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Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua




Grazie alla venuta di Dio sulla terra il tempo umano, 
iniziato nella creazione, 
ha raggiunto la sua pienezza. 
"La pienezza del tempo" è soltanto l'eternità, 
anzi Colui che è eterno, cioè Dio. 
Entrare nella "pienezza del tempo" significa dunque 
raggiungere il termine del tempo
e uscire dai suoi confini, 
per trovarne il compimento nell'eternità di Dio.  

Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, 10



Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 16,16-20.
 
Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete». 
Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po' ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 
Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po' ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. 

IL COMMENTO

"Che cos'è mai questo "un poco", non sappiamo cosa dice...". Un poco, il tempo, il passato, il presente, il futuro, e dentro la vita, ed il suo senso, e la direzione che ha preso, e quel che accadrà. Gli apostoli non comprendevano le parole di Gesù, era per loro un parlare oscuro, non sapevano.  Il verbo greco "oida" utilizzato da Giovanni, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è, non a caso, legato al verbo vedere; Bruno Snell, il grande filologo tedesco, umanista e pensatore tra i più acuti del Novecento, definisce così il verbo oida: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione". Oida designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie, Studi di cristologia giovannea); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25); come afferma De La Potterie, la connotazione è: "questa è una cosa che so benissimo". Non sapere dunque è, al contrario, un non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è del Battista che non aveva ancora visto in Gesù il Messia, della samaritana che non conosceva il dono di Dio, dei discepoli che non conoscevano il cibo che doveva mangiare Gesù; così è di Tommaso che non sa dove va il Signore, e per questo non può conoscere la via. Così per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù che appare nel vangelo di oggi: non sappiamo cosa dice. Circa le parole di Gesù ed il loro contenuto essi sono in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, per vivere quel che viene detto loro. 

"Non conosco il luogo dove l'amore emigrato depone la sua vittoria e ha inizio la crescita nella realtà delle visioni, né dove è conservato il sorriso infantile gettato per gioco nella fiamma scherzosa,  ma so che è questa la sostanza con cui la terra palpitando accende la sua musica stellare" (Nelly Sachs, La morte festeggia ancora la vita). Queste parole descrivono bene l'ignoranza angosciante dei discepoli: il loro amore sta per emigrare a deporre in qualche luogo la vittoria di cui ha parlato; ma non conoscono quel luogo, non sanno di che tempo stia parlando il Signore. Solo, quello strano senso di tristezza che ha afferrato i loro cuori e appesantito le loro menti; sanno solo che la terra inghiottirà, prima o poi, quel loro amico e maestro tanto amato. E con Lui le loro speranze, i progetti, i desideri. Risuonano le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". 

Esattamente come accade anche a noi, ad ogni uomo. Non sappiamo, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se la vite darà vino buono, o passerà una gelata e brucerà ogni seme gettato, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. E mille altre domande racchiuse nel parlare oscuro del Signore, che giunge oggi a ciascuno di noi come una Buona Notizia, che ci svela e consegna la chiave per decodificare il senso primo ed ultimo di ogni nostro istante. Le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Perché ogni suo frammento è un frammento della stessa vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro. Ed esso è legato indissolubilmente al vedere e al non vedere Lui.

Giovanni per esprimere il vedere, nel brano di oggi usa due verbi diversi: il primo, quando il Signore dice "ancora un poco e non mi vedrete" è "Theoreo", che esprime un guardare attento e riflessivo; il secondo, quando Gesù dice "un po' ancora e mi vedrete" è "Orao", che è il vero e proprio sguardo della fede che va oltre alle apparenze e che sgorga da un'attenta riflessione che porta alla comprensione, e indica l’esperienza personale che abilita alla testimonianza. Da quest'ultimo deriva anche Oida, il sapere, il conoscere di cui, in quel momento, i discepoli erano sprovvisti. "La visione esteriore è divenuta un'immagine interiore e la visione corporale si è trasformata in una contemplazione spirituale" (I. De La Potterie, Ibid.). Alla luce di questo comprendiamo quello che il Signore sta dicendo: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto". Esattamente come il cieco nato guarito da Gesù, la conoscenza si nutrirà di un'esperienza inattaccabile, la propria esperienza nel vedere oltre la carne. L'esperienza di Giobbe che, al termine dell'incontro con Dio, potrà dire: "prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono". "Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché istruiti da tanti discorsi, si erano lasciati atterrire dalla tremenda passione del Signore e avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall’ascensione del Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La loro anima era tutta rivolta a contemplare la divinità del Cristo, assiso alla destra del Padre. Non erano più impediti, per la presenza visibile del suo corpo, dal fissare lo sguardo della mente nel Verbo, che, pur discendendo dal Padre, non l’aveva mai lasciato, e, pur risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli. Proprio allora, o dilettissimi, il Figlio dell’uomo si diede a conoscere nella maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella gloria della maestà del Padre, e cominciò in modo ineffabile a farsi più presente per la sua divinità, lui che, nella sua umanità visibile, si era fatto più distante da noi" (San Leone Magno, papa, Disc. 2 sull’Ascensione).

Ma per passare a questa visione che si fa esperienza è necessario il tempo di cui parla Gesù. La conoscenza si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. "Quando il sangue ti sprizza dal cuore, nelle ore di dolore, sappi che nessuno può ferire il mondo. Solo la corteccia è scalfita. Nel profondo, nell'intimo dei cerchi, riposa il suo nucleo tranquillo e sano. E tu ne hai sempre parte, con ogni essere creato" (Werner Bergengruen). Un poco traduce mikron, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un tempo mickron, breve, nel quale si accende il mistero pasquale del Signore, il suo passaggio dalla morte alla vita attraverso la Croce ed il sepolcro. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno Cristo è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II, Dies domini, 74). Per questo il tempo della Passione ed il tempo della tomba, i due "un poco" del vangelo di oggi, sono sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, nulla è ineluttabile, solo la bestemmia contro lo Spirito Santo, la chiusura definitiva all'irrompere di Dio nella storia, può rendere vano il tempo. Esso è un soffio, un appuntamento di Dio con ciascun uomo creato per amore, perché camminando in esso, passi da una visione carnale ad una visione piena, impari a vedere Dio in Gesù, l'amore di Dio nella debolezza della carne. 

