31 maggio. Visitazione della Beata Vergine Maria


Il Vangelo di oggi e il commento Visitazione della B. Vergine Maria

Festa della Visitazione. Note liturgiche, storia della festa, approfondimenti

J. Ratzinger. Meditazione sul Magnificat

GIOVANNI PAOLO II. Visitazione di Maria a Santa Elisabetta

Padre Raniero Cantalamessa. HA GUARDATO L’UMILTA’ DELLA SUA SERVA

S. Ambrogio. La Visitazione: un cammino verginale di fede, di amore, di umiltà

La Visitazione. Testi patristici

La Visitazione: Omelia di San Carlo Borromeo

Beata Anna Caterina Emmerick: La Visitazione

Suor Maria di Gesù Agreda. La Visitazione nella "La Mistica Città di Dio"

La salvezza e la liberazione messianica nel Magnificat


Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56.

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Il Commento

Il Signore viene a visitarci. E viene a noi sempre attraverso una carne ben concreta. Il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio tra noi. E' sempre Lei che ci visita, ambasciatrice dell'amore di Dio. E' Lei che ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere. Lei è l'immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo. Per noi. Da sempre. E oggi. E domani. Per sempre. Dio incarnato, Dio adagiato nel seno d'una donna, Dio disceso alla nostra vita, Dio che visita e impregna le nostre ore. Dio incarnato nelle nostre carni incamminate nella storia. Maria è lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite. In noi è già seminato il miracolo d'una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia. Come Elisabetta intuiamo ma abbiamo bisogno d'una visita perchè il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l'amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, come afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge. Con Elisabetta abbiamo bisogno di Maria. E Maria è la Chiesa, il Suo saluto che risuona nel profondo è l'annuncio che il nostro cuore attende senza posa. La Parola capace di sciogliere in noi quel che, da sempre, la Grazia ha seminato. La Parola che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia. E' l'annuncio che desta la gioia: Dio s'è fatto carne nella nostra carne, proprio nelle vicende che ci visitano per coinvolgerci, la storia nostra di ogni giorno. Maria, il mistero della nostra vita racchiuso nella dolcissima fanciulla di Nazaret. Nella storia l'eco dell'annuncio della Chiesa. Ed è vero che fuori della Chiesa non v'è salvezza, perchè in ogni istante della storia che scorre dentro ogni angolo della terra risuona la Parola, unica, di salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra. La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l'universo in attesa della salvezza. La storia è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d'una Grazia nuova, e tutte le cose son state rinnovate, e il Signore, l'Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo. Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. Il mistero nascosto agli angeli è stato svelato, l'uomo è salvo. La vita non è più una corsa verso la morte. Il Cielo s'è dischiuso dinnanzi ad ogni uomo. Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, tutte sono pronte ormai per essere salvate. Un annuncio, una parola, la visita di Maria e quel che era perduto sarà riscattato. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo. I passi degli eventi stessi che abbracciano ogni uomo in un saluto di Pace sono nient'altro che la rivelazione del progetto di Dio. "Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" (Ger. 29,11). Shalom! Il saluto di Maria che sveglia la gioia nel seno di Elisabetta. Pace! Il saluto di Maria che ridesta la gioia che abbiamo dimenticato tra le tristezze di ciò che ormai pensiamo come perso irrimediabilmente. La gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto. La risurrezione della speranza. La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. E tutto si illumina, il passato ci ha preparato a questo incontro, ed è questo quello che davvero conta. Anche le debolezze, anche i peccati brillano d'una luce nuova nell'ascoltare la voce di Maria. La stessa del Figlio risorto: Pace a voi! Si, la nostra carne, la nostra storia sono la dimora di Dio, il Cielo sulla terra perchè tutto quello che di noi appatrtiene alla terra giunga, un giorno, in Cielo. Salvi, santi, Suoi.
Di Gesù, come Maria, con Maria Donna umile ebbra di gioia, che canta le meraviglie di Dio. La gioia della verità. Immacolata nella concezione, priva del veleno che distrugge le nostre vite, la superbia che tiene Dio fuori dalle nostre porte. Creati per essere veri, e liberi, e felici, gemiamo sotto la dura legge della superbia, la menzogna primordiale iniettataci dal mentitore. Pensare, credere d'essere quel che non siamo. Dilapidare tutte le nostre energie per diventare quel che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi. Le nostre cose, i nostri pensieri, le nostre opere. Noi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque il mondo abbia la ventura d'incontrarci. Anche quando non riusciamo, e il volto s'appesantisce di depressi pensieri. In fuga dal nulla precipitiamo nel nulla più duro, l'acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. E non v'è posto infatti per Maria e Giuseppe in nessun albergo, il mondo di cartapesta, i "bed and breakfast" di sogni e chimere che segnano i nostri giorni non hanno un angolo per accogliere il Signore. Meglio, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. La Sua umiliazione, la semplice verità, vergine e non deturpata da alcun veleno di superbia. Vergine nella carne perchè vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d'esser creatura. Maria, l'umile di Nazaret, il culmine della storia d'ogni uomo, vera perchè semplice nella quotidianità d'una vita sciolta nella volontà del Creatore. Umile perchè serva, serva perchè creatura. La gioia che Eva ci tolse è in Lei ridonata. Nessun cedimento dinnanzi al frutto avvelenato dalla superbia. Maria, umile perchè Maria, e null'altro. Maria, una vergine di Nazaret, nulla di più, niente di diverso desiderato. In Lei è ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d'ogni inalazione mortifera di superbia originale. La Sua umiliazione, la verità che ci costituisce creature in tutto dipendenti dal Creatore. Il Suo seno verginale è tutto quel che di noi appartiene al Creatore. Le Sue viscere materne son la grotta povera, spoglia, di nessun valore che si addice - l'unica - al Dio che si fa uomo. La Sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi, il cuore, la mente, il corpo che ci è donato per servire e che giace schiavo del tiranno che ci ha insegnato l'orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l'eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. E Dio ha guardato la Sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il Suo primo progetto, un figlio, una figlia, e l'abbandono totale tra le braccia dell'amore. Dio ha guardato all'umiliazione di Maria, la verità di Maria fatta di terra, la Sua storia, le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall'ovile della verità. Maria ci accoglie nella sua umiliazione, e ci conduce nel Magnificat della creatura che esiste nel Creatore, che è del Creatore, che vive per il Creatore. Dio guarda l'umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone. E si prende cura di Lei, e, in Lei, di tutti noi schiavi della menzogna. Maria visita oggi la nostra vita, sulla soglia delle nostre ore, perchè con Lei possiamo accogliere il Salvatore. Maria ci conduce alla verità della nostra condizione e ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere. Maria ci mostra il vuoto che ci pervade, ci insegna a non averne paura, ad accettare quel che siamo, a lasciare ogni sogno, ogni desiderio alla volontà di Dio per noi. Maria ci accoglie e ci aiuta a schiuderci alla Grazia, allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Maria ci chiama, ci aiuta a lasciare che vengano dispersi i superbi pensieri annidati nei nostri cuori , che Dio faccia vuote le nostre mani piene di false ricchezze, che siamo oggi rovesciati dai troni del potere, dell'arroganza, dei vani sogni di gloria. Maria ci guida nel cammino di conversione che sono la vita e il tempo che ci son donati. Maria ci abbraccia oggi come abbracciò Elisabetta, e ci unisce al Suo canto di lode, quello per cui siamo stati creati. La lode di povere, umili creature che, istante dopo istante, son ricolmate di beni dal proprio creatore. Maria ci accompagna oggi, nella verità e nella gioia, pieni di stupore e di esultanza.

Il Vangelo di oggi e il commento Visitazione della B. Vergine Maria





Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56.

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Il Commento

Il Signore viene a visitarci. E viene a noi sempre attraverso una carne ben concreta. Il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio tra noi. E' sempre Lei che ci visita, ambasciatrice dell'amore di Dio. E' Lei che ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere. Lei è l'immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo. Per noi. Da sempre. E oggi. E domani. Per sempre. Dio incarnato, Dio adagiato nel seno d'una donna, Dio disceso alla nostra vita, Dio che visita e impregna le nostre ore. Dio incarnato nelle nostre carni incamminate nella storia. Maria è lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite. In noi è già seminato il miracolo d'una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia. Come Elisabetta intuiamo ma abbiamo bisogno d'una visita perchè il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l'amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, come afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge. Con Elisabetta abbiamo bisogno di Maria. E Maria è la Chiesa, il Suo saluto che risuona nel profondo è l'annuncio che il nostro cuore attende senza posa. La Parola capace di sciogliere in noi quel che, da sempre, la Grazia ha seminato. La Parola che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia. E' l'annuncio che desta la gioia: Dio s'è fatto carne nella nostra carne, proprio nelle vicende che ci visitano per coinvolgerci, la storia nostra di ogni giorno. Maria, il mistero della nostra vita racchiuso nella dolcissima fanciulla di Nazaret. Nella storia l'eco dell'annuncio della Chiesa. Ed è vero che fuori della Chiesa non v'è salvezza, perchè in ogni istante della storia che scorre dentro ogni angolo della terra risuona la Parola, unica, di salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra. La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l'universo in attesa della salvezza. La storia è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d'una Grazia nuova, e tutte le cose son state rinnovate, e il Signore, l'Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo. Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. Il mistero nascosto agli angeli è stato svelato, l'uomo è salvo. La vita non è più una corsa verso la morte. Il Cielo s'è dischiuso dinnanzi ad ogni uomo. Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, tutte sono pronte ormai per essere salvate. Un annuncio, una parola, la visita di Maria e quel che era perduto sarà riscattato. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo. I passi degli eventi stessi che abbracciano ogni uomo in un saluto di Pace sono nient'altro che la rivelazione del progetto di Dio. "Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" (Ger. 29,11). Shalom! Il saluto di Maria che sveglia la gioia nel seno di Elisabetta. Pace! Il saluto di Maria che ridesta la gioia che abbiamo dimenticato tra le tristezze di ciò che ormai pensiamo come perso irrimediabilmente. La gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto. La risurrezione della speranza. La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. E tutto si illumina, il passato ci ha preparato a questo incontro, ed è questo quello che davvero conta. Anche le debolezze, anche i peccati brillano d'una luce nuova nell'ascoltare la voce di Maria. La stessa del Figlio risorto: Pace a voi! Si, la nostra carne, la nostra storia sono la dimora di Dio, il Cielo sulla terra perchè tutto quello che di noi appatrtiene alla terra giunga, un giorno, in Cielo. Salvi, santi, Suoi.
Di Gesù, come Maria, con Maria Donna umile ebbra di gioia, che canta le meraviglie di Dio. La gioia della verità. Immacolata nella concezione, priva del veleno che distrugge le nostre vite, la superbia che tiene Dio fuori dalle nostre porte. Creati per essere veri, e liberi, e felici, gemiamo sotto la dura legge della superbia, la menzogna primordiale iniettataci dal mentitore. Pensare, credere d'essere quel che non siamo. Dilapidare tutte le nostre energie per diventare quel che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi. Le nostre cose, i nostri pensieri, le nostre opere. Noi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque il mondo abbia la ventura d'incontrarci. Anche quando non riusciamo, e il volto s'appesantisce di depressi pensieri. In fuga dal nulla precipitiamo nel nulla più duro, l'acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. E non v'è posto infatti per Maria e Giuseppe in nessun albergo, il mondo di cartapesta, i "bed and breakfast" di sogni e chimere che segnano i nostri giorni non hanno un angolo per accogliere il Signore. Meglio, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. La Sua umiliazione, la semplice verità, vergine e non deturpata da alcun veleno di superbia. Vergine nella carne perchè vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d'esser creatura. Maria, l'umile di Nazaret, il culmine della storia d'ogni uomo, vera perchè semplice nella quotidianità d'una vita sciolta nella volontà del Creatore. Umile perchè serva, serva perchè creatura. La gioia che Eva ci tolse è in Lei ridonata. Nessun cedimento dinnanzi al frutto avvelenato dalla superbia. Maria, umile perchè Maria, e null'altro. Maria, una vergine di Nazaret, nulla di più, niente di diverso desiderato. In Lei è ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d'ogni inalazione mortifera di superbia originale. La Sua umiliazione, la verità che ci costituisce creature in tutto dipendenti dal Creatore. Il Suo seno verginale è tutto quel che di noi appartiene al Creatore. Le Sue viscere materne son la grotta povera, spoglia, di nessun valore che si addice - l'unica - al Dio che si fa uomo. La Sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi, il cuore, la mente, il corpo che ci è donato per servire e che giace schiavo del tiranno che ci ha insegnato l'orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l'eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. E Dio ha guardato la Sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il Suo primo progetto, un figlio, una figlia, e l'abbandono totale tra le braccia dell'amore. Dio ha guardato all'umiliazione di Maria, la verità di Maria fatta di terra, la Sua storia, le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall'ovile della verità. Maria ci accoglie nella sua umiliazione, e ci conduce nel Magnificat della creatura che esiste nel Creatore, che è del Creatore, che vive per il Creatore. Dio guarda l'umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone. E si prende cura di Lei, e, in Lei, di tutti noi schiavi della menzogna. Maria visita oggi la nostra vita, sulla soglia delle nostre ore, perchè con Lei possiamo accogliere il Salvatore. Maria ci conduce alla verità della nostra condizione e ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere. Maria ci mostra il vuoto che ci pervade, ci insegna a non averne paura, ad accettare quel che siamo, a lasciare ogni sogno, ogni desiderio alla volontà di Dio per noi. Maria ci accoglie e ci aiuta a schiuderci alla Grazia, allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Maria ci chiama, ci aiuta a lasciare che vengano dispersi i superbi pensieri annidati nei nostri cuori , che Dio faccia vuote le nostre mani piene di false ricchezze, che siamo oggi rovesciati dai troni del potere, dell'arroganza, dei vani sogni di gloria. Maria ci guida nel cammino di conversione che sono la vita e il tempo che ci son donati. Maria ci abbraccia oggi come abbracciò Elisabetta, e ci unisce al Suo canto di lode, quello per cui siamo stati creati. La lode di povere, umili creature che, istante dopo istante, son ricolmate di beni dal proprio creatore. Maria ci accompagna oggi, nella verità e nella gioia, pieni di stupore e di esultanza.

