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Raniero Cantalamessa. Meditazione sulla vocazione


Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma 3-6 Giugno 2002


"Ora va, io ti mando, fa uscire dall’Egitto il mio popolo" questo è uno dei più belli invii della Bibbia, ma in essa troviamo tutta una serie di questi "va" creativi di Dio. Quando gli uomini vengono eletti per qualche compito importante occorrono firme e controfirme, documenti, atti. A Dio basta una parola: "va" e viene creata una nuova situazione, viene aperto un capitolo nuovo nella storia della salvezza, una realtà immensa segue a questo "va" di Dio che ricorda un po’ quello iniziale di "sia la luce".
Vogliamo passare in rassegna alcuni di questi grandi "va" di Dio agli uomini. Il primo è proprio questo che abbiamo ascoltato nella lettura dell’Esodo, il "va" rivolto a Mosé, ma qui è interessante, come sempre, vedere cosa precede. "Va" non è mai la prima parola di Dio, è quasi sempre la conclusione di un dialogo. Prima c’è questo misterioso incontro di Dio nel roveto ardente, un’esperienza bruciante della vivente realtà di Dio.
Questa pagina del roveto ardente è, essa stessa, un roveto ardente. Ogni volta che la apriamo ha questo potere di bruciare, di illuminare, di far quasi sentire sulla propria pelle la presenza di Dio. E’ un momento che cambia completamente la persona di Mosè. Fino a quel momento abbiamo sentito che Mosè è un uomo che guida lui gli eventi: "voglio vedere perché" si pone domande, vuole spiegazioni perché il roveto non brucia; poi dopo che ha sentito il suo nome pronunciato due volte, cambia completamente, si vela gli occhi, diventa sottomesso, remissivo, diventa la creatura che si trova alla presenza del Creatore.
Questo è importante perché, prima di ogni invio, Dio ha bisogno di far fare un’esperienza di se stesso. L’invio, la missione nasce da un incontro per cui quello che poi questo inviato dirà non sarà per sentito dire, non annuncerà una dottrina, non porteràun messaggio scritto, ma parlerà di una persona. Nella sua voce si sentirà l’eco di un incontro personale con Dio.
Troviamo un’analogia con la chiamata di Saulo. Tra l’altro sentiamo che anche qui Dio pronuncia due volte il nome. Quando Dio pronuncia due volte il nome nella Bibbia c’è sempre qualcosa di importante che segue. Dunque la chiamata di Saulo ha qualcosa di analogo, anche questa si conclude con "Vai, io ti mando, egli sarà per me un inviato, un apostolo davanti ai re e alle genti" ma prima c’è stato l’incontro sulla via di Damasco. "Saulo! Saulo!", Chi sei tu?" Qui c’è un nome: "Io sono Gesù". Che cosa è avvenuto in quel momento nel profondo dell’essere di quest’uomo Dio solo lo sa, se anche oggi noi viviamo della luce che sprigionò da quell’incontro. Perché le Lettere di Paolo, tutta la sua opera, è l’effetto di questo incontro bruciante con la vivente persona del Risorto.
Un’altra cosa importante che notiamo in questa chiamata di Mosè è che il profeta deve farsi partecipe, deve essere quasi contagiato dal patos di Dio per la salvezza del popolo. Dio comunica a Mosè la sua passione: "Ho visto la sofferenza del mio popolo, ho sentito il suo grido" e sarà proprio questa passione che farà di Mosè non un mestierante in mezzo al popolo ma uno, come una madre, che porta il bambino sulle braccia perché Dio gli ha messo nel cuore un po’ di quello che è nel suo cuore, questa misteriosa passione d’amore di cui già parlava Origene. Diceva che Dio ha sofferto una passione d’amore per gli uomini prima ancora della passione di Cristo, anzi la passione di Cristo è l’effetto di questa passione invisibile di Dio per il popolo.
Adesso Mosè può andare e sarà un’altra persona. Mosè, abbiamo sentito in questo momento sperimenta la sua fragilità la sua inadeguatezza. Il Faraone, l’Egitto erano le cose che in quel tempo evocavano la massima potenza, il massimo prestigio e Mosè, quest’uomo che era lì a pascolare le pecore, deve sfidare il Faraone e l’Egitto e la risposta di Dio non gli toglie la sua balbuzie, la sua incapacità di parlare, gliela lascia ma gli dice una cosa: "Io sarò con te" ed è la parola che Dio dice costantemente a quelli che manda.
Quando sarà Gesù, il Verbo fatto carne, Dio reso visibile a inviare, questa stessa idea è espressa nel verbo che non sarà più "va" ma "seguimi" come dire "Io sono qui, non ti mando da solo". Questa è l’anima della missione, la missione sarà andare verso il popolo non asetticamente ma portando la passione di Dio, facendosi eco della passione di Dio per la salvezza degli uomini, per la miseria del popolo.
Passiamo ad un’altra chiamata, anch’essa molto nota, che abbiamo nella mente: la chiamata di Isaia. Anche qui troviamo in conclusione questo verbo così breve "va". "Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò, chi andrà per noi?" ed io risposi "Eccomi, manda me". Egli disse "Va e parla a questo popolo". Anche qui è importante vedere cosa precede questa missione di Isaia. Una esperienza bruciante della santità di Dio nel tempio. La santità di Dio si manifesta con i segni comuni, abituali di una teofania: il fumo, il fuoco, il terremoto e Isaia, senza bisogno di esami di coscienza, senza nulla si scopre come un peccatore in mezzo a peccatori. A questo punto c’è come una specie di liturgia silenziosa, qualcuno come un angelo, come un accolito prende del fuoco da un altare, tocca misteriosamente le labbra di Isaia e lui si sente purificato e può andare perché adesso sa che lui è un uomo dalle labbra pure che abita in mezzo ad un popolo dalle labbra impure. Questo non è solo uno stato d’animo necessario che si verifica al momento della chiamata ma deve diventare lo stato d’animo permanente degli inviati. L’inviato deve sentirsi non un privilegiato, uno che dall’alto giudica, deve sempre sentirsi un peccatore tra gli altri peccatori come Paolo che diceva che Cristo è venuto a chiamare i peccatori e con tutta umiltà aggiungeva: "E io sono il primo di essi".
Se oggi stiamo assistendo a una specie di sollevazione silenziosa di ostilità contro il clero c’è dietro tanta parte misteriosa che fa parte del mistero dell’iniquità. C’è anche tanta speculazione ma forse un elemento di spiegazione è anche questo: che il mondo è contento e felice di prendere in fallo coloro che si ritengono giusti moralisti degli altri. Questo va evitato e noi dobbiamo aiutare a dissipare questo equivoco. Sempre gli inviati, a qualsiasi titolo, andranno con questo spirito di essere uomini come gli altri. Dice la lettera agli ebrei: "Ogni sacerdote è scelto in mezzo al popolo e inviato al popolo. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore essendo anche egli rivestito di debolezza". Questa è una provvidenza di Dio e noi dobbiamo assecondarla assumendo sempre questo stile come chi parla sempre e sente che la parola lo ferisce, come chi brandisce la spada a doppio taglio ma nel senso che taglia davanti e dietro, verso chi la impugna e verso chi è protesa. Quindi anche quando dobbiamo puntare il dito, che si senta che prima lo abbiamo puntato contro di noi. Se Pietro il giorno di Pentecoste potrà dire: "Voi avete crocifisso Gesù di Nazaret" senza che alcuno reagisse, era perché prima aveva detto a se stesso "Tu hai tradito il sangue innocente, tu hai tradito il giusto" e si sentiva, nella voce di Pietro, che lui era uno dei convinti di peccato che adesso aiutava i fratelli a fare lo stesso.
Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e debole per confondere i forti e perché si veda che la potenza della parola di Dio, la potenza della luce che accompagna la missione viene da lui, non da noi. Diceva uno scrittore scozzese: "Gesù, da buon falegname che era, nella sua vita ha messo insieme dei pezzetti di legno i più bitorzoluti e sgangherati che ha trovato e con essi ha fabbricato una barca che tiene il mare da duemila anni". Ma noi siamo questi pezzetti di legno bitorzoluti e nient’altro e si deve sentire. E tanto più la nostra voce di inviati sarà dentro questa fiamma dell’esperienza di Dio, sarà caratterizzata dall’esperienza del roveto ardente o di Isaia nel tempio, tanto più oggi riusciremo a convincere il mondo di peccato. Il mondo d’oggi è diventato così tetragono, così corazzato, così disincantato che non bastano le parole, non bastano i ragionamenti, non bastano i mass media, non basta che gli allestiamo la parola di Dio su un piatto attraente. Bisogna che si senta dentro un’altra parola e questa la dobbiamo recuperare sempre dall’origine della missione, dalla voce da cui è venuta la missione.
Accenno anche ad un terzo "va" anche questo di un profeta: Ezechiele. La chiamata di Ezechiele si trova nel capitolo 2° e 3° del suo libro ed è accompagnata da un’immagine. Come sempre la Bibbia è potente soprattutto nelle immagini. "Tu figlio dell’uomo ascolta ciò che ti dico, non essere ribelle come questa genia di ribelli. Apri la bocca e mangia ciò che io ti dico, non essere ribelle come questa genia di ribelli". Io guardai, ed ecco una mano tesa verso di me che teneva un rotolo, lo spiegò davanti a me e all’interno e all’esterno vi erano scritti lamenti, pianti e guai. Mi disse: "Figlio dell’uomo mangia ciò che hai davanti". Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo dicendomi: "Figlio dell’uomo nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo". Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse "Figlio dell’uomo va, recati dagli israeliti e riferisci loro le mie parole".