Il tempo è breve, come scrive San Paolo: "d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; oloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!" (1 Cor. 7, 29-31). Per questo, come scriveva Santa Teresa d'Avila: "Nada te turbe, nada te espante, quien a Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta. Todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza. Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio niente gli manca. Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta. Tutto passa, Dio non cambia, la pazienza raggiunge tutto". Alla domanda dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro: un tempo breve che segnerà il passaggio alla pienezza del tempo e della visione, alla gioia che nessuno potrà più togliere loro. Gesù invita i discepoli e ciascuno di noi ad entrare nella sua dinamica pasquale, a ricevere la chiave che dischiude la porta della conoscenza piena: un poco, tutta la vita è racchiusa in questo "mikron", tra lacrime e gioia piena. 

“Tutto ha la sua ora e c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole: un tempo per la nascita e un tempo per la morte… un tempo per piangere e un tempo per ridere” (Qo 3,1ss.). Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce ed il sepolcro, ed un tempo per la risurrezione. Vivere ogni istante in questa consapevolezza significa non afferrarsi a nulla, per offrirsi a tutto. Significa poter amare. Perché la cifra autentica del tempo è la liberà, che conferisce contenuto e sostanza ad ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore, quella sbocciata nel Getsemani, dove ha introdotto la nostra stessa umanità sul cammino dell'amore sino alla fine, obbediente e docile alla volontà del Padre. La libertà di accogliere l'amore di Dio disseminato nel tempo e nella carne, che spinge a vivere di questo amore, sino alla consegna della propria vita. E' dunque la libertà la finestra che apre ogni mikron di tempo al respiro infinito di Dio. 

Nell'amore libero e totale l'eterno irrompe nel tempo per conferirvi il senso unico e credibile che risponde al desiderio più profondo di ogni uomo. Nell'amore si compie il passaggio compiuto da Gesù; in esso si schiudono gli occhi del cuore alla visione viva di Dio. "Il Dio della Bibbia non è una forza che riposa in se stessa, che tiene in movimento il mondo senza muovere se stessa. Quando Dante definisce Dio «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145), riecheggia certo chiaramente la visione aristotelica, ma con il concetto di «amor» è nondimeno enunciato qualcosa di nuovo: l’idea della relazione, che assume in sé l’altro e si lascia assumere in lui. L’immagine delle mani, che abbracciano il tempo e così gli divengono contemporanee, mi sembra rendere nel modo migliore una rappresentazione della relazione di Dio con il tempo ed insieme della sua superiorità su di esso" (Joseph Ratzinger alla Pontificia Università Lateranense il 15 dicembre 1998 all’interno del Colloquio su «San Tommaso e lo Spirito Santo»; Dal numero di Nuntium del giugno 1999).

La nostra vita sarà, per grazia di Dio, un passaggio, una Pasqua tra le lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima" è ricco, e richiama altre due parole. Foneticamente, lacrima, "demah" esprime anche il sangue dell'occhio. Contemporaneamente un altro significato della parola occhio è "sorgente". "Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Lacrime d'amore come una sorgente di vita vera, piena, eterna; lacrime d'amore come una sorgente di gioia. Le lacrime di Gesù alla vista di Lazzaro, che ha lasciato entrare nella stessa dinamica descritta nel Vangelo di oggi: anche lui, come Gesù, come ciascuno di noi, è passato attraverso un mikron di tempo nella tomba per risvegliarsi nella contemplazione della vita che sconfigge la morte. 

"Nessuno può ferire il mondoSolo la corteccia è scalfita. Contro quest'immagine sta l'immagine di Cristo Crocifisso, il sapere che il mondo ha potuto ferire a morte lo stesso suo Dio: Ma esiste il luogo dell'amore emigrato, poiché, grazie alla ferita mortale di Cristo, Dio è entrato nel mondo" (J. Ratzinger). E oggi, la stessa ferita di Cristo è quella aperta nei mikron di tempo della nostra vita che ci nascondono alla vista del mondo - il male, l'ingiustizia, la malattia, i fallimenti, la Croce ed il sepolcro di ogni giorno - finestre attraverso le quali il destino eterno di ogni uomo, Dio stesso, il luogo dell'amore emigrato, si svela all'umanità in attesa.


Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi sul vangelo di Giovanni, n° 101

« Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà »

Il Signore ha detto : «Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi vedrete» (Gv 16,16). E' breve infatti tutto questo spazio in cui si svolge il tempo presente; per cui il medesimo evangelista nella sua lettera dice: «E' l'ultima ora» (1 Gv 2, 18)... Queste parole sono una promessa per tutta la Chiesa, così come lo sono le altre: «Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Il Signore non ritarda il compimento della sua promessa: ancora un poco e lo vedremo, lassù dove non avremo più nulla da chiedergli, più nessuna domanda da fargli, perché non rimarrà alcun desiderio insoddisfatto, nulla di nascosto da cercare.


Questo breve intervallo di tempo a noi sembra lungo, perché dura ancora; allorché sarà finito, ci accorgeremo quanto sia stato breve. La nostra gioia, quindi, non sia come quella del mondo, il quale, come dice il Signore, «godrà»; tuttavia nel travaglio di questo desiderio, non dobbiamo essere tristi senza gioia, ma, come dice l'apostolo Paolo, dobbiamo essere «gioiosi nella speranza, pazienti nella tribolazione» (Rm 12, 12). Del resto, anche la donna in travaglio, alla quale siamo paragonati, gioisce per il bambino che attende più di quanto non sia triste per il suo dolore presente.


Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua




La verità consiste nell'aver bisogno del perdono.
Una comunione concorde tra gli uomini 
può darsi in generale solo sotto la Grazia del perdono.
La verità è che siamo colpevoli, che siamo peccatori
e che possiamo vivere solo se Dio è perdono,
 solo se ci viene perdonato.

Card. Joseph Ratzinger


Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15.

"Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà".

IL COMMENTO


La Verità pesa. La società moderna tenta di liberarsene come di un fardello che grava sulle spalle dell'uomo costringendolo a vivere all'interno di perimetri che ne restringono la libertà. E' il rovesciamento delle parole del Signore secondo le quali la "verità vi farà liberi". La conoscenza della verità appare come un peso difficile da portare, quando non è vista come un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui. "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas e a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino).

Occorre vivere secondo coscienza, viene ripetuto. Scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile (System der Sittenlehre). "Dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità. Non ci sarebbe nessuna porta e nessuna finestra che potrebbe condurre dal soggetto al mondo circostante e alla comunione degli uomini." (J. Ratzinger, ibid.). Secondo il pensiero moderno, "la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità, essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle tendenze generali predominanti, nella società e su quanto in essa è diventato abitudine." (J. Ratzinger, ibid.).

Si tratta in fondo della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, che speriamo illusoriamente ci fornisca l'antidoto all'infelicità, alla depressione, al vuoto che incombe sulle nostre ore. Si vive rinunciando ad ammettere la possibilità di conoscere la verità, e così le parole e i contenuti che esse dovrebbero esprimere, si riducono a pura forma. "L'ha detto la televisione", "l'ho letto sul giornale", "me l'ha detto Paolo", "lo hanno postato in tanti (su Facebook)": frasi ricorrenti che dovrebbero dare un fondamento "inattaccabile" alle parole, alle idee e ai comportamenti. E così anche i giudizi, i criteri che orientano la vita, il discernimento degli eventi, divengono qualcosa di formale, pre-compreso nelle categorie che etichettano le idee e i comportamenti: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario, cattolico, comunista, fascista, e poi "rock" o "lento", e molte altre. La "dittatura della coscienza" che si risolve nella cosiddetta "dittatura del relativismo", lungi dall'aver liberato l'uomo, in ultima istanza lo costringe in nuove e più schiavizzanti catalogazioni, marchi ideologici indelebili a cui e di cui dar conto. Per liberare l'Io si diviene suoi schiavi, della sua forma di apparire, di stare al mondo, e l'ambiente circostante - sia esso familiare, culturale, politico, di lavoro, scolastico, o semplicemente il gruppo di amici - si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione.

Quando si cade, infrangendo le dure regole tracciate dalla tolleranza che non tollera sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo, la sua Croce e la sua risurrezione, ed il pensiero, le parole e la vita di coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell'Anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo (1 Gv. 4,3). Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'Anticristo! (2 Gv. 1,7). Nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L'anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre" (1 Gv. 2, 16ss). Vladimir Sergeevic Solovev nel suo ultimo libro scritto poco prima della morte nel 1900: “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo” scriveva: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi”. L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”.

La coscienza tollerante moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. Scopriamo qui il senso profondo delle parole di Gesù: con le proprie forze, anche con le sole esperienze acquisite, non si può portare il peso della verità. La verità che libera in ciascuno quanto di originario vi è in lui, il seme di amore deposto dal Creatore che lo ha plasmato a sua immagine, perchè l'uomo è «un es­sere che ha bisogno dell'aiuto di altri per diventare ciò che è in sé stesso» (R. Spaemann). L'aiuto dello Spirito Santo che è "per sua natura verità. È lo Spirito a darci quella verità che cerchiamo invano. Certo, molti possono conoscerla, ma di fronte alle verità fondamentali - di fronte alla domanda su chi siamo noi nel profondo, da dove veniamo, chi è Dio e come si comincia a essere veramente uomini - di fronte a queste verità fondamentali siamo ciechi. Comprendere ci è impossibile. Pertanto, o gli uomini ritirano la loro richiesta di verità e si dispongono a vivere solo nella contingenza e nell'esteriorità - ma in questo modo sprofondano in un infinito vuoto interiore, perché il nostro essere ha sete di verità. Oppure si procurano una risposta per conto proprio, che però si ritorcerà sempre contro. Lo Spirito Santo è la verità. Qui non si tratta di quante cose si possano sapere di lui; si tratta piuttosto dell'unica e decisiva cosa che viene detta nella professione di fede della Chiesa: chi è Dio. «Gesù è il Signore.» Ciò significa: così è Dio. Questo è il suo volto. Dio si mostra in Gesù e con ciò ci concede la verità essenziale -con la conoscenza di Dio la verità su noi stessi" (J. Ratzinger). E' lo Spirito Santo dunque che ci svela la menzogna dell'Anticristo, e che attesta al nostro spirito la verità, che Gesù è il Signore, qui ed ora, della storia, dei grandi eventi come di quelli che affrontiamo ogni giorno. Perchè la verità appare nella storia concreta e reale, nella carne mia e tua, non è relegata ad un sistema filosofico o ad un'ideologia.

Per questo, senza lo Spirito Santo Paraclito la verità è un peso insostenibile, perchè deflagra come una bomba all'irrompere del peccato, ovvero del fallimento, secondo l'etimologia ebraica del termine. Per non restare vittima dell'esplosione l'uomo ha cancellato il peccato ed il male dall'orizzonte culturale e antropologico, e con esso, di conseguenza, il bene, suo opposto. Immediatamente, sotto i colpi ideologici della tolleranza e del relativismo, sono caduti la verità e la menzogna. Se non esiste il peccato, perchè ogni coscienza ha la sua particella di verità tollerata, non esiste neanche una verità oggettiva, la verità tutta intera di cui ci parla oggi il Signore. Alla fine, a farne le spese è la libertà, mutilata delle diverse opzioni su cui poter essere esercitata. E l'uomo si è ritrovato più schiavo che mai, preda del caos primordiale, obbligato a scegliere l'unica opzione rimasta, seguire il proprio istinto, e farlo parossisticamente, per evitare di cadere nei sensi di colpa che minerebbero l'architettura su cui poggia l'ideologia mondana.

