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Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario



San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, 
la volontà umana è orientata a quella divina 
ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. 
Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: 
Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, 
l’essere pienamente se stessi. 
Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; 
in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento 
che le dà la Persona Divina. 
Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: 
il suo essere Figlio di Dio. 
La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, 
che si abbandona totalmente al Padre. 
Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, 
l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; 
solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, 
si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, 
quello di essere completamente liberi.

Benedetto XVI




Mc 9, 14-29


In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».
Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «E' morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».


IL COMMENTO


Abbiamo bisogno di sentirci ripetere che "Tutto è possibile a chi crede". Abbiamo bisogno di poter appoggiare a queste parole la nostra incredulità. Quante preghiere avvolte in quel "se tu puoi" che le rende inefficaci. Per questo dobbiamo conoscere il Signore, imparare ad aver fede, appoggiarci a Lui incondizionatamente, per cancellare ogni se dalla nostra preghiera, ogni sospetto dal nostro amore, perchè divenga consegna di tutto noi stessi, abbandono senza riserve. Perchè ogni "se" sia trasformato in "si", in un amen che professi la fede che si fa carità. In fondo, è questa la missione della Chiesa: ripetere queste parole di Gesù, dinanzi ad ogni demonio che tiene imprigionato l'uomo, far conoscere il Signore e il suo potere sul peccato e la morte, annunciare il Vangelo del suo mistero pasquale. Il cuore della predicazione è racchiuso in queste semplici parole, ma ha un potere immenso. Schiudere le porte dei nostri cuori e suscitare il desiderio della fede. Soffriamo e non possiamo salvarci. Il demonio ha buon gioco e ci fa muti e sordi, ci irrigidisce, e così ci rende incapaci di amare, di relazionarci con chi ci è prossimo. Andiamo in collera per un nonnulla, non sentiamo le ragioni degli altri, siamo chiusi in noi stessi, prigionieri del nostro personalissimo mondo. Questo significa essere sordi e muti, non avere relazione con l'esterno, uomini e fatti ci restano estranei. Da qui le convulsioni,  il digrignare i denti, l'ira, la tristezza, l'accidia. 


Ogni peccato è figlio dell'orgoglio, la catena con cui il demonio ci inganna e ci fa schiavi, chiudendoci a Dio e al prossimo. «Da quanto tempo gli accade questo?»... «Dall'infanzia». Da quanto tempo siamo incapaci di perdonare? Da quanto tempo ci chiudiamo a riccio di fronte a certe situazioni? Da quanto tempo la minima avvisaglia di umiliazione ci riempie di spavento e cominciamo a tremare e ci difendiamo, magari attaccando gratuitamente chi ci è accanto? Da quanto tempo scappiamo nella dissimulazione, nella menzogna? Da quanto tempo non possiamo fare a meno di essere al centro dell'attenzione? Da quanto tempo? Dall'infanzia, da quando il demonio, ingannandoci, ha conficcato la menzogna nel nostro cuore e nella nostra mente. Prendendo spunto da una sofferenza, da un'ingiustizia, dalla Croce con la quale ogni uomo è segnato sin dalla nascita, il demonio ci ha reso schiavi dei suoi desideri che cercano, sempre, di uccidere Cristo, la Verità, l'amore. Il figlio indemoniato del Vangelo di oggi è immagine di ogni uomo, che fin dall'infanzia, fin dal grembo materno è stato concepito nel peccato, è figlio di una generazione incredula, la stirpe di Adamo ed Eva. L'incredulità genera sempre orgoglio. Il peccato originale è la mancanza di fede nell'amore di Dio: Adamo ed Eva non hanno creduto alla parola d'amore di Dio con la quale li invitava ad accogliere l'unica via alla felicità, al possesso eterno della beatitudine: rimanere nel suo amore come creature. Con la parola che gli proibiva di mangiare dei frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male li voleva proteggere dalla morte, dal fallimento della propria vita, dal peccato. Appropriarsi di quell'albero avrebbe significato salire sul trono di Dio e sedersi ai comandi di una navicella spaziale senza neanche sapere dove accendere il motore. La vita diviene allora un missile impazzito gettato nel vuoto, senza sapere da dove si viene e dove si è diretti. Credere di essere Dio senza esserlo, illudersi di essersi appropriati della fonte della vita, di essere entrati nella stanza dei bottoni laddove si decide quel che è buono e quel che è male, autonomamente; e la vita, la natura, la ragione, il cuore, tutto si ribella come abusato, violentato da chi non aveva il diritto di decidere e stabilire nulla. "L'uomo vuol diventare Dio e deve diventarlo. Ma ogni volta che, come nell'eterno dialogo col serpente in Paradiso, cerca di arrivarci distaccandosi dalla protezione di Dio e dalla sua creazione per contare solo su se stesso e affermarsi in modo indipendente da Dio, ogni volta che, in una parola, diviene completamente adulto, emancipato, e rigetta l'infanzia come stato di vita, finisce nel nulla, perché si oppone alla verità di se stesso che è la dipendenza. E' proprio mantenendo ciò che è proprio dell'infanzia e dell'essere figlio, vissuto prima di tutto da Gesù, che egli entra col Figlio nella divinità" (J. Ratzinger, Il Signore Gesù Cristo).


La libertà che ci è data non è quella di stabilire che cosa sia bene o male, ma è quella che appare nella Vergine Maria, la nuova Eva, di fronte all'annuncio dell'angelo. La libertà di accogliere il bene, l'unico adeguato all'uomo perchè entrambi opere di Dio, e rigettare il male, inadeguato all'uomo, perchè opera del demonio, nemico di Dio e della sua creatura. Così in ogni circostanza della nostra vita, nelle relazioni matrimoniali, nella sessualità, negli affetti, nel rapporto con i beni, con il lavoro: ogni istante della nostra vita reca un annuncio, il bene ci viene incontro incastonato nella volontà di Dio; ma anche il male è lì, accovacciato, come una possibilità molto concreta, e si annida nel rifiuto della stessa volontà divina. Tutto concorre perchè noi si possa accogliere la storia d'amore che Dio prepara per noi, la Grazia scende come acqua dal Cielo per irrigare e spingerci ad abbandonarci, con fede, all'amore di Dio. Ma il demonio esiste e si frappone sempre e insinua il dubbio, agita lo spettro della sofferenza, della solitudine, e ci spinge a farci dio, a stabilire le regole del gioco, a dare la qualifica di bene agli appetiti da lui suscitati, alla menzogna da lui insinuata, e di male a quanto proviene da Dio. Prestare fede a questo inganno è l'altra faccia della stessa medaglia dell'incredulità: credere al demonio è non credere a Dio. Le conseguenze sono quelle che appaiono nel ragazzo del Vangelo. Tutto si fa ostile, ci getta nel fuoco delle passioni, nell'acqua della depressione, tutto diviene strumento di morte, la vita stessa vuole ucciderci. Quello che ci è dato per conoscere e amare Dio ed essere autenticamente felici, per l'incredulità che genera l'orgoglio, si trasforma in una trappola mortale. 


E non c'è verso, non possiamo farci nulla. Sino a che non giunge Gesù a scuotere l'inganno, lo spirito di menzogna che ha rapito il nostro spirito. E schiumiamo, ci agitiamo, non vogliamo scoprirci peccatori, e ci difendiamo. Gesù si scontra con la nostra incredulità, se ne rammarica sin nel profondo, e non può più sopportare di vederci così ingannati, stare con noi incatenati alla menzogna che si fa peccato non può sopportarlo. Lui viene per strapparci alla tomba e farci suoi. Così desidera stare con noi, eternamente. Per questo soffre infinitamente del nostro metterlo sullo stesso piano dei tanti falsi profeti che non hanno potuto nulla sulla nostra vita. In quel "se tu puoi" è tutta la nostra incredulità, la superficialità e l'opportunismo con cui sino ad oggi ci siamo accostati al Signore. 