Anche qui prima del "va" c’è un’esperienza, ma diversa, il profeta deve mangiare il rotolo che simbolicamente contiene la parola di Dio che deve annunciare. Questa immagine vale più di trattati interi sulla pastorale dell’annuncio perché dice che prima di proclamare la parola, la dobbiamo mangiare, ce ne dobbiamo riempire le viscere. Giovanni riprenderà queste immagini nell’Apocalisse con un dettaglio nuovo dicendo che quella parola, quel rotolo mangiato era dolce sulle labbra ma amaro come il fiele nelle viscere. C’è una differenza enorme tra un libro letto, studiato, sviscerato e un libro mangiato, digerito, di cui ci si riempite le viscere. Questo vuol dire che la parola prima deve incarnarsi in chi la deve proclamare. Deve diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue, deve poter aver ferito dentro, poter tagliato dentro. Questo spiega l’amarezza, perché la parola prima deve essere dolce come il miele sulle labbra perché la parola di Dio è dolce. Prima però bisogna aver sentito l’amarezza, cioè bisogna essersi lasciati giudicare dalla parola. Quante volte questo l’ho sperimentato sulle mie spalle. Quando venni a predicare la prima volta alla casa Pontificia, ero a Milano e venivo emozionato per tenere la prima predica davanti al Papa, sul treno aprii il Breviario e cominciato a leggere trovai un certo salmo di cui non ricordo il numero ma che diceva: "Perché tu vai proclamando le mie parole e hai sempre in bocca la mia alleanza mentre la mia disciplina te la getti alle spalle". Era una predica tremenda perché era proprio per me e prima che io andassi a predicare la parola di Dio. Lo dice anche Paolo nella prima lettera ai romani: "Tu che predichi agli altri perché non predichi prima per te stesso?" Nella Bibbia abbiamo un modello unico di una persona che ha mangiato il rotolo e se ne è riempite le viscere: Maria. Non ha letto la parola di Dio, non l’ha studiata, l’ha accolta nel cuore, se ne è riempita le viscere e l’ha data al mondo, in silenzio, senza parole di accompagnamento. Lei dunque può essere davvero la stella dell’evangelizzazione perché ci presenta la caratteristica essenziale dell’annuncio: aver prima mangiato, digerita la parola, averla incarnata nella propria vita. Aveva ragione Paolo VI di dire che il mondo non ha bisogno solo di maestri ma soprattutto di testimoni. Testimone è colui che prima laparola l’ha vissuta, si è sforzato di viverla. Nessuno riuscirà mai a vivere prima tutta la parola di Dio, altrimenti dovremmo tacere tutti e nessuno dovrebbe mai predicare perché mai nessuno può dire di avere già messo in pratica. Però ci sforziamo, ci lasciamo giudicare, sappiamo che quello è il nostro punto, il nostro metro di giudizio, e per il Signore è sufficiente questo, che non ci riteniamo già come degli inviati, dei mestieranti che esportano una parola che non hanno prima vissuto.
Nella Bibbia c’è un altro "va" al plurale che voglio leggere. Non è quello solito che aspettiamo noi alla fine (Matteo 28) "Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura". Si trova alcuni versetti prima: "Ma l’angelo disse alle donne: non abbiate paura voi, so che cercate Gesù il crocefisso. Non è qui, è risorto come aveva detto. Venite a vedere dove era deposto. Presto andate e dite ai suoi discepoli che è resuscitato dai morti". Anche qui come si fa ad andare avanti come se fosse una parola, una riga di un libro come un’altra? La prima volta che questo verbo è risuonato nel mondo, al passato "è risorto" il mondo cambiava, quella parola spalancava un mondo nuovo. Non è difficile immaginare quello che segue: queste donne che dopo essersi guardate l’un l’altra capiscono che è vero e si slanciano per la collina a raggiungere il Cenacolo e quando arrivano, non ci vuole fantasia, prima che le donne dicano quello che è successo, i loro occhi avevano già proclamato la resurrezione di Cristo.
Questa sera c’è un dettaglio che deve essere precisato: tutti i "va" che abbiamo menzionato e molti altri ancora sono rivolti agli uomini. Questo "va" o "andate" viene rivolto a delle donne, ed è fondamentale. E’ rivolto a delle donne perché vadano dagli apostoli. Questo è un "va" che costituisce le donne evangelizzatrici degli evangelizzatori.Questo ci spinge a vedere la missione in un orizzonte più ampio. Non come una scelta di alcune persone di un sesso solo, per alcune mansioni di uno stato unico. Ci aiuta a vedere che la missione di Dio anche quando è rivolta ad una sola persona è rivolta a tutta la comunità, a tutto un popolo. E’ il corpo che è mandato, è la Chiesa che è mandata, forse anche per questo Gesù dirà agli apostoli "Andate in tutto il mondo" ma è chiaro che quell’andate si rivolge a tutta la Chiesa perché tutta la Chiesa è inviata.
Dice Paolo che nel corpo ci sono varie membra: gli occhi, le mani, i piedi. Ma gli occhi non vedono solo per loro vedono anche per la mano, la mano non agisce solo per se, agisce anche per gli occhi infatti se gli occhi vedono arrivare un sasso la mano si alza a difenderli. Questo è vero, diceva Agostino, a livello dei carismi. Il carisma di uno è il carisma di tutti. Se tu bandisci l’invidia, sarà tuo il carisma mio. La chiamata mia sarà tua e se io bandisco l’invidia, il dono tuo, la chiamata tua sarà mia perché apparteniamo allo stesso corpo.
Aggiungeva Agostino che a volte un pagano può incontrare un cristiano e dirgli perché, dato che ha ricevuto lo spirito Santo, non parla tutte le lingue. E il cristiano può rispondere che certamente parla tutte le lingue perché appartiene a quel corpo che in tutte le lingue proclama il messaggio di salvezza. La missione dunque è di tutti, ci coinvolge tutti e abbiamo bisogno delle donne. Questa sera mi sento spinto a dire "Donne Gesù ha bisogno di voi oggi. Che siate come l’elemento portante di tutti gli invii, di tutte le chiamate". Diceva Claudel: "Non è permesso alla donna di diventare sacerdote ma non le è proibito di essere vittima" io aggiungerei ma non è proibito di essere evangelizzatrici, e Gesù le ha costituite così. Lui fa delle donne le messaggere dei futuri apostoli. Questo ha un senso, gli apostoli dovranno andare in tutto il mondo ma hanno bisogno di qualcuno che prima dia loro l’annuncio e che sempre richiami questo annuncio.
"Il Signore ha bisogno di voi" diceva Teresa di Gesù Bambino che un giorno era presa da quest’ansia di avere tutti i carismi e anche dal dispiacere e dalla frustrazione di non potere avere tutto e avrebbe voluto essere il missionario che cammina, la suora di carità che cura i malati. Poi di colpo la parola di Dio le rivela, ma nel corpo della Chiesa c’è il cuore, se si ferma il cuore si ferma tutto. "Nel corpo della Chiesa io sarò il cuore". Questa è la missione universale della donna che nessuno può togliervi ed è la missione fondamentale.
La grande piccola parola che Dio si aspetta da coloro che chiama, da colui a cui ha rivolto questo suo invito "va" "andate", in ebraico suona "ineni"(?) "Eccomi". La sentiamo sulle labbra di Abramo, sulle labbra di Mosè, sentiremo Samuele, Isaia, ecc. E’ come quando si fa un appello ed ognuno scatta in piedi dicendo "presente!". Cosa ha di misterioso questa parolina che sembra aprire il cuore di Dio, che sembra la risposta sufficiente a Dio? Per il resto ci pensa Lui ma ha bisogno prima di sentire questo "eccomi". Vuol dire "Signore sono qui, non fuggo dalla tua presenza, sono disponibile, ti ascolto, il mio cuore è pronto" come dice un Salmo: "Il mio cuore è pronto per te Signore".
Nella storia della salvezza mancano due "eccomi" e questa assenza è così tragica che ne portiamo ancora le conseguenze. Quando Dio chiamò Adamo ed Eva non sentì l’"eccomi" ma vide della gente che si nascondeva e fuggiva dietro i cespugli. Se ci fosse stato un eccomi la storia sarebbe diversa. Non abbiamo nulla da rimpiangere perché nella notte di Pasqua la Chiesa dice che quella fu una felice colpa perché ci ha meritato Gesù che ha detto un altro "eccomi", universale eterno: "Eccomi Signore, io vengo a fare la tua volontà". L’"eccomi" mancante di Eva anch’esso è stato redento da quello di Maria: "Eccomi, sono la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola".
Ogni "eccomi" è un miracolo della grazia di Dio, è la libertà che misteriosamente si apre alla grazia e oggi questo miracolo è più che mai evidente. Che oggi il Signore chiami con modi più che mai tenui, misteriosi, rispettosi, e che un giovane o una ragazza abbiano il coraggio di chiudere le orecchie a tutte le attrattive del mondo e rispondere "eccomi" è un miracolo. Quando mi capita di vedere una vocazione o di sentire il racconto di una vocazione, dentro di me dico "Complimenti Gesù, sei forte oggi come quando sulla sponda del lago di Tiberiade dicevi "eccomi" e la gente veniva". Questo dei chiamati deve essere, e dunque anche il nostro, un "eccomi" gioioso, entusiastico, stupito perché dentro ci deve essere il senso di essere scelti, di essere stati individuati da Dio, oggetto di una predilezione di Dio e quindi un privilegio personale che rende più preziosa la risposta. Ma vorrei esortare questi giovani a non avere paura. Spesso quando si profila una vocazione la prima reazione è di spavento. Bisogna ascoltare la grazia. Qui sta la differenza tra la vocazione sacerdotale, religiosa, a speciali stadi di consacrazione e quella vocazione anch’essa degnissima, mobilissima al matrimonio. La differenza è che nella chiamata al matrimonio si coniugano due appelli: la natura e la grazia. La grazia è potenziata ed ampliata dalla natura perché nel cuore umano c’è il desiderio naturale di trovare nel matrimonio un compimento con l’altro sesso. La chiamata a questi stadi invece è solo grazia e bisogna stare attenti a non sbagliarsi, a non richiedere la stessa intensità, lo stesso entusiasmo, lo stesso trasporto che si ha in chi è chiamato al matrimonio. Sarebbe un errore aspettarsi di avere questo trasporto perché qui c’è la grazia. Allora un grammo di questo tipo di chiamata vale un quintale di altre evidenze.