"Görres mostra che il senso di colpa, la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della struttura psicologica dell’uomo. Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro l’esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres. “Sono i mostri che, tra altri bruti, non hanno nessun senso di colpa. Forse ne erano totalmente sprovvisti Hitler e Himmler o Stalin. Forse i padrini della mafia non hanno sensi di colpa, anche se probabilmente nascondono molti cadaveri in cantina insieme ai relativi sensi di colpa. Tutti gli uomini hanno bisogno di sensi di colpa.” (J. Ratzinger, ibid.).

Ma questo bisogno definisce un bisogno ancor più grande, per non soccombere di fronte alla rivelazione della colpa: il bisogno dello Spirito Santo Paraclito, l'avvocato consolatore, colui che, all'apparire della nostra debolezza manifestata nel peccato, ci difenda dall'accusatore, dal demonio che vuole indurci alla disperazione. Il Paraclito ci guida, ci educa e ci introduce, passo dopo passo, come in un catecumenato, nella verità piena, tutta intera. Essa si manifesta proprio dinanzi al peccato dell'uomo, perchè essa ha un nome, essa è Gesù Cristo. Lui è via alla verità che dona la vita. Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione. Esiste dunque una verità tutta intera, che abbraccia completamente Dio e l'uomo, l'amore infinito nel quale il primo ha creato e ricreato il secondo. Una verità che precede e fonda ogni dogma, ogni precetto morale, come l'azione liberatrice di Dio precede il Decalogo. La Verità tutta intera è Cristo vivo oggi, che si fa carne nell'esistenza di ciascuno. La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola perchè Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità.

In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando incontriamo il Signore, quando lo conosciamo profondamente, quando Egli prende dimora in noi nel suo stesso Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine e polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è Lui, c'è il suo perdono a raccogliere quel veleno che alberga in noi. Non sono i soli esiti del peccato ad apparire, per schiacciare e spingere al suicido, dell'anima e del corpo. Il peccato, apparendo accanto a Cristo, come suo nemico, si manifesta come il nostro stesso nemico, dal quale lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore sulla Croce e nel sepolcro. Per questo la verità tutta intera cui conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero, di sconfiggere il male, estirpandolo alla radice, che è la menzogna del demonio.

Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino, Enarratio in Ps. 105, 2). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare il peso (significato del termine gloria) della verità perchè ne è partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo, la stessa vita di Dio. Confessare i peccati infatti è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito prende da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli, a ciascuno di noi. Il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi il cuore misericordioso di Dio, quanto è proprio del Padre, il perdono rigenerante di Cristo. "Due noti psicologi hanno parlato di «incapacità di portare il lutto», vale a dire di incapacità di pentirsi; dell'incapacità di riconoscere che siamo noi stessi, non gli altri né le strutture sociali, a non farci vivere più giustamente. Ma possiamo riconoscere la verità della colpa - del nostro peccato - solo se ci viene concesso dal miracoloso amore di Gesù Cristo quel perdono che ha il potere di trasformare. Esso ci rigenera" (J. Ratzinger, Omelia nel Duomo di Regensbrurg, 14 Maggio 1989). La verità tutta intera ci fa dunque liberi di riconoscerci tali e quali siamo, con le nostre debolezze, con le nostre contraddizioni, unici e irripetibili, anche nei difetti perchè riconosciamo in Cristo il nostro Signore, Colui che ci sostiene, perdona e vivifica nel suo Spirito; siamo liberi di non lasciarci trascinare dal fiume di perdizione della società che ha rinnegato Dio e il suo amore. Lo Spirito cura, educa, istruisce e conduce la nostra coscienza sui sentieri del bello, del buono, del vero, anche in contrasto con la cultura dominante e i suoi modelli. Lo Spirito ci fa liberi di essere quello per cui siamo stati creati, immagine della Verità tutta intera che, nonostante tutto, risiede in ogni uomo. "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger, ibid.).