Festa della Visitazione. Note liturgiche, storia della festa, approfondimenti

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Una visita per un dono di grazia

Stando alla descrizione della Marialis cultus possiamo dire che la festa della Visitazione della beata vergine Maria rimanda a «una celebrazione che commemora un evento salvifico, in cui la Vergine fu strettamente associata al Figlio» e, più precisamente, «in cui si ricorda la beata vergine Maria, che porta in grembo il Figlio e che si reca da Elisabetta per porgerle l'aiuto della sua carità e per proclamare la misericordia di Dio Salvatore» (n. 7: EV 5/28). Per quanto possa sembrare sorprendente, la visita fatta dalla vergine Maria ad Elisabetta (cf. Lc 1,39-56), un vero «evento di grazia» nel senso più letterale del termine, solo in tempi relativa-mente recenti ha avuto una sua festa liturgica e non in modo uniforme in tutta la chiesa latina.

1. UNA FESTA PIUTTOSTO TARDIVA E SOLO OCCIDENTALE

Infatti, è vero che nell'oriente bizantino si celebra il 2 luglio una festa mariana, ma essa ha per titolo: «Deposizione della venerata veste della santissima Signora nostra e Madre di Dio in Blacherne». Si tratta, dunque, della memoria di una reliquia in un santuario mariano, e non di una festa concernente l'episodio lucano. Ora tale reliquia sarebbe stata portata a Costantinopoli da Gerusalemme nel 472 dai due patrizi, Galbios e Candidos. L'imperatore Leone I e la sua sposa Verina fecero costruire una cappella per racchiudere il reliquiario contenente la veste preziosa: la cerimonia di dedicazio-ne di questo santuario in Blacherne ebbe luogo nel 473. Si ricorda, inoltre, che durante l'incursione degli Avari, il 5 giugno 619, la reliquia fu affrettatamente posta al sicuro nella parte interna della città e il 2 luglio seguente venne solennemente restituita al tempio della Blacherne: di qui il nascere e il perdurare della celebrazione festiva in tale data.
D'altra parte è certamente un dato storico che il racconto della visitazione fece il suo primo ingresso nella liturgia romana quando vi si sviluppò la celebrazione dell'Avvento (cioè fin dal sec. VI) e che la pericope di Luca venne posta al venerdì delle Tempora ossia della terza domenica d'Avvento: tuttavia non si tratta di una festa a sé stante. Oggi, poi, sembra destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui, sotto il governo di s. Bonaventura, il Capitolo generale dei frati minori svoltosi a Pisa nel 1263 abbia fatto introdurre in tutto l'ordine francescano, al 2 luglio, anche la festa della Visitazione, oltre alle feste dell'Immacolata, di s. Anna e di s. Marta.


A. L'origine nella città di Praga

Bisogna, dunque, arrivare al potente arcivescovo di Praga Giovanni Jenstein (1348-1400), al tempo del grande scisma in occidente, diviso tra il papa Urbano VI (Roma) e l'antipapa Clemente VII (Avignone), per trovare notizia sicura del sorgere della festa mariana della Visitazione. Egli, dopo aver preparato personalmente i testi liturgici per la nuova festa e dopo aver fatto ricercare dai suoi periti i fondamenti biblici e canonici per la sua plausibile istituzione, nel sinodo diocesano del 16 giugno 1386 promulgò per la sua diocesi l'introduzione della festa della Visita-zione della Madonna, da celebrarsi ogni anno il 28 aprile. Ora questo intrepido vescovo non solo difese dottrinalmente negli anni seguenti il valore teologico della celebrazione, ma anche si adoperò grandemente per la sua diffusione al di fuori della diocesi di Praga. Per questo scrisse a vescovi e a superiori generali, inviando loro anche copia degli uffici divini da lui composti, e inviò varie petizioni allo stesso papa Urbano VI, affinché istituisse tale festività in tutta la chiesa latina al fine dichiarato di porre termine allo scisma in essa dilagante. Il papa accolse favorevolmente l'idea, ma si limitò solo a promettere l'istituzione di una tale festa, dato che allora era con la sua curia quasi in esilio a Genova. Fece il suo ritorno a Roma nei primi giorni di settembre 1388 e allora, finalmente, poté dedicarsi seriamente al lavoro con la commissione di teologi e di cardinali incaricati di studiare la richiesta. Nel concistoro pubblico dell'8 aprile 1389, in presenza dei cardinali e dei numerosi prelati, il maestro del palazzo apostolico rivolse richiesta formale al papa perché promulgasse la festa della Visitazione allo scopo di ottenere, tra l'altro, l'unione della chiesa; e il papa promulgò solennemente tale festa sottolineando - pure
lui - che la causa movente era data dalla speranza della cessazione dello scisma d'occidente. In più, per onorare convenientemente la nuova festività, indisse un giubileo per l'anno seguente 1390 e, per la stessa ragione, aggiunse alle tre basiliche giubilari anche quella di S. Maria Maggiore. La curia romana cominciò a preparare quanto era necessario sia alla legislazione sulla nuova festa sia alla celebrazione dell'anno giubilare: nel mese di maggio o giugno 1389, in un secondo concistoro pubblico, il papa Urbano VI determinò che la festa della Visitazione fosse fissata nel calendario liturgico al 2 luglio e che la nuova festa avesse la vigilia e l'ottava come quella del Corpus Domini, cui veniva equiparata quanto alle indulgenze. Tuttavia, seppure avesse celebrato solennemente la festività in quell'anno a S. Maria Maggiore quasi come esperimento, il papa non riuscì a pubblicare la bolla ufficiale di promulgazione della nuova festa, perché fu colto dalla morte il 15 ottobre 1389. Nel marzo 1390, tra i numerosi pellegrini giunti a Roma per il giubileo, c'era anche il vescovo Giovanni Jenstein, il quale sollecitò il nuovo papa, Bonifacio IX, a perfezionare la pratica. Papa Bonifacio IX nell'anno 1390 emanò, finalmente, la bolla Superni benignitas Conditoris, con la quale estendeva a tutta la chiesa occidentale la nuova festività mariana: il documento porta la data ufficiale del giorno dell'incoronazione dello stesso Bonifacio IX, ossia il 9 novembre 1389.


B. La lenta diffusione

La nuova celebrazione della Visitazione si impose solo lenta-mente e progressivamente. In particolare, come era naturale, essa fu accolta solo da quei fedeli che si sentivano in comunione con il pontefice di Roma, mentre i fautori di Clemente VII o la ignorarono o addirittura la respinsero. Così, dopo lo scisma, il concilio di Basilea, nella sessione del 1° luglio 1441, dovette riconfermare la bolla di Bonifacio IX: solo allora si può dire che, giuridicamente, la celebrazione del 2 luglio divenne una realtà per tutta la chiesa occidentale. Nel concilio ecumenico di Firenze (1438-1445), sotto la presi-denza di Eugenio IV, accolsero la festa i patriarcati siro, maronita e copto, che la celebrano ancora alla data romana. Nicolò V, con la bolla Romanorum gesta Pontificum (26 marzo 1451), ripubblicò per intero la bolla di Bonifacio IX, nell'intenzione di indurre tutte le chiese particolari ad accettare unanimi la festa.


Pio V, nella riforma generale post-tridentina dei libri liturgici romani, abolì i vari uffici e messe in uso per detta festa, ne tolse la vigilia e l'ottava, e adottò gli uffici della Natività di Maria con le poche necessarie modifiche di adattamento. Clemente VIII, nella sua revisione dei libri liturgici del 1602, dopo aver elevato la festa della Visitazione al nuovo rito da lui introdotto di doppio maggio-re, ne fece ricomporre l'ufficio dal minimo p. Ruiz con l'aggiunta di antifone e responsori propri e con l'introduzione di nuove lezioni; la messa rimase quella della Natività di Maria, con la sola diversità - oltre il Vangelo di Luca - dell'epistola (Ct 2,8-14), scelta senza alcun dubbio a causa del versetto iniziale. Ora tali formulari liturgici della Visitazione sono persistiti fino alla riforma del concilio Vaticano II. Per quanto riguarda, invece, il grado di celebrazione bisogna ricordare ancora che Pio IX, dopo il periodo della Repubblica romana, che cessò appunto il 2 luglio 1849, elevò la festa al rito doppio di Il classe (31 maggio 1850). L'attuale riforma del Calendario romano, oltre ad attribuire alla celebrazione del mistero della Visitazione il grado liturgico di festum, ha creduto opportuno abbandonare anche la data tradizio-nale del 2 luglio, trasferendo la festa al 31 maggio: in questo modo la festività della Visitazione di Maria viene a situarsi tra le solennità dell'Annunciazione del Signore (25 marzo) e della Natività di s. Giovanni Battista (24 giugno), e - dicono i redattori del nuovo Calendario - così «si adatta meglio alla narrazione evangelica». Noi - con le parole della Marialis cultus - potremmo aggiungere che questo cambiamento «ha permesso di inserire in modo più organico e con un legame più stretto la memoria della Madre nel ciclo dei misteri del Figlio» (n. 2: EV 5/21), senza offuscare quelli che vengono detti i «tempi forti» dell'anno liturgico anzi facendola cadere nel tempo pasquale, in cui fiorisce con una gioia tutta speciale il canto di quelli per i quali il Signore ha fatto meraviglie (cf. il Magnificat).


2. IL MESSAGGIO DELL'EVENTO CELEBRATO

Evidentemente il tema della celebrazione della festa della Visitazione di Maria è dato dal racconto dell'evangelista Luca (1,39-56): attorno a questo nucleo evangelico si sviluppano tutte le .altre parti della liturgia del giorno. Si potrebbe valutare tale racconto come un idillio familiare o alla stregua di un'istantanea della vita quotidiana di Maria; ma così facendo non se ne avrebbe colto il valore profondo, dato che la Scrittura inserisce questo
episodio in un'ampia cornice storico-salvifica ben riconosciuta dall'esegesi moderna ai primi due capitoli di Luca: nell'incontro tra Maria ed Elisabetta - nel quale è inserito il tratto profondamente simbolico di un incontro tra Gesù e Giovanni - si ha la tensione e il trapasso dall'uno all'altro dei due tempi salvifici, concretizzati nell'incontro vivo di due rappresentanti per ciascuna delle rispetti-ve epoche (cf. «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio...» di Lc 16,16; cf. Mt 11,12-13). Ora capire questo importante evento salvifico, in cui la Vergine esercita un ruolo eccezionale accanto al Figlio, è davvero entrare pienamente nel cuore della festa. In questo ci sono di guida valida i testi della riformata liturgia, radicalmente riformulati.


A. Sfondo biblico

Un primo aiuto per scandagliare il «mistero» celebrato ci è dato dalla duplice I lettura prevista nel proprio della messa del giorno. Infatti, si sa che il racconto lucano della visita di Maria ad Elisabetta, sfrutta, con estrema finezza, la tipologia dell'arca dell'alleanza. Ora, dando la possibilità di scelta per la I lettura tra Sof 3,14-18a e Rm 12,9-16b, il nuovo Lezionario fa capire come non intenda legare l'ascolto e la riflessione della comunità cristiana sul ruolo di Maria - arca dell'alleanza - contemplata solo in se stessa. Altrimenti avrebbe indicato come I lettura l'eulogia di Giuditta: «Benedetta tu... tra tutte le donne... e benedetto il Signore Dio» (13,18-19), che Luca mette sulle labbra di Elisabetta. Appare chiara, piuttosto, l'intenzione di evidenziare e celebrare i meravigliosi effetti salvifici, che vengono operati non solo in Maria ma anche attorno a lei e che riguardano non poco anche noi. Pertanto, se si sceglie come prima lettura il passo di Sofonia, dell'Evangelo si accentua il tema dell'esultanza e della gioia per la «presenza» del Signore, che ha «visitato» il suo popolo in adempi-mento della sua promessa di salvezza; se invece si sceglie come prima lettura la pericope ai Romani, dell'Evangelo si mette in risalto il tema della sollecitudine piena di carità di Maria verso la

parente Elisabetta bisognosa di aiuto. Dunque, dell'episodio lucano la liturgia della Parola evidenzia (attraverso la duplice I lettura) due elementi fondamentali:
a. da una parte il gioioso fervore, suscitato dallo Spirito in chi obbedisce a Dio con perfetta adesione di fede;
b. dall'altra il generoso slancio di amore al servizio premuroso del prossimo provocato dall'inabitazione della divina presenza.





B. Sfondo eucologico

Ma anche l'eucologia della messa, del tutto nuova, sottolinea -e forse pastoralmente in modo più immediato - alcune dimensioni del gesto singolare compiuto da Maria nei confronti di Elisabetta. Anzi, si può dire che le tre orazioni del nuovo formulario hanno il pregio di tentare una rilettura in forma esistenziale dell'«evento» celebrato:

a. La colletta, innanzitutto, mette in risalto che quanto ha fatto Maria è obbedienza alla mozione dello Spirito divino:

«O Dio, che nel tuo disegno di amore hai ispirato alla beata vergine Maria, che portava in grembo il tuo Figlio, di visitare sant'Elisabetta, concedi a noi di essere docili all'azione del tuo Spirito...».

Il «bene» è frutto di obbedienza alla volontà del Padre, che si è manifestata nei precetti del Figlio e che ci viene richiamata alla mente dallo Spirito, «suggeritore» di ogni opera buona. Ora la pericope lucana sottolinea che Maria è sempre disponibile alla voce dello Spirito: ella non si è accontentata di dire il fiat più decisivo della storia una volta per tutte, ma ora la vediamo prolungarlo in continui «sì» all'azione interiore di quello Spirito che l'ha adombra-ta. In questo ci è di modello: anche noi - ed è la petizione della colletta - dobbiamo essere sempre «docili all'azione dello Spirito», l'artefice della realizzazione del piano salvifico di Dio nella storia degli uomini; dobbiamo - come lei - saper dire i nostri «sì» pronti al richiamo di quello Spirito che è stato diffuso nei nostri cuori.

b. L'orazione sopra le offerte, poi, focalizza l'azione della Vergine come un grande atto di amore verso il prossimo:

«O Dio, che hai accolto e benedetto il gesto di carità di Maria, Madre del tuo unico Figlio...».

Si noti l'accostamento tra la dignità di «Madre del Figlio di Dio» e l'umile «gesto di carità», per comprendere come Maria intende chiaramente che la sua vocazione eccezionale comporta -secondo il paradigma evangelico - non dominio o privilegio bensì servizio. E lei non ha paura di andare a servire, letteralmente, e per questo si scomoda «mettendosi in viaggio», «verso la montagna»,
«in fretta»: insomma con una carità squisita. Il suo esempio ci deve spingere a comunicare il dono di Dio e a donare noi stessi prontamente ai fratelli, ben sapendo che non c'è dignità più alta di questa, dopo che il Maestro è venuto «non per essere servito, ma per servire donando la propria vita» (Mt 20,28). Dire «sì» allo Spirito è in definitiva mettersi a servizio dei fratelli: la festa sostanzialmente ci trasmette questo messaggio vitale. Dice bene il poeta David Turoldo:


«Anche noi, dunque, andiamo a servire, correndo, dietro la Madre andiamo: non può rinchiudersi mai nella casa chi porta Cristo nel sangue e nel cuore.

Regine e principi scendan le scale, escano tutti dai loro palazzi; i sacerdoti per primi dal tempio portino grazia per tutte le strade (...)».

La Vergine, frettolosa sulla strada di montagna e generosa nel servizio di casa, ci insegni che praticamente non si può essere portatori di grazia senza il dono dell'amore fattivo.

c. L'orazione dopo la comunione, infine, lode e il ringraziamento della Vergine santa:

mette in risalto la

«Ti magnifichi, o Padre, la tua chiesa, perché hai operato grandi cose per coloro che, sull'esempio di Maria, credono nella tua parola...».

Il riferimento al Magnificat è evidente. Del resto anche la colletta si chiude chiedendo che impariamo a «magnificare con Maria il santo nome» di Dio. La Vergine sa elevare la sua lode e il suo ringraziamento a Dio, facendo un centone di tanti passi dell'Antico Testamento, cioè, ispirandosi alla Scrittura, che doveva ben conoscere. Da lei dobbiamo imparare a superare la preghiera di sola pétizione, per saper sprigionare prima di tutto la nostra esultanza e la nostra riconoscenza al Signore per i benefici della salvezza, di cui la Scrittura è la testimone più fedele. Su questo versante, si potrebbe anche sottolineare l'attualizza-zione dell'evento biblico di ieri nella celebrazione misterica di oggi, gettando un ponte tra la Parola e l'eucaristia, secondo il suggeri-mento dell'orazione dopo la comunione (ma non era meglio questo cenno nell'orazione sulle offerte?):

«Come Giovanni sentì la presenza nascosta di Cristo tuo Figlio, così il popolo esultante riconosca in questo sacramento la presenza viva del suo Signore».

Ma sono sufficienti le linee di riflessione indicate per un avvio ad una celebrazione della festa in sintonia con i testi della liturgia. Lo Spirito santo, che presiede all'incontro di Maria ed Elisabetta, aprendo i loro cuori alla gioia, all'amore e alla lode festosa, dia il tono pasquale-pentecostale a questa festa della chiesa, che ormai fa un tutt'uno con la grande memoria del tempo del Risorto e del Paraclito, suscitando in essa gli stessi frutti vitali.

J. Ratzinger. Meditazione sul Magnificat

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"Tutte le generazioni mi chiameranno beata"



« Tu sei la piena di grazia »

Elementi per una devozione mariana biblica

«D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata ». Questa parola della Madre di Gesù, che Luca (1,48) ci ha tramandato, è insieme profezia e compito per la Chiesa di tutti i tempi. Così questa frase del Magnificat, ripresa dall'ispirata preghiera di lode di Maria al Dio vivente, è uno dei fondamenti essenziali della devozione cristiana a Maria. La Chiesa non ha inventato nulla di nuovo, quando ha cominciato a magnificare Maria; non è precipitata dalle altezze dell'adorazione dell'unico Dio giù nella lode di un essere umano. Essa fa ciò che deve fare e di cui è stata incaricata fin dall'inizio. Quando Luca scrisse questo testo, si era già nella seconda generazione cristiana, e alla « generazione » dei giudei si era aggiunta quella dei pagani, che erano divenuti Chiesa di Gesù Cristo. La parola « tutte le generazioni » cominciava a riempirsi di realtà storica. L'evangelista non avrebbe certo tramandato la profezia di Maria se essa gli fosse sembrata indifferente o superata. Nel suo Vangelo egli voleva fissare « con cura » ciò che « i testimoni oculari e i servitori della parola fin dal-l'inizio » (1,2-3) avevano tramandato, per dare così sicure indicazioni alla fede della cristianità che stava facendo il suo ingresso nella storia del mondo.
La profezia di Maria apparteneva a questi elementi, che egli aveva « con cura » rintracciato e riteneva sufficientemente importanti da tramandare come parte del Vangelo. Ciò presuppone che questa parola non era rimasta senza una corrispondenza nella vita della comunità: i primi due capitoli del Vangelo di Luca lasciano intendere un ambiente di tradizione, nel quale la memoria di Maria era custodita e la Madre del Signore era amata e lodata. Essi presuppongono che il grido, ancora un poco ingenuo, di quella donna sconosciuta: « Beato il seno che ti ha portato » (Lc 11,27) non si era spento, ma aveva invece trovato una più pura e valida configurazione nella più profonda comprensione che ne aveva dato Gesù. Presuppongono pure che il saluto di Elisabetta: « Tu sei benedetta fra tutte le donne » (1,42), che Luca caratterizza come una parola pronunciata nello Spirito Santo (1,41), non era rimasto un episodio isolato. La perdurante esaltazione di Maria, almeno in un filone della primitiva tradizione, è il presupposto dei racconti dell'infanzia lucani. L'inserzione di questa parola nel Vangelo eleva la venerazione di Maria da semplice fatto a compito per la Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La Chiesa trascura qualcosa di quella che è la sua missione, se non loda Maria. Essa si allontana dalla parola biblica, se in lei viene meno la venerazione di Maria. Allora essa in realtà non onora più neppure Dio nel modo che gli si addice. Noi conosciamo infatti Dio innanzitutto attraverso la sua creazione: « Dalla creazione del mondo in poi, le per-fezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eter-na potenza e divinità... » (Rm 1,20). Conosciamo però Dio anche attraverso un'altra e più trasparente via e cioè attraverso la storia, che egli ha posto in atto con gli uomini. Come la realtà di un uomo si rivela nella storia della sua vita e nelle relazioni che intesse, così Dio si rende visibile in una storia, in uomini, attraverso i quali la sua natura si rende manifesta, a tal punto che egli in riferimento a loro può essere « denominato», in loro può essere riconosciuto: il Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe. Attraverso la relazione con persone umane, attraverso i volti di persone umane, egli si è manifestato ed ha mostrato il suo volto. Non possiamo, trascurando questi volti, voler avere solo Dio, per così dire nella sua forma pura: questo sarebbe un Dio pensato da noi al posto di quello reale, sarebbe un altezzoso purismo, che ritiene i propri pensieri più importanti delle azioni di Dio. Il versetto del Magnificat ci mostra che Maria è uno di quegli esseri umani che appartengono in modo del tutto speciale al nome di Dio, a tal punto che noi non possiamo lodarlo come si conviene se lo lasciamo da parte. Allora trascuriamo qualcosa di lui, che non può essere trascurato. Che cosa propriamente? La sua maternità, potremmo dire in una prima approssimazione, che si manifesta nella Madre del Figlio in modo più puro e diretto che non in qualsiasi altro luogo. Ma naturalmente questa è un'indicazione ancora troppo generica. Perché possiamo lodare Maria come si conviene e così onorare Dio nel modo giusto, dobbiamo metterci in ascolto di tutto ciò che Scrittura e Tradizione ci dicono sulla Madre del Signore e meditarlo nel nostro cuore. La ricchezza della dottrina mariana è, nel frattempo, gra-zie alla lode di « tutte le generazioni », divenuta quasi illimitata. In questa breve meditazione vorrei solo offrire un qualche aiuto per una rinnovata riflessione su alcune delle parole più significative che san Luca, nell'inesauribile testo della sua narrazione dell'infanzia, ci ha messo nelle mani.
... Infine vorrei fare riferimento ancora al Magnificat, che mi appare come una sintesi di tutti questi aspetti. Qui per i Padri Maria si manifesta come la profetessa ripiena di Spirito, in particolare nella predizione della lode da parte di tutte le generazioni. Ma questa preghiera profetica è tutta intessuta con fili dell'Antico Testamento. In che misura vi sono elementi precristiani o in che misura l'evangelista ha contribuito alla sua formulazione sono problemi del tutto secondari. Luca e la tradizione che sta dietro di lui odono in questa preghiera la voce di Maria, della Madre del Signore. Essi sanno: così ella ha parlato io Maria ha vissuto così profondamente nella parola dell'antica alleanza, che questa è divenuta in modo del tutto spontaneo la sua propria parola. La Bibbia era così pregata e vissuta da lei, era così «ruminata » nel suo cuore, che ella vedeva nella parola divina la sua vita e la vita del mondo; era così propria, che ella nella sua ora con questa stessa parola poteva rispondere. La parola di Dio era divenuta la sua propria parola, e la sua propria parola si era unita con la parola di Dio: i confini erano caduti, perché la sua esistenza nella familiarità con la parola era ormai vita con lo Spirito Santo. «L'anima mia magnifica il Signore»: non perché noi possiamo aggiungere qualcosa a Dio, commenta al riguardo sant'Ambrogio, ma perché lo lasciamo divenire grande in noi. Magnificare il Signore significa: voler fare grande non se stessi, il proprio nome, il proprio io, allargarsi ed esigere spazio, ma dare spazio a lui, perché egli sia maggiormente presente nel mondo. Significa diventare in modo più vero ciò che noi siamo: non una monade chiusa, che rappresenta solo se stessa, ma immagine di Dio. Significa liberarsi dalla polvere e dalla ruggine, che rende opaca e ricopre l'immagine, e divenire ve-ramente uomini nella pura relazione a lui.

Maria nel mistero della croce e della risurrezione

Sono così giunto al secondo aspetto dell'immagine di Maria, che ancora volevo toccare. Magnificare Dio, cioè rendersi liberi per lui; questo è il vero e proprio esodo, l'uscire dell'uomo da se stesso, che Massimo il Confessore nella spiegazione della passione di Cristo ha descritto in modo incomparabile: il « transito dal contrasto alla comunione delle due volontà », che « passa attraverso la croce dell'obbedienza ». In Luca troviamo espressa la dimensione di croce, che la grazia, la profezia e la mi-stica hanno per Maria nell'incontro con il vecchio Simeone. Il vecchio dice a Maria in parola profetica: « Ecco, egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione e a te una spada trasfiggerà l'anima... » (2,34ss). Mi viene in mente la profezia di Natan a Davide dopo il suo peccato: ha ucciso Uria con la spada degli ammoniti: « Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa » (2Sam 12,9ss). La spada, che pende sopra la casa di Davide, colpisce ora il suo cuore. Nel vero Davide, Cristo, e nella sua madre, la vergine pura, la maledizione viene presa su di sé e quindi superata. La spada trafiggerà il cuore di Maria: è allusione alla passione del Figlio, che diverrà la sua propria passione. Questa passione inizia già con la successiva visita al tempio: ella deve accettare la preminenza del suo vero padre e della sua casa, del tempio; deve imparare a lasciare libero colui che ha generato. Deve portare a compimento quel «sì» alla volontà di Dio, che l'ha fatta diventare madre, mettendosi in disparte e lasciandolo alla sua missione. Nei dinieghi della vita pubblica e nel mettersi in disparte si verifica un passo importante, che si compirà sotto la croce con le parole: « Ecco tuo figlio »; non più Gesù, ma il discepolo è ora suo figlio. L'accoglienza e la disponibilità sono il primo passo che le viene richiesto; il lasciare e l'abbandonare il secondo. Solo così si compie la sua maternità: le parole « beato il ventre che ti ha portato » divengono pienamente vere solo quando si tramutano nell'altra beatitudine: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano » (Lc 11,27s). Così Maria è preparata al mistero della croce, che non termina semplicemente sul Golgota. Suo Figlio rimane segno di contraddizione, ed ella rimane così fino alla fine coinvolta nella sofferenza di questa contraddizione, nella sofferenza della maternità messianica. Alla pietà cristiana è diventata particolarmente cara proprio l'immagine della madre sofferente, divenuta totalmente compassione, con in braccio il Figlio morto. Nella madre compassionevole i sofferenti di tutti i tempi hanno tro-vato il riflesso più puro di quella compassione divina, che è l'unica vera consolazione. Infatti ogni dolore, ogni sofferenza è nella sua ultima realtà isolamento, perdita di amore. felicità, distrutta di chi non viene accolto. Soltanto l'essere «con» può sanare il dolore. In Bernardo di Chiaravalle si trova la mirabile espressione: Dio non può patire, ma può compatire. Bernardo pone così in qualche modo termine alla discussione dei Padri sulla novità del concetto cristiano di Dio. Secondo il pensiero antico, della natura di Dio faceva parte l'imperturbabilità propria della ragione pura. Per i Padri era difficile rifiutare questa concezione e pensare a una « passione » in Dio, ma a partire dalla Bibbia essi vedevano molto bene che «la rivelazione biblica » tutto « sconvolge..., quanto il mondo aveva pensato su Dio». Essi compresero che in Dio vi è un'intima passione, che è perfino la sua peculiare essenza, l'amore. E poiché egli è amante, proprio per questo il patire sotto la forma del compatire non gli è estraneo. « Nel suo amore per gli uomini colui che non può patire ha patito la compassione della misericordia » scrive Origene. Si potrebbe dire: la croce di Cristo è il compatire di Dio con il mondo. Nell'Antico Testamento ebraico il compatire di Dio con l'uomo è espresso non attraverso un termine preso dall'ambito psicologico, ma, in armonia con la modalità concreta del pensiero semitico, viene designato con un vocabolo, che nel suo significato fondamentale indica una parte fisica del corpo, e cioè rahamim, che al singolare significa il grembo, il seno materno. In questo modo, come « cuore » esprime il sentimento, lombi e reni il desiderio e il dolore, così il grembo materno esprime lo stare vicino all'altro, indica nel modo più profondo la capacità dell'essere umano di esistere per l'altro, di accoglierlo, di portarlo in sé e, nel portarlo su di sé, di dargli la vita. Con un termine preso dal linguaggio del corpo, l'Antico Testamento ci dice come Dio ci custodisca dentro di sé, ci porti in sé con amore compassionevole. Le lingue, con le quali il Vangelo entrò in contatto nel suo passaggio al mondo pagano, non conoscevano tali forme di espressione. Ma l'immagine della Pietà, la « mater dolorosa » che abbraccia il Figlio morto, divenne la traduzione vivente di questa parola: in lei si rende manifesta la passione materna di Dio. In lei è divenuta visibile, toccabile. Essa è la « compassio » di Dio, resa presente in un essere umano, che si è lasciato totalmente attirare nel mistero di Dio. Ma, poiché la vita umana comporta sempre la sofferenza, per questo l'immagine della « mater dolorosa », l'immagine della misericordia (rahamim) di Dio è divenuta così importante per la cristianità. Solo in lei l'immagine della croce giunge a compimento, perché essa è la croce accolta, la croce che si comunica nell'amore, che ci permette ora, nella sua compassione, di sperimentare la compassione di Dio. Così la sofferenza della madre è sofferenza pasquale, che già manifesta la trasformazione della morte nel redentivo « essere con » dell'amore. Solo apparentemente ci siamo allontanati dal «gioisci », con il quale ha inizio la storia di Maria. Infatti la gioia, che le viene annunciata, non è la gioia banale, che si fonda sulla dimenticanza degli abissi della nostra esistenza ed è pertanto condannata a precipitare nel vuoto. E la vera gioia, che ci dà l'audacia di osare l'esodo dell'amore fin nell'ardente santità di Dio. E quella vera gioia, che nella sofferenza non viene distrutta, ma soltanto portata a maturità. Soltanto la gioia che resiste alla sofferenza, ed è più forte della sofferenza, è la vera gioia. «Tutte le generazioni mi chiameranno beata». Noi proclamiamo Maria beata con parole che sono una sintesi del saluto dell'angelo e del saluto di Elisabetta, con parole, quindi, che non sono state inventate da uomini. Infatti circa il saluto di Elisabetta l'evangelista dice che ella lo ha pronunciato in quanto ripiena di Spirito Santo. « Tu sei benedetta fra tutte le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno » ha detto Elisabetta; e noi imitandola ripetiamo: « Tu sei benedetta ». Qui risuona ancora una volta all'inizio della nuova alleanza la promessa fatta ad Abramo, al quale Dio ha detto: « Tu sarai una benedizione... in te tutte le generazioni della terra saranno benedette » (Gn 12,2-3). Maria, che ha accolto la fede di Abramo e l'ha condotta al suo fine, è ora la benedetta. E divenuta la madre dei credenti, attraverso di lei tutte le generazioni della terra sono benedette. Quando la lodiamo, ci collochiamo all'interno di questa benedizione. In essa entriamo, quando, insieme con lei diventiamo credenti e magnifichiamo Dio, perché egli abiti in mezzo a noi come il Dio con noi: Gesù Cristo, il vero e unico redentore del mondo.


Da J. Ratzinger, Maria Chiesa nascente, Milano, 1998

La salvezza e la liberazione messianica nel Magnificat

La salvezza e la liberazione messianica nel Magnificat



1.1. Canto di ogni tempo


Il Magnificat è un testo fondamentale, come una cerniera tra l’ Antico e il Nuovo Testamento che si incontrano nei “poveri di Jahvé”, nuovo popolo della promessa, di cui Maria è l’espressione privilegiata.

Il canto è un brano ecclesiale messo sulle labbra di Maria, che la comunità ripete incessantemente unendo la sua voce a quella di Lei.

Molte liturgie orientali hanno dato al Magnificat un posto d’onore; la liturgia latina lo ha incluso, a partire dal V – VI secolo, nella recita giornaliera del Vespro.

Impressionante è anche quante volte la musica ha cantato il Magnificat. Il solo Orlando di Lasso, nel XVI secolo, ha composto ben 101 Magnificat da 4 a 6 voci.

Dalla fine del XIX secolo il Magnificat è anche oggetto di profonde ricerche critico – esegetiche che hanno portato a feconde attualizzazioni.

Oggi il Magnificat presenta la concretezza e la coralità degli antichi canti di liberazione del popolo di Dio, intonati spesso, come nel nostro caso, da donne eccezionali come Myriam, Deborah, Giuditta ecc.

La riscoperta della valenza antropologica e socio – politico del Magnificat , ha conferito notevole impulso alla rivalutazione della donna, di cui Maria, si rivela sempre di più archetipo credibile ed espressione privilegiata.



1.2. Canto singolare

Perché c’è oggi tanta attenzione al Magnificat?

Perché in esso ci sono elementi che:

- sottolineano la misericordia di Dio verso i poveri;

- esaltano il suo energico intervento contro gli oppressori;

- presentano Maria come serva e povera del Signore e come modello di identificazione di ogni credente;

- considerano Maria come portavoce della comunità e come donna fedele e obbediente alla Parola;

- manifestano l’unità del canto nella glorificazione di Dio e nella lode a Colei che ha creduto

Per questi elementi il Magnificat è espressione eccellente del nuovo popolo di Dio, canto e preghiera della Chiesa di tutti i Tempi.

1.3. Canto storico - salvifico

Il Magnificat è un canto liturgico o un inno di liberazione politico – sociale? I due aspetti non sono affatto alternativi ma complementari e
reciproci. La Liturgia infatti che celebra gli eventi salvifici, contiene anche un elemento episodico – pasquale e cioè celebrare la Liturgia significa che la salvezza si è veramente realizzata.

Una lettura unilaterale del Magnificat è errata: sia quella intimistica e privata, sia quella solo socio – politica. Il Magnificat proclama Dio salvatore potente che depone i grandi ed innalza gli umili. Questo protagonismo di Dio e la condizione di povertà nella quale interviene, non possono essere scissi tra loro perché il Magnificat perderebbe tutto il suo significato. Maria non è un’eroina o una creatura superiore, ma una persona liberata dalla sua povertà, che collabora con Dio e proclama la sua salvezza.

1.4. Canto natalizio o canto pasquale?

Il Magnificat celebra la nascita di Cristo al mondo o la sua gloriosa Resurrezione? Secondo il contesto reale in cui è inserito, tra le annunciazioni e le nascite, non può non evocare anzitutto che un clima natalizio. Ma ci si rende subito conto che esso ha molte cose in comune con salmi e inni di liberazione.

Il canto di Maria celebra l’evento Cristo, compreso a partire dalla Pasqua e che si prolunga fino alla sua nascita terrena. Tutti i racconti dell’infanzia sono testi pasquali che proiettano la gloria del Risorto sugli eventi delle sue origini terrene. E’ sintomatico che Maria non nomini mai il bambino e non parli della sua prossima maternità.

Per questo suo sottofondo pasquale, il canto di Maria va letto alla luce del Canto del mare di Esodo 15, 1-27 che celebra, anch’esso, la liberazione pasquale del popolo.

1Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero: "Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere. 2Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato. E' il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! 3Il Signore è prode in guerra, si chiama Signore. 4I carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mare Rosso. 5Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra. 6La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico; 7con sublime grandezza abbatti i tuoi avversari, scateni il tuo furore che li divora come paglia. 8Al soffio della tua ira si accumularono le acque, si alzarono le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare. 9Il nemico aveva detto: Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino, se ne sazierà la mia brama; sfodererò la spada,
li conquisterà la mia mano! 10Soffiasti con il tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono come piombo in acque profonde. 11Chi è come te fra gli dei, Signore? Chi è come te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di prodigi? 12Stendesti la destra: la terra li inghiottì. 13Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza alla tua santa dimora. 14Hanno udito i popoli e tremano;
dolore incolse gli abitanti della Filistea. 15Gia si spaventano i capi di Edom, i potenti di Moab li prende il timore; tremano tutti gli abitanti di Canaan. 16Piombano sopra di loro la paura e il terrore; per la potenza del tuo braccio restano immobili come pietra, finché sia passato il tuo popolo, Signore,
finché sia passato questo tuo popolo che ti sei acquistato. 17Lo fai entrare e lo pianti sul monte della tua eredità, luogo che per tua sede, Signore, hai preparato, santuario che le tue mani, Signore, hanno fondato. 18Il Signore regna in eterno e per sempre!".

Il canto di Maria, quindi, è:

- memoria degli eventi passati;

- celebrazione attuale della definitiva salvezza operata da Cristo;

- profezia di un futuro in cui la vittoria di Dio trionferà sul mondo.



1.5. Canto teologico o mariano?


Il Magnificat è un canto teologico o mariano? Anche qui non c’è divergenza, ma convergenza totale tra i due aspetti:

- è un canto mariano perché teologico, in quanto la vicenda della fanciulla di Nazaret è tutta opera di Dio;

- è un canto teologico perché mariano, in quanto l’azione di Dio si manifesta in Maria allo stato puro, senza compromessi con gli uomini o le logiche dei potenti del mondo.

Il canto attribuito a Maria racconta la storia di una “povera” del Signore, ma è il racconto tipico di tutti i “poveri di Jahvé”. Maria scompare quasi nell’intero popolo di Dio e si confonde con esso.
In risposta agli elogi di Elisabetta, Maria benedice il Signore, appare qui veramente realizzarsi l’antico adagio: Maria è l’eco di Dio: tu dici Maria, ella ripete Dio. Canto mariano e teologico, quindi: la Vergine di Nazaret è la prima destinataria della salvezza operata da Dio in Cristo, la sua prima testimone, colei che proclama senza fine la benedizione, la misericordia e la liberazione di Dio.


2.1. Letture riduttive del Magnificat

Vi sono alcune letture interpretative del Magnificat che devono essere scartate per non mortificare il suo completo significato. Esse sono:

- la lettura “spiritualistica” per cui i potenti e i ricchi sono soltanto gli orgogliosi e i poveri e gli affamati sono gli umili. Padri e dottori della Chiesa vi hanno letto questo significato (Cirillo d’Alessandria, S. Bernardo, Ugo di S. Vittore ecc.), ma ridurlo solo a questo significa andare verso l’astoricismo di stampo agnostico. In questa visione non si leggono, infatti, le mediazioni storiche del maligno, come ad es. fa l’Apocalisse, cioè si interpreta il canto senza alcun significato per e nella storia e lo si rende socialmente insignificante;

- la lettura “spiritualistica – moderata” che accetta il senso realista del Magnificat, ma lo mette in sordina, vanificandone il significato a favore dell’interpretazione spiritualistica;

- la lettura “enragée” cioè quella che vede in Dio il “Signore degli eserciti” e della “guerra santa” e considera il Magnificat come l’invito ad una guerra santa, contrassegnata dallo spirito di odio e di violenza;

- la lettura “enragée – moderata” che oltre a quanto detto sopra riconosce anche il significato religioso dell’inno, dandogli però un posto secondario.

2.2. Doppia chiave di lettura: sintesi tra fede e vita




Perché la lettura del Magnificat sia integrale, bisogna interpretare l’inno in una doppia luce:

- alla luce dell’Esodo per rilevarne la dimensione etico – sociale e storica, dimensione che riguarda soprattutto Israele;

- alla luce della Pasqua per rilevare la dimensione soteriologia ed escatologica della liberazione messianica, dimensione che riguarda soprattutto la Chiesa.

Il Magnificat appare, dunque, un canto messianico aperto e inclusivo, primieramente soteriologico, ma che richiede anche un “messianismo politico” come una sua dimensione interna. La dimensione sociale del Magnificat, non può essere quindi sottaciuta e la Chiesa deve riscoprire e valutare anche questa dimensione se vuole fare un discorso completo sui poveri e sugli oppressi.

In altre parole, secondo Hőring, il Magnificat, incarna la sintesi tra la lode di Dio e l’umile servizio del prossimo per cui nel suo carattere “sinfonico” esso è un punto di incontro tra diverse categorie di persone: liberali e carismatici, cattolici e protestanti, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti, uomini e donne ecc.

Nel Magnificat echeggiano le attese fortemente terrestri e storiche tipiche dell’Antico Testamento e la realizzazione della salvezza escatologica, inaugurata dalla Pasqua e della Pentecoste nel Nuovo Testamento La fede cristiana comprende, esprimendosi nel Magnificat, che la salvezza ultima deve e può realizzarsi anche nella società storica in termini di liberazione sociale e che questa liberazione è e deve essere protesa verso il traguardo escatologico. Il Magnificat è la sintesi tra l’escatologico e lo storico: le realtà ultime attraversano e superano allo stesso tempo le “realtà penultime”.

2.3. Contesto del Magnificat

Qual è il contesto del Magnificat? Possiamo leggervi un contesto remoto e un contesto immediato:

contesto remoto

è lo sfondo sociale in cui si trovava a vivere Maria di Nazaret che si può riassumere in questi tratti:

- povertà socio – politica dovuta al sistema coloniale romano basato sul latifondo e il regime delle imposte;

- dominazione socio – politica da parte di un potere straniero e pagano sostenuto dalle sue legioni;

- oppressione ideologico – religiosa ad opera del sistema farisaico;

- sommosse rivoluzionarie da parte degli zelati;

- attesa di una liberazione apocalittico – messianica da parte delle folle stanche e sfinite.

Contesto immediato

è l’episodio della Visitazione che narra un incontro che ha questi caratteri rilevanti:

- sono due donne ad incontrarsi, fatto che contesta fortemente la subordinazione della donna nella società patriarcale palestinese;

- sono due donne povere, ambedue disprezzate, l’una perché sterile e l’altra perché vergine;

- sono due donne incinte e quindi “benedette” perché portatrici della vita, delle quali una porta anzi la Vita per eccellenza.



2.4. Origine letteraria del Magnificat

L’ipotesi più probabile è questa: a partire da qualche frase di lode detta da Maria stessa nella Visitazione, la primitiva Chiesa giudeo – cristiana, forse anche una comunità di anawin convertiti, avrebbe ampliato questa breve dossologia in un salmo vero e proprio, che cantava le meraviglie compiute da Dio in Gesù Cristo e che lo ringraziava per la salvezza manifestata nell’evento della resurrezione. Luca avrebbe ripreso questo canto e lo avrebbe rielaborato liberamente, facendo in esso riecheggiare anche il contesto di persecuzione politico – religiosa che la Chiesa in quel momento stava soffrendo e trasformandolo anche in un inno dei perseguitati e dei martiri (80 d.C. circa).

Luca tuttavia pone questo inno sulle labbra di Maria, facendone la portatrice dei sentimenti della Chiesa in un contesto di sofferenza. Perché? Perché Luca pensa a Maria come alla Serva del Signore, povera e perseguitata con e come suo Figlio. Si potrebbe concludere, quindi, che se anche il Magnificat non fosse stato composto da Lei, potrebbe in verità esserlo perché, secondo Luca, corrisponde perfettamente ai suoi sentimenti. La prima Chiesa ha sentito la Madre di Gesù come la figura più autorevole per pronunciare il Magnificat della Comunità povera e sofferente. Maria si eleva quindi a rappresentante privilegiata di tutti i poveri.

Al di là di questa interpretazione, è certo che Maria emerge nel Magnificat come la personificazione o il tipo del Popolo di Dio di tutti i tempi, per cui i cristiani di oggi devono riprendere questo inno e riviverlo nella fede e nella pratica con e come Maria di Nazaret, secondo le parole di S. Agostino: “In ognuno di voi sia l’anima di Maria a magnificare il Signore; in tutti noi sia lo spirito di Maria a esultare in Dio”.

Il Magnificat si pone dunque tra passato, presente e futuro in questo doppio rapporto:

Chiesa primitiva®MAGNIFICAT¬Chiesa del III millennio

Questa lettura non deve trascurare l’ottica dei poveri su cui il Magnificat è centrato, dato che è proclamato da una povera e dalla Chiesa dei poveri e perseguitati e questo per riscoprire tutta la sua potenza liberatrice nei confronti degli ultimi. Tutto il Magnificat, infatti, è risonante delle voci dell’Antico Testamento e mostra una Maria-Chiesa impregnata di fede biblica, una fede fortemente messianica e liberatrice che guarda all’Esodo e all’avvento del Messia. Maria è l’Israele in cui si realizzano le promesse.


2.6. Struttura del Magnificat e ottica di lettura

Struttura del magnificat

Secondo la valida formula suggerita da J. Dupont, Il Magnificat può essere suddiviso in tre parti:

- I Parte: discorso spirituale – religioso (vv. 46 – 50)

da. “L’anima mia…” a “quelli che lo temono”.

Questa parte è incentrata sulla serva (doúlee), e canta il Potente (Dynatós) che ha fatto grandi cose (megála) in favore della Vergine. Domina qui la misericordia di Dio (élios).

- II Parte: discorso politico – religioso (vv. 51-53)

da: “ha spiegato la potenza…” fino a “mani vuote i ricchi”.

Questa parte è centrata sugli umili (tapeinoús) e parla dei prepotenti (dynástas) contro i quali Dio ha fatto prodezze, rovesciandoli dai troni (katheîlen). Domina qui la potenza di Dio (krátos).

- III Parte: discorso etnico – religioso (vv.54-55)

da: “ha soccorso” fino a “sua discendenza per sempre”.

Ottica di lettura

Nell’ottica di una mariologia liberatrice con cui stiamo leggendo il Magnificat, la parte centrale del canto è costituita dai vv. 50 – 53 ed è costituita da tre antitesi:

- contrapposizione tra i superbi che saranno dispersi da Dio ai timorati di lui, verso i quali egli stende invece la sua misericordia;

- contrapposizione tra i potenti che saranno rovesciati e gli umili che saranno innalzati;

- contrapposizione tra i ricchi che saranno svuotati e gli affamati che saranno invece ricolmati.

Questa parte centrale è preceduta dalla prima parte dominata dalla figura di Maria ed è seguita dalla terza parte che pone in rilievo la figura di Israele. Le due figure, la prima e l’ultima, si incontrano in quanto sia Maria che Israele sono “servi del Signore”:

- in riferimento a Maria si parla della sua “umiliazione” a cui corrispondono le “grandi cose” operate da Dio in lei (aspetto religioso – soteriologico);

- in riferimento ad Israele si parla delle “promesse” che si stano compiendo definitivamente (aspetto etico – religioso).

2.7. Parte prima: Discorso spirituale – religioso incentrato su Maria (Lc 1, 46 – 50)



46 « Allora Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: 50 di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono»


L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore (46 – 47)

Il Magnificat è un canto estatico di esaltazione che mutua il suo linguaggio dalla Bibbia in cui Maria, senza perdere la propria identità e la propria coscienza di sé, parla di Dio alla cugina e al mondo.

Questi due versetti iniziali ci donano il clima generale di esultanza che attraversa tutto l’inno ed esprimono un’attitudine spirituale, oltre che quella psicologica, segnata dal fervore e dalla sovrabbondanza dello Spirito. Alla base di questo fervore, infatti, c’è un’esperienza: quella dello Spirito e della sua potenza di vita e di salvezza.

La causa è “Dio Salvatore” arrivato nel suo grembo. E’ dunque la gioia della salvezza escatologica e cioè definitiva. Il Magnificat è dunque un canto messianico che ha come fondamento vivo e come ultimo traguardo la liberazione soteriologia. Il Dio che Maria canta ed ha nel suo grembo è essenzialmente un Dio “Salvatore”.


Perché ha guardato l’umiltà della sua serva (v.48a)

Ha guardato

Nella versione dei LXX è usato 40 volte e per 14 volte nel senso di “vedere”. Il senso è chiaro: Dio si inchina sul misero, sta attento al debole, si pone dalla parte del povero. Il suo sguardo di misericordia e segno della sua sollecitudine liberatrice: “Ho visto la miseria del mio popolo……..e sono sceso per liberarlo” (Es 3, 7-8). Qui indica anche la scelta personale di Maria da parte di Dio, nella logica del suo scegliere salvifico: guarda agli umili, per riabilitarli e liberarli.

L’umiltà (tapeinosis)

Che significato ha il termine tapeínosis umiliazione – umità che è l’idea centrale di tutto il versetto? Questo termine ha due sensi basilari:

- umiliazione reale, come afflizione, oppressione, disgrazia, bassa condizione sociale, insignificanza di fronte alla storia, anonimato, nullità, mancanza di influenza;

- umiltà spirituale e quindi indica un atteggiamento del cuore di chi si sente piccolo davanti a Dio.

Che senso ha il termine nel Magnificat? Gli studiosi si dividono per ragioni diverse:

a) Significa “umiliazione” perché il termine è spesso in questa accezione usato nella Bibbia (A 8, 33; Fil 3,2 Gcm 1.10) e perché il Nuovo Testamento per indicare “umiltà” usa un altro termine e cioè tapeinofrosyne (Mt 11,29). Per ragioni teologiche Maldonado (+ 1583) afferma che Maria non poteva dichiararsi “umile” perché sarebbe stato come un atto di orgoglio dichiararsi umile davanti a Dio, dato che solo Lui è in grado di discernere la vera umiltà dei suoi servi.

b) Significa “umiltà” perché secondo il contesto degli ultimi libri dell’Antico Testamento e nel pensiero del giudaismo extra biblico del II secolo a. C. fino al I secolo dopo Cristo, i tapeínoi sono gli umili che assumono davanti a Dio un atteggiamento caratterizzato da pietà, abbandono ossequiente, fiducia, autoconsegna, sottomissione amorosa ecc.

In realtà l’una interpretazione non esclude l’altra nel senso che Maria riconosce la propria umiliazione, in genere sociale ma anche antropologica e ne fa un atteggiamento coscientemente assunto in forma di timor di Dio e di consegna fiduciosa nelle sue mani. Questa sintesi fa parte del concetto tardo – giudaico di anawah. Anawin sono infatti, allo stesso tempo, gli oppressi e i timorati di Dio

In che cosa consiste concretamente l’umiliazione della Vergine?

- forse le dicerie di parenti e vicini sulla sua gravidanza misteriosa;

- forse la sua stessa condizione di “vergine” che, nell’Antico Testamento è considerata segno di povertà e di disprezzo;

- forse la sua condizione generale di vita, senza rilievo sociale o d’importanza storica.

Questa è l’interpretazione più ampia che può anche accogliere le altre due: questa donna umiliata e poi resta feconda, è assunta qui a simbolo di Israele, Popolo umiliato e reso fecondo nella storia e di tutta la Chiesa dei poveri, allora insignificante per la sua piccolezza e debolezza.

della sua serva “doulee”

Nella Bibbia ha il duplice significato di un atteggiamento propriamente morale, ma anche di una missione particolare a beneficio degli altri. “Servo” è una categoria fondamentale per capire la storia della salvezza. Dio, infatti, usa i suoi servi per realizzare i suoi piani per cui essi sono come i suoi emissari o ambasciatori, gli esecutori della sua volontà.

In tal senso “servo” è anzitutto una categoria di dignità e onore e vale per tutti i grandi servi di Dio della Bibbia: Abramo, Mosè, Giosuè, Davide, i Profeti e soprattutto il Servo di Jahvé. Però “servo” rimane anche un titolo di umiltà perché indica che si sta al servizio di un più alto di sé, al quale si dovrà rendere conto della propria missione.

D’ora in poi tutte le genti mi chiameranno beata (v. 48b)

Abbiamo qui già un indicatore della venerazione delle prime comunità cristiane verso la Madre del Signore. Questa affermazione e il macarismo di Elisabetta: “Beata colei che ha creduto”, sono in nuce una protomariologia.. Questa è la base neotestamentaria del culto alla Vergine da parte della Chiesa, ma anche della devozione o pietà mariana del popolo umile verso la Madre di Cristo. Basta constatare la devozione millenaria e universale verso Maria, particolarmente da parte del popolo degli umili.

Già Maria è presentata qui non come oggetto di studio, ma come persona viva e estremamente significativa, che suscita stupore, ammirazione e amore. Sotto l’aspetto socio – mariologico, possiamo dire che Maria, con questa affermazione, diventa l’espressione viva della prima beatitudine che pone un nesso inscindibile tra povertà e beatitudine: la beatitudine del regno che è ricchezza suprema ed è pura liberazione dalla povertà umiliante. Con questo Maria si pone nella schiera delle grandi donne liberatrici d’Israele, come Giuditta, ma sarà la Liberatrice suprema, perché sarà la Madre di Colui che schiaccerà la testa al serpente (Genesi) e vincerà il drago (Apocalisse) in maniera definitiva e totale.


Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e santo è il suo nome (v. 49)

Il Magnificat è la memoria delle grandi cose compiute da Dio nella storia. L’avvento del Salvatore nel grembo di Maria è il culmine della storia magnifica e meravigliosa di Dio. Le “grandi cose” sono in realtà le grandi liberazioni di carattere collettivo e individuale della storia del popolo di Dio:

Tra le liberazioni collettive notiamo:

- La liberazione dall’Esodo egiziano e cioè l’uscita dalla oppressione e dalla schiavitù. Il Magnificat vi allude, usando il linguaggio dell’Esodo: “ha spiegato la potenza del suo braccio” (Es 3, 19-20);

- La liberazione dall’Esilio babilonese e il ritorno nella Terra Santa. Il salmo 126, a tal proposito canta: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”.

- La liberazione messianico – escatologica, liberazione decisiva, operata dal Messia e che rimane aperta alla liberazione finale di tutto il cosmo dalla caducità e dalla schiavitù della corruzione (Rom 8, 19.21).

Oltre a queste liberazioni collettive, ci sono nell’Antico Testamento anche liberazioni individuali, soprattutto quella dalla sterilità, cosicché i concepimenti prodigiosi erano sempre carichi di un senso salvifico – liberatore, come per Sara (Gn 12,3), per Lia (Gn 30,13) e per Anna (1 Sm 2,1ss). In tal senso Maria prolunga anche la tradizione liberatrice delle grandi madri di Israele. Esse sono tutte donne, non rinchiuse in casa ma inserite negli eventi e nella mischia, che innalzano con forza i loro canti di liberazione.


Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono (v.50)


L’idea centrale del versetto è la misericordia (éleos) che si rivolge verso i timorati di Dio (foboumeenois). Il termine greco traduce qui due concetti veterotestamentari:

- hesed che significa amore di solidarietà, di reciprocità, di fedeltà;

- rahamin nel senso di amore affettivo come quello della madre, quindi viscerale.

Il termine usato dal Magnificat mostra, quindi, che il motivo ultimo dell’intervento divino nella storia non è il merito umano, ma la sola grazia e le libere promesse di Dio. Il Dio misericordioso opera le sue meraviglie in Maria in quanto essa è sua serva, che vive nell’umiliazione/umiltà; e nello stesso Israele, il servo che porta in sé le promesse messianiche.

Alla misericordia di Dio fa riscontro la miseria dell’essere umano nel suo complesso morale, antropologico e ontologico: tutta l’umanità è povera davanti a Dio e i poveri sono il segno e la memoria sociale di questa condizione esistenziale, comune a tutti.

Maria e Israele rimangono come il sacramento e la memoria storica di questa verità: Dio è grazia, noi siamo peccato; Dio è promessa di fedeltà e noi infedeltà. Ma Maria dice anche che, nella condizione di radicale umiltà, l’uomo può aprirsi alla grazia e a Dio e accoglierlo nella sua pienezza salvatrice.



2.8. Parte seconda: Discorso politico – religioso incentrato sulla storia umana (Lc 1, 51-53)
« 51 Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52 ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53 ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.»

Come detto questo è il nucleo centrale del discorso liberatore del Magnificat, il cui tono qui diventa energico e poderoso. Dal caso particolare di Maria, si passa agli eventi più generali che riguardano tutta la storia. Se nella prima parte regna il parallelismo, qui regnano sovrane le contrapposizioni che raggiungono il loro apice nei versetti 52-53. Dalla scansione lirica della prima parte, si passa ad uno stile epico con un cambiamento totale di tono, vocabolario e ritmo. Il clima è completamente diverso, la terminologia è di intonazione militare e particolarmente efficace.

Il senso degli aoristi

In questa sezione ci sono sei aoristi che possono essere interpretati in diversi sensi:

- come aoristi “incoativi” o “ingressivi” e segnalerebbero che le promesse divine hanno cominciato a compiersi in Maria. Il Magnificat proclama quindi l’inaugurazione dell’era messianica, del nuovo ordine del mondo, il cui principio Maria porta nel suo grembo. Nella “serva” la rivoluzione promessa da Dio ha preso il suo avvio e coinvolgerà anche la liberazione da parte dei nemici. E’ questo il senso più pieno e più giusto che però non esclude i due seguenti significati;

- come aoristi “gnomici” o “sapienziali” per cui essi indicano l’atteggiamento costante di Dio nella storia, nella logica abituale della sua azione, quella di porsi sempre dalla parte dei deboli e dei poveri. Egli dunque è sempre portatore nella storia di grazia e di liberazione;

- come aoristi “profetici” che rimandano ad un futuro storico ed escatologico per cui il Magnificat parla di una liberazione il cui traguardo è un mondo futuro che incomincia però sacramentalmente nella storia.

Non sfugge che il soggetto della seconda parte è Dio, protagonista della storia e chiamato Onnipotente, Salvatore, Santo,Misericordioso.

Gravi e profonde sono anche le antitesi:

- superbi e timorati: antitesi matrice delle seguenti le quali costituiscono le sue concretizzazioni sociali e quindi ha un carattere generico ed è più spiccatamente religiosa. I “superbi”, infatti, lo sono nei pensieri del loro cuore e i “timorati” lo sono nei riguardi di Dio;

- potenti e umiliati: i potenti non sono semplicemente i governanti ma i tiranni della società umana, che sono le ipostasi socio – politiche dei superbi, mentre gli umiliati, sono i poveri e i deboli del popolo, ipostasi storica dei timorati;

- ricchi e affamati: “ricchi” non solo soltanto gli accumulatori di ricchezza, ma anche gli egoisti chiusi nella loro ricchezza e nei loro beni, alieni ai poveri. Essi sono l’ipostasi storica dei “superbi”; “affamati” non sono solo coloro che hanno fame, ma anche e soprattutto quello che sono lasciati nella fame e sono la figura socioeconomica dei “timorati”.



Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore (v. 51)

Questo versetto ha una terminologia spiccatamente militare e in Maria torna ad agire il liberatore dell’Esodo, stendendo il suo braccio. Il “braccio” è chiaramente simbolo di potenza e mostra Dio come un guerriero che libera il povero dal potente e l’indigente dalle mani dello sfruttatore, perché esso è sempre funzionale al suo cuore misericordioso.

Ha disperso

Il termine indica la sconfitta dei nemici di Dio ed è anche questo un termine militare. Questa vittoria non è una vittoria che annienta il nemico come una distruzione, un massacro, un taglione rivoluzionario. Indica piuttosto un annullamento delle forze nemiche, una disgregazione delle sue schiere, la disarticolazione dei suoi progetti. Dio, insomma, anche quando vince e disperde, non vuole la morte del peccatore, anche se oppressore, ma che si converta e viva.

Nei pensieri del loro cuore

Dianoía cardías non significherebbe i “pensieri” ma piuttosto i propositi, i piani, i progetti o meglio ancora, le trame. Anche questo di stampo militare nel senso delle insidie che i superbi o prepotenti tramano contro i piccoli.

52 Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili. 53 Ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Questi due versetti costituiscono un blocco particolare con una potente struttura simmetrica e incrociata. Disposti in forma chiastica, con una concentrazione eccezionale di antitesi, con versi essenziali, senza articoli, privi di preposizioni e congiunzioni, risultano estremamente vigorosi ed efficaci. Se la prima parte del Magnificat appartiene al genere del ringraziamento, questa è del genere dell’inno ad alto contenuto sociale.

la denuncia profetica di maria circa l’oppressione degli umili

La Vergine vede le contraddizioni sociali, sa che nel mondo esistono potenti e oppressi, ricchi e affamati e denuncia la situazione, pone cioè a nudo gli antagonismi politici ed economici, dice la “verità” sociale, perché dalla verità soltanto può nascere la libertà. Non è quindi una denuncia che provoca il conflitto, ma essa riconosce che il conflitto è già in atto. Maria si presenta come una donna che ha coscienza critica, la prima che nella Chiesa mostra questa coscienza profetica.

La speranza di Maria: l’annuncio della rivoluzione divina

Maria vede la storia come un processo dinamico aperto in avanti, defatalizzato, proclama cioè che il corso della storia può cambiare. Parla infatti del rovesciamento dei potenti e della riabilitazione degli uomini, degli affamati ricolmati e dei ricchi svuotati, non però un cambiamento nel senso di una vendetta attuata nella violenza, bensì mediante la trasformazione delle situazioni globali. Il Dio di Maria, il Dio biblico, è un Dio rivoluzionario che sorprende con il suo atteggiamento travolgente nella storia. L’idea di sconvolgimento o capovolgimento delle situazioni inique appartiene al concetto del Dio rivelato. Pur non esplicitando il progetto storico di una società come Dio la vuole, Maria ci pone sulla direzione di un mondo senza oppressione e senza fame in una società di libertà e di giustizia.

La rivoluzione di dio

Per Maria Dio non è neutrale davanti all’oppressione e alla fame dei poveri. Egli si schiera senza ambiguità dalla loro parte perché è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo. Compie cioè una vera rivoluzione. Nelle parole di Maria e nella rivoluzione di Dio non c’è però nessuna ombra di odio o vendetta. Anzi l’opera di rovesciamento è opera della misericordia divina. Il Magnificat che non parla di “nemici” o “avversari”, predica una rivoluzione pura, la rivoluzione della gioia, la rivoluzione della misericordia.

Ha rovesciato… ha innalzato (v. 52)

Il versetto ci situa ad un livello socio – politico. Non si parla di rovesciamento del potere in quanto tale, ma del potere-dominazione che sfrutta e opprime i poveri, i piccoli e gli affamati. Sono rovesciati quindi i potenti - oppressori e i ricchi - sfruttatori e riabilitati gli umili e viene restituita loro dignità e prosperità.

Chi sono i potenti? Forse al tempo di Maria doveva essere popolare il caso del superbo Nabucodonosor che fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l’erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla riguarda del cielo, come dice il Deuteronomio 4,30. Ristabilito nel suo potere egli riconobbe che Dio: “…può umiliare quelli che camminano nella superbia”(v. 34).

Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (v.53)


Questo versetto ci situa in un livello socio – economico e proclama che il Messia porterà anche in questo un radicale cambiamento: gli affamati saranno ricolmati e i ricchi spogliati. Si parla certo di fame spirituale ma anche di quella reale causata dall’ingiustizia. I ricchi sono per il Magnificat gli epuloni di tutti i tempi: egoisti, godenti e sfruttatori ingiusti, persone che, secondo i profeti, hanno accumulato opprimendo e sfruttando i più deboli, creando una massa di affamati, di gente disorientata e priva di diritti. Maria proclama il rovesciamento delle sorti degli uni e degli altri.

Molti obiettano a questa prospettiva: ma è proprio vero? Vedendo la realtà storica anche attuale non si direbbe. Dove sono, infatti i ricchi mandati a mani vuote e gli affamati saziati se il mondo è pieno sia di ricchezza che di miseria? Il Magnificat proclama che i poveri possono sempre avere fiducia in Dio perché la sua giustizia finirà col trionfare sull’iniquità, se non nell’oggi contingente della storia, sicuro nell’escatologia.

Questo non vuol dire che bisogna rassegnarsi a questa situazione. Maria proclama che è nella storia che bisogna sfamare gli affamati e sollecita potentemente ed energicamente i cristiani ad essere come un fermento di giustizia e di libertà che opera nella storia concreta perché si realizzi la giustizia e la libertà secondo la prospettiva di Dio.


2.9. Parte terza: Discorso etnico – religioso incentrato su Israele (Lc 1, 54- 55)

«54 Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55 come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.” »



Dopo la scansione epica e di grande valore appena chiarita, il cantico della Vergine si rasserena entro un ritmo più posato e si chiude in modo soave. La Vergine che inizia con le meraviglie operate da Dio in Lei e termina con le promesse fatte ad Israele, si situa tra la Chiesa ed Israele, come ponte che unisce i due Testamenti. Infatti proprio a partire dal suo popolo e portando in se l’inizio della Chiesa della Nuova Alleanza, Maria si sente inserita nel cuore della storia.

Questo rapporto può essere così rappresentato:

Israele ® Maria ¬ Chiesa



Ha soccorso Israele suo servo (v. 54a)
La Serva richiama il Servo, la Vergine si sente solidale con il suo Popolo. Maria è l’Israele che sboccia nel compimento messianico – escatologico. Maria è dunque consapevole del suo inserimento in seno al suo popolo e si mette in cammino con esso verso il Messia. Ella si apre a tutta l’umanità, ma lo fa a partire dal suo popolo. In Maria e con Maria Dio si è rivolto nuovamente al suo popolo, in quanto la sua maternità è in favore di Israele ed estende la sua influenza salvifica poi su tutta l’umanità. La grazia della maternità fatta personalmente a Maria, ha quindi un indubbio risvolto sociale, anzi universale: il suo Figlio è il Messia di tutti i poveri, il Salvatore del mondo intero.