Ed ecco lo schiaffo che ci salva: il rimprovero, la gelosia, la passione ardente di Gesù: "Tutto è possibile per chi crede". Le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria. Parole d'amore come una mano tesa, un appoggio sicuro cui abbandonare la propria vita, i propri dolori, i dubbi, le angosce, i fallimenti. Parole che schiudono le labbra e il cuore ad un grido, quello decisivo: "credo, aiutami nella mia incredulità". E' questa l'apparente contraddizione che ci apre alla conversione e alla salvezza. Credere che siamo increduli. E credere che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità, Lui, autore e perfezionatore della nostra fede. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", ed è la nostra povera carne mendicante di vita. In questa preghiera c'è tutta la nostra vita, il cammino di fede a cui siamo chiamati. Il nulla che siamo non è allora l'inizio della fine, ma l'aurora della salvezza. Basta solo una parola, l'annuncio amoroso che Dio può tutto, soprattutto l'impossibile. E' questa la preghiera con cui la Chiesa, ogni apostolo, può cacciare i demoni. La preghiera radicata nella fede, nella conoscenza intima e appassionata del Signore, nel suo amore infinito, nell'accoglienza libera e confidente della sua volontà, come Maria: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua Parola" Solo chi ha nel cuore questa preghiera sarà capace di pregare e scacciare i demoni dai fratelli, annunciare con potenza la liberazione dalla propria volontà, la bellezza della Verità, accompagnare dall'incredulità alla fede, e sciogliere la lingua nella lode per l'opera d'amore che Dio ha preparato per ogni uomo.




Erma (2° secolo)
Il Pastore, Nono precetto




« Aiutami nella mia incredulità »


Rimuovi da te l'incertezza e non dubitare assolutamente di chiedere a Dio, dicendo in te stesso: «Come posso chiedere e ricevere dal Signore avendo io peccato molto contro di lui?». Non pensare così, ma con tutto il tuo cuore rivolgiti al Signore e pregalo con fermezza, e conoscerai la sua grande misericordia, perché non ti abbandonerà, ma compirà la preghiera della tua anima. Dio non è come gli uomini che serbano rancore, ma egli non ricorda le offese ed ha compassione per la sua creatura. Tu, intanto, purifica il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e dai vizi, e chiedi al Signore. Riceverai tutto e sarai esaudito in ogni tua richiesta, se chiederai con fermezza al Signore.

Se nel tuo cuore sei titubante, non otterrai nessuna tua richiesta. Coloro che dubitano in Dio, sono indecisi e assolutamente nulla ottengono delle loro richieste... Ogni uomo incerto, se non si converte, difficilmente si salverà. Purifica, dunque, il tuo cuore dall'incertezza, rivestiti della fede, che è forte, credi in Dio ed otterrai tutte le richieste che fai. Se avendo fatto al Signore qualche richiesta, ottieni più tardi, non dubitare perché non ottieni presto la richiesta della tua anima... Tu, dunque, non ti stancare di fare al Signore la richiesta della tua anima, e l'otterrai... Guardati dall'incertezza: essa è turpe, insensata e sradica dalla fede molti credenti e i forti... Disprezza, dunque, l'incertezza e vincila in ogni cosa, rivestendoti della fede forte e potente. La fede, infatti, tutto promette, tutto compie, mentre l'incertezza, non avendo fiducia in sé, sbaglia tutte le opere che intraprende.
Filosseno di Mabbug ( ?- circa 523), vescovo in Siria
Omelia 3, 52-56 ; SC 44, 71

« Credo, aiutami nella mia incredulità »



Vieni e porgi l’orecchio per sentire, vieni e apri i tuoi occhi per vedere i prodigi che sono mostrati alla fede. Vieni a formarti degli occhi nuovi, vieni a crearti degli orecchi nascosti. Sei invitato a udire cose nascoste...; sei stato chiamato a vedere delle realtà spirituali... Vieni a vedere ciò che non sei ancora, e rinnova te stesso entrando nella nuova creazione.