Un "eccomi" gioioso stupito. Nel frontespizio del libretto delle preghiere di questa sera c’è riprodotta la chiamata di Matteo del Caravaggio e forse il dettagli più geniale di questo quadro è quel dito puntato di Matteo sul petto che vuole dire "Me Signore?". Lui sta trattando soldi, lui che nella sua vita non ha pensato ad altro che a fare il pubblicano è pieno di stupore ma sappiamo che lascia tutto e segue il Signore. Dunque questo "eccomi" deve essere accompagnato da senso di stupore, di gioia, di predilezione di Dio. C’è un canto molto bello di origine spagnola: "Signore mi hai guardato negli occhi sorridendo hai pronunciato il mio nome, sulla spiaggia ho lasciato la barca e insieme con te ora navigherò verso altri mari". Anche le strofe sono bellissime: "Tu sei venuto alla spiaggia, non hai cercato sapienti e ricchi, hai cercato solo che io ti dica eccomi. Tu lo sai che cosa ho, nella mia barca non c’è né oro né spade, solo le reti e il mio lavoro".
La chiamata è questa: Dio che ti guarda negli occhi come fece Gesù quel giorno con il giovane ricco. Sarebbe strano parlare di vocazione e non menzionare la propria vocazione. Ricordo sempre il giorno in cui anch’io sono stato chiamato e, cosa strana e necessaria a dirsi oggi, all’età tra i 12 e i 13 anni. Ero in un collegio, senza ancora avere deciso cosa fare nella vita, quando ascoltai il primo ritiro spirituale della mia vita, la prima volta che ero esposto alle verità eterne di Dio, dell’amore di Dio, dell’eternità, del Paradiso e, ricordo benissimo, dell’Inferno. Il sentire queste verità e, misteriosamente, sentire che ero stato chiamato allo stato religioso, fu una cosa sola di una chiarezza tale che non ho potuto più, con tutta la teologia recuperare. Così chiara che io dicevo che questa è la grazia più grande dopo il battesimo. Ma ne ero così convinto come oggi non si penserebbe possibile all’età di 13 anni. Un giorno che eravamo a passeggio, ragazzi di Ginnasio e portavamo l’abitino a quel tempo, e si passava su una collina della città di Fano, ricordo che con un mio compagno, guardando la città che era sotto di noi diceva, convinto però: "Il Signore ci ha chiamato a camminare al di sopra del mondo".
Dunque non bisogna essere timidi, non bisogna avere paura, le vocazioni sbocciano se c’è qualcuno che presta la voce Gesù che dice "seguimi". Sono stato nei giorni scorsi a predicare a Vancouver in Canada e un sacerdote mi ha detto che in una parrocchia c’era un sacerdote, suo predecessore morto, che aveva lasciato alla Diocesi 21 vocazioni sacerdotali tutte in atto. Lui quasi regolarmente diceva ai giovani se avevano fatto un pensiero sulla sua chiamata, se avevano pensato a che cosa il Signore li chiamava e a forza di stimolare aveva scovato, individuato, permesso di sbocciare a 21 chiamate del Signore. Bisogna dire ai giovani di oggi che questa è una chiamata per la gioia, non è una chiamata per la rinuncia. Guai a noi se nelle giornate vocazionali dessimo l’impressione che abbiamo bisogno di aiuto, che c’è un lavoro da fare nella chiesa, che abbiamo bisogno di collaboratori, dobbiamo dare la certezza che è un grande privilegio lavorare per il Signore del cielo e della terra. Guai anche a dire di abbracciare lo stato religioso sacerdotale perché, nonostante ci sia la rinuncia alla famiglia, al celibato c’è la possibilità di coscientizzare le masse, di lavorare per la promozione umana, ecc. Non bisogna dire "nonostante il celibato" ma proprio perché c’è il celibato. Questo è uno degli elementi che rendono bella e attraente la chiamata e la risposta e dobbiamo avere il coraggio di dirlo.
Dobbiamo anche dire che è una chiamata per la fecondità. Paolo poteva dire "Sono io che vi ho generato mediante l’annuncio del Vangelo". Annunciando il Vangelo si diventa padri e madri in un senso più vero, perché eterno, del senso biologico. Paolo aveva questa coscienza di aver generato dei figli, anzi alle volte si sentiva una madre perché diceva "io sono adesso per voi come una madre nelle doglie del parto perché vi devo dare alla luce di nuovo". Se i chiamati avessero questa certezza, questa percezione della loro fecondità forse ci sarebbe meno crisi di identità, meno problemi, meno sproloqui sul celibato dei preti e ci sarebbe più certezza che fierezza.
Voglio leggere il testo di un chiamato, un domenicano: Lacordaire "Vivere in mezzo al mondo senza alcun desiderio per i suoi piaceri, essere membro di ogni famiglia senza appartenere ad alcuna di esse, condividere ogni sofferenza, essere messo a parte di ogni segreto, guarire ogni ferita, andare ogni giorno dagli uomini a Dio per offrirgli la loro devozione e le loro preghiere e tornare da Dio agli uomini per portare ad essi il suo perdono e la sua speranza, avere un cuore di acciaio per la castità e un cuore di carne per la carità. Insegnare e perdonare, consolare e benedire, ed essere benedetto per sempre. O Dio, che genere di vita è questa? E’ la tua vita, sacerdote di Gesù

Benedetto XVI. Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini


Il Signore, all’inizio della sua vita pubblica, ha chiamato alcuni pescatori, intenti a lavorare sulle rive del lago di Galilea: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19). Ha mostrato loro la sua missione messianica con numerosi “segni” che indicavano il suo amore per gli uomini e il dono della misericordia del Padre; li ha educati con la parola e con la vita affinché fossero pronti ad essere continuatori della sua opera di salvezza; infine, “sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1), ha affidato loro il memoriale della sua morte e risurrezione, e prima di essere elevato al Cielo li ha inviati in tutto il mondo con il comando: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).

È una proposta, impegnativa ed esaltante, quella che Gesù fa a coloro a cui dice “Seguimi!”: li invita ad entrare nella sua amicizia, ad ascoltare da vicino la sua Parola e a vivere con Lui; insegna loro la dedizione totale a Dio e alla diffusione del suo Regno secondo la legge del Vangelo: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24); li invita ad uscire dalla loro volontà chiusa, dalla loro idea di autorealizzazione, per immergersi in un’altra volontà, quella di Dio e lasciarsi guidare da essa; fa vivere loro una fraternità, che nasce da questa disponibilità totale a Dio (cfr Mt 12,49-50), e che diventa il tratto distintivo della comunità di Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Anche oggi, la sequela di Cristo è impegnativa; vuol dire imparare a tenere lo sguardo su Gesù, a conoscerlo intimamente, ad ascoltarlo nella Parola e a incontrarlo nei Sacramenti; vuol dire imparare a conformare la propria volontà alla Sua. Si tratta di una vera e propria scuola di formazione per quanti si preparano al ministero sacerdotale ed alla vita consacrata, sotto la guida delle competenti autorità ecclesiali. Il Signore non manca di chiamare, in tutte le stagioni della vita, a condividere la sua missione e a servire la Chiesa nel ministero ordinato e nella vita consacrata, e la Chiesa “è chiamata a custodire questo dono, a stimarlo e ad amarlo: essa è responsabile della nascita e della maturazione delle vocazioni sacerdotali” (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Pastores dabo vobis, 41). Specialmente in questo nostro tempo in cui la voce del Signore sembra soffocata da “altre voci” e la proposta di seguirlo donando la propria vita può apparire troppo difficile, ogni comunità cristiana, ogni fedele, dovrebbe assumere con consapevolezza l’impegno di promuovere le vocazioni. È importante incoraggiare e sostenere coloro che mostrano chiari segni della chiamata alla vita sacerdotale e alla consacrazione religiosa, perché sentano il calore dell’intera comunità nel dire il loro “sì” a Dio e alla Chiesa. Io stesso li incoraggio come ho fatto con coloro che si sono decisi ad entrare in Seminario e ai quali ho scritto: “Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità” (Lettera ai Seminaristi, 18 ottobre 2010).

S. Agostino. Venite, vi farò pescatori di uomini


Dio ci ha eletti in Cristo prima della creazione del mondo, perché ci predestinava ad essere figli adottivi; non che fossimo già stati santi e immacolati da noi, ma ci scelse e ci predestinò perché lo divenissimo. Egli ha fatto ciò secondo quanto piacque alla sua volontà, perché nessuno si glori della propria, ma della volontà di Dio nei suoi confronti.

      Dio ha operato la nostra elezione secondo la ricchezza della sua grazia, secondo il suo amore, secondo il disegno che egli aveva prestabilito nel Figlio suo diletto, nel quale abbiamo ottenuto l'eredità, predestinati secondo il decreto non nostro, ma suo. Egli infatti è la fonte di ogni cosa, a tal punto che opera in noi anche il volere. Egli realizza quanto ha deciso, perché siamo un inno alla sua gloria. Ecco la ragione per cui proclamiamo: Nessuno ponga la sua gloria negli uomini, e quindi neppure in se stesso; ma chi si vanta si vanti nel Signore, affinché serviamo di lode alla sua gloria.

      Dio opera secondo quanto ha deciso: fare di noi un inno alla sua gloria, mediante la nostra santità e purezza: per questo ci ha chiamati, predestinandoci prima della creazione del mondo. Da questo decreto divino deriva la chiamata propria degli eletti, per i quali Egli fa contribuire tutto al loro bene, dato che sono stati chiamati secondo il suo disegno, e i doni di Dio sono irrevocabili.

      Oggi, dunque,  partecipano della grazia del Signore senza distinzione nobili e plebei, dotti e ignoranti, poveri e ricchi. Quando si tratta di ricevere questa grazia non avanza diritti di precedenza la superbia rispetto all'umiltà di chi nulla sa e nulla possiede e nulla può.

      Ma cosa disse loro il Signore? Seguitemivi farò pescatori di uomini. Se non ci avessero preceduto quei pescatori, chi sarebbe venuto a pescarci?

      Per farci disprezzare l'amicizia dei potenti a vantaggio della nostra salvezza, il Signore non volle prima scegliere i nobili, ma i pescatori. Grande misericordia del Creatore! Poiché sapeva che, se avesse scelto un senatore, questi avrebbe potuto dire: "È stata scelta la mia dignità". Se prima avesse scelto un ricco, questi avrebbe potuto dire: "È stata scelta la mia ricchezza". Se prima avesse scelto un generale, questi avrebbe potuto dire: "È stata scelta la mia autorità". Se prima avesse scelto un oratore, questi avrebbe potuto dire: "È stata scelta la mia eloquenza". Se prima avesse scelto un filosofo, questi avrebbe potuto dire: "È stata scelta la mia sapienza".
      Frattanto — dice il Signore — siano rinviati a più tardi questi superbi, sono molto gonfi. C'è una differenza tra la grandezza e l'alterigia; tutt'e due sono cose di grandi dimensioni, ma non sono tutt’e due sane. Perciò siano rinviati a più tardi questi superbi, devono essere guariti mediante qualcosa di solido.

      Dammi prima questo pescatore — dice il Signore. Vieni tu, o povero, seguimi; non hai nulla, non sai nulla, seguimi. Tu che sei ignorante e povero, seguimi! Tu non hai nulla che spaventi, ma hai molto che si può riempire. Bisogna avvicinare a una sorgente così abbondante il recipiente vuoto. Ha abbandonato le reti il pescatore, ha ricevuto la grazia il peccatore ed è diventato divino oratore. Ecco che cosa ha fatto il Signore, di cui l'Apostolo dice: Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i fortiDio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono.

      Adesso si leggono le parole dei pescatori e si chinano le teste degli oratori. Vengano dunque tolti di mezzo i venti sterili, si tolga di mezzo il fumo, che svanisce col gonfiarsi: cose che bisogna assolutamente disprezzare, se vogliamo la salvezza.



30 Novembre. Sant'Andrea Apostolo. Approfondimenti



Benedetto XVI. L'Apostolo Andrea














Ratzinger - Benedetto XVI. "Tutte le Chiese per tutto il mondo"

Ratzinger - Benedetto XVI. Il destino di questi "chiamati" sarà intimamente legato a quello di Gesù. 

Ratzinger - Benedetto XVI. Non temere, d'ora in avanti sarai pescatore di uomini

Ratzinger - Benedetto XVI. IL PROBLEMA DELLA PROFEZIA CRISTIANA

GIOVANNI PAOLO II. MESSA PER LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO

Commenti patristici

P. Raniero Cantalamessa. la Chiesa, una "casa sollievo della sofferenza"

P. R. Cantalamessa. Parlare “come con parole di Dio”. Gli apostoli, la predicazione e l'annuncio

Don Luigi Giussani. Dall'utopia alla presenza

La messe è molta, ma gli operai sono pochi.

Regno, nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento

Misericordia nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Apostolo nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Dodici, come le tribù di Israele: Gesù e il nuovo popolo di Dio

Chiamò a sé i dodici




Seguitemi. Vi farò pescatori di uomini. Pecorso esegetico



SFONDO STORICO NEL QUALE S'INNESTANO LE CHIAMATE ALLA SEQUELA DI GESÙ

Gesù svolse la sua azione in una precisa epoca della storia del suo popolo e del mondo. In tale situazione, assunse le idee e i dati di fatto come venivano presentati dal giudaismo del suo tempo, e si servì di essi. Anzi, egli venne proprio in qualità di colui che portava a compimento la storia religiosa d’Israele. Per tale motivo si presentò come un rabbì, cioè un maestro nella legge, raccolse attorno a sé dei discepoli e agganciò il suo messaggio alla fede d’Israele. Ebbene, per stabilire con esattezza quanto vi è di proprio e di originale nel messaggio e nell’azione di Gesù, bisogna prima conoscere ciò che è comune a lui e alla cerchia dei suoi discepoli e ai maestri della legge suoi contemporanei, i dottori e i rabbini del suo tempo e le loro scuole. Solo tenendo presente questo sfondo storico, potrà prendere esatto rilievo il concetto di sequela del Cristo, quale egli stesso l’intendeva.

1. Concetti e idee fondamentali

Ai concetti di «seguire» e di «sequela» corrisponde, nel tardo giudaismo, un doppio significato.
a) C’è innanzi tutto l’idea del seguire, dell’andar dietro, — specialmente degli studenti della Thorà (legge mosaica) al seguito del loro maestro. In Oriente, chi è posto in basso segue chi è collocato più in alto: così la donna va dietro all’uomo, il laico dietro al sacerdote, il povero dietro al ricco, e finalmente il discepolo dietro al suo maestro. Nel tardo giudaismo, il termine che indicava tale comportamento ben visibile nelle suddette situazioni, rimase contratto e circoscritto unicamente alla figura del discepolo che seguiva un particolare dottore della legge, e venne usato per estensione quale termine tecnico indicante lo stato di discepolo.
b ) C’è il significato «tipico» per indicare lo scolaro, il discepolo che apprende la legge. Questa maniera d’intendere venne accolta dalla Chiesa primitiva per designare il rapporto del discepolo di Gesù con il suo Maestro.
Il titolo di dottore della legge suona letteralmente: rabbì; che vuoi dire: «mio grande, mio signore, mio padrone».
Il rabbì rappresentava la massima autorità nel campo dell’insegnamento, ma al tempo stesso costituiva l’esempio che doveva essere imitato da chi voleva vivere in vera conformità alla legge.
A differenza dei maestri occidentali, il rabbì conviveva con i suoi discepoli e andava loro innanzi con l’esempio, dimostrando nella pratica quale fosse l’obbedienza dovuta alla legge di Mosè. Il concetto di «maestro» esprimeva tale comunanza di vita. E questa comunanza di vita costituiva una specie di noviziato nella legge; il concetto di «discepolo» indicava appunto un tal genere di scuola di vita.

2. Che cosa s’intendeva nel giudaismo al tempo di Gesù con i due termini di «discepolo» e di «seguace»

Dopo la distruzione del tempio e della città di Gerusalemme e dopo la deportazione in Babilonia operata da Nabucodonosor nell’anno 587 a. C., la religiosità d’Israele venne a fondarsi di preferenza sulla legge, cioè sulla volontà rivelata dal Dio dell’alleanza nei cinque libri di Mosè. Cominciò così a comparire la sinagoga; e, unito a quest’ultima, sorse di solito un edificio per la scuola. Inoltre si formò, accanto al ceto sacerdotale, quello degli esperti nella legge, i dottori delle Sacre Scritture, di cui facevano parte di preferenza elementi laici. Dopo il ritorno dall’esilio, il ceto dei dottori della legge si sviluppò in Israele come un’istituzione stabile.
Secondo la concezione farisaica del tempo di Gesù, la Thorà, o legge mosaica, rappresentava, insieme al tempio, il « cuore » della religiosità israelitica. Entrò a far parte della legge anche la tradizione orale degli «antichi», che riguardava l’interpretazione e l’applicazione delle prescrizioni della legge. Anch’essa venne fatta risalire, nel suo germe, a Mosè. Lo scopo della teologia giudaica consisteva nel sottomettere tutti i campi della vita alla volontà rivelata dal Dio dell’alleanza nella legge di Mosè.
Secondo il concetto degli scribi e farisei al tempo di Gesù, il regno messianico sarebbe giunto improvvisamente quel sabato in cui tutti i membri d’Israele avessero osservato con la più scrupolosa fedeltà la legge mosaica.
Gli scribi e i farisei guardavano con odio e con disprezzo agli strati incolti e miserabili della popolazione giudaica, cui non era possibile lo studio della Thorà: ai loro occhi, infatti, per quelli c’era poca speranza, giacché non conoscevano la legge e quindi nemmeno potevano osservarla.
Nella concezione dei rabbini, inoltre, la cognizione esatta della legge poteva venire conseguita solo con lo studio presso qualcuno dei dottori della legge riconosciuti dall’autorità giudaica (si comprende, così, molto bene la domanda contenuta in Gv 7, 15: «Come fa costui a conoscere le Scritture senza aver avuto un’istruzione?»).
I dottori della legge o rabbini uscivano di preferenza dai ranghi del laicato e consideravano loro fondatore ed esemplare a cui ispirarsi lo scriba Esdra, il quale era venuto a Gerusalemme per incarico dell’imperatore persiano Artaserse II nell’anno 398 a.C.. Esdra riformò religiosamente la comunità ebraica costituitasi dopo l’esilio, e pose a fondamento dei rapporti sociali degli ebrei la legge di Mosè (Esd. 7,1-28; 8,1-36; Neh 8-9; Esd 9,1-10,17).
I rabbini non andavano alla ricerca di discepoli e, a differenza di Gesù, non chiamavano nessuno a far parte della loro scuola. In ogni caso, occuparsi della legge costituiva per ogni autentico israelita il supremo dei suoi doveri. La professione di rabbino venne perciò ad acquistare il rango più elevato fra tutte le attività religiose e umane degli ebrei.
Il discepolo era libero di scegliersi il proprio rabbì, come pure, dopo un certo tempo, gli era data la possibilità di unirsi ad un altro maestro. In ogni caso, il discepolo di un rabbino mirava a diventare a sua volta un dottore della legge.
Ogni rabbino aveva facoltà di accogliere chiunque fra i propri discepoli, come pure poteva rifiutare il candidato qualora lo ritenesse disadatto alla sua scuola. Disadatti e incapaci venivano reputati tutti coloro che presentavano un notevole difetto corporale (tutti i mali erano considerati come castighi mandati da Dio per le colpe personali o per i peccati degli antenati), coloro che non appartenevano alla pura razza giudaica, oppure coloro che esercitavano un mestiere che faceva contrarre impurità legali (per es. macellai, conciatori di pelli, medici), o che comunque venissero giudicati in continuo pericolo di peccare (per es. gli addetti ai dazi e alle gabelle). Le donne poi erano escluse completamente.
Il corso scolastico comprendeva soprattutto tre attività: l’ascoltare, l’imparare e il servire il maestro. Inoltre, il discepolo doveva accompagnare il proprio rabbì dappertutto, specialmente nella sinagoga, nella scuola, nei viaggi e nelle discussioni con altri dottori della legge. Egli aveva l’obbligo di ascoltare attentamente tutto ciò che il maestro diceva, sempre restando a debita distanza da lui, come esigeva la dignità che rivestiva il rabbino.
Il metodo d’insegnamento era costituito da forme proverbiali, da ritornelli mnemonici e da catene di frasi, quali; «Il rabbì NN diceva... Il rabbì XY diceva..., e io dico...». Queste lezioni venivano ribadite da continue ripetizioni, e sviluppate poi mediante il dialogo.
Il discepolo aveva il diritto di fare domande ed era suo compito di imparare possibilmente a memoria, parola per parola, tutto l’insegnamento del maestro allo scopo di poterlo poi tramandare o anche maggiormente sviluppare quando, a sua volta, sarebbe diventato un rabbì. La didattica delle domande usata dai rabbini e il sistema dialogante dovevano innanzi tutto aiutare ad applicare la legge alla vita quotidiana. In pratica, si trattava quasi esclusivamente di sottoporre ogni campo dell’esistenza del giudeo alla volontà di Dio.
Sull’idea che chi conosce perfettamente la legge, non può non metterla anche in pratica, si fonda un detto capitale del rabbinismo: «È più importante servire la legge (= il dottore della legge) che non studiarla».
Il discepolo del rabbì, divenuto suo servo, metteva i sandali al maestro, gli spianava la strada, conduceva l’asino su cui il maestro montava, lo serviva a tavola e l’accompagnava in tutti i suoi viaggi. Su uno sfondo come questo, l’azione compiuta da Gesù di lavare i piedi ai suoi discepoli (Gv 13) acquista tutto il carattere di un segno (lo stesso impatto, poi, deve averla avuta l’espressione di Gesù riportata in Lc 22, 27: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve»).
I discepoli di Gesù mostrarono di seguire la comune usanza, quando trasportarono remando il loro Maestro attraverso il lago (Mc 4,35s.), quando gli diedero aiuto nel distribuire il cibo alla folla affamata (Mc 5,37ss.; 8,6), quando gli procurarono l’asino per il suo solenne ingresso a Gerusalemme (Mc 11,1ss.) e, infine, preparandogli la Pasqua, con il relativo sgozzamento dell’agnello (Mt. 26,17ss.).
Ma, soprattutto, i discepoli di Gesù si dimostravano «discepoli» per il fatto che «camminavano dietro a lui», cioè lo seguivano e lo accompagnavano. Cosi i discepoli di Gesù si recano alla sinagoga insieme col loro Maestro, siedono attorno a lui durante la predica sulla montagna, e specialmente in quella che fu «l’aula scolastica di Gesù», cioè la casa di Pietro.
Essi sono presenti alle dispute con sadducei, farisei e dottori della legge; pongono a Gesù delle domande per meglio intendere il suo insegnamento; Gesù li istruisce e chiede loro di imprimersi bene nella mente le sue istruzioni e di trasmetterle ad altri.
I discepoli di Gesù vengono riconosciuti come facenti parte della sua scuola e tali considerati dai discepoli di Giovanni Battista e di fronte ai farisei e ai dottori della legge.
Il discepolo d’un rabbino, da ultimo, giunto al quarantesimo anno di età, poteva essere ordinato rabbì mediante l’imposizione delle mani da parte d’uno dei rabbini più in vista. Con questa cerimonia gli veniva trasmesso lo spirito di Mosè, allo stesso modo che Mosè aveva fatto per il suo successore Giosuè (Num 27,18-23; Deut 34,9). Il discepolo così ordinato poteva presentarsi a sua volta ufficialmente come un rabbì e raccogliere discepoli attorno a sé.
Al tempo di Gesù tutte queste cose non erano ancora strettamente richieste, e un israelita considerato insignito di qualità profetiche poteva presentarsi in pubblico alla stessa maniera dei rabbini, raccogliendo attorno a sé una cerchia di discepoli. In tali casi, però, le autorità giudaiche esigevano che il profeta legittimasse il suo diritto a essere considerato tale mediante una prova particolare del potere da lui ricevuto. I contemporanei annoverarono tra i rabbini legittimati in questo modo, alla stregua di profeti, anche il Battista e Gesù.
Parecchi rabbini, poi, insegnavano che, dopo la scomparsa dei profeti propriamente detti, il loro spirito fosse passato ai rabbini medesimi. Essi pretendevano, infatti, di annunciare in nome di Dio le volontà da lui collegate all’alleanza e alla salvezza, e di essere incaricati a farle osservare in Israele. I rabbini improntavano perciò decisamente della loro influenza l’intera vita religiosa e sociale degli ebrei di Palestina. In una simile situazione dovevano scoppiare necessariamente forti motivi di contrasto tra Gesù e la categoria dei maestri autorizzati del suo tempo.

STRUTTURA DEL PASSO

Il racconto di Mt 4,18-22 è parallelo a Mc 1,16-20 e concorda sostanzialmente con Luca 5,1-11 che colloca però la chiamata nel contesto della pesca miracolosa. Il racconto di Matteo è introdotto senza agganci con il contesto, l’espressione: "mentre camminava lungo il mare di Galilea", è una formula generale di raccordo. Eppure, nello stesso tempo ha lo scopo di presentare la nuova veste missionaria di Gesù (v. 18). L’evangelista lo coglie mentre si sposta «lungo il mare di Galilea» (cfr. 4, 15). Egli non aspetta come il Battista i visitatori in riva al Giordano, ma va incontro ad essi nel loro impegno quotidiano, cercando di coinvolgere uomini alla sua causa. Non occorre la montagna o il recinto sacro (cfr. Es 3,1; Is 6,1) per inquadrare la chiamata; essa può avvenire ovunque, come Dio non è circoscritto a un luogo o a un altro (Gv 4,21-22).
Nel presentare la vocazione dei primi discepoli, Matteo segue lo schema del genere letterario del racconto di vocazione.
La chiamata dei primi discepoli, così come la troviamo raccontata dai Vangeli, è una trattazione teologica sulla vocazione. Le designazioni di “scena ideale” o di “racconto didattico” non sono improprie. La storia di una vocazione, stando alle confessioni di Geremia, non è così lineare o magica, ma l’autore più che ricostruire i fatti, offre modelli interpretativi del fenomeno vocazionale e punti di confronto per una scelta cristiana.
Queste le caratteristiche dello “schema vocazionale”:

1. Indicazione della situazione: colui che è chiamato viene incontrato nell’esercizio della sua professione (Mc 2,l4a; 1Re 19,19a).
2. Chiamata: effettuata mediante chiamata o azione simbolica (Mc 2,14b; 1Re 19,19b).
3. Sequela: abbandono della professione precedente, dei genitori, ecc. (Mc 2, 14c; 1Re 19,21b).

Due esempi:

La chiamata di Eliseo (1Re 19,19-20):

Partito dì lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo.
Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello.
Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te».
Il motivo dell’indugio frapposto in 1Re 19,20 (congedo del padre: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò») è trascurato nel nostro testo paradigmatico, mentre lo ritroviamo in Mt 8,21 (E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”) e Lc 9,57-62 (Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”).

La chiamata di Levi (Mc 2,14):

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.
La nostra pericope è costituita da due scene parallele (vv. 18-20 / vv. 21-22), dove la seconda è modellata sulla prima.

ANALISI

Gesù è la figura dominante nell’episodio, il soggetto dei verbi principalivedere, dire, chiamare. Tutto è messo in movimento dalla sua parola autorevole. L’unico verbo, nel testo originale greco, che ha una posizione chiave e che non descrive un’azione di Gesù è seguirono (vv. 20.22), ma presenta la reazione alla chiamata e qualifica il modello della risposta.
Non sono i quattro fratelli che scelgono Gesù, ma è Gesù che li sceglie. Il testo non è per niente interessato alla psicologia dei personaggi, non vengono date neanche le motivazioni della loro pronta obbedienza, si vuol semplicemente far percepire la potenza della chiamata e la pronta risposta dei chiamati.
Questo modello di discepolato non deriva dal modello rabbinico, come si è visto. In Mt 8,19 abbiamo un episodio che riflette appunto la consuetudine del tempo: «Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane…”». Qui invece è Gesù che ha l’iniziativa, che sceglie.

PRIMA SCENA (VV. 18-20)


1. Indicazione della situazione e dei personaggi

L’indicazione lungo il mare di Galilea (v. 18) anticipa il mestiere delle coppie di fratelli, allo stesso modo che in 1Re 19,19 la coppia di buoi simboleggiava il mestiere di Eliseo.
Gesù vide le due coppie di fratelli (1Re 19,19: Elia incontra Eliseo), viene messa in rilievo la sua iniziativa. La vocazione è un invito, ma prima ancora una scelta (chissà perché gli evangelisti accentuano il primo aspetto e dimenticano il secondo…). L’iniziativa ricade esclusivamente su Dio, nel caso particolare su Gesù. Egli è colui che chiama e per il quale si è chiamati. Il primo invito passa attraverso il suo sguardo. L’evangelista sottolinea per due volte «vide» (vv. 18.21). In Giovanni Gesù «vede» Natanaele, prima che Pietro gli parlasse del Messia (1,48). Si tratta di uno sguardo di predilezione. «Fissatolo, lo amò» afferma Marco in un’altra circostanza (10, 21). Gesù va incontro non agli uomini in senso generico, ma a particolari persone designate con il loro nome proprio.
Nella presentazione delle due coppie dì fratelli si attribuisce a Simone un ruolo preminente; lo si nomina per primo e, a differenza degli altri, con il nome impostogli da Gesù: Pietro (16,18). Le coppie sono presentate secondo una gradazione che tiene conto del rango delle persone.
Simone e Andrea sono colti nell’esercizio del loro mestiere (v. 18): gettano in mare la rete (gettare e riparare le reti sono attività che caratterizzano i pescatori): è già anticipato, in qualche modo, il mestiere dei futuri pescatori di uomini.

2. Chiamata

La formula introduttiva: disse loro (v. 19), concentra l’attenzione del lettore sulle parole che Gesù sta per pronunciare (in greco abbiamo un presente: “dice loro”). Egli non chiama, come Elia, per incarico di Dio (1Re 19,16), non chiama mediante un’azione simbolica alla maniera dei profeti (1Re 19,19: Elia getta il suo mantello di profeta su Eliseo), ma mediante la sua parola autorevole, come nell’AT faceva Dio con i profeti (Ger 1,4-10).
L’espressione: "seguitemi", letteralmente "su, dietro di me", mette in evidenza il legame con la persona. Il rapporto rabbi-discepolo veniva generalmente definito come un imparare la Legge (Torah). Qui non è il verbo imparare, ma il verbo seguire a caratterizzare il rapporto Gesù-discepolo. Non esistono nel rabbinismo racconti di vocazione dove lasequela (cfr. 9,9: seguimi) abbia il senso di comunione di vita. Gesù non ha impostato la comunità dei suoi discepoli al modo rabbinico; non ha dato vita a una scuola di apprendimento della Legge, ma a un discepolato in cui il rapporto personale, il legame con lui costituiva l’elemento fondante.
L’adesione a Gesù è espressa con una richiesta assoluta e senza condizioni: seguitemi (su, dietro di me). Gesù agisce con piena autorità così come Dio si comportava nella chiamata dei profeti (cfr. 1Re 19,15-21; 1Sam 16,1ss.).
Alla chiamata, Gesù aggiunge una promessa: i chiamati si trasformeranno al suo seguito da pescatori di pesci in pescatori di uomini, vale a dire in missionari, in apostoli.
L’espressione pescatori di uomini, che chiaramente si richiama al precedente mestiere dei chiamati, potrebbe essere stata pensata da Gesù in contrapposizione a Ger 16,16-18 («Ecco, io invierò numerosi pescatori - dice il Signore - che li pescheranno; quindi invierò numerosi cacciatori che daranno loro la caccia su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce… Innanzi tutto ripagherò due volte la loro iniquità e il loro peccato…»). Ma in Geremia abbiamo un invio che ha carattere di condanna, qui invece i discepoli non sono inviati per condannare ma per portare il dono della salvezza.
Può darsi, invece, che Gesù abbia attinto quest’espressione dall’ambiente che gli si presentava agli occhi e l’abbia trasferita ai suoi uditori, per indicare il nuovo genere di lavoro che saranno invitati a compiere, lavoro che non comporta meno sforzo e meno delusioni del precedente (cfr. Lc 5,5: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola…»). La metafora sottolinea che gli uomini sono sfuggenti come i pesci, ma c’è un modo per “catturarli”: non arrendersi.
La promessa è formulata al futuro (vi farò): la vocazione e la missionenon avvengono nello stesso momento, la missione si sviluppa solo dal discepolato, dalla consuetudine di vita con Gesù.
E qua il pensiero va subito a Marco 3,13-15: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni».

3. Sequela

La risposta dei chiamati viene presentata come esemplare e immediata:subito (v. 20). Essi abbandonano immediatamente il loro mestiere, la loro vecchia vita. Per la prima coppia di fratelli si mette in rilievo la rinuncia al mestiere (lasciate le reti).


SECONDA SCENA (VV. 21-22)



1. Indicazione della situazione e dei personaggi

Nella seconda scena (vv. 21-22) resta presupposta la stessa localizzazione della prima: andando oltre, vide altri due fratelli. Anche qui abbiamo lo sguardo “che elegge” di Gesù. Giacomo si distingue perché è nominato per primo e con il patronimico figlio di Zebedeo (per distinguerlo da altre persone che potevano portare lo stesso nome?). Si sottolinea così che si tratta di una chiamata personale, individuale. Anche la seconda coppia viene caratterizzata come una coppia di pescatori; essi stanno riparando le reti. La frase riguardante i pescatori di uomini vale anche per loro.

2. Chiamata

La chiamata di Gesù nella seconda scena è riferita in discorso indiretto; il testo più breve presuppone quello della scena precedente. Ai figli di Zebedeo, Gesù non fa nessuna proposta: si “accontenta” di «chiamarli» (ekalesen: v. 21), ma è evidente che li chiama per la stessa causa. Il verbo “kaleò” ha il senso di chiamata alla salvezza, in questo caso alla sequela di Cristo.

3. Sequela

Giacomo e Giovanni, alla chiamata di Gesù, abbandonano il padre nella barca (v. 22), in questa seconda coppia si mette in rilievo la posposizione dei legami familiari (il padre; cfr. 1Re 19,20). La sequela si attua nel porsi al seguito dì Gesù (lo seguirono).
L’invito di Gesù è perentorio, la risposta deve essere immediata: per due volte Matteo ripete «subito» (vv. 20.22). È in entrambi i casi un distacco totale dalla vita, dalle attività, dal mondo precedente. Lasciare le reti (il mestiere) è meno che lasciare il padre (la famiglia), ma sono richiesti entrambi. Il prezzo della sequela è alto e il rischio estremo; l’unico conforto e l’unica sicurezza è la parola di Gesù. Il discorso dà l’impressione che la chiamata sia un ripiegamento verso Cristo; è invece un incamminarsi con lui, al suo fianco o al suo seguito verso i propri simili. È un servizio reso agli uomini su una linea di sacrificio e di abnegazione senza limiti. Gesù potendo essere ricco si è fatto povero per gli altri (2 Cor 8,9) e al posto di passare in mezzo ai propri simili da signore ha preferito esser il loro servo (Fil 2,5-9). Il cristiano è colui che porta la croce come il suo maestro (Mt 10,38; 16,24), ma non per fare un piacere a Dio, bensì per far valere il bene, i diritti dell’uomo. Per una tale missione non è che Dio chiami alcuni (gli apostoli) e trascuri gli altri, ma chiede il massimo a tutti (cfr. Mt 19,21:“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”). L’attuazione del regno di Dio (che è il contesto della felicità dell’uomo) deve avere la precedenza su tutto.
L’abbinamento della chiamata (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) ha forse lo scopo di sottolineare che non si va incontro a un isolamento, ma alla realizzazione di una nuova famiglia (la comunità dei discepoli di Cristo). Fin dall’inizio della vita pubblica del Messia i discepoli costituiscono la «famiglia» di Gesù e sono esortati a sentirsi «fratelli» tra di loro. Essi sono i suoi «amici».
Prima della Pasqua la sequela di Gesù si attua in senso concreto, reale; dopo la Pasqua nel seguire Gesù nella sua comunità, al servizio della sua causa.

DATI STORICI CHE EMERGONO DA QUESTO DOPPIO RACCONTO DI VOCAZIONE


• Innanzitutto il fatto della chiamata da parte di Gesù; non sono stati Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni a scegliersi il maestro come facevano i discepoli dei rabbini, ma è stato Gesù a sceglierli e chiamarli. La sua autorità e il rigore della chiamata sono caratteristici di Gesù.

• Il profilo carismatico di Gesù, ciò che univa i discepoli a Gesù non era la Legge né il suo studio, ma lo stesso Gesù e il suo messaggio.
• Il senso missionario della chiamata: la sequela dei discepoli è finalizzata all’annuncio del regno dì Dio, alla missione.
• Il mestiere precedente delle due coppie di fratelli. Simone è originario di Cafarnao o di Betsaida, in ogni caso nei pressi del lago di Galilea. E quindi del tutto probabile che esercitasse il mestiere di pescatore.
• Il rango e l’importanza dei discepoli nominati in precisa successione. Il ruolo dominante di Simone (Pietro) ci è noto dalla tradizione sinottica e da Paolo; nelle liste Pietro compare regolarmente al primo posto. Andrea ha un ruolo subordinato; Giacomo ricorre regolarmente prima di Giovanni, che assume un rilievo maggiore solo nella tradizione di Luca.

SCOPI CHE MATTEO SI PREFIGGE


• presentare alla comunità cristiana queste coppie di fratelli come modelli esemplari di sequela;
• indicare il fondamento dell’attività missionaria delle due coppie di fratelli.
• mostrare che questi quattro discepoli (e non altri) sono testimoni dell’agire di Gesù fin dall’inizio; tre di essi (Pietro, Giacomo e Giovanni) assisteranno anche ad altri avvenimenti importanti e riservati: la trasfigurazione (17,1) e la scena del Getsemani (26,37).

ATTUALIZZAZIONE

Questi due racconti di vocazione illustrano che cosa significhidiscepolato. Il discepolato si basa sulla chiamata di Gesù, le parole del quarto evangelista: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16) vanno al cuore della questione. La «chiamata» prende tutto il suo valore e la sua forza dall’autorità di colui che chiama. Gesù non da alcuna motivazione o spiegazione, non chiede e non tenta di convincere, basta la sua parola sovrana e la sua chiamata si aspetta un’obbedienza senza riserve. I chiamati non indugiano, si staccano dai legami e dalle sicurezze che sostengono la vita: famiglia, amici, lavoro.
Sequela significa comunione di vita con Gesù. La comunità cristiana di oggi ha bisogno di questo sguardo retrospettivo verso gli inizi storici per imparare da allora. Per sfuggire al pericolo di una fede individuale e spiritualistica può essere utile tenere presente che la vocazione cristiana chiama a una vita comune, la vocazione a coppie vuole sottolineare proprio questa idea.
La sequela di Cristo ha infine un obiettivo preciso: la missione. Gesù unisce la chiamata alla missione: Vi farò pescatori di uomini. Ogni cristiano è chiamato alla sequela di Gesù e nello stesso tempo al servizio missionario. Non è questione di scelta, ma di obbedienza!

BIBLIOGRAFIA


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• BOSCOLO GastoneVangelo secondo Matteo, Collana DABR: lectio divina popolare, ed. Messaggero, Padova, pp. 63-70.
• ORTENSIO DA SPINETOLIMatteo, ed. Cittadella, pp. 125-127.
• PENNA RomanoRitratti originali di Gesù Cristo. Vol. I: gli inizi, ed. Paoline, pp.45-57.
• MARCHESI GiovanniIl discepolato di Gesù: vocazione, sequela, missione, in Civiltà Cattolica, n.3, luglio 1992, pp. 131-144.