LA VERITA' DELLA CARNE RIVELATA DALLO SPIRITO

Omelia del Card. J. Ratzinger nel Duomo di Regensbrurg, 14 Maggio 1989

Riteniamo che una fede basata sullo Spirito Santo dovrebbe sgorgare esclusivamente dal cuore, che non dovrebbe conoscere dogmi e comandi, uffici e gerarchie, burocrazia e amministrazione, ma essere bensì solo Spirito e verità. Questa è l'illusione che da sempre associamo alla Pentecoste: che lo Spirito spazzi via tutto questo e ci conduca a un religione dello spirito, pura e libera. Chi crede questo (quasi tutti) misconosce la natura umana, perché l'uomo non è affatto puro spirito. Ciò cheè notevole è l'idea che Dio ha dell'uomo - che egli è spirito nella carne e carne attraverso lo spirito; che in lui vive l'unità della creazione; che lo spirito penetra la materia e ne trae un po' della sua forza, della sua vitalità, della sua pienezza; e che viceversa lo spirito colma la materia, sì che essa sia illuminata e rischiarata dalla Grazia della conoscenza. Dove carne e spirito sono separati, la carne si riduce a mero corpo e lo spirito a freddo calcolo, mera funzionalità. Questa scissione del mondo è la grande tentazione, la grande urgenza del nostro tempo. Perché oggi abbiamo esperienza proprio di ciò, che la carne è maneggiata ormai come corpo, che si può ormai fare, produrre, fabbricare in laboratorio e che al momento giusto, quando non ha più alcun valore, viene eliminato. Tale decadimento della carne a mero corpo si mostra col venir meno del rispetto di fronte al suo inizio e alla sua fine, perché non sussiste più quell'unità. Nello stesso tempo, qui si mostra anche il degrado dello spirito che è ormai solo calcolo e azione, perché non è più parte di quell'unità che Dio gli ha prescritto. È vero, Gesù stesso dice: «Lo Spirito soffia dove vuole». E così fa Egli. Lo Spirito irromperà ancora, di nuovo e inaspettatamente, trovandosi là dove non l'avevamo programmato e dove forse non ci piace. «Lo Spirito soffia dove vuole.» Il che però non vuoi dire disordine e anarchia, poiché il Signore aggiunge: «Se uno non è nato dall'acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,5). Lo Spirito si trasmette attraverso l'acqua, attraverso la fonte che sgorga dal fianco ferito di Gesù, dal suo cuore aperto. Esso si trasmette attraverso la personificazione della Chiesa e dei suoi sacramenti. Sulla croce, dopo la morte, il Signore non ha lasciato la propria carne, come qualcosa che avesse esaurito il suo ufficio e che poteva putrefarsi nella tomba, ormai priva di importanza. No, egli l'ha portata con sé, l'ha trasfigurata, mostrandoci così che lamateria ha qualcosa di divino, di eterno; che può trasformarsi e che Dio vuole realizzare l'unità di tutto il creato proprio attraverso questa sua creatura, l'uomo. Con i sacramenti si dona a noi lo Spirito. Perciò Agostino ha utilizzato queste audaci parole: «Tanto uno ha in sé dello Spirito Santo, tanto egli ama la Chiesa». La Chiesa nella sua più profonda verità, che non è amministrazione o burocrazia, che pure devono esserci ma che non sono l'essenziale. La Chiesa che è la risposta del Credo, il «sì» della fede; la Chiesa che è parola di perdono. La Chiesa è culto di Dio e Grazia del sacramento, nel quale lo Spirito si partecipa a noi corporalmente e Cristo attraverso lo Spirito di nuovo si fa carne in mezzo a noi. Certo vorremmo fuggire di nuovo la carne, perché vediamo quanto fango c'è al suo posto. Ma proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, non in questo modo rendiamo la Chiesa spirituale, nuova e libera, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo.


Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS IV n° 17 del 17/05/1837



« Lo Spirito di verità prenderà del mio e ve l'annunzierà »

Come il Paraclito, il nuovo Consolatore, essendo una sola cosa con il Figlio, essendo lo Spirito che procede dal Figlio, avrebbe potuto fare altro che manifestare il Figlio al mondo, mentre manifestava se stesso ? Come avrebbe potuto fare altro che spargere una luce nuova su colui la cui morte sulla croce apriva allo Spirito Santo un accesso nel cuore dell'uomo ? Perciò, benché la partenza del Figlio sia utile alla venuta del Consolatore (Gv 16, 7), non dobbiamo mai, in presenza del Consolatore, perdere di vista il Figlio. Cristo stesso non ha forse detto ai suoi discepoli : « Egli mi glorificherà » ?

In qual modo lo Spirito rende gloria al Figlio di Dio ? Rivela che colui che si faceva chiamare Figlio dell'uomo è il Figlio unico di Dio. Certo, il Nostro Salvatore aveva proprio dichiarato quanto conveniva a noi, ma gli apostoli non lo avevano capito. Anche mentre, per l'opera segreta della grazia, confessavano la loro fede con convinzione, non capivano ancora tutto ciò che pur affermavano... Il Salvatore non aveva forse cura di velare il suo segreto ? Non sembra forse aver voluto che questo segreto fosse svelato non all'istante, ma a posteriori ? Come se le parole divine dovessero aspettare ancora a lungo per ricevere la loro interpretazione divina.

È proprio questo che egli serbava per l'ora della venuta di colui che doveva mandare. Sarebbe lo Spirito a mettere in piena luce la sua persona e le sue parole... Perciò, soltanto dopo la Risurrezione di Cristo, anzi dopo la sua Ascensione, quando lo Spirito Santo è sceso su di loro, gli apostoli hanno finalmente capito chi era stato con loro. San Giovanni scrive : « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (Gv 2, 22).

Lunedì della VI settimana del Tempo di Pasqua



L'uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio,
di avere l’intenzione di seguire la propria volontà,
di sentirsi libero solo se è autonomo;
oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio.
Questo è tutto il dramma dell'umanità.
Ma in verità questa autonomia è sbagliata
e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé,
non è una schiavitù che violenta la mia volontà,
ma è entrare nella verità e nell'amore, nel bene.
E Gesù tira la nostra volontà,
che si oppone alla volontà di Dio,
che cerca l'autonomia,
tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio.

Benedetto XVI, Catechesi di mercoledì 20 aprile 2011


Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27.16,1-4.

Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi.

IL COMMENTO


Vi è una religiosità che non può accettare l'annuncio del Vangelo. Una forma di intendere e vivere la religione che non ha mai conosciuto Dio e il suo Figlio Gesù Cristo. E uccide il Signore, e crede così di rendere culto a Dio. E' fin troppo facile pensare all'Islam e all'Induismo nelle loro versioni più violente. Ma Gesù non parla di questi. Gesù parla di sinagoghe, e quindi di rabbini, e quindi dei suoi fratelli. Non era prevista, in quel momento, alcuna fondazione di una nuova religione. Si tratta di qualcosa di molto serio, angosciante, scandalizzante.

San Paolo scrive nel capitolo 8 della Lettera ai Romani che "chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene". Esiste dunque un solo Spirito, ed è quello del Padre e del Figlio, e solo colui che lo ha ricevuto appartiene a Cristo, ed in Lui, al Padre. Non conta essere circonciso ed appartenere al Popolo eletto. Lo ha ripetuto anche Gesù, e lo avevano annunciato molte volte i profeti. Non basta essere battezzato. Appartenere a qualcuno implica la sua conoscenza, che, secondo la Scrittura, significa una rapporto esistenziale profondo; il “conoscere” nella Bibbia è il verbo che descrive l’amore sponsale: una conoscenza che coinvolge l'intero essere. Lo Spirito Santo Consolatore inviato da Cristo dischiude la soglia di questa conoscenza e rivela così la Verità: uno Spirito, una Verità. Conoscere la Verità è essere ricolmi dello Spirito Santo Consolatore, permanere nell'intimità divina. E' questa la Verità fondamentale, un'esperienza esistenziale, una conoscenza da cui sgorgano, naturalmente, una visione delle cose, un discernimento e un agire conseguenti.

