENTO


La Verità pesa. La società moderna tenta di liberarsene come di un fardello che grava sulle spalle dell'uomo costringendolo a vivere all'interno di perimetri che ne restringono la libertà. E' il rovesciamento delle parole del Signore secondo le quali la "verità vi farà liberi". La conoscenza della verità appare come un peso difficile da portare, quando non è vista come un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui. "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas e a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino).

Occorre vivere secondo coscienza, viene ripetuto. Scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile (System der Sittenlehre). "Dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità. Non ci sarebbe nessuna porta e nessuna finestra che potrebbe condurre dal soggetto al mondo circostante e alla comunione degli uomini." (J. Ratzinger, ibid.). Secondo il pensiero moderno, "la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità, essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle tendenze generali predominanti, nella società e su quanto in essa è diventato abitudine." (J. Ratzinger, ibid.).

Si tratta in fondo della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, che speriamo illusoriamente ci fornisca l'antidoto all'infelicità, alla depressione, al vuoto che incombe sulle nostre ore. Si vive rinunciando ad ammettere la possibilità di conoscere la verità, e così le parole e i contenuti che esse dovrebbero esprimere, si riducono a pura forma. "L'ha detto la televisione", "l'ho letto sul giornale", "me l'ha detto Paolo", "lo hanno postato in tanti (su Facebook)": frasi ricorrenti che dovrebbero dare un fondamento "inattaccabile" alle parole, alle idee e ai comportamenti. E così anche i giudizi, i criteri che orientano la vita, il discernimento degli eventi, divengono qualcosa di formale, pre-compreso nelle categorie che etichettano le idee e i comportamenti: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario, cattolico, comunista, fascista, e poi "rock" o "lento", e molte altre. La "dittatura della coscienza" che si risolve nella cosiddetta "dittatura del relativismo", lungi dall'aver liberato l'uomo, in ultima istanza lo costringe in nuove e più schiavizzanti catalogazioni, marchi ideologici indelebili a cui e di cui dar conto. Per liberare l'Io si diviene suoi schiavi, della sua forma di apparire, di stare al mondo, e l'ambiente circostante - sia esso familiare, culturale, politico, di lavoro, scolastico, o semplicemente il gruppo di amici - si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione.

Quando si cade, infrangendo le dure regole tracciate dalla tolleranza che non tollera sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo, la sua Croce e la sua risurrezione, ed il pensiero, le parole e la vita di coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell'Anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo (1 Gv. 4,3). Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'Anticristo! (2 Gv. 1,7). Nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre" (1 Gv. 2, 16ss). Vladimir Sergeevic Solovev nel suo ultimo libro scritto poco prima della morte nel 1900: “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo” scriveva: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi”. L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”.

La coscienza tollerante moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. Scopriamo qui il senso profondo delle parole di Gesù: con le proprie forze, anche con le sole esperienze acquisite, non si può portare il peso della verità. La verità che libera in ciascuno quanto di originario vi è in lui, il seme di amore deposto dal Creatore che lo ha plasmato a sua immagine, perchè l'uomo è «un es­sere che ha bisogno dell'aiuto di altri per diventare ciò che è in sé stesso» (R. Spaemann). L'aiuto dello Spirito Santo che è "per sua natura verità. È lo Spirito a darci quella verità che cerchiamo invano. Certo, molti possono conoscerla, ma di fronte alle verità fondamentali - di fronte alla domanda su chi siamo noi nel profondo, da dove veniamo, chi è Dio e come si comincia a essere veramente uomini - di fronte a queste verità fondamentali siamo ciechi. Comprendere ci è impossibile. Pertanto, o gli uomini ritirano la loro richiesta di verità e si dispongono a vivere solo nella contingenza e nell'esteriorità - ma in questo modo sprofondano in un infinito vuoto interiore, perché il nostro essere ha sete di verità. Oppure si procurano una risposta per conto proprio, che però si ritorcerà sempre contro. Lo Spirito Santo è la verità. Qui non si tratta di quante cose si possano sapere di lui; si tratta piuttosto dell'unica e decisiva cosa che viene detta nella professione di fede della Chiesa: chi è Dio. «Gesù è il Signore.» Ciò significa: così è Dio. Questo è il suo volto. Dio si mostra in Gesù e con ciò ci concede la verità essenziale -con la conoscenza di Dio la verità su noi stessi" (J. Ratzinger). E' lo Spirito Santo dunque che ci svela la menzogna dell'Anticristo, e che attesta al nostro spirito la verità, che Gesù è il Signore, qui ed ora, della storia, dei grandi eventi come di quelli che affrontiamo ogni giorno. Perchè la verità appare nella storia concreta e reale, nella carne mia e tua, non è relegata ad un sistema filosofico o ad un'ideologia.

Per questo, senza lo Spirito Santo Paraclito la verità è un peso insostenibile, perchè deflagra come una bomba all'irrompere del peccato, ovvero del fallimento, secondo l'etimologia ebraica del termine. Per non restare vittima dell'esplosione l'uomo ha cancellato il peccato ed il male dall'orizzonte culturale e antropologico, e con esso, di conseguenza, il bene, suo opposto. Immediatamente, sotto i colpi ideologici della tolleranza e del relativismo, sono caduti la verità e la menzogna. Se non esiste il peccato, perchè ogni coscienza ha la sua particella di verità tollerata, non esiste neanche una verità oggettiva, la verità tutta intera di cui ci parla oggi il Signore. Alla fine, a farne le spese è la libertà, mutilata delle diverse opzioni su cui poter essere esercitata. E l'uomo si è ritrovato più schiavo che mai, preda del caos primordiale, obbligato a scegliere l'unica opzione rimasta, seguire il proprio istinto, e farlo parossisticamente, per evitare di cadere nei sensi di colpa che minerebbero l'architettura su cui poggia l'ideologia mondana.

