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Silvano Fausti. Ascolta, Israele



1. Messaggio nel contesto 

«Non sei lontano dal regno di Dio», risponde Gesù allo scriba che ha capito il comandamento che sta a principio della legge. Non è lontano, ma,per entrarvi, gli manca una cosa: amare Gesù, il Signore che gli si è fatto vicino. Il brano conclude dicendo che nessuno più osava interrogarlo. Il nostro silenzio lo costringerà a provocarci perch? lo interroghiamo, per capire chi è lui: è il Signore (brano seguente). Solo dopo la croce ci sarà uno - Giuseppe di Arimatea - che attendeva «il Regno» e «osò» «chiedere». Ebbe in dono il corpo di Gesù (15,43 ss). Infatti solo lì sappiamo chi è il Signore: colui che per primo ci ha amati. La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (cf Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. L'amore per lui è via alla divinizzazione: uno diventa ciò che ama. Dio non solo è madre e padre, amore rispettivamente necessario che dà la vita e libero che non la soffoca; è anche sposo, al quale aderire formando con lui un'unità pur nella distinzione. Il nostro peccato fu ignorare questo amore, voltandogli le spalle. Gesù è venuto a portarcelo in ogni lontananza, fin sulla croce, perch? ognuno possa vederlo e conoscere così le Scritture e la potenza del Dio dei viventi (cf brano precedente). Chi risponde a questo amore è passato dalla morte alla vita; chi non ama, rimane nella morte (1 Gv 3, 14). Gesù ha un solo potere: quello di donarsi in modo assoluto, proponendosi ed esponendosi fin sulla croce, in attesa di essere corrisposto. Discepolo è chi riconosce e crede nell'amore che Dio ha per lui in Gesù (1 Gv 4,16). Il Cantico dei Cantici svela la nostra verità: siamo la risposta alla proposta di Dio.





2. Lettura del testo

v. 28 uno degli scribi, visto che aveva risposto bene, lo interrogò. Non c'è polemica in questa domanda. C'è desiderio di conoscere e disponibi-lità ad ascoltare. L'unico pericolo è che il desiderio cessi prima di essere appagato. il comandamento primo di '`tutti. La vita dell'uomo dipende dall'obbe-dienza alla parola di Dio (Dt 30,15 ss). Qui lo scriba chiede qual è il «primo» dei comandamenti. Cerca il loro criterio ispiratore e unificatore, per non cadere in un legalismo vuoto, che frantuma l'esistenza.

v. 29 Ascolta, Israele, ecc. Gesù richiama lo «Shema» (Dt 6,4 ss), da recitarsi nella preghiera del mattino e della sera. Prima del comando c'è: «Ascolta Israele!». Infatti è possibile amarlo solo nella misura in cui co-nosciamo il suo amore per noi, incredibile per chi non ascolta la parola che lo rivela. Signore è il Dio nostro, l'unico Signore. Il nostro amore non si rivolge a un idolo, ma all'unico Signore, pieno di maestà e degno di riverenza. Egli ci ha creati e salvati, mostrandosi unico Signore e Signore nostro.

v. 30 amerai il Signore tuo Dio. Se non ce l'avesse comandato, non avremmo mai osato. Fa tenerezza un Dio che chiede: «Ascolta, per favo-re! Voglimi bene, perch? io sono innamorato di te. Anzi, siccome non mi credi, te lo comando: amami! ». L'amore o trova o rende simili. Il suo per me l'ha fatto uomo, il mio per lui mi fa Dio. Amare significa lodare, riverire e servire. Lodare, il contrario di invidiare, è gioire del bene dell'amato; riverire è rispettarlo e tenerne conto per timore di perderlo; servire è mettergli a disposizione ciò che si ha, ciò che si fa e ciò che si è. Impariamo cos'è l'amore dal Signore stesso, che ha gioito del bene nostro più che del suo, ha stimato noi più di s?, e ha posto la propria vita a nostro servizio. Questo comando ci fa capire chi è lui: è colui che è da amare perch? è l'amore. Se amare è il fine per cui siamo creati, il nostro peccato o falli-mento (in ebraico hattat = fallire) è il non esserne capaci. con tutto intero il tuo cuore. Il cuore è il centro da cui scaturisce ogni azione. Dio accetta di non essere amato, ma non di essere secondo. Non sarebbe Dio. Lui è il polo unico, in base a cui oriento ogni mia scelta; è l'assoluto che non voglio perdere, il primo e l'unico, il mio Signore. Nessun altro desidero all'infuori di lui, che solo sazia la mia fame. con tutta intera la tua vita. Lui è il Signore di ciò che sono e di ciò che faccio; vale più della mia vita, che metto a suo servizio, come lui ha fatto con me. con tutta intera la tua mente. L'amore è intelligente: ama conoscere per amare di più. L'intelligenza è come l'occhio del cuore. Non si può amare ciò che non si vede, come non si può non cercare di vedere chi si ama! con tutta intera la tua forza. Tutto ciò che ho, qualità personali e mezzi esterni, è da usare tanto quanto serve ad amare lui. Amandolo così, mi realizzo pienamente, diventando simile a lui, che è tutto e solo amore in s? e per me.

v. 31 Il secondo è questo. L'amore per l'uomo non è in alternativa a quello per Dio. Ne scaturisce come l'acqua dalla fonte. Per questo è «secondo». Non perch? sia secondario, ma perch? ogni amore deriva e scende dall'alto. Chi lo pone come primo scambia il rubi-netto con la sorgente. E, se si stacca da questa, rimane senz'acqua. Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18). La nostra capacità di amare è più grande di qualunque realtà creata; è infinita, perch? fatta per Dio. Il prossimo non va amato in modo assoluto; sarebbe farne un dio, mentre è un uomo. Lo si carica di un peso che non può portare, e lo si di-strugge. In genere lo si butta via, con delusione e odio, quando ci si ac-corge che è limitata. L'altro devo amarlo come me stesso, cioè come uno che realizza s? amando Dio. Quindi lo amo in verità solo se lo aiuto a diventare se stes-so, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è appunto quello di amare Dio sopra ogni cosa. Per questo molto del cosiddetto amore, che schiavizza s? e l'altro, è una scimmia di Dio. E necessaria una lunga purificazione perch? diventi amore. Ogni uomo è persona libera proprio perch? in relazione diretta e unica con Dio. Per questo un amore possessivo - diretto ed esclusivo -schiavizza e uccide (?ros e thànatos: amore e morte), mentre l'amore ve-ro libera e dà la vita (agàpe e zo?). come te stesso. Amare se stessi perch? amati da Dio è somma sapienza e principio di ogni buona azione. Come posso odiarmi se Dio mi ama; e come posso amare l'altro se odio me stesso? Altro comandamento non c'è più grande di questi. «Pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,10). Ogni altro comando ha in questo il suo senso, e ne è un'espressione. Ciò che non viene dall'amore e non porta ad esso, non è volontà di Dio.

v. 32 egli è l'unico, ecc. Lo scriba risponde bene. Ma, come il ricco di 10,17, non ha ancora capito che il Signore unico da amare è davanti a lui.

v. 33 e amarlo, ecc. è meglio di tutti gli olocausti e i sacrifici. Lo scriba risponde ripetendo quella parola che è da ascoltare, ricordare e rac-contare ai propri figli (Dt 6,6 ss). Come ogni ripetizione, è uguale solo parzialmente, con quelle dimenticanze, accentuazioni, variazioni o amplificazioni che possono essere indotte dalla nostra disattenzione o dallo Spirito di Dio. Qui lo scriba tralascia l'amore con tutta la vita (sarà pro-prio della povera vedova: v. 44), e aggiunge che questo è il vero culto (cf 1 Sam 15,22; Os 6,6). Onorare Dio e santificare il suo nome infatti è compiere la sua volontà, discernendo ciò che è buono, a lui gradito, e perfetto. Questo è il culto spirituale (Rm 12,1 s), che fa di noi la sua dimora. E da notare che il dialogo si svolge nell'atrio del tempio, luogo del culto e del sacrificio, del quale presto si dirà che verrà distrutto (13,1 ss).

v. 34 aveva risposto saggiamente. Questo scriba è il primo a cui Gesù riconosce la saggezza. Essa consiste nel capire non tante cose più o me-no sottili, bensì ciò per cui siamo fatti. Non sei lontano dal regno di Dio. Questa risposta inattesa attende una nuova domanda: «Perch?? Cosa manca ancora?». Al ricco, Gesù rispose che una sola cosa gli mancava per entrare nel Regno: lasciare ogni cosa per seguire lui (10,17-21). A questo scriba dice che non è lontano dal Regno: è vicino e ci entrerà solo se oserà fino in fondo interrogarlo. Allora capirà l'amore di Dio per lui, e saprà amare come è amato. nessuno osava più interrogarlo. Gesù vuole essere interrogato. Lui stesso, nel brano seguente, pone la domanda decisiva, suggerendo la risposta. Signore, tu vuoi essere interrogato da me, perch? io impari da te cos'è l'amore e chi è il Signore. Se io non oso chiedere, continua tu a interrogarmi, fino a quando io ti interrogherò. E tu istruiscimi (Gb 42,4).




SILVANO FAUSTI. COMMENTO AL VANGELO DEL PARALITICO GUARITO ALLA PISCINA PROBATICA

«Destati, leva la tua barella e cammina», dice Gesù all'uomo che giace sotto il portico della piscina, presso la porta «Pecoraia», dove confluiscono gli animali da sacrificare nel tempio. Il miracolo avverrà per opera dell'agnello di Dio che porta il peccato del mondo (cf. 1,29). Questo è infatti il sacrificio di Dio per l'uomo, che sostituisce il sacrificio dell'uomo per Dio.

Il malato è «un uomo» (v. 5), immagine dell'umanità intera. Langue in mezzo a una moltitudine di suoi simili, tutti infermi, che non stanno in piedi. Sono «ciechi e zoppi», che non hanno accesso al tempio (cf. 2Sam 5,8), se non come carne da macello. Incapaci di «camminare» secondo la Parola, sono una riserva di dannati che la legge esclude dalla vita e condanna alla morte. La loro condizione è di «disseccati», senza linfa vitale. «Ecco l'uomo!» (19,5).

In questo carnaio entra la Parola di vita, diventata carne. La casa del Padre suo ,16) sono ora questi fratelli. Gesù è il «pastore bello» che viene a prendersi cura del

0 gregge e guarire le sue pecore (cf. Zc 10,2s; Ez 34), comunicando loro il suo stes-rapporto con il Padre (10,1-21).

Il e. 5 è da leggere come un'unità articolata in quattro parti: una guarigione v. l-9a) innesca una discussione sulla legge (vv. 9b-18), che culmina nella rivelarne del Figlio che da la vita e compie l'opera del Padre (vv. 19-30), il quale da te-monianza per lui con le opere che gli fa compiere e con la parola delle Scritture v. 31-47).

È il secondo viaggio a Gerusalemme. Ora Gesù non punta sul tempio, dal qua-ha espulso gli animali da sacrificare (2,15). Si trova invece tra gli esclusi. Alla fine

1 stesso, escluso e sacrificato (vv. 16-18), sarà il nuovo tempio (2,18-22).

Consideriamo insieme la guarigione e la discussione, perché stanno tra loro ime segno e significato.

All'inizio il testo parla di «una festa» dei giudei (v. 1), al centro del «sabato» (vv. 10) e, alla fine, dell'uccisione di Gesù (v. 18). Sarà questa «la festa» nella quale do-i a tutti la salvezza, simbolicamente descritta in questa guarigione. Con Gesù, il glio che viene verso i fratelli, giunge il «sabato»: l'uomo, creato al sesto giorno e inpace di raggiungere il settimo, finalmente «cammina» verso la pienezza di vita che i sempre ha desiderato.

Con questo racconto inizia «il giudizio», già accennato in 3,17ss: da una parte è il Figlio che da la vita ai fratelli che l'accolgono, dall'altro ci sono i capi del po-)lo che gliela tolgono. Egli compie l'opera di liberazione del Padre per i suoi figli. la alcuni di questi, e precisamente i capi, si oppongono, come il Faraone. Si prepa-così il nuovo esodo, che avverrà nel e. 6. Davanti all'azione di Gesù in favore del-iomo, si è posti nell'alternativa tra accettare il suo dono o rifiutarlo in nome della gge. Chi lo rifiuta resta nella propria morte e uccide colui che, mentre gli ruba la ta, gliela dona. La sua croce sarà il suo giudizio.

Questo racconto sviluppa il precedente, dove Gesù fa vivere uno «che sta per orire» (cf. 4,47.49); contemporaneamente da inizio alla seconda parte del libro dei igni, che culmina nella risurrezione di Lazzaro (cf. ll,lss). La vita che vince la mor-: è la nota dominante del Vangelo. L'uomo che Gesù ha davanti è uno che non sta i piedi; si tiene il suo male da trentotto anni, in un'esistenza inerte e mezza morta. L guarirlo non sarà l'acqua della piscina, simbolo della natura, né l'acqua del pozzo i Giacobbe, simbolo della legge. L'acqua viva, il dono di Dio, sarà l'amore del Pare verso il Figlio, che è lo stesso del Figlio verso i fratelli.

Quest'uomo, come tutti, sa di essere destinato alla morte. La Parola gli dona di uarire da quella «malattia mortale» che è la vita. Il lavoro di Dio si compie proprio i quest'opera: è il sabato, festa di Dio e dell'uomo che si ritrovano insieme.

Origine di questa condizione «inferma» è un «peccato» (v. 14), imprecisato ma ichiarato. Il peccato è la separazione dell'uomo dal suo principio e dal suo fine. La ;gge, che distingue vita da morte, non fa che evidenziarlo. Anzi, induce nel peccale una rassegnazione al male, che gli fa dire: «Non può essere che così. Meglio non ssere nati!». Chi invece si crede giusto, è semplicemente un cieco che crede di ve-ere (9,41). Il male del popolo è la rassegnazione, quello dei capi è la cecità.

La discussione che segue il miracolo riguarda l'interpretazione della legge, di ui il sabato è simbolo. Tutto per noi è questione di interpretazione: l'uomo è l'in-;rpretazione che da di sé e del mondo, di Dio e della legge.

La legge in sé è buona: mostra il bene e condanna il male. Siccome però tutti siamo peccatori, essa colpevolizza chi sa di peccare, facendolo sedere nella morte, e accieca chi non sa di peccare, imprigionandolo nell'autogiustificazione.

In ambedue i casi la legge è interpretata come qualcosa di assoluto, al quale si sacrifica l'uomo. In questo senso la legge diventa per-vertita, volta in direzione contraria alla vita; e i suoi custodi hanno solo il potere di rendere l'uomo schiavo della morte, come loro.

Gesù ci libera dal male e dalla colpa, restituendo alla legge il suo senso positivo, a Dio il suo volto di Padre e a noi il nostro di figli. A questa sua interpretazione si oppone quella dei capi, che ne hanno fatto la garanzia del proprio dominio sugli altri.

La conversione più difficile è il passaggio dalla legge al Vangelo (cf. Fil 3,lss), dal peccato al perdono, dalla colpa alla riconciliazione, da ciò che vorremmo essere a ciò che siamo - che è molto meglio: siamo infatti figli di Dio! Questa conversione è credere all'amore che Dio ha per noi (IGv 4,16), che ci fa passare dalla morte alla vita.

Nel testo ricorre cinque volte «sano» (vv. 4.6.11.14.15: in Gv solo qui e in 7,23, in riferimento a qui), una volta «guarire» (v. 13) e «curare» (v. 10); cinque volte «levare la barella e camminare» (vv. 8.9.10.11.12), e cinque volte «uomo» (vv. 5.7.9.12.15). Lo scenario è prima la cisterna, piena di infermi, ciechi, zoppi e disseccati, poi il tempio. Sullo sfondo c'è l'acqua, morta o turbata, del grande serbatoio, come nel e. 4 c'era l'acqua del pozzo in contrapposizione all'«acqua viva».

L'azione di Gesù è «curare» e «guarire» l'«uomo», in modo che diventi «sano», capace di «camminare» e «levare la barella», dalla quale prima era portato come prigioniero. La cornice è la festa, il sabato: la pienezza di vita di cui è priva l'umanità che sta ai bordi della piscina presso la porta delle Pecore. Gesù riporta all'uomo la sorgente d'acqua viva dalla quale si era allontanato (cf. Ger 2,13). L'attesa o l'eventuale rinvio della morte, che ci paralizza per tutta la vita (Eb 2,14s), diventa capacità di camminare nella libertà. Chi giaceva, ora si leva, sbloccato dal rigore cadaverico, mimesi della morte che teme: è risorto e torna ad essere «viator», in cammino. E qual è il cammino dell'uomo, abitato da un inquieto desiderio che gli ruba il cuore e gli pone il suo centro fuori di sé?

Il testo è ricco di simboli e allusioni, che saranno evidenziati nella lettura.

Gesù è il Figlio che guarisce l'umanità dell'uomo. Nessun elemento naturale e nessuna legge religiosa, né l'acqua della cisterna né quella del pozzo, ma solo l'acqua viva, che egli dona, appaga la sete di vita propria di chi è cosciente di morire.

La Chiesa si riconosce in quest'uomo, che giace presso l'acqua. E sa che la sua salvezza viene dal Figlio, che da la vita a chi ascolta la sua parola.

2. Lettura del testo

v. 1: C'era una festa dei giudei. Non si specifica quale, a differenza di altre volte (cf. 2,13; 6,4; 7,2; 10,22; 11,55). Si dirà poi che è sabato (v. 9). Alla fine si parlerà dell'uccisione di Gesù.

Questa festa è dei «giudei», che in Giovanni sono i capi del popolo: non è la festa del popolo, ma dei gelosi custodi della legge e del tempio.

Gesù salì a Gerusalemme. Era già salito una volta per la Pasqua (2,12ss). Salirà clandestinamente per la festa delle Capanne (7,2.10); ci tornerà per la festa della Dedicazione (10,22) e poi, per l'ultima volta, quando sarà la «sua» Pasqua (cf. 12,12).

v. 2: la (porta) Pecoraia. È il nome di una porta (cf. Ne 3,1), da dove entravano gli animali per i sacrifici del tempio. Sono le pecore e i buoi che Gesù aveva espulso nella sua prima visita a Gerusalemme (2,14s). Il Signore viene a prendersi cura del suo gregge (cf. Zc 10,2s; Ez 34). Il «pastore bello», che conduce le sue pecore fuori dai recinti, perché possano avere la vita (cf. 10,lss), è anche «la porta delle pecore» (10,7). Infatti è il Figlio, l'agnello che sostituisce le vittime del tempio: attraverso di lui abbiamo accesso diretto a Dio.

una piscina. È un grande serbatoio a nord del tempio, presso la porta Pecoraia, che raccoglieva anche le acque piovane del tempio.

chiamata Bethzathà. La seconda parte del nome varia nei codici. Il suo significato, incerto, può essere: casa «delle due fonti» o «degli olivi», «delle pecore» o «della misericordia», «del fosso» o «nuova», secondo la lezione che si sceglie e come si interpreta la seconda parte del nome.

cinque portici. Quattro portici sono ai lati e uno al centro, che taglia in due la piscina. Nel numero cinque i Padri vedono l'allusione ai cinque libri della legge che racchiude in prigione l'umanità peccatrice, esclusa dalla vita. I «portici» richiamano quelli del tempio, dal quale sono fuori.

v. 3: giaceva una moltitudine di infermi. E una massa di umanità che «giace», come animali al chiuso. Sono «in-fermi»; non stanno in piedi. Hanno perso la posizione eretta, da interlocutori di Dio. Ripiegati sulla terra da cui vengono e a cui tornano, non si alzano più verso di lui. In questa seconda venuta a Gerusalemme, il tempio, casa del Padre, è sostituito da questi fratelli infermi; nell'ultima sarà sostituito dalla carne di Gesù, tempio distrutto e riedificato in tre giorni.

ciechi, zoppi. Sono le infermità dell'uomo che non cammina secondo la legge: la Parola non è lampada ai suoi passi e luce al suo cammino (cf. Sai 119,105). Chi non vede e non sa dove andare, non può camminare. Ciechi e zoppi hanno il divieto di entrare nella casa di Dio (cf. 2Sam 5,8).

disseccati. Questi infermi ai bordi della piscina sono secchi: non hanno più quella linfa vitale che viene dallo «stare ritti», dal «vedere» e «camminare» alla luce della vita. Sono tralci secchi (15,6), legno secco (Le 23,31), come la «mano secca» dell'uomo nella sinagoga (cf. Me 3,1). Richiamano il popolo di ossa aride e secche (cf. Ez 37,1-14).

aspettavano il movimento dell'acqua. L'acqua, simbolo di vita, si muoveva di tanto in tanto, quando si aprivano le chiuse per riempire la piscina. Ora è morta e stagnante. L'uomo spera sempre in un moto - un cambio di situazione, una sollevazione o una rivoluzione -, che ravvivi la sua esistenza. Peggio di così non può essere; se qualcosa si muove, non può essere che meglio.

Questa parte del versetto e tutto il v. 4 mancano in molti manoscritti. Per sé sono necessari per capire il v. 7, che dice perché quella gente è lì. Si tratta di un'omissione per non indulgere a pratiche terapeutiche superstiziose, oppure di un'aggiunta per spiegare il v. 7?

v. 4: un angelo del Signore, ecc. Negli scavi di questa piscina sono stati trovati degli ex voto. Essa era diventata un luogo di culto pagano, dedicato a divinità cura-trici. Da sempre l'uomo ha cercato da Dio la salute. Ma l'acqua, anche se è terapeutica, non da la vita; semplicemente mantiene o migliora la vita che c'è. La quale resta però sempre malata di morte. E non c'è rimedio che la curi, neppure l'acqua della piscina. Con tutto ciò che si inventa o immagina, l'uomo trova solo acqua, che sempre è «turbata» dalla paura della morte (cf. Eb 2,14). Se per caso qualcuno guarisce, è solo per breve tempo: rimane comunque votato alla morte.