Chi non ha lo Spirito di Cristo non lo conosce e quindi non conosce neanche il Padre. Anche se profondamente religioso, anche se teologo o impegnato come nessun altro nel sociale. Anche se anima le messe parrocchiali e fa catechismo ai bambini. Anche se scrive cose ragionevoli sui giornali, le più ragionevoli. Anche se è onesto, e paga le tasse, e rispetta il codice della strada. Anche se è fedele a sua moglie e dialoga con i suoi figli. Conoscere il Padre ed il Figlio implica qualcosa di diverso e di più: aver ricevuto dall'alto lo Spirito Consolatore e vivere nella Verità, la più assurda, quella sulla quale tutti inciampano e si scandalizzano. La Croce Gloriosa del Signore. La sua cruda realtà. La Verità è l'amore rivelato in Cristo crocifisso. Chi dimora in Lui, chi lo conosce, chi ha il suo Spirito, vive crocifisso, sempre.

Solo chi è stato con Cristo sin dal principio, solo chi lo ha conosciuto nel suo intimo - il principio che fonda la sua natura - può riconoscere la Verità della Croce; solo chi è stato ferito dalla spada dello Spirito, dalla Parola di Dio penetrata in lui sino "al punto di divisione dell'anima e dello spirito, nelle giunture e nelle midolla", solo chi ha accolto, per pura Grazia, l'annuncio del Vangelo e da esso si è lasciato giudicare e amare, solo chi ha sigillata la Verità nel proprio spirito può vivere crocifisso. Si tratta infatti di una sapienza che il mondo non può conoscere, è scandalo per i religiosi e stoltezza per gli atei e pagani. La sapienza della Croce è il dono dello Spirito Consolatore che testimonia allo spirito di chi appartiene a Cristo, la sua adozione a figlio, l'amore di Dio che si rivela sulla Croce, come un diamante incastonato nella roccia.

La croce è l'amore al nemico, la Parola che Gesù ha annunciato nel Discorso della montagna: essa invita a non resistere al male, a lasciarsi defraudare sul lavoro, a non opporsi all'ingiustizia, a non difendere il proprio onore, a non rifiutare il disprezzo, ad occupare l'ultimo posto. La Croce è la vita di Cristo, e chi gli appartiene vive con Lui crocifisso, come un morto in questo mondo, e la sua vita è nascosta con il Signore in Dio. Chi è di Cristo conosce intimamente la Verità della Croce, il segreto di un'intimità che ogni istante vince la morte, che fa vivere ogni situazione, anche le più terribili, dolorose e fallimentari, come un passo al Cielo. Chi appartiene a Cristo ripete nel suo intimo l'Abbà, Papà pieno di confidenza sgorgato all'apice dell'angoscia del Getsemani.

Ciascuno di noi è stato scelto per appartenere a Cristo e vivere la sua vita, che non è più quella della carne: "Lo Spirito Santo, che è Dio insieme col Padre e col Figlio, ci libera dal peccato e dalla morte, e da terreni che siamo, cioè fatti di polvere e terra, ci rende spirituali, ci permette di partecipare alla gloria, divina, di essere figli ed eredi di Dio Padre, di renderci conformi all'immagine del Figlio suo, suoi fratelli e coeredi. Invece della terra ci dà generosamente il cielo e il paradiso" (Didimo di Alessandria,Trattato «Sulla Trinità»). Lo Spirito Santo, che ha spinto Gesù nel deserto, è Colui che ha condotto la sua natura umana a compiere la volontà del Padre, custodendo in essa l'intimità con Lui; è in questa volontà paterna che risiede la Verità, ed essa prevedeva la Croce. Si tratta dunque di una conoscenza reale, esistenziale che si realizza sull'aspro terreno del Giardino degli Ulivi, il crinale decisivo, la soglia fondamentale che Gesù ha attraversato con la sua carne, introducendola nell'obbedienza alla volontà di Dio, diversa e in antitesi a quella umana, pienezza dell'intimità di amore con suo Padre. Conoscere il Padre e conoscere Cristo è dunque ricevere e accogliere lo stesso Spirito che ha guidato Gesù nel Getsemani, l'abbandono totale alla volontà di Dio in ogni circostanza, per salire e non scendere dalla Croce che essa ha preparato per noi.

"“Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. Che cos'è questa mia volontà, che cos'è questa tuavolontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l'abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l'abisso del male... E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi;trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L'uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell'umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell'amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l'autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c'è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l'amore" (Benedetto XVI, Catechesi di mercoledì 20 aprile 2011).