"Görres mostra che il senso di colpa, la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della struttura psicologica dell’uomo. Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro l’esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres. “Sono i mostri che, tra altri bruti, non hanno nessun senso di colpa. Forse ne erano totalmente sprovvisti Hitler e Himmler o Stalin. Forse i padrini della mafia non hanno sensi di colpa, anche se probabilmente nascondono molti cadaveri in cantina insieme ai relativi sensi di colpa. Tutti gli uomini hanno bisogno di sensi di colpa.” (J. Ratzinger, ibid.).

Ma questo bisogno definisce un bisogno ancor più grande, per non soccombere di fronte alla rivelazione della colpa: il bisogno dello Spirito Santo Paraclito, l'avvocato consolatore, colui che, all'apparire della nostra debolezza manifestata nel peccato, ci difenda dall'accusatore, dal demonio che vuole indurci alla disperazione. Il Paraclito ci guida, ci educa e ci introduce, passo dopo passo, come in un catecumenato, nella verità piena, tutta intera. Essa si manifesta proprio dinanzi al peccato dell'uomo, perchè essa ha un nome, essa è Gesù Cristo. Lui è via alla verità che dona la vita. Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Esiste dunque una verità tutta intera, che abbraccia completamente Dio e l'uomo, l'amore infinito nel quale il primo ha creato e ricreato il secondo. Una verità che precede e fonda ogni dogma, ogni precetto morale, come l'azione liberatrice di Dio precede il Decalogo. La Verità tutta intera è Cristo vivo oggi, che si fa carne nell'esistenza di ciascuno. La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola perchè Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità.

In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando incontriamo il Signore, quando lo conosciamo profondamente, quando Egli prende dimora in noi nel suo stesso Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine e polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è Lui, c'è il suo perdono a raccogliere quel veleno che alberga in noi. Non sono i soli esiti del peccato ad apparire, per schiacciare e spingere al suicido, dell'anima e del corpo. Il peccato, apparendo accanto a Cristo, come suo nemico, si manifesta come il nostro stesso nemico, dal quale lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore sulla Croce e nel sepolcro. Per questo la verità tutta intera cui conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero, di sconfiggere il male, estirpandolo alla radice, che è la menzogna del demonio.

Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino, Enarratio in Ps. 105, 2). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare il peso (significato del termine gloria) della verità perchè ne è partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo, la stessa vita di Dio. Confessare i peccati infatti è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito prende da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli, a ciascuno di noi. Il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi il cuore misericordioso di Dio, quanto è proprio del Padre, il perdono rigenerante di Cristo. "Due noti psicologi hanno parlato di «incapacità di portare il lutto», vale a dire di incapacità di pentirsi; dell'incapacità di riconoscere che siamo noi stessi, non gli altri né le strutture sociali, a non farci vivere più giustamente. Ma possiamo riconoscere la verità della colpa - del nostro peccato - solo se ci viene concesso dal miracoloso amore di Gesù Cristo quel perdono che ha il potere di trasformare. Esso ci rigenera" (J. Ratzinger, Omelia nel Duomo di Regensbrurg, 14 Maggio 1989). La verità tutta intera ci fa dunque liberi di riconoscerci tali e quali siamo, con le nostre debolezze, con le nostre contraddizioni, unici e irripetibili, anche nei difetti perchè riconosciamo in Cristo il nostro Signore, Colui che ci sostiene, perdona e vivifica nel suo Spirito; siamo liberi di non lasciarci trascinare dal fiume di perdizione della società che ha rinnegato Dio e il suo amore. Lo Spirito cura, educa, istruisce e conduce la nostra coscienza sui sentieri del bello, del buono, del vero, anche in contrasto con la cultura dominante e i suoi modelli. Lo Spirito ci fa liberi di essere quello per cui siamo stati creati, immagine della Verità tutta intera che, nonostante tutto, risiede in ogni uomo. "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger, ibid.).


LA VERITA' DELLA CARNE RIVELATA DALLO SPIRITO

Omelia del Card. J. Ratzinger nel Duomo di Regensbrurg, 14 Maggio 1989

Riteniamo che una fede basata sullo Spirito Santo dovrebbe sgorgare esclusivamente dal cuore, che non dovrebbe conoscere dogmi e comandi, uffici e gerarchie, burocrazia e amministrazione, ma essere bensì solo Spirito e verità. Questa è l'illusione che da sempre associamo alla Pentecoste: che lo Spirito spazzi via tutto questo e ci conduca a un religione dello spirito, pura e libera. Chi crede questo (quasi tutti) misconosce la natura umana, perché l'uomo non è affatto puro spirito. Ciò cheè notevole è l'idea che Dio ha dell'uomo - che egli è spirito nella carne e carne attraverso lo spirito; che in lui vive l'unità della creazione; che lo spirito penetra la materia e ne trae un po' della sua forza, della sua vitalità, della sua pienezza; e che viceversa lo spirito colma la materia, sì che essa sia illuminata e rischiarata dalla Grazia della conoscenza. Dove carne e spirito sono separati, la carne si riduce a mero corpo e lo spirito a freddo calcolo, mera funzionalità. Questa scissione del mondo è la grande tentazione, la grande urgenza del nostro tempo. Perché oggi abbiamo esperienza proprio di ciò, che la carne è maneggiata ormai come corpo, che si può ormai fare, produrre, fabbricare in laboratorio e che al momento giusto, quando non ha più alcun valore, viene eliminato. Tale decadimento della carne a mero corpo si mostra col venir meno del rispetto di fronte al suo inizio e alla sua fine, perché non sussiste più quell'unità. Nello stesso tempo, qui si mostra anche il degrado dello spirito che è ormai solo calcolo e azione, perché non è più parte di quell'unità che Dio gli ha prescritto. È vero, Gesù stesso dice: «Lo Spirito soffia dove vuole». E così fa Egli. Lo Spirito irromperà ancora, di nuovo e inaspettatamente, trovandosi là dove non l'avevamo programmato e dove forse non ci piace. «Lo Spirito soffia dove vuole.» Il che però non vuoi dire disordine e anarchia, poiché il Signore aggiunge: «Se uno non è nato dall'acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,5). Lo Spirito si trasmette attraverso l'acqua, attraverso la fonte che sgorga dal fianco ferito di Gesù, dal suo cuore aperto. Esso si trasmette attraverso la personificazione della Chiesa e dei suoi sacramenti. Sulla croce, dopo la morte, il Signore non ha lasciato la propria carne, come qualcosa che avesse esaurito il suo ufficio e che poteva putrefarsi nella tomba, ormai priva di importanza. No, egli l'ha portata con sé, l'ha trasfigurata, mostrandoci così che lamateria ha qualcosa di divino, di eterno; che può trasformarsi e che Dio vuole realizzare l'unità di tutto il creato proprio attraverso questa sua creatura, l'uomo. Con i sacramenti si dona a noi lo Spirito. Perciò Agostino ha utilizzato queste audaci parole: «Tanto uno ha in sé dello Spirito Santo, tanto egli ama la Chiesa». La Chiesa nella sua più profonda verità, che non è amministrazione o burocrazia, che pure devono esserci ma che non sono l'essenziale. La Chiesa che è la risposta del Credo, il «sì» della fede; la Chiesa che è parola di perdono. La Chiesa è culto di Dio e Grazia del sacramento, nel quale lo Spirito si partecipa a noi corporalmente e Cristo attraverso lo Spirito di nuovo si fa carne in mezzo a noi. Certo vorremmo fuggire di nuovo la carne, perché vediamo quanto fango c'è al suo posto. Ma proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, non in questo modo rendiamo la Chiesa spirituale, nuova e libera, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo.


Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS IV n° 17 del 17/05/1837



« Lo Spirito di verità prenderà del mio e ve l'annunzierà »

Come il Paraclito, il nuovo Consolatore, essendo una sola cosa con il Figlio, essendo lo Spirito che procede dal Figlio, avrebbe potuto fare altro che manifestare il Figlio al mondo, mentre manifestava se stesso ? Come avrebbe potuto fare altro che spargere una luce nuova su colui la cui morte sulla croce apriva allo Spirito Santo un accesso nel cuore dell'uomo ? Perciò, benché la partenza del Figlio sia utile alla venuta del Consolatore (Gv 16, 7), non dobbiamo mai, in presenza del Consolatore, perdere di vista il Figlio. Cristo stesso non ha forse detto ai suoi discepoli : « Egli mi glorificherà » ?

In qual modo lo Spirito rende gloria al Figlio di Dio ? Rivela che colui che si faceva chiamare Figlio dell'uomo è il Figlio unico di Dio. Certo, il Nostro Salvatore aveva proprio dichiarato quanto conveniva a noi, ma gli apostoli non lo avevano capito. Anche mentre, per l'opera segreta della grazia, confessavano la loro fede con convinzione, non capivano ancora tutto ciò che pur affermavano... Il Salvatore non aveva forse cura di velare il suo segreto ? Non sembra forse aver voluto che questo segreto fosse svelato non all'istante, ma a posteriori ? Come se le parole divine dovessero aspettare ancora a lungo per ricevere la loro interpretazione divina.

È proprio questo che egli serbava per l'ora della venuta di colui che doveva mandare. Sarebbe lo Spirito a mettere in piena luce la sua persona e le sue parole... Perciò, soltanto dopo la Risurrezione di Cristo, anzi dopo la sua Ascensione, quando lo Spirito Santo è sceso su di loro, gli apostoli hanno finalmente capito chi era stato con loro. San Giovanni scrive : « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (Gv 2, 22).

Venerdì della V settimana del Tempo di Pasqua




Si un grano del pensar arder pudiera,
no en el amante, en el amor,
sería la mas honda verdad la que se viera.

Se un seme del pensare potesse ardere,
non nell’amante, ma nell’amore,
potrebbe vedere la verità più profonda.

Antonio Machado



Dal Vangelo secondo Giovanni 15,12-17.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.




IL COMMENTO

"Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga": essere scelti da qualcun altro, il mistero della nostra vita è tutto qui. Ogni nostra scelta sorge da questa "prima scelta" nella quale esistiamo. Secondo la tradizione giudaica, erano i discepoli che sceglievano il Rabbì. Come ciascuno di noi sceglie, o vorrebbe scegliere, la scuola, il fidanzato, il lavoro, la casa, la macchina, il film da vedere, che cosa mangiare, come vestirsi. Al centro della vita ci siamo noi, con il bagaglio di criteri e gusti che abbiamo accumulato; e identifichiamo la libertà con il poter scegliere in completa autonomia tra le diverse opzioni che ci presenta la vita. Spesso le passioni ci acciuffano e si impadroniscono di noi rendendoci schiavi dei loro impulsi ed istinti. Ma assumiamo anch'esse nella grande famiglia della nostra libertà, magari definendole come la loro più completa espressione. Rompere i tabù, lasciarsi andare, cogliere l'attimo, sono le grandi conquiste della civiltà moderna che, non a caso, avrebbe liberato la sessualità e i suoi orientamenti, i sentimenti, i desideri, le pulsioni e molto altro.

Tuttavia, anche dando per buono tutto questo, ci scontriamo con un momento della nostra vita nella quale non abbiamo potuto esercitare alcun tipo di libertà. E si tratta del momento decisivo, quello che è alla nostra stessa origine: la nascita, o, più correttamente, l'istante nel quale il seme di nostro padre ha trovato accoglienza nell'ovocita di nostra madre ed è apparso quello zigote che siamo stati tu ed io. Prima di quell'istante nessuno di noi esisteva, nessuno ha scelto di essere lo spermatozoo più forte della frotta che tentava di guadagnare l'ovocita al cui Dna donare il proprio. Nessuno di noi ci ha messo nulla, semplicemente eravamo in quel seme lì e in quell'ovocita lì, punto. E siamo apparsi in questo mondo, uno zigote impercettibile, quarantasei cromosomi che contenevano tutto quello che ci avrebbe caratterizzato, il profilo del naso, il disegno della bocca, il timbro della voce, compresi i difetti. Ci siamo poi impiantati nell'utero di nostra madre attraverso il tessuto che tappezza la sua superficie interna, l'endometrio, in un "dialogo biochimico" affascinante nel quale abbiamo messo a frutto la prima cosa imparata, l'amore per il quale i nostri genitori si sono uniti dandoci la vita. Appena sorti abbiamo cominciato ad offrire qualcosa di noi, secernendo le sostanze necessarie all'impianto dell'embrione per unirle a quelle rilasciate dall'endometrio di nostra madre, altrettanto necessarie. Chimica d'amore che rivela l'identità originaria che ci caratterizza: siamo, per natura, un dono, inscritto nel dono più grande che ci ha generato; la nostra vita, sin dalle prime luci dell'alba, è donare come abbiamo ricevuto in dono, amare come siamo stati amati.

