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22 Febbraio. Cattedra di San Pietro



In forza del suo Battesimo il cristiano 
non deve affatto considerarsi come escluso dalla vita 
del suo popolo o della sua famiglia, 
ma la sua esistenza deve dispiegarsi 
in totale armonia con gli impegni presi; 
e questo comporta necessariamente rotture 
con gli usi e i costumi della propria vita precedente, 
perché il Vangelo è un dono che viene dall'alto. 
Per vivere nella fedeltà agli impegni battesimali, 
dunque, ognuno deve avere una solida formazione nella fede
per poter fronteggiare nuovi fenomeni 
della vita contemporanea quali la crescente urbanizzazione, 
la disoccupazione diffusa tra i giovani, s
eduzioni materialiste di ogni genere 
o l'influsso di idee provenienti ormai da ogni orizzonte.

Benedetto XVI, discorso ai vescovi di Senegal, Mauritania, Guinea Bissau e Capo Verde




Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».


Il commento

«Ipse est Petrus cui dixit: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”. Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos davidicos). «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna». Pietro e la Chiesa, la vita e la fine della morte. Pietro sulla soglia del desiderio di ogni uomo, il nostro d'oggi, il più profondo, il più intenso, l'anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, o gesto: La vita e mai più nessuna morte. I peccati stessi gridano il nostro desiderio di felicità eterna, che si tramuta purtroppo in fuga da ogni sofferenza confondendo il piacere con l'eterno esistere a cui aspiriamo. Le guerre, i divorzi, gli aborti, gli abomini genetici, e le nostre ore intrise di rabbia, malinconia, ribellioni e mormorazioni, in fondo tutto esprime la volontà di non arrendersi all'ineluttabile scorrere, spesso purtroppo in forma paradossale che sa invece proprio di morte. Ma anche quando si uccide in nome della vita, dietro l'egoismo, la paura e l'inganno, si nasconde la nostalgia di pienezza che non accetta la corruzione, e vorrebbe cancellarla, goffamente e perversamente chissà, ma è comunque un grido che getta un accorato appello alla vita che sfugge ad ogni presa. Tutti drogati di qualcosa o di qualcuno, sperando il cristallizzarsi, seppur effimero, d'un secondo almeno, un istante di tregua e di pace dove cullare le deluse speranze vissute solo in un sogno. Leopardi descriveva magistralmente i sentimenti che s’affastellano in noi: "Questo è quel mondo? questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano" (G. Leopardi, A Silvia). Il "vero" della storia di ogni giorno ci travolge, e ci spalanca "ignude tombe", e dolori, e lacrime, e delusioni. La vita come il cammino dei due discepoli di Emmaus, che avevano sperato in Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, dal quale si attendevano la liberazione e che invece.... Anche Lui era chiuso in una "tomba ignuda", anche Lui "all'apparir del vero" era caduto "misero" e solo. Ed erano passati tre giorni ormai. E quelle lacrime aspre di Pietro, sgorgate dal tradimento di un amore strozzato nella paura di morire, di fare la stessa fine atroce del suo amico. Come noi, come tutti. Lacrime e delusioni, sconfitte e "ignude tombe". E nudo il Signore è sceso nella tomba, un sudario a venerarne le piaghe, e una pietra a sigillare le speranze. Tre giorni là dentro, un'eternità di silenzio. E fuori le lacrime della Maddalena, scorrevano sulla pietra che aveva recluso ogni speranza e desiderio.