Possiamo oggi entrare in questo "movimento" del Signore, passare dal nostro "no" al "si" del Figlio alla volontà del Padre, perché questa è la verità e l'amore, e così, pur non avendo conosciuto Cristo secondo la carne, essere "tirati verso l'alto", verso il principio, e sperimentare d'essere stati con Lui sin dal principio, di conoscerlo intimamente, e in Lui, il Padre. Uscire dai vincoli della carne per l'opera del Consolatore, e vivere la Verità di un amore crocifisso, quello che seguendo il mondo, non abbiamo potuto gustare. La libertà di una Verità che ci fa assaporare l'amore infinito di Dio, nella tribolazione, nel rifiuto, nello scatenarsi del male. Vedremo certo i religiosi fremere contro di noi, ucciderci in mille modi, con gli insulti, con il mobbing, con l'irrisione, con l'esclusione dal gruppo di amici o colleghi, e sarà perchè non conoscono né il Padre né il Figlio. Sarà scandalo sul luogo di lavoro, in famiglia, a scuola, con gli amici, con il fidanzato; forse anche lui ci lascerà, spaventato dalla Croce. Sarà lo scandalo di imbattersi in chi vive crocifisso con Cristo nella Grazia dello Spirito Santo, amando i nemici, pagando le tasse per chi non le paga e senza giudicare, lasciando che rubino dallo stipendio e facciano ingiustizia nel condominio, perdonando le ingiurie e non difendendosi dalle calunnie, prendendo su di sé il rifiuto di chi non comprende e disprezza e vuol cancellare dalla propria vista una "religione" tanto diversa da quella che fabbricata con le proprie mani e i propri criteri. Condividere il destino del Signore e dei suoi piccoli discepoli all'alba della Chiesa, la via che gli zelanti custodi dell'ortodossia e della tradizione ebraica consideravano un'eresia da estirpare, così come avevano fatto con quel blasfemo del suo iniziatore, Gesù il Nazareno. Così chi si oppone al nostro modo vivere il matrimonio, il rapporto con il denaro, il primato di Dio nella gerarchia dei valori - al di sopra di tutto, del lavoro, della scuola, degli stessi affetti - chi ravvede nel nostro camminare con Cristo un'eresia dell'autentica religione moralistica, legalistica e di facciata, anche nelle parrocchie, anche in famiglia, le tenterà tutte pur di dissuaderci, ci getterà fuori, illudendosi di dar culto a Dio.

Non sia questo per noi motivo di scandalo e di scrupoli. Non sia questo il motivo per nascondere il talento sotto terra, e rinunciare alla primogenitura. Il Signore ce lo annuncia e profetizza prima che avvenga proprio per testimoniare l'autenticità della nostra elezione, la bellezza e la pienezza dell'appartenere a Lui. Lo Spirito Santo che ci lega alla Croce, lo stesso che faceva pregare Isacco a suo Padre con quell'Aquedà (legami) così pieno di intimità e confidenza, ci testimonia nel profondo del nostro cuore la Verità di questa elezione: nell'amore incondizionato del Signore, crocifissi con Lui, morendo della sua stessa morte, come Stefano protomartire, guadagneremo a Cristo i tanti Paolo che, ora accecati, attendono l'unica via di salvezza, la misericordia che brilla nell'umile agnello immolato, la Verità che ci ha liberato e che offre a tutti le chiavi del Paradiso. Stefano, tu ed io; Paolo, i nostri amici, i colleghi, il fidanzato che ci ha lasciato, la suocera che non ci accetta, il collega che ci deride, il figlio che è scappato di casa: tutti in attesa della rivelazione dei figli di Dio, dello splendore della Gloria di Dio sui nostri volti crocifissi per amore, uno spicchio di Cielo dischiuso su tutti loro.


Il cristianesimo non è una religiosità solita.

Di Luigi Giussani

Anzi, io mi sono corretto mentre parlavo, volevo dire che il cristianesimo non è una "religione" (ma non è del tutto giusto questo, è troppo complicato difenderlo). Il cristianesimo non si presenta come una religiosità di cui non si sentono influssi, pretese, aiuti, delusioni, nella vita quotidiana ("nella vita quotidiana": ma già questo è un debordare nella pretesa che una religione deve avere). Cristo, comunque, non è un profeta, un parlatore che richiami la gente a qualcosa che a lui prema. Meglio, la religiosità propria del cristianesimo svela che il problema dell'uomo non è tanto ciò che, rendendosi ostile alla sua vita, viene indicato come tale, perciò odiato, eluso o escluso, o che, se è interessante per la sua vita, viene adottato come alternativa ad altre cose (così che si ha, da una parte, il "problema religioso" e, dall'altra, la vita). Io vorrei, insomma, sottolineare che la cosa che mi ha fatto più colpo di ciò che si è detto è che il problema della vocazione è il problema della vita, non del rapporto con Dio, con Cristo; immediatamente è il problema della vita. E Cristo interessa noi più di tutti gli altri innanzitutto perché tutto quel che dice, tutto quel che fa è espressione di una volontà di risposta alla vita. Questa è la prima cosa che, così come l'ha detta Carrón, rende quasi passabili le frasi che ho detto prima: che il cristianesimo non è una religione e che Cristo non è un profeta. Cristo è un uomo, è un uomo che non si può sentire o che non si può incontrare, con cui non si può stare, se non in una febbre di vita, in una volontà di vita, in un gusto della vita, nella passione per la vita. Perciò c'entri tu con lui, tu. Sei tu che c'entri con Cristo. Ma tutto tu. Dico che questa è la prima cosa per cui il cristiano è qualificato; squalificato nel mondo, ma qualificato (uno si "qualifica", via!) da chi lo conosce, da chi si interessa.

LUIGI GIUSSANI, settembre 1999


Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia.

Benedetto XVI, discorso pronunciato ricevendo in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
lunedì, 30 maggio 2011


Il termine "nuova evangelizzazione" richiama l’esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana. Il Vangelo è il sempre nuovo annuncio della salvezza operata da Cristo per rendere l’umanità partecipe del mistero di Dio e della sua vita di amore e aprirla ad un futuro di speranza affidabile e forte. Sottolineare che in questo momento della storia la Chiesa è chiamata a compiere una nuova evangelizzazione, vuol dire intensificare l’azione missionaria per corrispondere pienamente al mandato del Signore. Il Concilio Vaticano II ricordava che "i gruppi in mezzo ai quali la Chiesa si trova, spesso, per varie ragioni, cambiano radicalmente, così che possono scaturire situazioni del tutto nuove" (Decr. Ad Gentes, 6). Con sguardo lungimirante, i Padri conciliari videro all’orizzonte il cambiamento culturale che oggi è facilmente verificabile. Proprio questa mutata situazione, che ha creato una condizione inaspettata per i credenti, richiede una particolare attenzione per l’annuncio del Vangelo, per rendere ragione della propria fede in situazioni differenti dal passato. La crisi che si sperimenta porta con sé i tratti dell’esclusione di Dio dalla vita delle persone, di una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, fino al tentativo di marginalizzarla dalla vita pubblica. Nei decenni passati era ancora possibile ritrovare un generale senso cristiano che unificava il comune sentire di intere generazioni, cresciute all’ombra della fede che aveva plasmato la cultura. Oggi, purtroppo, si assiste al dramma della frammentarietà che non consente più di avere un riferimento unificante; inoltre, si verifica spesso il fenomeno di persone che desiderano appartenere alla Chiesa, ma sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede.

Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia. La missione non è mutata, così come non devono mutare l’entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli. Lo Spirito Santo che li spinse ad aprire le porte del cenacolo, costituendoli evangelizzatori (cfr At 2,1-4), è lo stesso Spirito che muove oggi la Chiesa per un rinnovato annuncio di speranza agli uomini del nostro tempo. Sant’Agostino afferma che non si deve pensare che la grazia dell’evangelizzazione si sia estesa fino agli Apostoli e con loro quella sorgente di grazia si sia esaurita, ma "questa sorgente si palesa quando fluisce, non quando cessa di versare. E fu in tal modo che la grazia tramite gli Apostoli raggiunse anche altri, che vennero inviati ad annunciare il Vangelo… anzi, ha continuato a chiamare fino a questi ultimi giorni l’intero corpo del suo Figlio Unigenito, cioè la sua Chiesa diffusa su tutta la terra" (Sermo 239,1). La grazia della missione ha sempre bisogno di nuovi evangelizzatori capaci di accoglierla, perché l’annuncio salvifico della Parola di Dio non venga mai meno, nelle mutevoli condizioni della storia.
Esiste una continuità dinamica tra l’annuncio dei primi discepoli e il nostro. Nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai smesso di proclamare il mistero salvifico della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ma quello stesso annuncio ha bisogno oggi di un rinnovato vigore per convincere l’uomo contemporaneo, spesso distratto e insensibile. La nuova evangelizzazione, per questo, dovrà farsi carico ditrovare le vie per rendere maggiormente efficace l’annuncio della salvezza, senza del quale l’esistenza personale permane nella sua contraddittorietà e priva dell’essenzialeAnche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante, capace di assumere tutto ciò che di buono vi è nella modernità. Mi auguro che nel lavoro di questi giorni possiate delineare un progetto in grado di aiutare tutta la Chiesa e le differenti Chiese particolari, nell’impegno della nuova evangelizzazione; un progetto dove l’urgenza per un rinnovato annuncio si faccia carico della formazione, in particolare per le nuove generazioni, e sia coniugato con la proposta di segni concreti in grado di rendere evidente la risposta che la Chiesa intende offrire in questo peculiare momento. Se, da una parte, l’intera comunità è chiamata a rinvigorire lo spirito missionario per dare l’annuncio nuovo che gli uomini del nostro tempo attendono, non si potrà dimenticare che lo stile di vita dei credenti ha bisogno di una genuina credibilità, tanto più convincente quanto più drammatica è la condizione di coloro a cui si rivolgono. E’ per questo che vogliamo fare nostre le parole del Servo di Dio Papa Paolo VI, quando, a proposito dell’evangelizzazione, affermava: "È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità" (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41).


Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa. Poesia, Pentecoste 1937


« Il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità »


Chi sei, dolce luce ? …
Sei forse il raggio che scaturisce come il lampo
dall'alto trono del Giudice eterno,
penetrando come il ladro nella notte dell'anima
che misconosceva se stessa (Lc 12, 39) ?
Misericordioso, eppure inesorabile,
penetri fino alla sua profondità nascosta.
L'anima è spaventata da ciò che vede di se stessa
e sta in un sacro timore
davanti al principio di ogni sapienza
che viene dall'alto
e ci ancòra saldamente in alto,
davanti al tuo operare che nuovamente ci ricrea,
Spirito Santo, raggio che nulla può fermare !

Sei forse la pienezza di spirito e di potenza
che permette all'Agnello di sciogliere i sigilli
del decreto eterno di Dio (Ap 5, 7) ?
Sul tuo ordine i messaggeri del giudizio
cavalcano per il mondo e separano,
con il taglio della spada, il Regno della luce
dal regno della notte (Ap 6, 2).
nuovo sarà il cielo e la terra nuova (Ap 21,1)
e tutto ritroverà il suo giusto posto,
sotto il tuo soffio leggero :
Santo Spirito, potenza vittoriosa !



COMMENTI
Ratzinger - Benedetto XVI « Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome»
Ratzinger - Benedetto XVI. SPIRITO DELLA VITA - SPIRITO NELLA CARNE
Ratzinger - Benedetto XVI. L'intelletto, lo spirito e l'amore.
Ratzinger - Benedetto XVI Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Lumen Gentium
Giovanni Paolo II. Egli vi darà un altro Consolatore
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Il Consolatore. P. R. Cantalamessa
P. R. Cantalamessa. Lo Spirito di Verità
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo

ESEGESI

F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Ratzinger - Benedetto XVI. "Vedere Gesù" nel Vangelo di Giovanni
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
I. De la Potterie. Che cos'è la verità

COMMENTI PATRISTICI

Sant'Agostino. Io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi.
Sant'Agostino. Il dono di un altro Paraclito.
San Basilio. Dal Trattato sullo Spirito Santo
S. Ilario. Il dono del Padre in Cristo

TEOLOGIA
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
Spirito. Dizionario interdisciplinare di Scienza e fede
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo
L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre
Ratzinger. Verità del cristianesimo?
I. De la Potterie. Che cos'è la verità
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia
Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità



TERMINI NOTEVOLI


Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità