SILVANO FAUSTI. COMMENTO AL VANGELO DEL PARALITICO GUARITO ALLA PISCINA PROBATICA

«Destati, leva la tua barella e cammina», dice Gesù all'uomo che giace sotto il portico della piscina, presso la porta «Pecoraia», dove confluiscono gli animali da sacrificare nel tempio. Il miracolo avverrà per opera dell'agnello di Dio che porta il peccato del mondo (cf. 1,29). Questo è infatti il sacrificio di Dio per l'uomo, che sostituisce il sacrificio dell'uomo per Dio.

Il malato è «un uomo» (v. 5), immagine dell'umanità intera. Langue in mezzo a una moltitudine di suoi simili, tutti infermi, che non stanno in piedi. Sono «ciechi e zoppi», che non hanno accesso al tempio (cf. 2Sam 5,8), se non come carne da macello. Incapaci di «camminare» secondo la Parola, sono una riserva di dannati che la legge esclude dalla vita e condanna alla morte. La loro condizione è di «disseccati», senza linfa vitale. «Ecco l'uomo!» (19,5).

In questo carnaio entra la Parola di vita, diventata carne. La casa del Padre suo ,16) sono ora questi fratelli. Gesù è il «pastore bello» che viene a prendersi cura del

0 gregge e guarire le sue pecore (cf. Zc 10,2s; Ez 34), comunicando loro il suo stes-rapporto con il Padre (10,1-21).

Il e. 5 è da leggere come un'unità articolata in quattro parti: una guarigione v. l-9a) innesca una discussione sulla legge (vv. 9b-18), che culmina nella rivelarne del Figlio che da la vita e compie l'opera del Padre (vv. 19-30), il quale da te-monianza per lui con le opere che gli fa compiere e con la parola delle Scritture v. 31-47).

È il secondo viaggio a Gerusalemme. Ora Gesù non punta sul tempio, dal qua-ha espulso gli animali da sacrificare (2,15). Si trova invece tra gli esclusi. Alla fine

1 stesso, escluso e sacrificato (vv. 16-18), sarà il nuovo tempio (2,18-22).

Consideriamo insieme la guarigione e la discussione, perché stanno tra loro ime segno e significato.

All'inizio il testo parla di «una festa» dei giudei (v. 1), al centro del «sabato» (vv. 10) e, alla fine, dell'uccisione di Gesù (v. 18). Sarà questa «la festa» nella quale do-i a tutti la salvezza, simbolicamente descritta in questa guarigione. Con Gesù, il glio che viene verso i fratelli, giunge il «sabato»: l'uomo, creato al sesto giorno e inpace di raggiungere il settimo, finalmente «cammina» verso la pienezza di vita che i sempre ha desiderato.

Con questo racconto inizia «il giudizio», già accennato in 3,17ss: da una parte è il Figlio che da la vita ai fratelli che l'accolgono, dall'altro ci sono i capi del po-)lo che gliela tolgono. Egli compie l'opera di liberazione del Padre per i suoi figli. la alcuni di questi, e precisamente i capi, si oppongono, come il Faraone. Si prepa-così il nuovo esodo, che avverrà nel e. 6. Davanti all'azione di Gesù in favore del-iomo, si è posti nell'alternativa tra accettare il suo dono o rifiutarlo in nome della gge. Chi lo rifiuta resta nella propria morte e uccide colui che, mentre gli ruba la ta, gliela dona. La sua croce sarà il suo giudizio.

Questo racconto sviluppa il precedente, dove Gesù fa vivere uno «che sta per orire» (cf. 4,47.49); contemporaneamente da inizio alla seconda parte del libro dei igni, che culmina nella risurrezione di Lazzaro (cf. ll,lss). La vita che vince la mor-: è la nota dominante del Vangelo. L'uomo che Gesù ha davanti è uno che non sta i piedi; si tiene il suo male da trentotto anni, in un'esistenza inerte e mezza morta. L guarirlo non sarà l'acqua della piscina, simbolo della natura, né l'acqua del pozzo i Giacobbe, simbolo della legge. L'acqua viva, il dono di Dio, sarà l'amore del Pare verso il Figlio, che è lo stesso del Figlio verso i fratelli.

Quest'uomo, come tutti, sa di essere destinato alla morte. La Parola gli dona di uarire da quella «malattia mortale» che è la vita. Il lavoro di Dio si compie proprio i quest'opera: è il sabato, festa di Dio e dell'uomo che si ritrovano insieme.

Origine di questa condizione «inferma» è un «peccato» (v. 14), imprecisato ma ichiarato. Il peccato è la separazione dell'uomo dal suo principio e dal suo fine. La ;gge, che distingue vita da morte, non fa che evidenziarlo. Anzi, induce nel peccale una rassegnazione al male, che gli fa dire: «Non può essere che così. Meglio non ssere nati!». Chi invece si crede giusto, è semplicemente un cieco che crede di ve-ere (9,41). Il male del popolo è la rassegnazione, quello dei capi è la cecità.

La discussione che segue il miracolo riguarda l'interpretazione della legge, di ui il sabato è simbolo. Tutto per noi è questione di interpretazione: l'uomo è l'in-;rpretazione che da di sé e del mondo, di Dio e della legge.

La legge in sé è buona: mostra il bene e condanna il male. Siccome però tutti siamo peccatori, essa colpevolizza chi sa di peccare, facendolo sedere nella morte, e accieca chi non sa di peccare, imprigionandolo nell'autogiustificazione.

In ambedue i casi la legge è interpretata come qualcosa di assoluto, al quale si sacrifica l'uomo. In questo senso la legge diventa per-vertita, volta in direzione contraria alla vita; e i suoi custodi hanno solo il potere di rendere l'uomo schiavo della morte, come loro.

Gesù ci libera dal male e dalla colpa, restituendo alla legge il suo senso positivo, a Dio il suo volto di Padre e a noi il nostro di figli. A questa sua interpretazione si oppone quella dei capi, che ne hanno fatto la garanzia del proprio dominio sugli altri.

La conversione più difficile è il passaggio dalla legge al Vangelo (cf. Fil 3,lss), dal peccato al perdono, dalla colpa alla riconciliazione, da ciò che vorremmo essere a ciò che siamo - che è molto meglio: siamo infatti figli di Dio! Questa conversione è credere all'amore che Dio ha per noi (IGv 4,16), che ci fa passare dalla morte alla vita.

Nel testo ricorre cinque volte «sano» (vv. 4.6.11.14.15: in Gv solo qui e in 7,23, in riferimento a qui), una volta «guarire» (v. 13) e «curare» (v. 10); cinque volte «levare la barella e camminare» (vv. 8.9.10.11.12), e cinque volte «uomo» (vv. 5.7.9.12.15). Lo scenario è prima la cisterna, piena di infermi, ciechi, zoppi e disseccati, poi il tempio. Sullo sfondo c'è l'acqua, morta o turbata, del grande serbatoio, come nel e. 4 c'era l'acqua del pozzo in contrapposizione all'«acqua viva».

L'azione di Gesù è «curare» e «guarire» l'«uomo», in modo che diventi «sano», capace di «camminare» e «levare la barella», dalla quale prima era portato come prigioniero. La cornice è la festa, il sabato: la pienezza di vita di cui è priva l'umanità che sta ai bordi della piscina presso la porta delle Pecore. Gesù riporta all'uomo la sorgente d'acqua viva dalla quale si era allontanato (cf. Ger 2,13). L'attesa o l'eventuale rinvio della morte, che ci paralizza per tutta la vita (Eb 2,14s), diventa capacità di camminare nella libertà. Chi giaceva, ora si leva, sbloccato dal rigore cadaverico, mimesi della morte che teme: è risorto e torna ad essere «viator», in cammino. E qual è il cammino dell'uomo, abitato da un inquieto desiderio che gli ruba il cuore e gli pone il suo centro fuori di sé?

Il testo è ricco di simboli e allusioni, che saranno evidenziati nella lettura.

Gesù è il Figlio che guarisce l'umanità dell'uomo. Nessun elemento naturale e nessuna legge religiosa, né l'acqua della cisterna né quella del pozzo, ma solo l'acqua viva, che egli dona, appaga la sete di vita propria di chi è cosciente di morire.

La Chiesa si riconosce in quest'uomo, che giace presso l'acqua. E sa che la sua salvezza viene dal Figlio, che da la vita a chi ascolta la sua parola.

2. Lettura del testo

v. 1: C'era una festa dei giudei. Non si specifica quale, a differenza di altre volte (cf. 2,13; 6,4; 7,2; 10,22; 11,55). Si dirà poi che è sabato (v. 9). Alla fine si parlerà dell'uccisione di Gesù.

Questa festa è dei «giudei», che in Giovanni sono i capi del popolo: non è la festa del popolo, ma dei gelosi custodi della legge e del tempio.

Gesù salì a Gerusalemme. Era già salito una volta per la Pasqua (2,12ss). Salirà clandestinamente per la festa delle Capanne (7,2.10); ci tornerà per la festa della Dedicazione (10,22) e poi, per l'ultima volta, quando sarà la «sua» Pasqua (cf. 12,12).

v. 2: la (porta) Pecoraia. È il nome di una porta (cf. Ne 3,1), da dove entravano gli animali per i sacrifici del tempio. Sono le pecore e i buoi che Gesù aveva espulso nella sua prima visita a Gerusalemme (2,14s). Il Signore viene a prendersi cura del suo gregge (cf. Zc 10,2s; Ez 34). Il «pastore bello», che conduce le sue pecore fuori dai recinti, perché possano avere la vita (cf. 10,lss), è anche «la porta delle pecore» (10,7). Infatti è il Figlio, l'agnello che sostituisce le vittime del tempio: attraverso di lui abbiamo accesso diretto a Dio.

una piscina. È un grande serbatoio a nord del tempio, presso la porta Pecoraia, che raccoglieva anche le acque piovane del tempio.

chiamata Bethzathà. La seconda parte del nome varia nei codici. Il suo significato, incerto, può essere: casa «delle due fonti» o «degli olivi», «delle pecore» o «della misericordia», «del fosso» o «nuova», secondo la lezione che si sceglie e come si interpreta la seconda parte del nome.

cinque portici. Quattro portici sono ai lati e uno al centro, che taglia in due la piscina. Nel numero cinque i Padri vedono l'allusione ai cinque libri della legge che racchiude in prigione l'umanità peccatrice, esclusa dalla vita. I «portici» richiamano quelli del tempio, dal quale sono fuori.

v. 3: giaceva una moltitudine di infermi. E una massa di umanità che «giace», come animali al chiuso. Sono «in-fermi»; non stanno in piedi. Hanno perso la posizione eretta, da interlocutori di Dio. Ripiegati sulla terra da cui vengono e a cui tornano, non si alzano più verso di lui. In questa seconda venuta a Gerusalemme, il tempio, casa del Padre, è sostituito da questi fratelli infermi; nell'ultima sarà sostituito dalla carne di Gesù, tempio distrutto e riedificato in tre giorni.

ciechi, zoppi. Sono le infermità dell'uomo che non cammina secondo la legge: la Parola non è lampada ai suoi passi e luce al suo cammino (cf. Sai 119,105). Chi non vede e non sa dove andare, non può camminare. Ciechi e zoppi hanno il divieto di entrare nella casa di Dio (cf. 2Sam 5,8).

disseccati. Questi infermi ai bordi della piscina sono secchi: non hanno più quella linfa vitale che viene dallo «stare ritti», dal «vedere» e «camminare» alla luce della vita. Sono tralci secchi (15,6), legno secco (Le 23,31), come la «mano secca» dell'uomo nella sinagoga (cf. Me 3,1). Richiamano il popolo di ossa aride e secche (cf. Ez 37,1-14).

aspettavano il movimento dell'acqua. L'acqua, simbolo di vita, si muoveva di tanto in tanto, quando si aprivano le chiuse per riempire la piscina. Ora è morta e stagnante. L'uomo spera sempre in un moto - un cambio di situazione, una sollevazione o una rivoluzione -, che ravvivi la sua esistenza. Peggio di così non può essere; se qualcosa si muove, non può essere che meglio.

Questa parte del versetto e tutto il v. 4 mancano in molti manoscritti. Per sé sono necessari per capire il v. 7, che dice perché quella gente è lì. Si tratta di un'omissione per non indulgere a pratiche terapeutiche superstiziose, oppure di un'aggiunta per spiegare il v. 7?

v. 4: un angelo del Signore, ecc. Negli scavi di questa piscina sono stati trovati degli ex voto. Essa era diventata un luogo di culto pagano, dedicato a divinità cura-trici. Da sempre l'uomo ha cercato da Dio la salute. Ma l'acqua, anche se è terapeutica, non da la vita; semplicemente mantiene o migliora la vita che c'è. La quale resta però sempre malata di morte. E non c'è rimedio che la curi, neppure l'acqua della piscina. Con tutto ciò che si inventa o immagina, l'uomo trova solo acqua, che sempre è «turbata» dalla paura della morte (cf. Eb 2,14). Se per caso qualcuno guarisce, è solo per breve tempo: rimane comunque votato alla morte.

Il dono della vita, che l'uomo desidera, non può venire da quest'acqua turbata, come neppure dal pozzo; viene da Gesù, Parola diventata carne. Dio è vita: la comunione con lui è la nostra vita (cf. Dt 30,20).

v. 5: c'era là un uomo. Nella massa si evidenzia un uomo. È l'uomo!

si teneva nella sua infermità. Quest'uomo «si tiene» nella sua condizione di non-stare-in-piedi. È legato dal suo male ed è legato ad esso, ne è custodito e lo custodisce: se lo cura e coccola, facendone la sua identità. Gesù parlerà di «peccato» (v. 14). Non si tratta di peccato personale, ma di una «situazione di peccato», di un'eredità che riceviamo e trasmettiamo, aumentandone il capitale. La stessa legge, in una situazione di male, non può che portare o alla rassegnazione o ali'autogiustificazione. Se i capi si autogiustificano, il popolo si rassegna. Ognuno è solo con il suo male (cf. v. 7: «non ho un uomo»), escluso dalla festa, consegnato a quello che ritiene essere ormai il suo destino. Può accedere al tempio solo come vittima, espiando i suoi sensi di colpa e alimentandoli ulteriormente - l'espiazione è il miglior combustibile per il fuoco della colpa. Il sabato non è per lui gioia e riposo: è solo divieto, come tutta la legge (cf. v. 10: «non ti è lecito»). La sua vita è subire il male. I capi, invece, credono di far festa perché custodiscono i divieti della legge e li impongono agli altri. I capi sono vittime del sadismo, i sudditi del masochismo.

da trentotto anni. Mancano due anni per fare quaranta. Quarant'anni è una generazione, una vita. Dt 2,14-17 parla dei trentotto anni di deserto per quelli che uscirono dall'Egitto e perirono senza raggiungere la terra promessa (Sai 95,10 e Nm 32,13 parlano di quarant'anni). Quest'uomo, come tutti, è nato per morire e attende la morte con la frustrante speranza di un'irraggiungibile acqua miracolosa. «Sta per morire» e Gesù viene «prima che muoia» (cf. 4,47.49).

v. 6: Gesù, avendolo visto, ecc. L'occhio del Padre è verso il Figlio e quello del Figlio verso il fratello infermo. Gesù «sa» che l'uomo è così: lo sa perché è la Parola eterna di Dio, lo sa perché è carne come ogni carne.

vuoi diventare sano? La domanda non è superflua. Quest'uomo è un malato cronico, nel quale si è spento il desiderio di vita. Ma il desiderio è la mano per ricevere il dono. Nella donna di Samaria Gesù risveglia il desiderio dell'acqua viva, in quest'uomo malato quello di una vita sana, alla quale ha rinunciato. Questo è il suo peccato: la mancanza di speranza! Dio è amore e vita, dono che si comunica: ognuno ne riceve nella misura in cui lo vuole. L'uomo privo di desideri è morto come uomo: resta immobile e non va da nessuna parte. Il desiderio è segno di qualcosa che manca, ma che è necessario, come la luce per l'occhio, che diversamente si atrofizza.

A differenza di Maria (cf. 2,lss), del padre (cf. 4,46ss) e delle sorelle di Lazzaro (cf. ll,lss), quest'uomo non chiede nulla a Gesù, come il cieco di 9,lss. E infatti facile vedere il male e desiderare il bene dell'altro, mentre è difficile vedere il proprio e volerne essere liberi. Il male altrui è deforme, il proprio invece è considerato conforme alla propria identità personale: «Son fatto così!».

v. 7: non ho un uomo, ecc. Questo infermo non ha nessuno. Il suo bisogno l'ha chiuso nella solitudine. Sta ai bordi della piscina, senza mai entrarvi nel momento giusto. Come in un cattivo sogno, arriva sempre troppo tardi. Eppure continua a star lì, facendo il gioco del perdente, sapendo in anticipo che tutto è illusione che finisce in delusione. Sta lì in modo coatto: l'hanno messo lì gli altri.

v. 8: gli dice. Gesù agisce con la Parola. Essa all'origine disse: «Sia la luce»; e la luce fu.

destati. La Parola, come crea, così ricrea: risveglia l'uomo morto e gli rida vita (vv. 21.25).

leva la tua barella e cammina (ci. Me 2,1-12). Questa espressione è il centro del cconto e della disputa: se ne parla cinque volte (vv. 8.9.10.11.12), come cinque so-i i portici della piscina e i libri della legge. Il letto, per un sano, è luogo di riposo; la rella, per l'ammalato, è luogo di contenzione.

Questa barella, dove giace l'infermo, è simbolo della legge: lo tiene prigionie-come trasgressore e lo conduce alla porta Pecoraia, fuori dall'acqua e dalla festa, "a l'uomo la può portare, camminando sino al tempio, dove Gesù lo ritrova. Se ima era morto, ora è vivo e risorto, perché «cammina», vive secondo la Parola. Se ima era bloccato, ora è capace di portare liberamente ciò che prima lo portava co-; prigioniero. La legge infatti, come porta alla vita chi la custodisce, così tiene in rcere chi trasgredisce.

v. 9: divenne sano. Risorgere, osservare la Parola e camminare davanti a Dio: està è la vita sana, libera dal veleno che il diavolo ha inoculato in chi gli ha presta-ascolto (cf. Sap 1,12-15; 2,24). È quanto la Parola dona all'uomo che non osava più ;rare.

era sabato quel giorno. Quando ciò avviene, è «sabato», compimento della

^azione e pienezza di vita. Gesù, Signore del sabato, giorno del Signore, è venuto

«rtare all'uomo il sabato di Dio. Perché il sabato è fatto per l'uomo (cf. Me 2,27).

v. 10: dicevano dunque i giudei. Questi giudei sono i capi, interpreti della leg-

controllori del sabato, espressione massima degli obblighi della legge.

è sabato e non ti è lecito, ecc. Non importa loro che l'uomo sia risorto e cam-ni. Occupati a dichiarare quanto non è lecito fare di sabato, non intuiscono che vare la barella» non è una trasgressione, ma il simbolo stesso dell'osservanza la legge.

Ci sono due modi opposti di intendere la legge: come divieto e condanna, opre come custode della vita e della libertà dell'uomo (cf. Gen 2,16s). Il primo è quelli Adamo, che fin dall'inizio ascoltò la menzogna del serpente. Il secondo è quel-'oluto da Dio, che ama l'uomo di amore eterno (cf. Ger 31,3) e perdona, come un Ire fa con il figlio. Questo è il senso originario della legge, al quale Gesù ci ripor-non l'uomo è per la legge, ma la legge per l'uomo. Le due diverse interpretazioni ino come risultato due opposti modi di vivere.

Non solo una volta, ma ancora oggi, nel nostro «villaggio globale», il futuro l'uomo dipende da come interpreta la legge, se stesso e Dio. Comunque, al di là )gni osservanza o trasgressione, la sua umanità si gioca nel fare come Gesù, che rende cura del fratello più debole.

v. 11: chi mi ha fatto sano, ecc. Dinanzi ai custodi della legge, l'ex malato risponde c'è un uomo che lo ha fatto sano; cosa che essi trascurano, perché non sono inte-;ati all'uomo, ma alla legge. Proprio ascoltando la sua parola («lui mi disse») e non Ila della legge («non ti è lecito»), è in grado di «levare la barella e camminare».

v. 12: chi è l'uomo, ecc. ? Chi è costui che sta sopra la legge e pone l'uomo sopra i legge? Si arroga il potere di Dio: è una bestemmia (cf. Me 2,l-12p)!

v. 13: non sapeva chi fosse. Quest'uomo non conosce Gesù. Il «prodigio» non è ora letto come «segno».

Gesù infatti si era ritirato, essendoci folla. Gesù evita la prevedibile ressa di al-nfermi in cerca di guarigione. Non vuoi ripetere il «prodigio»; vuole invece che se :olga il valore di segno. Ha guarito uno solo per indicare ciò da cui vuoi guarire i: non da una malattia qualunque, ma da quel male di vivere che è l'idea che ab-no di noi stessi, di Dio e della legge. Gesù non è venuto per dare alla Samaritana qua che può trovare al pozzo, né per dare alle folle pane che perisce (6,26). Non

è venuto a dare salute, ma salvezza. Questa salvezza è la comunione con Dio, che ci fa passare da una vita morta alla condizione di suoi figli (cf. v. 24).

v. 14: lo incontra Gesù nel tempio. Come prima l'ha visto alla porta Pecoraia, ora lo incontra nel tempio. Ma non come pecora da macello. Infatti l'ha preceduto lui stesso, che presto decideranno di uccidere, vero agnello che libera il mondo dal suo peccato. La sua Parola l'ha fatto camminare fin lì, portando da sano la propria barella che prima lo portava da malato. Il tempio, casa del Padre, ora è il fratello vivo e risorto, come prima era il fratello malato e peccatore.

non peccare più. Sembra strana questa affermazione, così diversa da 9,3. Qui Gesù pone un rapporto tra il peccato e la malattia: secondo lui, l'origine di questa infermità è un peccato, che egli ha perdonato (cf. Me 2,5). Il testo sembra suggerire qual è il peccato: è il non voler guarire, la rinuncia al desiderio di vita, la disperazione cupa sul futuro, che fa vivere come «normale» l'esclusione dalla festa, come se Dio fosse cattivo e godesse della morte dell'uomo (cf. Ez 33,11). Questo peccato consiste nel porre la legge, che condanna e punisce, al posto di Dio che giustifica e perdona. perché non ti avvenga qualcosa di peggio (cf. Le 11,24-26; Eb 6,4-8). È meglio giacere a terra infermi che precipitare dall'alto.

v. 15: se ne andò l'uomo. La sua, probabilmente, non è una delazione, ma una testimonianza su Gesù, che può essere accettata o rifiutata.

disse ai giudei che è Gesù colui che lo fece sano. Gesù significa «il Signore salva». v. 16: per questo i giudei perseguitavano Gesù (cf. Me 3,1-6). Comincia lo scontro diretto tra Gesù e i capi del popolo. È in gioco l'interpretazione della legge, il rapporto tra uomo e Dio: questione di vita o di morte.

v. 17: rispose. Invece del solito «apekrithe» (cf. vv. 7.11), qui Giovanni usa la forma «apekrìnato», che esce nel processo davanti al sinedrio (cf. Me 14,61; Mt 27,12 e Le 23,9). Inizia qui il giudizio contro Gesù, nel quale si rivelerà come il Figlio. È già l'anticipo del punto di arrivo.

il Padre mio. Gesù enuncia il tema della rivelazione del Figlio e della sua opera, di cui si parlerà immediatamente dopo (vv. 19-30). Gesù chiama Dio «Padre mio» (cf. 2,16). «Padre» indica non solo relazione di nascita, ma anche di amore, che si esprime nel fatto che Padre e Figlio sono uniti nel capire, volere e agire.

continua ad operare fino ad ora. Dio è sempre all'opera nella creazione, per condurla al settimo giorno, nel quale si dice che «compì» il suo lavoro e «riposò» (cf. Gen 2,2s). Ma allora il settimo giorno Dio compì il lavoro o riposò? In realtà il suo riposo è compiere la sua opera, che è introdurre l'uomo nel proprio riposo. Gesù agisce di sabato non per dispetto verso le autorità. La sua non è trasgressione o provocazione; indica invece l'opera del Padre nel mondo: portarlo alla libertà del Figlio. v. 18: per questo cercavano di ucciderlo (cf. Me 3,6). Il testo, iniziato con una festa, continua con il dono del sabato e conclude con uno squarcio sulla Pasqua ultima, quando il Figlio sarà ucciso e ci darà il suo Spirito. Il dono della vita gli costerà la vita. scioglieva il sabato. Il sabato prima era legato e legava, ora è sciolto, libero e liberante: è per l'uomo. Come il sabato, così ogni legge, anzi Dio stesso è per l'uomo! Da sempre l'unica legge è l'amore di Dio, principio di vita e libertà. È la cosa nascosta sin dalla fondazione del mondo, che Adamo non capì e il Figlio è venuto a rivelare. facendosi uguale a Dio. Il figlio è simile al padre non solo nelPagire, ma anche nell'essere. Farsi uguale a Dio è il peccato di Adamo (cf. Gen 3,5), del quale accusano ora Gesù. Eppure Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianzà! Il peccato di Adamo non fu quello di farsi uguale a Dio, ma di rapire ciò che non può essere che dono; volle possedere in proprio ciò che gli veniva dal Padre: non accettò di essere figlio. Gesù è il Figlio, il primo uomo che accetta di essere tale: amato dal Padre. Egli «incarna» la Parola eterna di Dio e dona a chi l'accoglie di essere (ri)generato figlio di Dio.

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