L'avverbio come, "kathós", che appare nel Vangelo, in greco non esprime solo un paragone, ma anche il fondamento e l'originel'amore di Cristo è norma e fondamento di ogni amore. Si potrebbe tradurre anche: "per il fatto che io vi ho amato così, che siete stati chiamati dentro questo mio amore concretissimo, amatevi anche voi con questo amore dal quale siate stati chiamati e costituiti, nel quale esistete; lasciate che l'amore che ho effuso in voi, con il quale vi faccio vivere, ed alzare la mattina, e guardare alla realtà, che questo amore giunga all'altro, chiunque esso sia". Come all'origine della nostra vita biologica non vi è alcuna scelta da parte nostra, così all'origine della nostra chiamata ad essere cristiani, ovvero di Cristo, suoi discepoli, non esiste alcuna nostra opzione. E' qualcosa di grande, di forte, di scandalizzante. Alcuni potrebbero obiettare che stando così le cose non esiste libertà, esattamente come non siamo stati liberi di nascere o meno. E infatti molti maledicono il giorno in cui sono nati, sino a togliersi la vita. E molti divorziano, abbandonano il presbiterato, la scuola, il lavoro, anche i figli.

Ma la prospettiva del Vangelo è molto diversa. E' la prospettiva dell'amore. Esso è sempre la più grande manifestazione della libertà, di quella vera, autentica, capace di donare tutto, anche la propria vita. Le parole di Gesù ci spingono a risalire la corrente della nostra storia dal momento presente all'origine della nostra vita e della nostra elezione, e ancor più indietro, sino all'origine della storia dell'umanità, alla sua creazione. In essa è inscritta e prefigurata la nostra origine e quindi la chiave della nostra identità. Quanto detto circa la nostra vita biologica vale molto di più per quella spirituale. Nell'omelia per la Veglia Pasquale del 2011 Benedetto XVI diceva: "Il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos... che significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa... all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l'amore, è la libertà... Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura... e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato".

Dio ha creato tutto per amore, ciascuno di noi è stato creato per il suo amore, del quale l'unione sponsale dei nostri genitori è immagine e somiglianza. Alla nostra origine vi è l'amore, e quindi la libertà più grande. Essa è inscritta in noi, nel nostro spirito come nella nostra carne, nel cuore come nelle cellule. E' la libertà che spinge a donarsi, a spendersi, a tradursi in atti concreti d'amore. E' la libertà che fa superare ogni confine nell'avventura dell'offerta di se stessi, quella che percepiamo quando ci innamoriamo, quando inizia qualcosa, qualsiasi cosa: al principio di una storia affettiva, di un fidanzamento, di un matrimonio, come di un'amicizia, alle soglie di un'impresa che ci appassiona, di studio, di lavoro, di svago, al principio vi è sempre quell'ansia di infinito, quell'entusiasmo che ci farebbe spaccare il mondo. E' quanto descrive splendidamente Peguy:


Così tutto quello che si fa, tutto quello che la gente fa, lo si fa per la piccola speranza.

Tutto quello che c'è di piccolo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande.
Tutto quello che c'è di nuovo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande.

Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più.
Una forza, una novità, una freschezza come l’alba.
Una giovinezza, un ardore.
Uno slancio.
Un’ingenuità.
Una nascita che non si trova mai più.
C'è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna.
Una partenza, un'infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più.

Ora la piccola speranza
È quella che sempre comincia.
Quella nascita
Perpetua
Quell'infanzia
Perpetua.

Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici.


(Pèguy, Portico del mistero della seconda virtù)


La speranza dell'inizio che scaturisce da una grande felicità è il volto della libertà che si fa amore. Dedizione. Dono. Chi si sente costretto ad amare la propria ragazza? O il proprio marito, o il proprio figlio? Chi non si sente libero nell'affaticarsi in un allenamento che prepara ad una partita decisiva? Chi si vede sottrarre la libertà nell'affrontare notti di studio in vista dell'esame che schiude le porte all'avverarsi del sogno di una vita, quello di diventare un medico, un ingegnere, un cantante d'opera? Non si sente libero solo chi non ama. Chi ha perduto la felicità che sgorga dall'amare, chi non spera più nulla. Ecco, all'inizio, all'origine della vita vi è un ardore, una freschezza, una razza che poi, purtroppo, lasciamo cadere tra le pieghe dell'egoismo e dell'utilitarismo, magari per le ferite sofferte, per le delusioni, per le sconfitte. Per questo oggi il Signore ci riannuncia la verità, ci invita a guardare alla nostra origine, che è la sua scelta. Non siamo stati noi a decidere di nascere come non abbiamo scelto noi di essere suoi discepoli. All'origine della Creazione, come all'origine della nostra vita e della nostra elezione vi è l'amore di Dio, la libertà che lo ha mosso a plasmarci così come siamo, bellissimi e perfetti perchè opera sua. La sua scelta è più forte d'ogni nostro egoismo, di tutti i nostri testardi rifiuti, delle nostre ingannate pretese di autonomia, più forte di ogni peccato. All'origine di tutto quello che ci costituisce, all'alba di questo giorno come di tutti gli altri, vi è la sua chiamata ad entrare nella sua libertà d'amore. La sua scelta è caduta su ciascuno di noi perchè andiamo nella storia e portiamo un frutto che non si corrompa, l'opera più affascinante, l'avventura più intrigante. Vivere per qualcosa di eterno, un frutto che nulla potrà mai distruggere, il suo amore da infondere nello studio, nel fidanzamento, nel lavoro, nel matrimonio. "Ciò significa che il primo, per così dire, ontologico livello del fenomeno della coscienza consiste nel fatto che è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono); che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme. Fin dalla sua radice l’essere dell’uomo avverte un’armonia con alcune cose e si trova in contraddizione con altre. Questa anamnesi dell’origine, che deriva dal fatto che il nostro essere è costituito a somiglianza di Dio, non è un sapere già articolato concettualmente, uno scrigno di contenuti che aspetterebbero solo di venir richiamati fuori. Essa è, per così dire, un senso interiore, una capacità di riconoscimento, così che colui che ne viene interpellato, se non è interiormente ripiegato su se stesso, è capace di riconoscerne in sé l’eco. Egli se ne accorge: “Questo è ciò a cui mi inclina la mia natura e ciò che essa cerca!”. Su questa anamnesi del Creatore, che si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza, si basa la possibilità e il diritto della missione. Il vangelo può, anzi, dev’essere predicato ai pagani, perché essi stessi, nel loro intimo, lo attendono (cfr. Is 42,4). Infatti la missione si giustifica, se i destinatari, nell’incontro con la parola del vangelo, ri-conoscono: “Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo” (J.Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas ed a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino).

