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Martedì della V settimana del Tempo di Pasqua




"Non ho paura della morte. La mia fede mi dà questa bella sicurezza!"

Dalla Lettera di un giovane soldato tedesco ai suoi genitori scritta nella sacca di Stalingrado dove poi morì



Dal Vangelo secondo Giovanni 14,27-31.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui». 


Il Commento



La Pace è il dono messianico per eccellenza. Al termine del sacramento della confessione il presbitero ci congeda dicendoci: "Il Signore ti ha perdonato, vai in pace". Le stesse parole di Gesù sono proclamate nella liturgia eucaristica prima di accostarsi alla comunione implorando il Signore ormai presente nelle specie del pane e del vino, di "non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa"; al termine della Celebrazione poi, il Presbitero congeda l'Assemblea invitando ciascuno ad andare in pace. Un Vescovo saluta liturgicamente il popolo annunciando la Pace. Dalla liturgia e dai sacramenti comprendiamo come la pace sia il sigillo di un'esperienza che trascende il mondo e i suoi limiti. Essa è il tesoro prezioso che il Messia Gesù di Nazaret, vincendo la morte ed il peccato, ha scovato nel Cielo, nel Regno di suo Padre, dove è ed entrato con la nostra stessa carne. E' come un souvenir di quel Regno, molto di più, è il grappolo d'uva che gli esploratori inviati da Mosè hanno riportato dalla Terra Promessa. La Pace è ciò che ogni cuore desidera, il riposo dello Spirito, la certezza in mezzo alla bufera, il respiro di vita tra i rantoli della morte che incombe. 

La Pace del Signore è il frutto del suo mistero pasquale, è il suo sguardo di misericordia che incontra i nostri occhi impauriti e turbati sotto il peso dei peccati. Shalom!, Pace a voi! Il saluto di Cristo risorto dalla morte rivolto ai discepoli impauriti nel Cenacolo: "E’ molto importante quello che riferisce il Vangelo, e cioè che Gesù, nelle due apparizioni agli Apostoli riuniti nel cenacolo, ripeté più volte il saluto «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). Il saluto tradizionale, con cui ci si augura lo shalom, la pace, diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesù può dare, perché è il frutto della sua vittoria radicale sul male. La «pace» che Gesù offre ai suoi amici è il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14)" (Benedetto XVI, Angelus del 15 aprile 2012). La Pace scaturisce dal perdono, libera dal peso della colpa, rinnova lo spirito e apre sconfinati spazi alla speranza. La pace è lo stile di vita di chi ha conosciuto il Signore, di chi lo ha incontrato vivo e vittorioso sulla morte. La pace che non si perde neanche in mezzo alla guerra, alla sofferenza, ai fallimenti. Il mondo cerca compromessi e baratti per ottenere la pace. Il mondo sancisce la pace sui corpi dei vinti. La Pace del Signore invece riscatta chi ha perduto, Lui che ha vinto fa la pace e la dona sciogliendo le catene degli sconfitti ridotti in schiavitù. La Pace cui aneliamo anche oggi, anche ora, è il trofeo conquistato sulla Croce, il frutto maturo dell'obbedienza di Cristo. Il nostro cuore indurito e ingannato dall'orgoglio del demonio trova nell'umiltà di Cristo l'amicizia e la gioia perdute.

Se oggi non abbiamo pace occorre chiederci perchè le situazioni o le persone hanno il potere di sottrarcela. Se non siamo in pace è perchè siamo usciti dal regno, dalla comunione con Dio: stiamo cercando la nostra volontà e non quella del Padre, perchè solo in essa vi è la vera pace. Ma oggi ci viene annunciato qualcosa di impensabile. Il fiume di male che ha lambito le nostre sistenze devastandole si scatena ancora su Cristo, la furia del demonio, il principe di questo mondo che non ha nessun potere su Gesù, si abbatte su di Lui per infrangersi e dissolversi nel suo Corpo offerto per puro amore. Perchè il mondo, ciascuno di noi, sappia del suo amore immenso al Padre che lo spinge a  compiere il sacrificio più grande. In Lui, attraverso i sacramenti, la Parola e la comunione della Chiesa, possiamo partecipare del suo trionfo e ricevere in eredità la Pace che supera ogni intelligenza, il sigillo del Cielo che ci guida sino all'eternità, accompagnandoci già oggi dal Padre, il più grande: è Dio, è Lui che ci ama e trasfigura anche la nostra povera carne, deponendola, con le sue ore e la sua storia, nella misericordia senza limiti, dove solo possiamo gustare la Pace di chi può riposare nella sua volontà.