E poi ecco la sera del primo giorno dopo il sabato: i chiavistelli della vita ben serrati, la stanza d’una pasqua appena volata via, all'imbrunire d'un giorno di paura, d’improvviso un volto incandescente di luce, e una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La sua voce, il suo volto, le sue piaghe: è Lui, è proprio il Signore, la prova inconfutabile risplende nei segni del suo amore inchiodato ad un legno, in quella luce unica che sembra accarezzare le sue ferite. E la gioia incontenibile, indescrivibile, per un desiderio neanche osato che si era compiuto gratuitamente: Gesù era morto, lo avevano visto, e ora era lì vivo, tornato dall'ignuda tomba, e lo stavano vedendo, mentre mangiavano con Lui. In quel cenacolo era esplosa la vita sperata da ogni uomo, di ogni tempo. e luogo, e cultura. La morte non faceva più paura, il suo pungiglione, il peccato non c'era più, era rimasto inchiodato sul Legno piantato sul Golgota. In mezzo a quel manipolo terrorizzato, che era scappato, che aveva tradito, era planato l'amore, disceso come rugiada il perdono. E tra tutti Pietro, la pietra che s'era sfaldata, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono lo rendeva finalmente la roccia su cui il Signore aveva fondato la sua Chiesa. La beatitudine di Pietro e di tutti noi, è tutta in questa esperienza: per confermare nella fede la Chiesa attraverso i secoli, Pietro, il primo Papa, ha conosciuto un perdono che né carne e né sangue possono rivelare, quello che viene dal sepolcro, che ha attraversato l'inferno, e per questo gratuito e immeritato. Perdonato, sanato e salvato, da quella sera Pietro ha gli occhi purificati, aperti con fede in quelli di ogni Papa della storia. Solo uno sguardo purificato nel vedere e sperimentare il perdono, può riconoscere Dio onnipotente in un povero rabbì di Nazaret, innocente in un condannato a morte, vivo in un relitto d'uomo appeso esanime  a una croce. Nella precarietà, nelle contraddizioni della carne, in un corpo corruttibile, abita Dio, la Vita nella morte. Questa è la fede della Chiesa, la risposta ad ogni desiderio e speranza, sulla strada di Emmaus e su quelle d'ogni uomo, all'apparir d'ogni vero e in tutte le ignude tombe. Pietro è chiamato a confermare questa fede, perché essa offra al mondo attraverso la Chiesa i segni autentici e credibili della vita che risplende nel perdono più forte della morte. Per questo la Cattedra di Pietro è la cattedra della misericordia; nella Chiesa, infatti, si apprende l'amore. Pietro, ed ogni Papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente ad ogni uomo l'amore di Dio, gettando le reti del perdono sui mari di morte che avvolgono il mondo. Sulla porta del mondo, Pietro dischiude le porte della sua casa, la Chiesa dov'è vivo Cristo, le viscere di misericordia di Dio. Dialogo, tolleranza, rispetto, tutto va bene per le umane, povere forze spese ad arginare il male. La casa di Pietro invece spalanca il Cielo, l'amore eterno, che il mondo non conosce, unico scoglio ad infrangere ogni male. 




"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo" (Benedetto XVI, omelia alla Santa Messa di inizio Pontificato).





PER APPROFONDIRE







CONSIDERAZIONI DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE RIGUARDO GLI ATTI DEL SIMPOSIO SU IL PRIMATO DEL SUCCESSORE DI PIETRO NEL MISTERO DELLA CHIESA

Le ragioni di Pietro


















Giovedì della VI settimana del Tempo Ordinario

Che io conosca me e che io conosca te;
che io conosca me per umiliarmi, e che io conosca te per amarti.

S. Agostino, Soliloqui, II,1,1


Dal Vangelo secondo Marco 8,27-33.


Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».


IL COMMENTO

Una domanda e un rimprovero, le parole di Gesù rivolte ai discepoli, a Pietro, a ciascuno di noi. Il Vangelo di oggi è stretto in questa morsa perchè fuoriesca il pus che giace nascosto nei nostri cuori e nelle nostre menti. Pensare secondo gli uomini. Ecco il veleno.

La parola greca che nel Vangelo indica il pensiero, assume una gamma di significati che ci aiutano a comprendere il senso di quanto detto da Gesù. Tutti ruotano attorno a quello più profondo di "sapienza". La stessa che diviene astuzia nel caso del serpente di Gen. 3. Ma anche la sapienza creatrice di Dio, come appare in più testi della letteratura sapienziale, dove l'uso del vocabolo secondo il greco della traduzione della LXX assume il senso di giudizio, perspicacia, discernimento. Nei Vangeli, il termine indica spesso una sapienza capace di valutare, di aspirare ad una meta, di prendere posizione. Il pensiero è legato alla sapienza, che può essere secondo la carne o secondo Dio.

Il pensiero-sapienza è una sorta di Dna spirituale. Nella natura, esso rappresenta la molecola chiave nell'economia della cellula. Come in una "catena" di informazioni, nel Dna è contenuta l'informazione genetica dalla quale partono tutte le informazioni su come deve essere fatta e su cosa deve produrre una cellula. L'informazione viene poi trasmessa alle generazioni successive.

Potremmo chiederci quale sapienza vi sia all'origine dei nostri pensieri, delle aspirazioni, e delle scelte, e dei nostri atti. Se il nostro Dna spirituale stia scrivendo una catena carnale o una catena divina. Se in noi tutto è scomposto, frammentato, se i dubbi la fanno da padrone, o se si può riscontrare un centro, un origine che infonde pace, gioia, gratitudine. "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie" (J. Ratzinger, Omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice). La dittatura del relativismo che governava anche i pensieri dei contemporanei di Gesù, la gente che diceva su di Lui le cose più diverse. Esattamente come farà Pietro prendendo in disparte il Signore per rimproverarlo. La gente ha i propri schemi, il Dna del pensiero disegna sugli eventi presenti una catena di informazioni che inducono a prendere posizione, a discernere, a fissare obiettivi,ma sono tutti secondo la carne. Le risposte della "gente" circa l'identità di Gesù sono tutte confinate in un passato - Giovanni Battista, Elia, uno dei profeti - che si proietta sul presente allungandosi sul futuro. E' la traccia evidente dell'opera di satana, il suo Dna millantatore e ingannatore. Gli effetti si rivelano in Pietro, adirato, scandalizzato, in contrapposizione con la stessa opera di Dio della quale si protestava addirittura difensore.

Gesù infatti lo apostroferà con il nome che smaschererà l'origine del suo pensiero. Pietro ha intuito, perchè il Padre glielo ha rivelato, la vera identità del suo Maestro, ma la concupiscenza della carne impedisce lo sguardo di fede, e ne incita la ribellione. San Paolo descrive bene nel capitolo 8 della Lettera ai Romani la realtà di Pietro. identica alla nostra. Appartiene a Cristo chi ne ha lo Spirito, potremmo dire il pensiero secondo altri testi paolini. Pensare secondo la carne, seguirne i desideri significa essere nemici di Dio. Pietro con i suoi pensieri umani, carnali, era un nemico di Dio, sino ad identificarsi con esso, con il nemico, Satana. Diventava così scandalo, l'inciampo sul cammino di obbedienza che il Figlio doveva percorrere. Il pensiero di Pietro si era posto innanzi e di traverso a quello di Dio. Gesù doveva soffrire ed essere rifiutato per risorgere. Era questa la missione di Cristo, del Messia, che Pietro aveva pur riconosciuto e confessato. Era il Figlio dell'uomo, l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio. Era la Sapienza stessa di Dio, la scandalosa Sapienza della Croce. Per questa sapienza Egli doveva donare la vita, e non era un dovere morale, ma, come suggerisce l'originale greco, era una necessità di tipo naturale. Era nel Suo Dna l'amore per i propri amici e anche per i propri nemici, sino alla morte. Lui pensava un amore infinito.

Altro aveva in mente Pietro. Altro abbiamo in mente noi. Anziani, sacerdoti, scribi, sono tutte categorie che portiamo dentro. Costituiscono la catena del Dna dei nostri pensieri. Prestigio, potere, intelligenza, religione. Sì, anche la religione, come un totem capace di soddisfare i nostri desideri. Gesù sarà rifiutato proprio dai nostri pensieri, la cui immagine appare chiaramente nelle categorie "religiose" che storicamente lo condurranno al supplizio: "Sono le tre maschere dell'unico male, l'egoismo... Corrispondono alle tre concupiscenze sulle quali si struttura il mondo...e ai tre aspetti seducenti e illusori del frutto proibito, che già ad Eva parve buono, bello e desiderabile" (S. Fausti,Ricorda e racconta il Vangelo). Il veleno di satana, il Dna impazzito dei nostri pensieri.

E proprio qui appare la salvezza, per Pietro e per ciascuno di noi. L'amore infinito di Gesù, che chiama per nome il nostro pensiero corrotto, per tirar fuori ed espellere il veleno che ci distrugge. Satana. Pietro. Tu. Ed io. Satana che occulta la verità scoprendone solo un pezzettino. Satana che mostra il rifiuto e la morte e nasconde la risurrezione. E Pietro ci casca, e sgrida il Signore. Non ha sentito, non ha potuto ascoltare la buona notizia che il Signore aveva annunciato subito dopo l'annuncio della passione, si era bloccato alla parte che riguardava il dover soffrire, il suo pensiero inquinato gli aveva sottratto l'epilogo di Gloria. Non aveva compreso l'amore, il dover morire per risuscitare, il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati, per cancellarli e per risorgere, garanzia del perdono e della vita eterna. Lo capirà più tardi, quando l'evento annunciato si farà carne in Lui, la carne santificata dallo Spirito di Cristo risorto. Quando il pensiero sarà, per mezzo dello Spirito Santo, lo stesso pensiero di Cristo, e guiderà la sua carne ad essere offerta in una missione identica a quella del Signore. Sino alla Croce. Quello che ora rifiuta sarà il suo destino, la morte con la quale glorificherà chi ha rifiutato. E così per noi. Esattamente quello che stiamo oggi rifiutando sarà il nostro trofeo, il candelabro sul quale brillerà la luce del Padre in noi. Malattie, fallimenti, rifiuti. La nostra croce.

Per ora però, Pietro deve scendere, tornare, convertirsi. Tornare a camminare dietro Gesù. La traduzione scelta non ci aiuta a capire l'amore di Gesù verso Pietro. In greco non dice "lungi da me" ma "dietro di me". Quest'ultima è l'espressione che caratterizza il discepolo. Gesù vuole Pietro vicino. Ci vuole con Lui, ma al nostro posto. Non ci giudica, ci illumina. Ci dice la verità e svela quel che abbiamo nel cuore e nella mente. E ci attira a sé con amore, per imparare a seguirlo, a camminare umilmente ogni giorno con Lui, per conoscerlo negli eventi della vita. Seguirlo e conoscerlo nella misura in cui conosciamo noi stessi. Siamo oggi chiamati a pregare con San Francesco "Chi sei tu Signore, e chi sono io?" (Consid. sulle stimmate). Camminare con Lui per ricevere da Lui, in dono, il Suo Spirito, il Dna sano della Sapienza celeste, quella della Croce, per pensare le cose secondo Dio, quelle di lassù per vivere quaggiù. "Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità" (J. Ratzinger, Omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice).



San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa

Catechesi 13, 1-4 : PG 33, 771-778


« E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire. »

Non dobbiamo vergognarci della croce del Salvatore, ma anzi gloriarcene. Perché se è vero che la parola della croce è « scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (1 Cor 1, 18.23), per noi è fonte di salvezza. Se per quelli che vanno in perdizione è stoltezza, per noi che siamo stati salvati è fortezza di Dio. Infatti non era un semplice uomo colui che diede la vita per noi, bensì il Figlio di Dio, Dio fatto uomo. Se una volta quell'agnello, immolato secondo la prescrizione di Mosè, teneva lontano l'angelo sterminatore, non dovrebbe avere maggior efficacia per liberaci dai peccati « l'Agnello che toglie il peccato del mondo » (Gv 1, 29) ?