Non vi è nessuno più libero di chi, in un quotidiano e rinnovato inizio, con ardore e dedizione, con slancio e ingenuità, pone la sua vita al servizio della volontà di Dio, offrendo se stesso al suo amore più forte della morte, l'amore più grande, quello che "depone" (secondo l'originale greco) la sua anima, la sua vita, per gli amici. Un amore così grande da abbracciare ogni istante ed ogni millimetro della vita, dove tutto è un principio, una nascita e un'infanzia perpetua, come uno zigote che non difende nulla ma che offre ogni sostanza vitale - il tempo, le parole, i beni - all'endometrio che li attende. In quei giorni di tanti anni fa era quello zigote lì ad incontrare quell'endometrio lì, così come oggi usciremo con la fidanzata, ceneremo con il marito e i figli, incontreremo Giovanni sulla metropolitana, ci riuniremo con i colleghi, giocheremo la partita di calcetto con gli amici. E ovunque donare se stessi perchè così è scritto in noi, perchè siamo stati scelti per questo, in un amore che non conosce confini. Perchè non abbiamo scelto noi il fidanzato, e neanche la moglie, come questa scuola o questa facoltà, o il lavoro o di incontrare Giovanni sul metrò. Tutti e tutto sono stati scelti per noi in una scelta più grande, l'amore di Dio che si espande e non può arrestarsi, che deve giungere ad ogni uomo. Possiamo allora guardare la fidanzata e scoprire in lei scolpite le parole di Gesù, e rintracciarle in noi, e sperimentare la libertà di una chiamata che ha coinvolto entrambi, l'uno come un dono offerto da Dio all'altro, perchè vadano e portino un frutto che rimanga. E spariscono le nevrosi che sorgono dal nostro dover scegliere, e capire, e poi i dubbi se si è scelto bene o male. Così per il lavoro, così per la casa, così per lo studio e anche per la macchina, sino alla gonna o alla matita. Perchè tutto ha un'origine celeste, tutto è un dono scelto per noi, e occorrono occhi per vederlo e cuore per accoglierlo.

Da soli non possiamo nulla, ci stringono d'assedio orgoglio ed egoismo; abbiamo bisogno di sperimentare innanzi tutto l'amore che non delude, il perdono e la vittoria sulla morte del Signore, perchè gli occhi dei discepoli si sono aperti solo la sera di Pasqua, quando le loro menti si sono dischiuse all'intelligenza delle Scritture, della Verità profetizzata nella Parola di Dio. Può accogliere tutto come una scelta d'amore, un dono del Cielo solo chi ha incontrato Cristo risorto, il Principio che riporta le cose nel suo giusto ordine, anzi che le eleva oltre il loro primo splendore (Cfr. Orazione Colletta della Messa del mercoledì dell IV settimana del Tempo Pasquale). L'incontro capace di riaccendere l'ardore del principio e liberare la libertà di amare. "Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).

Di questo amore noi siamo stati scelti quali testimoni; amici di Gesù ai quali Egli non nasconde nulla, che ci fa partecipi delle sue cose, dei suoi segreti, della sua intimità. Amici del Figlio che ci fa entrare nella sua casa, dove ci svela tutti i tesori di suo Padre, la vita che non muore, l'amore che vince il peccato, la bellezza del donarsi senza riserve per vivere l'unica esistenza autentica; nella sua intimità apriamo gli occhi sulla nuova creazione, guardiamo tutti e tutto come "cosa molto buona", perchè tutto Lui ha assunto, eccetto il peccato, dando nuova origine e nuovo destino ad ogni uomo. Lui ci porta nel suo giardino di frutti squisiti, di essi ci sfama per trasformare le nostre ore, le nostre parole, i nostri sguardi, ogni nostra azione in altrettanti frutti deliziosi capaci di sfamare, dare senso e pienezza alla vita di ogni uomo.

Non siamo servi, siamo amici. Conosciamo le intenzioni e i progetti di Dio, e sono disegnati con i colori della gioia che non si esaurisce, le tinte algide del paradiso. Non siamo servi e schiavi degli eventi, delle relazioni, delle persone. Siamo amici e liberi, perchè in tutto ed in tutti riconosciamo il mistero di Dio, la sua economia di salvezza, il destino di Gloria preparato per ogni uomo. Nel volto e negli occhi della fidanzata brilla la luce di Cristo, il suo progetto di pace e di felicità, così come in quello dello sposo, dei figli, di tutti. Amici di Cristo siamo amici di tutti, a tutti possiamo offrirci con lo stesso amore con il quale il Signore si offre a noi dandoci vita e vita piena. Liberi nell'amore in ogni istante discerniamo "naturalmente" il kairos ed il luogo dove offrire tutto noi stessi. Scriveva il poeta spagnolo Antonio Machado: "Se un seme del pensare potesse ardere, non nell’amante, ma nell’amore, potrebbe vedere la verità più profonda". I pensieri, gli sguardi, i desideri, le speranze degli amici del Signore ardono nell'amore e non nell'amante, nella sua scelta e non nelle proprie scelte. Gli amici non sono servi che non sanno che cosa vi sia dietro gli eventi, ciechi sull'opera di Dio. Non si perdono dialogando con i propri pensieri sulla bontà delle scelte, ma lasciano che i pensieri, sul presente, sul passato e sul futuro, ardano nell'amore e non su chi ama, nell'Amore, in Cristo e non in se stessi, nella propria povera carne. Ardere nell'Amore è lasciarsi afferrare dalla scelta di Gesù, come gli amici si donano all'amico, come Davide si legò dal primo istante a Gionata. Così, radicati nell'Amore, gli amici non perdono mai di vista la Verità più profonda delle cose, che illumina e costituisce ogni relazione, ogni impegno, ogni amore. Perchè la Verità più profonda è la verità del Principio, l'Origine di tutto, la barra del timone stretta dalle mani di chi conosce la rotta.

La Verità più profonda che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio e che non è il caso a governare le nostre ore, ma la Parola, la Ragione creatrice di Dio intrisa d'amore, la stessa che fu all'origine della nostra vita e che ha permesso al gamete che fummo di secernere le sue sostanze per impiantarsi nell'endometrio di nostra madre. La Parola creatrice che oggi ci sceglie e conduce ad impiantarci in chi ci è prossimo, per deporvi lo stesso amore. Il frutto sarà la creazione nuova, quella che, generata nell'amore, permarrà per l'eternità, la nuova ed eterna Alleanza nel sangue del Signore, sparso sul Golgota, vivo in quello dei suoi discepoli, i suoi martiri nella storia. "L’alleanza, la comunione tra Dio e l’uomo, è predisposta nel più profondo della creazione. Sì, l’alleanza è la ragione intrinseca della creazione come la creazione è il presupposto esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a Dio, il cuore dell’uomo che gli risponde è più grande e più importante dell’intero immenso cosmo materiale." (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).




Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti (Sofronio)

« Come io vi ho amati »

Perché mai l'uomo soffre sulla terra? Perché sopporta delle fatiche e subisce dei mali? Soffriamo perché non abbiamo umiltà. In un'anima umile vive lo Spirito Santo, ed egli dà la libertà, la pace, l'amore e la felicità.

Soffriamo perché non amiamo il nostro fratello. Il Signore ha detto: «Amatevi gli uni gli altri e sarete miei discepoli» (cfr Gv 13,35). Quando amiamo il nostro fratello, l'amore di Dio viene a noi. L'amore di Dio è pieno di una grande mitezza; è un dono dello Spirito Santo e non si può conoscere in pienezza se non grazie allo Spirito Santo. Esiste anche un amore moderato, quello che l'uomo ottiene quando si sforza di compiere i comandamenti di Cristo e teme di offendere Dio; e anche questo è bene. Occorre sforzarci ogni giorno di fare il bene, e con tutte le forze, di imparare l'umiltà di Cristo.



Benedetto XVI. La nuova creazione della Pasqua.
Omelia nella Veglia pasquale, 24 aprile 2011

"San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale del racconto della Creazione racconto in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l'amore, è la libertà. Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l'assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà e amore, il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana. Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata".

Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione, era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è stato sepolto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31)


14 febbraio. Santi Cirillo e Metodio






"Eviti il pastore la tentazione di desiderare 
di essere amato dai fedeli anziché da Dio
o di essere troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini;
non si esponga al rimprovero divino:
«Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i gomiti...
Il pastore deve bensì cercare di farsi amare,
ma allo scopo di farsi ascoltare,
non di cercare quest'affetto per utile proprio"

S. Gregorio Magno


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,1-9.

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi;
non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi,
curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.


IL COMMENTO

Andare e annunciare. La Chiesa è tutta in questi due verbi. "Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 14). E un amore infinito a muovere gambe e cuore, l'amore più grande, annunciare l'amore, che ha un nome, perchè è una persona, Cristo Gesù. Ed è Verità, l'unica Verità che rende liberi, perchè "Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione... Più che mai ora, in questa generazione che sembra aver smarrito i sentieri del vero, è urgente un annuncio capace di ridestare in ogni uomo il seme di Verità deposto in Lui. Per questo non c'è amore più grande che annunciare la Verità a tutti, perchè «la Verità interroga il cuore» (J. Ratzinger).

Andare ed annunciare la Verità: nella Chiesa la nostra vita è così immersa in un cammino d'amore verso ogni uomo, come lo è stato per Cirillo e Metodio. Ovunque siamo inviati, per amare come Lui ci ha amati, senza risparmiare nulla, sino alla fine. Andare indifesi, semplici e liberi, poveri. L'annuncio del Vangelo, così come appare nel brano odierno, è sempre un'apparizione di Cristo risorto, la Buona Notizia fatta carne qui ed ora. L'essenziale missione della Chiesa è Cristo stesso che appare laddove giungano i suoi messaggeri, come è apparso la sera di Pasqua: "Pace a voi!". Non a caso san Paolo scrive che "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini". Egli nei suoi apostoli, Egli nella sua Chiesa.