Ricordandosi della sua misericordia (v. 54b)



Il versetto è un chiaro eco dell’AT: “Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele” (Sl 98,3). L’intervento di Dio è pura grazia, sia per Israele che per Maria, ambedue suoi servi.



Come aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre (v. 55)

Pur avendole fatte nella sua libertà come dono di grazia, Dio si sente impegnato nelle sue promesse e come vincolato ad esse. La sua misericordia è soprattutto ciò che lo muove ad agire nella storia.

L’adempimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo, passa attraverso Maria, la serva, mediatrice dei piani di Dio. Maria si erge qui come un ponte di collegamento tra Abramo, latore dell’antica promessa e Gesù, realizzatore massimo delle promesse di Dio:

Abramo ® MARIA ¬ Gesù
Il richiamo alla promessa fatta ai padri, ci orienta verso la resurrezione. Il Magnificat fu composto, infatti, quando il messaggio del risorto si stava diffondendo per cui gli Atti affermano: “Noi vi annunciamo la Buona Novella, cioè, che la promessa fatta ai Padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, resuscitando Gesù”. L’adempimento delle promesse cantato da Maria, trova quindi il suo compimento definitivo, escatologico, nella resurrezione di Gesù. Questa è la grande meraviglia, la “grande cosa” che in assoluto Dio ha compiuto nella storia. La luce pasquale illumina quindi tutto il canto della Vergine ed è in questa luce immortale del Cristo risorto che lei può esclamare che la misericordia di Dio si estende di generazione in generazione e che tutte le genti potranno proclamarla beata.

3.1.. Maria, “Donna” della speranza e della giustizia

Da tutto quello che abbiamo detto si evince che Maria, propone alle donne e agli uomini del nostro tempo una “rivoluzione” permanente dell’interiorità di ogni essere umano che diventa capace di incidere sulla realtà e di cambiare la storia. Lo sguardo di Dio che si pose su di Lei, trasformandola nella “Donna” biblica, è in linea diretta con lo sguardo che Dio rivolge su ognuno di noi, perché si realizzi la sua azione nella storia che, per questo, diventa “Storia di salvezza”. Maria è dunque non un “typus” statico di conservazione ma dinamico di trasformazione, che profetizza ed incarna la speranza escatologica dell’avvento del Regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace e della sua vittoria su ogni ingiustizia e su ogni struttura di peccato.

In questo suo essere tutta al servizio di Dio e tutta al servizio degli uomini; in questo suo evidenziare la potenza salvifica di Dio, Maria incarna l’ideale della vita cristiana nel suo complesso che è come un seme che germoglia all’interno della società e diventa principio di rigenerazione per tutti. Per questo il suo Magnificat oltre ad essere un canto spirituale, ha una forte carica sociale, è il manifesto della forza e della pazienza rivoluzionaria cristiana che cambia, trasforma, ribalta, rinnova il mondo ed è il proclama di tutti i cristiani chiamati a farsi artefici di liberazione dei loro fratelli, dando ad ogni condizione umana motivo di gioiosa e sicura speranza.

In un momento storico in cui, pur parlando molto di solidarietà, rischiamo di trasformare la discriminazione e la ghettizzazione di alcune fasce della società in un permanente “status” di non-diritto, i cristiani devono riprendere “in fretta” come Maria il loro cammino verso la totale condivisione, testimoniando la forza inarrestabile della redenzione di Cristo, contro tutte le forme che bloccano e isteriliscono il pieno e completo sviluppo dell’uomo. Essi dovranno instaurare rapporti sociali nuovi, a tutti i livelli, rendendo sempre efficace la capacità di farsi vicini e solidali con chi soffre ogni forma di umiliazione e, sull’esempio di Maria, sapranno individuare le attese più profonde e i desideri degli uomini e delle donne; si sforzeranno di capire gli aneliti dei loro cuori; si faranno “servi” della loro speranza e del loro desiderio di una società più giusta.

In questo sforzo di “condivisione”, il cristiano deve intravedere, come Maria, le “grandi cose” che Dio, il solo che può permettere all’uomo di sperare ancora, non si stanca mai di compiere in favore delle sue creature. Per questo, andare verso i fratelli, significherà essere, come la “Donna” di Nazaret, portatori del Dio Salvatore e “cantori” delle sue opere di salvezza; significherà, cioè, annunciare soprattutto il Signore morto e risorto per noi e che vive per sempre in mezzo a noi. È Cristo, infatti, che inseritosi nella storia nascendo da “Donna” (Gl 4,4), realizza la suprema opera del Padre a nostro favore.

Mentre il futuro sembra caricarsi di troppe incognite, di troppe ombre e di troppi interrogativi, proprio perché il presente appare in balia delle contrapposizioni e della violenza, i cristiani, forti della speranza che la Pasqua del Signore ha inserito nella storia, devono testimoniare che non bisogna arrendersi, che è possibile progettare ancora, costruire nella giustizia un mondo nuovo. La “Donna” del Magnificat si pone come strumento e come punto di riferimento di questo percorso, perché indica nell’accoglienza piena di Dio e in quella solidale dell’uomo, il fertile terreno su cui lavorare, animati dalla certezza che la logica pasquale del trionfo della vita pienamente ricevuta e poi donata per tutti e a favore di tutti, avrà sempre il sopravvento sul buio della morte e dell’egoismo.

3.2. Maria “Donna” di fede e di impegno sociale


Come abbiamo visto, dal contesto del Magnificat, Maria emerge come una donna profetica e liberatrice che, pur abbandonandosi al volere di Dio, non è passivamente remissiva, ma una “Donna” capace di promuovere, sull’inalienabile fondamento della sua fede e del suo legame con Cristo, quella vera “Civiltà dell’amore” in cui è promossa la giustizia che libera l’oppresso, la carità che soccorre il bisognoso ed è testimoniato con i fatti l’amore vero che edifica Cristo nei cuori.

La conseguenza evidente di tutto questo è che il cristiano non può staccare la sua vita di fede dall’impegno apostolico e sociale, ma fede e impegno si concretizzano necessariamente sia nell’accoglienza del Figlio di Dio nella propria vita e sia nell’aprirsi dialogante verso l’umanità intera. Una vita di fede senza questo impegno sarebbe carente, un impegno apostolico e sociale senza aggancio alla vita di fede resterebbe infruttuoso. Alla base del rapporto fede - impegno sociale, infatti, c’è l’esigenza fondamentale di “appartenere” pienamente a Cristo e di capire, rispettare e interpretare le realtà dell’uomo, i suoi valori. L’impegno a favore degli uomini, soprattutto degli ultimi, dei poveri, dei dimenticati in tal modo si illumina, perché permette di comprendere Cristo stesso, seguito nel suo donarsi senza riserve.

La “Donna” del Magnificat, in definitiva, sveglia i cristiani dalla loro tranquilla o cattiva coscienza, non li lascia languire nel perbenismo o nella mediocrità, non permette che si trincerino in un atteggiamento di neutralità e di indifferenza nella vita di fede o di fronte ai tragici e pressanti problemi della società in cui vivono. Facendo loro sperimentare la profondità del suo amore per Cristo e la potenza del suo amore materno per gli uomini, Maria fa loro comprendere il senso stesso e la portata dell’essere “cristiani” e l’urgenza della comunione con tutta la famiglia umana.

3.3. Essere “presenti” nel mondo con e come Maria

Proprio la Madre del Signore è, dunque, capace di far fare al credente un’esperienza umana e cristiana integrale, perché creatura tutta mossa dall’amore di Dio e animata da un amore forte e universale che si interessa a tutti con tenacia e costanza. Proprio Maria conosce le parole giuste per dialogare con gli uomini ansiosi o frustrati, rassegnati o turbolenti, impegnati o assenteisti, aperti al domani o chiusi all’ieri, credenti e non credenti. Ella si presenta come “Donna” dalle profonde capacità di relazione, di sollecitudine, di dedizione, di “presenza” che sa scoprire e suscitare i valori, donare pienezza di umanità e di grazia (Cfr. Lc 1, 39-45).

In tal modo ella, che conserva e medita nel suo cuore le vicende degli uomini e dei popoli è l’icona della Chiesa, alla quale indica l’atteggiamento fondamentale necessario nell’assolvere alla sua missione “sociale” nel mondo: essere unita a Cristo ed essere solidale con gli uomini. Proprio la sua presenza nella storia, nella vita della Chiesa e della società è capace, secondo i Santi Padri, di cancellare l’oscura catena di dolore e di morte che avvolge gli esseri umani, anelanti alla salvezza e in attesa della parusia finale.

La Vergine – Madre del Magnificat, mossa dallo Spirito che un giorno l’adombrò dando inizio alla sua divina maternità e che ora ne sostiene di continuo la sollecitudine verso i fratelli del Figlio suo, invita la Chiesa a non trascurare le loro necessità temporali, tra cui primeggiano la pace, la giustizia sociale, il progresso delle nazioni, la salvaguardia della libertà e della dignità umana, la lotta contro la miseria e la fame, la fraternità tra i popoli contro le ritornanti e orribili minacce della violenza, nella prospettiva di un ordine nuovo in cui persone, popoli e nazioni possano vivere in perfetta unione e solidarietà, formando una sola famiglia dove nessuno è ultimo ma tutti si riconoscono fratelli e figli dell’unico Padre che li chiama alla pienezza della vita.



Bibliografia
Conferenza del Prof. Antonino Grasso agli Oblati di S. Benedetto del 28 maggio 2006 a Catania. Ecco la bibliografia consultata per redigere questa conferenza:

- Aa. Vv., Maria e l’impegno sociale dei cristiani, AMI, Roma 2003.
- Aa. Vv., Il posto di Maria nella nuova evangelizzazione, Centro di Cultura Mariana «Madre della Chiesa», Roma 1992.
- Aa. Vv, Come vivere l’impegno cristiano con Maria. Principi e proposte, Centro di Cultura Mariana «Madre della Chiesa», Roma 1994.
- Aa. Vv., La Madre di Dio per una cultura di pace, Monfortane, Roma 2001.
- Aa. Vv., Maria e la cultura del nostro tempo. A trent’anni dalla Marialis cultus, AMI, Roma 2005.
- Bertalot Renzo, Ecco la Serva del Signore. Una voce protestante, Marianum 2002.
- Boff Clodovis, Mariologia sociale, Marianum, Roma 1999 – 2000.
- Colzani Gianni, Maria. Mistero di grazia e di fede, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996.
- De Fiores Stefano, Maria madre di Gesù. Sintesi storico salvifica, EDB, Bologna 1992.
- Ghidelli Carlo, Magnificat. Il cantico di Maria, la donna che ha creduto, Paoline, Cinisello Balsamo 1990.
- Laurentin René, I Vangeli dell’Infanzia di Cristo, Paoline, Cinisello Balsamo 1989. - Manelli Stefano, Mariologia biblica, Casa Mariana, Frigento (AV)1989.
- Maria secondo le Scritture, in Theotokos, 2 (2000), Anno VII.
- Mori Elios Giuseppe, Figlia di Sion e Serva del Signore, EDB, Bologna 1988.
- Moser Hilario, Itinerario evangelico con Maria, Elle Di Ci, Torino1982.
- Serra Aristide, Maria di Nazaret. Una fede in cammino, Paoline, Milano 1993. - Serra Aristide, Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria dalla Pasqua all’Assunta, Paoline, Milano 1995.