L'imitazione di Cristo, trattato spirituale del 15o secolo
Libro 1, cap.11



«Vi do la mia pace »

Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o di quello che fanno gli altri, e di cose che non ci riguardano, potremmo avere una grande pace interiore. Come, infatti, è possibile che uno mantenga a lungo l'animo tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a cercare all'esterno i suoi motivi di interesse, se raramente e superficialmente si raccoglie in se stesso? Beati i semplici, giacché avranno grande pace. Perché mai alcuni santi furono così perfetti e pieni di spirito contemplativo? Perché si sforzarono di spegnere completamente in sé ogni desiderio terreno, cosicché - liberati e staccati da se stessi - potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore. Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo preoccupati delle cose di quaggiù; di rado riusciamo a vincere un nostro difetto, anche uno soltanto, e non siamo ardenti nel tendere al nostro continuo miglioramento. E così restiamo inerti e tiepidi.

Se fossimo, invece, totalmente morti a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità interiore, potremmo perfino avere conoscenza delle cose di Dio, e fare esperienza, in qualche misura, della contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo consiste in ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle brame, e che non ci sforziamo di entrare nella via della perfezione, che fu la via dei santi: anzi, appena incontriamo una difficoltà, anche di poco conto, ci lasciamo troppo presto abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal cielo l'aiuto del Signore. Il quale prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia... Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.





padre Raniero Cantalamessa. Non c'è pace del cuore senza Dio


"Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi". Di quale pace parla Gesù in questo brano evangelico? Non della pace esterna consistente nell'assenza di guerre e conflitti tra persone o nazioni diverse. In altre occasioni egli parla anche di questa pace; per esempio quando dice: "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio". Qui parla di un'altra pace, quella interiore, del cuore, della persona con se stessa e con Dio. Lo si capisce da quello che aggiunge subito appresso: "Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore". Questa è la pace fondamentale, senza la quale non esiste nessun'altra pace. Miliardi di gocce di acqua sporca non fanno un mare pulito e miliardi di cuori inquieti non fanno un'umanità in pace.


La parola usata da Gesù è shalom. Con essa gli ebrei si salutavano, e tuttora si salutano, tra loro; con essa salutò lui stesso i discepoli la sera di Pasqua e con essa ordina di salutare la gente: "In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa" (Lc 10, 5-6).
Dobbiamo partire dalla Bibbia per capire il senso della pace che dona Cristo. Nella Bibbia shalom dice più che la semplice assenza di guerre e di disordini. Indica positivamente benessere, riposo, sicurezza, successo, gloria. La Scrittura parla addirittura della "pace di Dio" (Fil 4,7) e del "Dio della pace" (Rom 15,32). Pace non indica dunque solo ciò che Dio dà, ma anche ciò che Dio è. In un suo inno, la Chiesa chiama la Trinità "oceano di pace". Questo ci dice che quella pace del cuore che tutti desideriamo non si può ottenere mai totalmente e stabilmente senza Dio, fuori di lui. Dante Alighieri ha sintetizzato tutto ciò in quel verso che alcuni considerano il più bello di tutta la Divina Commedia: "E 'n la sua volontate è nostra pace". Gesù fa capire che cosa si oppone a questa pace: il turbamento, l'ansia, la paura: "Non sia turbato il vostro cuore". Facile a dirsi!, obbietterà qualcuno. Come placare l'ansia, l'inquietudine, il nervosismo che ci divora tutti e ci impedisce di godere un po' di pace? Alcuni sono per temperamento più esposti di altri a queste cose. Se c'è un pericolo lo ingigantiscono, se c'è una difficoltà la moltiplicano per cento. Tutto diventa motivo di ansia.


Il Vangelo non promette un toccasana per questi mali; in certa misura essi fanno parte della nostra condizione umana, esposti come siamo a forze e minacce tanto più grandi di noi. Però un rimedio lo indica. Il capitolo da cui è tratto il brano evangelico di oggi comincia così: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me" (Gv 14, 1). Il rimedio è la fiducia in Dio. Dopo l'ultima guerra, fu pubblicato un libro intitolato Ultime lettere da Stalingrado. Erano lettere di soldati tedeschi prigionieri nella sacca di Stalingrado, partite con l'ultimo convoglio prima dell'attacco finale dell'esercito russo in cui tutti perirono. In una di queste lettere, ritrovate a guerra finita, un giovane soldato scriveva ai genitori: "Non ho paura della morte. La mia fede mi dà questa bella sicurezza!"



S.Agostino. Cristo ci dà la sua pace.
Omelia 77

Che cosa ci lascia quando se ne va, se non se stesso, dal momento che non ci abbandona? Lui stesso è la nostra pace, lui che ha superato in sé ogni divisione. Egli è la nostra pace se crediamo in lui, e sarà la nostra pace quando lo vedremo così come egli è.

1. Nel passo del santo Vangelo, che precede immediatamente quello che è stato letto ora, il Signore Gesù aveva detto che egli e il Padre sarebbero venuti in coloro che lo amano e presso di essi avrebbero stabilito la loro dimora. Prima ancora, parlando dello Spirito Santo, aveva detto: Voi lo conoscerete, perché rimarrà presso di voi, e sarà in voi (Gv 14, 17). Perciò abbiamo concluso che le tre Persone divine abitano insieme nei fedeli come nel loro tempio. Se non che adesso dice: Queste cose vi ho detto stando ancora con voi (Gv 14, 25). Quella stabile dimora, dunque, che promette nel futuro, è diversa da questa che dichiara già in atto. Quella è spirituale e si attua nel profondo dell'anima, questa è corporale ed esteriore, e tale che si può vedere e sentire. Quella rende beati in eterno i redenti, questa è una visita nel tempo in ordine alla redenzione. Nel primo caso il Signore non si allontana da quelli che lo amano, nel secondo caso viene e va. Queste cose vi ho detto stando ancora con voi, cioè quando era con loro fisicamente, e visibilmente si intratteneva con loro.

2. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto ciò che vi ho detto (Gv 14, 26). Forse il Figlio si limita a parlare e lascia allo Spirito Santo il compito di insegnare, di modo che dal Figlio ascoltiamo soltanto le parole e potremo comprenderle soltanto quando lo Spirito Santo ce le insegnerà? Come se il Figlio parlasse senza lo Spirito Santo, o lo Spirito Santo insegnasse indipendentemente dal Figlio. O non si deve invece dire che anche il Figlio insegna e anche lo Spirito Santo parla, e, quando Dio parla e insegna, è tutta la Trinità che parla e insegna? Ma siccome Dio è Trinità, occorreva menzionare le singole persone, perché ne sentissimo parlare distintamente e le considerassimo inseparabili. Ascolta il Padre che parla, quando leggi: Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio (Sal 2, 7). Ascolta il Padre che insegna, quando leggi: Chiunque ha ascoltato il Padre e ha accolto il suo insegnamento viene a me (Gv 6, 45). Hai sentito ora il Figlio che parla, e che di se stesso dice: tutto ciò che vi ho detto; e se vuoi renderti conto che egli anche insegna, ricorda ciò che il Maestro dice: Uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 10). Quanto allo Spirito Santo, di cui hai sentito dire adesso: Egli vi insegnerà ogni cosa, ascoltalo mentre parla, quando leggi negli Atti degli Apostoli che lo Spirito Santo disse a san Pietro: Su, va' con loro, perché li ho mandati io (At 10, 20). Tutta la Trinità, dunque, parla e insegna; ma se non venisse di volta in volta designata anche nelle singole persone, certamente l'umana debolezza non arriverebbe mai a individuarle. Ed essendo le tre Persone indivisibili, non avremmo mai saputo che sono Trinità, se di essa si parlasse sempre collettivamente; infatti, quando diciamo Padre e Figlio e Spirito Santo, distinguiamo le persone, sebbene esse siano necessariamente inseparabili. Quanto alle parole: Egli vi rammenterà, dobbiamo tener presente, e non dobbiamo mai dimenticarlo, che i suoi salutari ammonimenti appartengono all'ordine della grazia, che lo Spirito Santo ci rammenta.

[Promette la pace. ci darà la "sua" pace.]

3. Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14, 27). Questo è ciò che leggiamo nel profeta: Pace su pace. Ci lascia la pace al momento di andarsene, ci darà la sua pace quando ritornerà alla fine dei tempi. Ci lascia la pace in questo mondo, ci darà la sua pace nel secolo futuro. Ci lascia la sua pace affinché noi, permanendo in essa, possiamo vincere il nemico; ci darà la sua pace, quando regneremo senza timore di nemici. Ci lascia la pace, affinché anche qui possiamo amarci scambievolmente; ci darà la sua pace lassù, dove non potrà esserci più alcun contrasto. Ci lascia la pace, affinché non ci giudichiamo a vicenda delle nostre colpe occulte, finché siamo in questo mondo; ci darà la sua pace quando svelerà i segreti dei cuori, e allora ognuno avrà da Dio la lode che merita (cf. 1 Cor 4, 5). In lui è la nostra pace, e da lui viene la nostra pace, sia quella che ci lascia andando al Padre, sia quella che ci darà quando ci condurrà al Padre. Ma cos'è che ci lascia partendo da noi, se non se stesso, che mai si allontanerà da noi? Egli stesso, infatti, è la nostra pace, egli che ha unificato i due popoli in uno (cf. Ef 2, 14). Egli è la nostra pace, sia adesso che crediamo che egli è, sia allorché lo vedremo come egli è (cf. 1 Io 3, 2). Se infatti egli non ci abbandona esuli da sé, mentre dimoriamo in questo corpo corruttibile che appesantisce l'anima e camminiamo nella fede e non per visione (cf. 2 Cor 5, 6-7), quanto maggiormente ci riempirà di sé quando finalmente saremo giunti a vederlo faccia a faccia?

4. Ma perché, quando dice: Vi lascio la pace, non dice: la mia pace, mentre aggiunge mia quando dice: Vi do la mia pace? Forse il possessivo mia si deve sottintendere in modo che si possa riferire a tutte e due le volte che il Signore pronunzia la parola "pace", anche se esplicitamente lo dice una volta sola? O c'è anche qui un segreto, per cui bisogna chiedere e cercare, e solo a chi bussa sarà aperto? Che meraviglia, se ha voluto che per sua pace si intendesse solo quella che egli possiede? Questa pace, invero, che ci ha lasciato in questo mondo, è da considerarsi piuttosto nostra che sua. Egli, non avendo alcun peccato, non porta in sé alcun contrasto; noi invece possediamo ora una pace che non ci dispensa dal dire: Rimetti a noi i nostri debiti (Mt 6, 12). Esiste dunque per noi una certa pace, quando, secondo l'uomo interiore ci compiacciamo nella legge di Dio; ma questa pace non è completa, in quanto vediamo nelle nostre membra un'altra legge che è in conflitto con la legge della nostra ragione (cf. Rm 7, 22-23). Esiste pure per noi una pace tra noi, in quanto crediamo di amarci a vicenda; ma neppure questa è pace piena, perché reciprocamente non possiamo vedere i pensieri del nostro cuore, e, per cose che riguardano noi, ma che non sono in noi, ci facciamo delle idee, gli uni degli altri, in meglio o in peggio. Questa è la nostra pace, anche se ci è lasciata da lui; e non avremmo neppure questa, se non ce l'avesse lasciata lui. La sua pace, però, è diversa. Ma se noi conserveremo sino alla fine la nostra pace quale l'abbiamo ricevuta, avremo quella pace che egli ha, lassù dove da noi non potranno più sorgere contrasti, e nulla, nei nostri cuori, rimarrà occulto gli uni agli altri. So bene che in queste parole del Signore si potrebbe vedere semplicemente una ripetizione. Vi lascio la pace, vi do la mia pace; dice: pace, e ripete: la mia pace; dice: vi lascio, e ripete: vi do. Ciascuno interpreti come vuole. Ciò che importa a me, e credo anche a voi, miei cari fratelli, è conservare questa pace quaggiù dove concordi possiamo vincere l'avversario, e anelare a quella pace lassù dove non soffriremo più alcun avversario.

5. La precisazione, poi, che il Signore fa: non ve la do come la dà il mondo (Gv 14, 27), che altro significa se non questo: non ve la do come la danno coloro che amano il mondo? I quali appunto si danno la pace per godersi, al riparo di ogni contesa e guerra, non Dio, ma il mondo loro amico; e quella pace che concedono ai giusti, evitando di perseguitarli, non può essere pace vera, non potendo esistere vera concordia là dove i cuori sono divisi. Come infatti si chiama consorte chi a te unisce la sua sorte, così si può chiamare concorde solo chi a te unisce il cuore. E noi, o carissimi, ai quali Cristo ha lasciato la pace e dà la sua pace, non come la dà il mondo, ma come la dà lui per mezzo del quale il mondo è stato fatto, se vogliamo essere concordi, uniamo insieme i cuori e, formando un cuor solo, eleviamolo in alto affinché non si corrompa sulla terra.


14 febbraio. Santi Cirillo e Metodio






"Eviti il pastore la tentazione di desiderare 
di essere amato dai fedeli anziché da Dio
o di essere troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini;
non si esponga al rimprovero divino:
«Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i gomiti...
Il pastore deve bensì cercare di farsi amare,
ma allo scopo di farsi ascoltare,
non di cercare quest'affetto per utile proprio"

S. Gregorio Magno


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,1-9.

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi;
non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi,
curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.


IL COMMENTO

Andare e annunciare. La Chiesa è tutta in questi due verbi. "Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 14). E un amore infinito a muovere gambe e cuore, l'amore più grande, annunciare l'amore, che ha un nome, perchè è una persona, Cristo Gesù. Ed è Verità, l'unica Verità che rende liberi, perchè "Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione... Più che mai ora, in questa generazione che sembra aver smarrito i sentieri del vero, è urgente un annuncio capace di ridestare in ogni uomo il seme di Verità deposto in Lui. Per questo non c'è amore più grande che annunciare la Verità a tutti, perchè «la Verità interroga il cuore» (J. Ratzinger).

Andare ed annunciare la Verità: nella Chiesa la nostra vita è così immersa in un cammino d'amore verso ogni uomo, come lo è stato per Cirillo e Metodio. Ovunque siamo inviati, per amare come Lui ci ha amati, senza risparmiare nulla, sino alla fine. Andare indifesi, semplici e liberi, poveri. L'annuncio del Vangelo, così come appare nel brano odierno, è sempre un'apparizione di Cristo risorto, la Buona Notizia fatta carne qui ed ora. L'essenziale missione della Chiesa è Cristo stesso che appare laddove giungano i suoi messaggeri, come è apparso la sera di Pasqua: "Pace a voi!". Non a caso san Paolo scrive che "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini". Egli nei suoi apostoli, Egli nella sua Chiesa.

Egli è venuto, è venuto da oltre la morte ed ha annunciato la Pace, che è autentica solo al di là della barriera su cui si infrangono le speranze e gli sforzi dell'uomo. Gesù annuncia la Pace passando attraverso la porta sprangata dietro la quale si nasconde l'uomo di ogni tempo, alienato in un cinismo che nega ogni possibilità all'autentico e all'eterno facendo delle proprie vuote parole l'assoluto su cui fondare l'esistenza. E' quello che canta John Lennon in una famosissima canzone - Imagine, Immagina - che ha sedotto milioni di giovani e meno giovani. Una immagine di questa generazione che scaturisce da un'improbabile immaginare disancorato dalla realtà e dalla verità; una generazione perduta in sogni e utopie che evaporano tra cocaina e pasticche, depressioni e anoressie, corpi e dignità gettate nei rifiuti, speranze defraudate e pervertite in una teoria interminabile di "carpe diem", "Cogli l'attimo", che acutizzano i morsi della fame senza saziare:

Immagina che non esiste paradiso,
è facile se provi.
Nessun inferno sotto di noi,
nient’altro che il cielo su di noi.
Immagina tutta la gente vivere per l’oggi,
immagina non ci sono patrie.
Non è difficile, vedrai.
Nulla per cui uccidere o morire
e nessuna religione più.
Immagina tutta la gente vivere la vita in pace.
Ti sembro un sognatore?
Non sono il solo.
Spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo sarà una cosa sola.


Cristo è venuto ad annunciare la Pace sgretolando questo immaginare falso e distruttivo, e lo ha fatto portando proprio la Pace quale pegno, testimonianza, caparra di quel Paradiso che Lennon invitava a immaginare come non esistente. Gesù, come gli esploratori inviati da Mosè nella Terra di Canaan tornano con le primizie ivi raccolte, torna dal Paradiso recandone il frutto squisito, la Pace che fa dei due, di ogni Adamo ed Eva inesorabilmente separati dal veleno del peccato, una sola creazione nuova. E' venuto Lui, la Primizia, l'Uomo Nuovo, è venuto dal Cielo, dove vi è entrato con la nostra stessa carne, trasfigurandola, purificandola, liberandola. Viene dal Cielo annunciando la Pace, che è Lui stesso, il suo corpo vittorioso.

Ma Gesù, interrogato da Pilato, ha detto anche: "Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla Verità". E molto di più, perchè ha affermato di essere egli stesso la Verità. E questo gli ha costato la vita. Sant’Agostino, commentando il colloquio con Pilato, scrisse: "Quid est veritas? Vir qui adest". Cos’é la Verità? Era quell'uomo di fronte a Pilato, quell'Uomo apparso ai discepoli dopo aver trionfato sulla morte e sul loro tradimento. Pilato si girò e uscì, scappando da quel fascio di luce che lo aveva raggiunto. Gli Apostoli, stupiti, gioirono; erano figli della Pace, e la Pace discese su di loro. Così la Verità è Cristo che giunge, negli Apostoli, ad ogni angolo della Terra, e la Verità coincide con la Pace. Annunciata da Cristo risorto si rivela al cuore degli Apostoli come la Verità: quell'Uomo che avevano visto crocifisso era Dio, la morte ed il peccato erano stati vinti, ogni desiderio e speranza dell'uomo avevano in Lui trovato pace, compimento.

Per questo gli Apostoli, il suo corpo visibile in questa terra, sono inviati senza nulla, come figli del Regno, essi stessi Pace annunciata e offerta al mondo. Nulla per il viaggio, nessuna sicurezza, nessun sostegno di quelli in uso al di là del muro che separa il Cielo dalla terra, nel mondo soggiogato e soggetto al demonio e al peccato. Gli Apostoli sono la fragranza del Paradiso, con loro giunge Cristo, la Pace di ogni uomo, la Verità che schiude il Cielo, che libera dai sogni avvelenati cantati da Lennon. In ebraico ed in greco la parola Verità rimanda a ciò che non passa; nella Verità, in ultima analisi, risuona l'incorruttibilità. Per Pavel Florenskij il senso etimologico di Verità in greco (aletheia), è ciò che non si dimentica, che resiste saldo nel fluire del tempo. La Verità, quella che fonda l'esistenza, la sostanza della Vita, ciò che la orienta, la guida e la realizza, è dunque il Cielo e l'eternità che lo dilata in uno spazio e in un tempo che non hanno fine; la Pace annunciata dal Signore risorto ne è l'esperienza offerta agli Apostoli. Per questo la loro vita è un anticipo del Cielo, un segno compiuto della vocazione di ogni uomo. Il loro annuncio è uno squillo nella notte, la sua credibilità risiede nell'autenticità della loro vita. Nulla possiedono, nulla che passi con il tempo è per loro sostegno e sostanza, la loro esistenza è un segno tangibile della Pace che realizza la Verità, la memoria eterna di Colui che ha introdotto l'eterno nel tempo.

Peccatori, fragili, eppure rivestiti della Gloria celeste, come pecore in mezzo ai lupi, percossi, rifiutati, perseguitati, uccisi eppure sempre lieti, rispondendo a tutto con amore, perchè la morte che pone fine a tutto in loro è stata vinta. I loro occhi brillano come quelli Stefano sotto la tempesta di sassi, lo sguardo di un angelo che fissa la sua Patria, un messaggero cui niente e nessuno può strappare la Pace che sgorga dal sentirsi amato di un amore più forte della morte e del peccato. Un amore per cui dare anche tutti i beni della terra sarebbe ancora irriderlo, non considerarlo per quello che è; un amore che seduce e fa suo l'amato, completamente. Un amore che si fa annuncio, grido, misericordia per ogni uomo. Perchè «la speranza nei cieli non è nemica della fedeltà alla terra», che Nietzsche reclamava, ma «è speranza anche per la terra» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza).

Così è stata la vita di Cirillo e Metodio che hanno saputo, seguendo fedelmente l'ispirazione del Vangelo, incarnarlo nelle terre loro affidate. Senza compromessi, ma con un amore infinito. Si parla tanto oggi di inculturazione del Vangelo. Spesso con grande confusione. E si dimentica, probabilmente, ciò che muove l'evangelizzazione. Ci si dimentica dell'amore. Si ingabbia il Vangelo nelle trame delle diverse culture sino a gettarlo prono dinanzi alla dittatura del relativismo etico e morale dei tempi e delle mode; si pensa di renderlo più fruibile, commestibile, appetibile. Stretti dalla paura del rifiuto e del fallimento spesso limiamo la verità più profonda sino a farla coincidere con quanto la cultura dei vari luoghi sottolinea e presenta come peculiare. E' l'esperienza del compromesso, che tutti facciamo nella nostra vita.

La paura governa le nostre relazioni e le rende sempre più precarie. L'amore che "proviamo" non trascende il perimetro della nostra carne, dei sentimenti, del tangibile. Non è amore, è passione. E', in definitiva, un narcisistico amore per noi stessi fatto salire sul treno di atti e parole che colpiscano il cuore dell'altro, che lo aggancino, lo leghino, lo facciano partorire sentimenti di gratitudine e di affetto. E' un amore che cerca di irretire l'amore dell'altro. Così anche in molti tentativi di inculturizzare il Vangelo. Ciò che realmente preme è non fallire, è l'essere compresi, accettati. Lo scandalo della Croce fa paura, perchè si è dimenticato il Cielo che essa dischiude. E si camuffa la verità, si fa di Cristo un manichino su cui indossare gli abiti più consoni ai nostri schemi ormai privi di fede, carità e speranza. Si diluisce il cuore del Vangelo credendo che aiutare l'altro a situarsi nella realtà - denunciare i peccati e chiamare a conversione - sia giudicare la cultura o le tradizioni o la stessa persona. L'annuncio sine glossa del vangelo è, per molti in Asia, in Africa e purtroppo anche in Europa, sinonimo di fondementalismo intollerante.

E' la nostra esperienza nelle relazioni quotidiane, come l'esperienza di tanti tentativi missionari. L'amore, e la missione che ne è mossa, quella a cui siamo chiamati ogni giorno, e quella della Chiesa nel suo complesso, sono ben altra cosa. E' l'amore, è la libertà che ha sperimentato San Paolo e che gli ha permesso davvero di farsi tutto a tutti. La libertà del Figlio che nulla difende, che scende al fondo della vita di ciascuno per amore, per annunciarvi la Verità che genera la Pace. E' l'esperienza della misericordia, del perdono, la Luce pasquale nelle tenebre dei giorni, che illumina ciò che abita nel cuore di ogni uomo. «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito» (R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, 1981, p. 12). La Verità del Vangelo è l'esperienza di un grande amore, il più grande. Annunciarlo, con valentia, parresia, coraggio, adeguandone le forme di comunicazione seguendo le tracce delle Spirito Santo senza annacquarlo nei pruriti pseudo culturali, orgoglio mascherato che lascia Cristo fuori della porta, senza dimenticare che "Dio ha voluto salvare il mondo con la stoltezza della predicazione".

Un cuore grato, come quello dei Santi Cirillo e Metodio, ricolmo d'amore, un cuore liberato dalla schiavitù del peccato, è il cuore che trabocca, e che è bruciato da uno zelo indomabile. Il cuore del missionario è un cuore ricreato ad immagine di quello di Cristo, spinto dall'urgenza dell'annuncio di ciò che ha sperimentato. Un cuore che sa che «l’uomo non può esistere senza inchinarsi (...) Si inchinerà, allora, a un idolo di legno o d’oro, o del pensiero... o di dèi senza Dio» (F. Dostoevskij. L'Adolescente). Ed ogni cultura resa assoluta e come tale idolatrata, come ogni idea trasformata in ideologia, esigono ginocchia pronte a piegarsi per rapire dall'anima la Verità, e con essa la vita: fare della terra il Cielo, come cantava Lennon, come cantano tutti i falsi profeti. Il cuore del missionario è un cuore come quello di Cirillo e Metodio, capace di scrivere con caratteri nuovi la Verità, senza diluire, ammorbidire, adeguare, ma con passione, perchè giunga ad ogni cuore, nella lingua con la quale è capace di accogliere, l'annuncio del Vangelo, della Verità che è Vita e Pace. Un cuore geloso, come quello di Dio, che vede in ogni uomo l'inganno di cui è preda, ed offre la propria vita, la vita stessa di Cristo, per liberarlo e ricondurlo alla vera Pace. Un cuore gonfio d'amore, che, per amore, accetta il rifiuto, lo carica su di sé, sino a consegnarsi, martire-testimone della Verità come il suo Signore, anche per chi, del suo annuncio, non sa che farsene. L'amore di Cristo che scorre in una vita donata, nemica dei compromessi, testimone della Verità sino all'effusione del sangue. Un cuore mite, compassionevole, sincero, che brucia di zelo per la salvezza, vera, di ogni uomo.




Giovanni Paolo II, papa dal 1978 al 2005
Ut unum sint, 19 - © Libreria Editrice Vaticana
 
Santi Cirillo e Metodio, apostoli degli slavi



La dottrina deve essere presentata in un modo che la renda comprensibile a coloro ai quali Dio stesso la destina. Nell'Epistola enciclica Slavorum apostoli, ricordavo come Cirillo e Metodio, per questo stesso motivo, si adoperassero a tradurre le nozioni della Bibbia e i concetti della teologia greca in un contesto di esperienze storiche e di pensiero molto diversi.


Essi volevano che l'unica parola di Dio fosse « resa così accessibile secondo le forme espressive, proprie di ciascuna civiltà ». Compresero di non poter dunque « imporre ai popoli assegnati alla loro predicazione neppure l'indiscutibile superiorità della lingua greca e della cultura bizantina, o gli usi e i comportamenti della società più progredita, in cui essi erano cresciuti ». Essi mettevano così in atto quella « perfetta comunione nell'amore [che] preserva la Chiesa da qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica ».


Cirillo, in punto di morte, pregava così : « Signore Dio, fa' crescere la tua Chiesa, e raduna tutti gli uomini nell'unità ; stabilisci i tuoi eletti nella concordia della vera fede e della retta confessione di fede : fa' penetrare le tue parole nel loro cuore affinché si consacrino a ciò che è buono e ti è gradito. »