Egli è venuto, è venuto da oltre la morte ed ha annunciato la Pace, che è autentica solo al di là della barriera su cui si infrangono le speranze e gli sforzi dell'uomo. Gesù annuncia la Pace passando attraverso la porta sprangata dietro la quale si nasconde l'uomo di ogni tempo, alienato in un cinismo che nega ogni possibilità all'autentico e all'eterno facendo delle proprie vuote parole l'assoluto su cui fondare l'esistenza. E' quello che canta John Lennon in una famosissima canzone - Imagine, Immagina - che ha sedotto milioni di giovani e meno giovani. Una immagine di questa generazione che scaturisce da un'improbabile immaginare disancorato dalla realtà e dalla verità; una generazione perduta in sogni e utopie che evaporano tra cocaina e pasticche, depressioni e anoressie, corpi e dignità gettate nei rifiuti, speranze defraudate e pervertite in una teoria interminabile di "carpe diem", "Cogli l'attimo", che acutizzano i morsi della fame senza saziare:

Immagina che non esiste paradiso,
è facile se provi.
Nessun inferno sotto di noi,
nient’altro che il cielo su di noi.
Immagina tutta la gente vivere per l’oggi,
immagina non ci sono patrie.
Non è difficile, vedrai.
Nulla per cui uccidere o morire
e nessuna religione più.
Immagina tutta la gente vivere la vita in pace.
Ti sembro un sognatore?
Non sono il solo.
Spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo sarà una cosa sola.


Cristo è venuto ad annunciare la Pace sgretolando questo immaginare falso e distruttivo, e lo ha fatto portando proprio la Pace quale pegno, testimonianza, caparra di quel Paradiso che Lennon invitava a immaginare come non esistente. Gesù, come gli esploratori inviati da Mosè nella Terra di Canaan tornano con le primizie ivi raccolte, torna dal Paradiso recandone il frutto squisito, la Pace che fa dei due, di ogni Adamo ed Eva inesorabilmente separati dal veleno del peccato, una sola creazione nuova. E' venuto Lui, la Primizia, l'Uomo Nuovo, è venuto dal Cielo, dove vi è entrato con la nostra stessa carne, trasfigurandola, purificandola, liberandola. Viene dal Cielo annunciando la Pace, che è Lui stesso, il suo corpo vittorioso.

Ma Gesù, interrogato da Pilato, ha detto anche: "Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla Verità". E molto di più, perchè ha affermato di essere egli stesso la Verità. E questo gli ha costato la vita. Sant’Agostino, commentando il colloquio con Pilato, scrisse: "Quid est veritas? Vir qui adest". Cos’é la Verità? Era quell'uomo di fronte a Pilato, quell'Uomo apparso ai discepoli dopo aver trionfato sulla morte e sul loro tradimento. Pilato si girò e uscì, scappando da quel fascio di luce che lo aveva raggiunto. Gli Apostoli, stupiti, gioirono; erano figli della Pace, e la Pace discese su di loro. Così la Verità è Cristo che giunge, negli Apostoli, ad ogni angolo della Terra, e la Verità coincide con la Pace. Annunciata da Cristo risorto si rivela al cuore degli Apostoli come la Verità: quell'Uomo che avevano visto crocifisso era Dio, la morte ed il peccato erano stati vinti, ogni desiderio e speranza dell'uomo avevano in Lui trovato pace, compimento.

Per questo gli Apostoli, il suo corpo visibile in questa terra, sono inviati senza nulla, come figli del Regno, essi stessi Pace annunciata e offerta al mondo. Nulla per il viaggio, nessuna sicurezza, nessun sostegno di quelli in uso al di là del muro che separa il Cielo dalla terra, nel mondo soggiogato e soggetto al demonio e al peccato. Gli Apostoli sono la fragranza del Paradiso, con loro giunge Cristo, la Pace di ogni uomo, la Verità che schiude il Cielo, che libera dai sogni avvelenati cantati da Lennon. In ebraico ed in greco la parola Verità rimanda a ciò che non passa; nella Verità, in ultima analisi, risuona l'incorruttibilità. Per Pavel Florenskij il senso etimologico di Verità in greco (aletheia), è ciò che non si dimentica, che resiste saldo nel fluire del tempo. La Verità, quella che fonda l'esistenza, la sostanza della Vita, ciò che la orienta, la guida e la realizza, è dunque il Cielo e l'eternità che lo dilata in uno spazio e in un tempo che non hanno fine; la Pace annunciata dal Signore risorto ne è l'esperienza offerta agli Apostoli. Per questo la loro vita è un anticipo del Cielo, un segno compiuto della vocazione di ogni uomo. Il loro annuncio è uno squillo nella notte, la sua credibilità risiede nell'autenticità della loro vita. Nulla possiedono, nulla che passi con il tempo è per loro sostegno e sostanza, la loro esistenza è un segno tangibile della Pace che realizza la Verità, la memoria eterna di Colui che ha introdotto l'eterno nel tempo.

Peccatori, fragili, eppure rivestiti della Gloria celeste, come pecore in mezzo ai lupi, percossi, rifiutati, perseguitati, uccisi eppure sempre lieti, rispondendo a tutto con amore, perchè la morte che pone fine a tutto in loro è stata vinta. I loro occhi brillano come quelli Stefano sotto la tempesta di sassi, lo sguardo di un angelo che fissa la sua Patria, un messaggero cui niente e nessuno può strappare la Pace che sgorga dal sentirsi amato di un amore più forte della morte e del peccato. Un amore per cui dare anche tutti i beni della terra sarebbe ancora irriderlo, non considerarlo per quello che è; un amore che seduce e fa suo l'amato, completamente. Un amore che si fa annuncio, grido, misericordia per ogni uomo. Perchè «la speranza nei cieli non è nemica della fedeltà alla terra», che Nietzsche reclamava, ma «è speranza anche per la terra» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza).

Così è stata la vita di Cirillo e Metodio che hanno saputo, seguendo fedelmente l'ispirazione del Vangelo, incarnarlo nelle terre loro affidate. Senza compromessi, ma con un amore infinito. Si parla tanto oggi di inculturazione del Vangelo. Spesso con grande confusione. E si dimentica, probabilmente, ciò che muove l'evangelizzazione. Ci si dimentica dell'amore. Si ingabbia il Vangelo nelle trame delle diverse culture sino a gettarlo prono dinanzi alla dittatura del relativismo etico e morale dei tempi e delle mode; si pensa di renderlo più fruibile, commestibile, appetibile. Stretti dalla paura del rifiuto e del fallimento spesso limiamo la verità più profonda sino a farla coincidere con quanto la cultura dei vari luoghi sottolinea e presenta come peculiare. E' l'esperienza del compromesso, che tutti facciamo nella nostra vita.

La paura governa le nostre relazioni e le rende sempre più precarie. L'amore che "proviamo" non trascende il perimetro della nostra carne, dei sentimenti, del tangibile. Non è amore, è passione. E', in definitiva, un narcisistico amore per noi stessi fatto salire sul treno di atti e parole che colpiscano il cuore dell'altro, che lo aggancino, lo leghino, lo facciano partorire sentimenti di gratitudine e di affetto. E' un amore che cerca di irretire l'amore dell'altro. Così anche in molti tentativi di inculturizzare il Vangelo. Ciò che realmente preme è non fallire, è l'essere compresi, accettati. Lo scandalo della Croce fa paura, perchè si è dimenticato il Cielo che essa dischiude. E si camuffa la verità, si fa di Cristo un manichino su cui indossare gli abiti più consoni ai nostri schemi ormai privi di fede, carità e speranza. Si diluisce il cuore del Vangelo credendo che aiutare l'altro a situarsi nella realtà - denunciare i peccati e chiamare a conversione - sia giudicare la cultura o le tradizioni o la stessa persona. L'annuncio sine glossa del vangelo è, per molti in Asia, in Africa e purtroppo anche in Europa, sinonimo di fondementalismo intollerante.

E' la nostra esperienza nelle relazioni quotidiane, come l'esperienza di tanti tentativi missionari. L'amore, e la missione che ne è mossa, quella a cui siamo chiamati ogni giorno, e quella della Chiesa nel suo complesso, sono ben altra cosa. E' l'amore, è la libertà che ha sperimentato San Paolo e che gli ha permesso davvero di farsi tutto a tutti. La libertà del Figlio che nulla difende, che scende al fondo della vita di ciascuno per amore, per annunciarvi la Verità che genera la Pace. E' l'esperienza della misericordia, del perdono, la Luce pasquale nelle tenebre dei giorni, che illumina ciò che abita nel cuore di ogni uomo. «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito» (R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, 1981, p. 12). La Verità del Vangelo è l'esperienza di un grande amore, il più grande. Annunciarlo, con valentia, parresia, coraggio, adeguandone le forme di comunicazione seguendo le tracce delle Spirito Santo senza annacquarlo nei pruriti pseudo culturali, orgoglio mascherato che lascia Cristo fuori della porta, senza dimenticare che "Dio ha voluto salvare il mondo con la stoltezza della predicazione".

Un cuore grato, come quello dei Santi Cirillo e Metodio, ricolmo d'amore, un cuore liberato dalla schiavitù del peccato, è il cuore che trabocca, e che è bruciato da uno zelo indomabile. Il cuore del missionario è un cuore ricreato ad immagine di quello di Cristo, spinto dall'urgenza dell'annuncio di ciò che ha sperimentato. Un cuore che sa che «l’uomo non può esistere senza inchinarsi (...) Si inchinerà, allora, a un idolo di legno o d’oro, o del pensiero... o di dèi senza Dio» (F. Dostoevskij. L'Adolescente). Ed ogni cultura resa assoluta e come tale idolatrata, come ogni idea trasformata in ideologia, esigono ginocchia pronte a piegarsi per rapire dall'anima la Verità, e con essa la vita: fare della terra il Cielo, come cantava Lennon, come cantano tutti i falsi profeti. Il cuore del missionario è un cuore come quello di Cirillo e Metodio, capace di scrivere con caratteri nuovi la Verità, senza diluire, ammorbidire, adeguare, ma con passione, perchè giunga ad ogni cuore, nella lingua con la quale è capace di accogliere, l'annuncio del Vangelo, della Verità che è Vita e Pace. Un cuore geloso, come quello di Dio, che vede in ogni uomo l'inganno di cui è preda, ed offre la propria vita, la vita stessa di Cristo, per liberarlo e ricondurlo alla vera Pace. Un cuore gonfio d'amore, che, per amore, accetta il rifiuto, lo carica su di sé, sino a consegnarsi, martire-testimone della Verità come il suo Signore, anche per chi, del suo annuncio, non sa che farsene. L'amore di Cristo che scorre in una vita donata, nemica dei compromessi, testimone della Verità sino all'effusione del sangue. Un cuore mite, compassionevole, sincero, che brucia di zelo per la salvezza, vera, di ogni uomo.




Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005
Ut unum sint, 19 - © Libreria Editrice Vaticana
 
Santi Cirillo e Metodio, apostoli degli slavi



La dottrina deve essere presentata in un modo che la renda comprensibile a coloro ai quali Dio stesso la destina. Nell'Epistola enciclica Slavorum apostoli, ricordavo come Cirillo e Metodio, per questo stesso motivo, si adoperassero a tradurre le nozioni della Bibbia e i concetti della teologia greca in un contesto di esperienze storiche e di pensiero molto diversi.


Essi volevano che l'unica parola di Dio fosse « resa così accessibile secondo le forme espressive, proprie di ciascuna civiltà ». Compresero di non poter dunque « imporre ai popoli assegnati alla loro predicazione neppure l'indiscutibile superiorità della lingua greca e della cultura bizantina, o gli usi e i comportamenti della società più progredita, in cui essi erano cresciuti ». Essi mettevano così in atto quella « perfetta comunione nell'amore [che] preserva la Chiesa da qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica ».


Cirillo, in punto di morte, pregava così : « Signore Dio, fa' crescere la tua Chiesa, e raduna tutti gli uomini nell'unità ; stabilisci i tuoi eletti nella concordia della vera fede e della retta confessione di fede : fa' penetrare le tue parole nel loro cuore affinché si consacrino a ciò che è buono e ti è gradito. »