La Sapienza era con il tuo Creatore mentre ompiva le sue prime opere (Prov 8,22). Ma nella seconda creazione, con lui c’era la fede; in questa seconda nascita, egli ha preso la fede come aiuto. La fede accompagna Dio in ogni cosa, ed egli non fa nulla oggi senza di essa. Gli sarebbe stato più facile farti nascere da acqua e da Spirito (Gv 3,5) senza di essa, eppure non ti fa nascere nella seconda nascita prima che tu abbia ricevuto il simbolo della fede, cioè il credo. Poteva certo rinnovarti, e da vecchio, farti nuovo, eppure non ti cambia e non ti rinnova senza avere ricevuto da te la fede in pegno. È chiesta la fede a colui che è battezzato, e allora, dall’acqua egli riceve dei tesori. Senza la fede, tutto è volgare; quando interviene la fede invece, le cose spregevoli appaiono gloriose. Senza la fede, il battesimo è acqua; senza la fede, i misteri vivificanti sono pane e vino; senza l’occhio della fede, l’uomo vecchio appare unicamente ciò che è; senza l’occhio della fede, i misteri sono volgari e i prodigi dello Spirito sono vili.

La fede guarda, contempla e considera segretamente la potenza nascosta delle cose... Infatti, tieni nella tua mano il frammento del mistero che, per natura, è del pane comune; la fede lo guarda come il corpo dell’Unico. Il corpo vede del pane, del vino, dell’olio, dell’acqua, ma la fede obbliga il suo sguardo a vedere spiritualmente ciò che non vede corporalmente, cioè a mangiare il Corpo in luogo del pane, a bere il Sangue in luogo del vino, a vedere il battesimo dello Spirito in luogo dell’acqua e la potenza di Cristo in luogo dell’olio.





Benedetto XVI. La preghiera del Getsemani


Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.  Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio. 

Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario



In ragione della loro sottilità o spiritualità, 
i demoni possono penetrare i corpi e risiedervi; 
in ragione della loro potenza, possono rimuoverli e turbarli. 
Dunque, i demoni possono, in virtù della loro sottilità e della loro potenza, 
introdursi nel corpo dell'uomo e tormentarlo, 
a meno di essere impediti da un potere superiore: 
e' ciò che si chiama possidere-obsidere. 
Ma penetrare nell'intimo dell'anima è ri servato alla sostanza divina.

 San Bonaventura, In 3 Sent., d. 8, parte II, a. 1, q. I e II


Dal santo Vangelo secondo Marco 5,1-20


In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. 
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.


IL COMMENTO


E' giunto Colui che può domarci. Lui solo. L'unico che conosce la radice nascosta d'ogni nostro peccato, quella che rende impossibile la nostra piena felicità. Lui ha compiuto la traversata in mezzo alla morte, a quanto di più impuro vi sia, l'acre sapore della morte che copre tutto di un manto agghiacciante. Lui ci è venuto a cercare all'altra riva del mare, il territorio pagano dove gettiamo la nostra vita. La vita senza Cristo è una tomba dove dimorare nella peggiore delle schiavitù, quella che impedisce l'amore. La vita senza Cristo è preda di una forza violenta che spezza ogni legame, e a nulla valgono stratagemmi umani, psicologie e terapie. Nessuna catena può nulla contro il potere di una legione di demoni. Si lasciano moglie e figli, accesi dalla passione per una giovane segretaria. Si uccide il figlio del proprio grembo. Si gode delle altrui sciagure, si esaltano l'astuzia e la furbizia, e film come "Febbre da cavallo" sono ormai dei cult. Basta dare un'occhiata alla programmazione cinematografica, ai romanzi e alle serie televisive: truffe, violenza, omicidi seriali, cadaveri stesi sui tavoli delle autopsie come fosse la cosa più naturale, e sesso in tutte le salse, banalizzazione del corpo, della dignità, del pudore. A tutte le ore, per tutte le età, per tutti i gusti. E tutti a gonfiare le cifre dell'auditel, a nutrirsi del cibo avariato di un mondo che non conosce Dio, come zombi che si illudono d'essere liberi da qualsiasi tabù, nel rispetto di ogni tendenza, tolleranti verso ogni desiderio. Il territorio dei Geraseni, la decapoli pagana, ieri come oggi, accanto a noi, dentro di noi. Poi, quando accadono fatti sconvolgenti, quando la misura sembra colmata, ecco le catene, leggi, proclami, indignazioni, e caccia ai responsabili, e tolleranza zero. E si cercano ragioni per il male per tentare di addomesticarlo, dimenticando il suo autore e rendendosene così ancor più schiavi: "La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n  2011) Ma è tutto inutile, è tardi per spegnere la playstation, il virtuale ha ingoiato il reale, e immagini, parole e segni hanno ormai cancellato la verità. Nessuno riesce più a domare il male, che, sempre, si rivolge contro chi lo procura, perchè il male è masochistico, sempre. Esso alberga nel cuore dell'uomo, dal quale escono tutti i propositi cattivi. Il male giunge sempre nel luogo da dove è scaturito. La droga, l'alcool, i piercing, i tatuaggi, i pantaloni strappati, e vestiti che umiliano i corpi e le persone che le indossano, e architetture e arte (sic) che esprimono il nulla: sono tutti segni dei conati drammatici che il male rovescia su chi lo porta dentro. Come l'indemoniato di Gerasa che "Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre". 


Ma questi fenomeni che spesso si manifestano anche molto vicino a noi, tra i nostri figli, parenti, amici, non ci sono estranei. Anche ciascuno di noi è come un cavallo selvaggio, indomabile. Quante catene per indurci a ragionare, a soprassedere, a perdonare. Ma l'amore non è una catena da stringere perchè il male non esploda. Occorre un miracolo che guarisca il cuore, che purifichi la fonte. E' necessario il Signore Gesù. Per questo nel Vangelo di oggi è sintetizzata tutta l'opera che il Padre ha affidato al Figlio. Immagine dell'Incarnazione del Mistero Pasquale e del battesimo, l'episodio presenta il Signore che passa all'altra riva, scendere negli abissi della morte per riscattare l'uomo schiavo del demonio. Questi, all'arrivo di Gesù, gli si fa incontro come attirato da Lui, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità. "Che hai a che fare con noi...". Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Lo strazio dei peccati, la morte che ci strangola impediscono anche la preghiera, il grido che implori la salvezza. Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui abbiamo scelto deliberatamente di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nell'accampamento nemico. Non è facile riconoscere il fratello dopo tanto tempo: parla una lingua diversa, i costumi e le abitudini sono completamente cambiati, anche i connotati non sono più gli stessi. Tanti anni tra i pagani lo hanno trasformato in un pagano. Eppure Gesù lo riconosce, non lo giudica, come non ha giudicato il figliol prodigo, o Matteo, o la Maddalena. Gesù guarda con misericordia, con tenerezza e pietà. 


E questo suo sguardo si fa subito parola, decisa, autoritaria, creatrice: "Esci da quell'uomo spirito impuro!". E fa luce sulla Verità, sull'autentica identità di chi ha reso schiavo quel suo fratello, ciascuno di noi, ogni uomo. E' satana, una legione di demoni, la fonte avvelenata di divisione, morte, e peccato. E' il padre dell'impurità, perchè si è separato da Dio, e sporca e rende impossibile la comunione con il Padre della Vita  a chiunque cade sotto il suo potere. E' una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo, liberi e sani di mente: "Questa liberazione del nostro io dal suo isolamento, questo trovarsi in un nuovo soggetto è un trovarsi nella vastità di Dio e un essere trascinati in una vita che è uscita già ora dal contesto del "muori e divieni". La grande esplosione della risurrezione ci ha afferrati nel Battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia di Pasqua,15 aprile 2006).


Lui solo è entrato ed è sceso sino al fondo più buio, a rovinare la legione di demoni che popolano il nostro mondo di tenebre, che ci obbligano alle cose peggiori, schiavi di menzogne e violenze che ci lasciano ogni volta più morti. Le gelosie e i rancori, le concupiscenze e le idolatrie. Lui ha vinto, per noi, anche ora. Possiamo, nelle sue parole liberatrici, rinunciare al mondo e a quelle che si chiamavano un tempo "pomebe diaboli". Il Vangelo di oggi descrive, nell'indemoniato pagano, proprio gli effetti di queste: "Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale" (J. Ratzinger). Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a ridonarci la dignità, un vestito nuovo come la veste bianca del battesimo, e una mente purificata e sanata nella misericordia, capace di discernere; e ci fa sedere, si, proprio ora, tra i principi, i santi che gli fanno corona, sollevandoci dall'immondizia definitivamente precipitata nell'abisso. E' per noi oggi pronto il battesimo di misericordia, il perdono capace di ricrearci: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa e annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12).


Con Cristo giunge la salvezza nella città di oggi e di ogni tempo. Essendo immagine del battesimo, della vittoria di Cristo sugli idoli di questo mondo, il Vangelo di oggi presenta la missione della Chiesa tra i gentili, i pagani, la cosiddetta "Missio ad gentes". La Chiesa che nasce dalle acque del battesimo, che attraversa le acque della morte e reca ovunque la vita, "sbarca" nell'oscurità della terra pagana, attirando a sé i demoni. E' questo un tratto inconfondibile della missione della Chiesa: attira i demoni per essere da essi rifiutata. Così si compie la sua missione, identica a quella del suo Signore: cacciare fuori il diavolo, gettarlo lontano dagli uomini, attraverso la Croce di Cristo. Ovunque vi sarà un resto di riscattati che, pur non entrando giuridicamente nella Chiesa come l'indemoniato sanato del Vangelo non è entrato nel seguito di Gesù, annuncerà, attraverso la sua stessa vita redenta, la vittoria di Cristo, e sarà un segno dell'amore di Dio in terra pagana. Cristo e i suoi saranno comunque rifiutati, pregati di lasciare quel territorio, spesso con la violenza che giunge al martirio, figlia della paura di veder distrutte le proprie certezze. Ma il segno di salvezza, la certezza dell'amore di Dio, rimarrà per sempre come una testimonianza e una chiamata a conversione per ogni luogo, per ogni famiglia; unita al rifiuto caricato sulle spalle degli apostoli, sarà come una primizia e una porta dischiusa sulla salvezza per ogni uomo.  



   
Benedetto XVI. La rinuncia a satana e il sì a Cristo.


Omelia Festa del Battesimo del Signore, Cappella Sistina, 8 gennaio 2006



Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia -così si diceva -alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell'apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove  la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini  di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio. 


E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro  divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» - per così dire - dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma  diventa merce, un mero oggetto. A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità. 



Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 03/12/08 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana


«Esci, spirito immondo, da quest'uomo!»


Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male?... La fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c'è solo una fonte buona, il Creatore...
Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata. Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso... Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all'altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte.
Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell'evoluzionismo, non possono dire che l'uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l'uomo è sanabile... E finalmente, ultimo punto, l'uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.


Joseph Ratzinger. La conversione dei pagani nei primi secoli


Vorrei proporre per questo itinerario di incontro e di confronto culturale un'immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all'autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: "Pastore sono e coltivatore di sicomori" (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l'ultima espressione: "Io ero uno, che taglia i sicomori". La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: "Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l'insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile". Christian Gnilka commenta così questo passo: "In questo simbolo si trovano l'ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo... ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca... I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio... D'altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell'immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella 'fuoriuscita' del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione". Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell'albero e del suo frutto - è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall'esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un'ulteriore considerazione: sì, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei "coltivatori di sicomori": l'intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell'insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola "abitudini" (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell'evangelizzazione nell'ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all'individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L'evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio - una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. È un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi. Così è evidente che questo taglio "non è affare di un momento, al quale dovrebbe poi semplicemente seguire una ovvia maturazione", ma è necessario un continuo paziente incontro fra il Logos e la cultura, mediato dal servizio dei credenti.


Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla "pompa diaboli": del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla "pompa del demonio". Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell'uomo era il culmine dell'intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell'uomo un'immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il "taglio", che qui si rende necessario. ...  Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l'impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del "taglio". Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle "abitudini", cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: "Per le sue conoscenze... rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, 'che tutto crea' e 'volge al meglio' (Amos 5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l'irragionevolezza alla ragione". Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha "messo in salvo" ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Mediante l'incisione nel sicomoro della cultura antica i Padri l'hanno nel complesso "messa in salvo" per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo - questo è evangelizzazione della cultura.