Sì, Gesù ha veramente sofferto per tutti gli uomini. La croce non era un simulacro. Altrimenti anche la redenzione sarebbe stato un simulacro. La morte non era un'illusione ; la Passione fu reale. Cristo è stato veramente crocifisso ; non dobbiamo vergognarcene. È stato crocifisso ; non dobbiamo negarlo. Anzi, lo dico con fierezza... Riconosco la croce perché ho conosciuto la risurrezione. Se il crocifisso fosse rimasto nella morte, forse non avrei riconosciuto la croce e l'avrei nascosta, come pure avrei nascosto il mio Maestro. Invece la risurrezione ha fatto seguito alla croce, e non mi vergogno di parlare di essa.


San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Cantico spirituale, 36-37
« Tu non pensi secondo Dio »

Per quanti misteri e meraviglie abbiano contemplato le anime sante in questa vita, la maggior parte è rimasta inespressa e ancora da comprendere. Resta molto da approfondire nel Cristo! Egli è come una ricca miniera piena di molte vene di tesori, delle quali, per quanto sfruttate, non si riuscirà mai a toccare il fondo o a vedere il termine; anzi, in ogni sinuosità, qua e là, si trovano nuovi filoni di altre ricchezze. Ciò faceva dire a san Paolo, parlando del Cristo: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio ! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie » (Rm 11,3). Oh, se l’anima riuscisse a capire che non si può giungere nel folto delle ricchezze e della sapienza di Dio, se non entrando dove più numerose sono le sofferenze di ogni genere, riponendovi la propria consolazione e il proprio desiderio ! Come chi desidera veramente la sapienza divina, in primo luogo brama di entrare veramente nello spessore della croce !… Per accedere alle ricchezze della sapienza divina la porta è la croce. Si tratta di una porta stretta (Mt 7,13) nella quale pochi desiderano entrare, mentre sono molti coloro che amano i diletti a cui si giunge per suo mezzo.


Dall'omelia di inizio pontificato di Benedetto XVI.

Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: 'Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecorè, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini".
"Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. 'Pasci le mie pecore’, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento.
La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: 'E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo" (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uominì (Lc 5, 1 11)".
"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo".
"Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all'unità. 'Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: 'sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo" (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l'unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen"



Immagini su Gesù e Pietro con i commenti di don Giussani



La crocifissione di San Pietro, Caravaggio, 
Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma




Il volto di Pietro, Beato Angelico, particolare della 
Deposizione,Pala di Santa Trinita,
Museo di San Marco, Firenze



    ... Il gallo cantò per la terza volta.

    Gesù uscì dalla sala...

    ... e Simon Pietro, seguendo il rumore,

    guarda dalla sua parte.

    Lo vede e « pianse amaramente ».


    Lo stesso Pietro che da quel momento

    è diventato vergognoso e intimidito,

    perennemente intimidito,

    anche se non riusciva a trattenere

    i suoi slanci abituali,

    li compiva, poi si fermava bloccato

    dalla vergogna, dalla vergogna del ricordo...






Il volto di Pietro, Eugène Burnand, particolare di 
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro il mattino
della resurrezione, Musée d'Orsay, Parigi 





La pesca miracolosa, Duccio di Buoninsegna, particolare 
dell'Apparizione di Cristo sul Lago di Tiberiade, 
Museo dell'opera del Duomo, Siena


    ...era là in disparte quella mattina sulla riva...

    erano là tutti intorno quel mattino,

    in silenzio timoroso, intimiditi

    così che nessuno domandava qualche cosa

    perché tutti sapevano

    che era il Maestro. Nella frescura di quell'ora mattutina
    coi pesci - quei pesci
    che si agitavano ancora
    alle loro spalle - dopo una notte
arida
    erano là a mangiare il pesce...

    ...il pesce preparato da Lui

    che aveva pensato anche al loro mangiare

    perché sarebbero tornati stanchi.

    Il Signore si era steso vicino,

    era lì vicino,

    a mangiare con loro. Il Signore lo guardava.
    Lui sguardava, ma non guardava
    perché aveva vergogna più del solito...
    Il Signore forse l'avrà guardato intensamente
    finché Pietro disagiato da quello sguardo fisso
    si sarà voltato, come a dire « Che vuoi?».








Il volto di Pietro. 
e il volto di Cristo,
Masaccio. particolare del Tributo,
Cappella Brancacci, Chiesa del
Carmine, Firenze




Gesù e Pietro, Duccio di Buoninsegna, particolare 
della Vocazione di Pietro e Andrea, 
National Gallery of Art, Washington


    E Gesù, immediatamente,

    senza porre frammento di tempo

    in mezzo: « Simone, mi ami tu più di costoro?».
Lo diceva a chi l'aveva offeso,

    lo diceva al temperamento più facile

    all'incoerenza,

    al traditore. Dopo Giuda, lui.

    Ma in lui era evidente che Cristo era. « Signore, tu lo sai che ti amo».




Il volto di Pietro, particolare di 
Pietro guarisce i malati
Cappella Brancacci, 
Chiesa del Carmine, Firenze




Il diniego di Pietro, Duccio di Buoninsegna, 
Museo dell'opera del Duomo, Siena


    Non poteva non voltare

    la faccia e dire

    la sua risposta.

    Non poteva.

    Sarebbe stata

    una menzogna


    Gli voleva bene, l'aveva tradito ma gli voleva bene.

    Perciò si è voltato verso di Lui e gli ha dato quella risposta che non

    era mai venuta meno, eccetto che in quei momenti terribili. Gli ha dato la risposta per cui era continuamente
    voltato verso di Lui, dovunque fosse,
    fosse sulla barca, nel mare del mattino,
    tra la folla sulla montagna
    quando era in casa e Lui non c'era...





        La chiamata di Pietro, Beato Angelico, miniatura del messale 558,

        Museo di San Marco, Firenze



        ...sempre era rivolto a Lui.





        Il figliol prodigo, particolare, Rembrandt, Museo dell'Ermitage,

        San Pietroburgo



        Non è vero che ti ho odiato,

        non è vero

        che non ti ho amato...

            perché «tu lo sai, Signore, che ti amo».

            Ma è il contrario di quello che hai fatto...

            Io non so come sia,

            so che è così.





        Gesù e Pietro, Duccio di Buoninsegna, particolare

        dell'Apparizione di Cristo sul Lago di Tiberiade,

        Museo dell'opera del Duomo, Siena



          « Simone, mi ami tu?».

          Non ha detto «Non peccare non tradire,

          non essere incoerente».

          Non ha toccato nulla di questo.

          Ha detto:« Simone, mi ami tu?».


              Ognuno di noi

              non riesce a sfuggire completamente

              al fatto

              che Cristo è amabile a da noi

              esattamente così come siamo.





        Maria Maddalena, Giotto, particolare del Noli me tangere,

        Cappella degli Scrovegni, Padova





        Cristo e i discepoli di Emmaus, Caravaggio,

        particolare della Cena a Emmaus,

        Pinacoteca di Brera Milano



          Cristo è chi si compiace di noi.

            di me,

            dice san Pietro piangendo,





        La crocifissione di San Pietro,particolare, Caravaggio,

        Chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma





        Maria Maddalena, Masaccio,

        particolare della Crocifissione,

        Museo Capodimonte, Napoli





        La samaritana al pozzo,

        Sano di Pietro, particolare del

        Polittico dell'Assunta, Pinacoteca, Siena





        Il buon ladrone, Beato Angelico, particolare della

        Crocifissione e Santi, Museo di San Marco, Firenze


          la Maddalena, la Samaritana,

          l'assassino

            Cristo è colui che si compiace di me

            e perciò mi perdona.





        Cristo in croce, particolare di

        San Domenico adorante il crocifisso,

        Museo di San Marco, Firenze





        L'apostolo Giovanni col capo appoggiato sul

        braccio di Cristo, Tilman Riemenschneider,

        particolare dell'Altare dell'ultima cena,

        Sankt-Jacob, Rothenburg



        Mi ama e mi perdona.