Il dono della vita, che l'uomo desidera, non può venire da quest'acqua turbata, come neppure dal pozzo; viene da Gesù, Parola diventata carne. Dio è vita: la comunione con lui è la nostra vita (cf. Dt 30,20).

v. 5: c'era là un uomo. Nella massa si evidenzia un uomo. È l'uomo!

si teneva nella sua infermità. Quest'uomo «si tiene» nella sua condizione di non-stare-in-piedi. È legato dal suo male ed è legato ad esso, ne è custodito e lo custodisce: se lo cura e coccola, facendone la sua identità. Gesù parlerà di «peccato» (v. 14). Non si tratta di peccato personale, ma di una «situazione di peccato», di un'eredità che riceviamo e trasmettiamo, aumentandone il capitale. La stessa legge, in una situazione di male, non può che portare o alla rassegnazione o ali'autogiustificazione. Se i capi si autogiustificano, il popolo si rassegna. Ognuno è solo con il suo male (cf. v. 7: «non ho un uomo»), escluso dalla festa, consegnato a quello che ritiene essere ormai il suo destino. Può accedere al tempio solo come vittima, espiando i suoi sensi di colpa e alimentandoli ulteriormente - l'espiazione è il miglior combustibile per il fuoco della colpa. Il sabato non è per lui gioia e riposo: è solo divieto, come tutta la legge (cf. v. 10: «non ti è lecito»). La sua vita è subire il male. I capi, invece, credono di far festa perché custodiscono i divieti della legge e li impongono agli altri. I capi sono vittime del sadismo, i sudditi del masochismo.

da trentotto anni. Mancano due anni per fare quaranta. Quarant'anni è una generazione, una vita. Dt 2,14-17 parla dei trentotto anni di deserto per quelli che uscirono dall'Egitto e perirono senza raggiungere la terra promessa (Sai 95,10 e Nm 32,13 parlano di quarant'anni). Quest'uomo, come tutti, è nato per morire e attende la morte con la frustrante speranza di un'irraggiungibile acqua miracolosa. «Sta per morire» e Gesù viene «prima che muoia» (cf. 4,47.49).

v. 6: Gesù, avendolo visto, ecc. L'occhio del Padre è verso il Figlio e quello del Figlio verso il fratello infermo. Gesù «sa» che l'uomo è così: lo sa perché è la Parola eterna di Dio, lo sa perché è carne come ogni carne.

vuoi diventare sano? La domanda non è superflua. Quest'uomo è un malato cronico, nel quale si è spento il desiderio di vita. Ma il desiderio è la mano per ricevere il dono. Nella donna di Samaria Gesù risveglia il desiderio dell'acqua viva, in quest'uomo malato quello di una vita sana, alla quale ha rinunciato. Questo è il suo peccato: la mancanza di speranza! Dio è amore e vita, dono che si comunica: ognuno ne riceve nella misura in cui lo vuole. L'uomo privo di desideri è morto come uomo: resta immobile e non va da nessuna parte. Il desiderio è segno di qualcosa che manca, ma che è necessario, come la luce per l'occhio, che diversamente si atrofizza.

A differenza di Maria (cf. 2,lss), del padre (cf. 4,46ss) e delle sorelle di Lazzaro (cf. ll,lss), quest'uomo non chiede nulla a Gesù, come il cieco di 9,lss. E infatti facile vedere il male e desiderare il bene dell'altro, mentre è difficile vedere il proprio e volerne essere liberi. Il male altrui è deforme, il proprio invece è considerato conforme alla propria identità personale: «Son fatto così!».

v. 7: non ho un uomo, ecc. Questo infermo non ha nessuno. Il suo bisogno l'ha chiuso nella solitudine. Sta ai bordi della piscina, senza mai entrarvi nel momento giusto. Come in un cattivo sogno, arriva sempre troppo tardi. Eppure continua a star lì, facendo il gioco del perdente, sapendo in anticipo che tutto è illusione che finisce in delusione. Sta lì in modo coatto: l'hanno messo lì gli altri.

v. 8: gli dice. Gesù agisce con la Parola. Essa all'origine disse: «Sia la luce»; e la luce fu.

destati. La Parola, come crea, così ricrea: risveglia l'uomo morto e gli rida vita (vv. 21.25).

leva la tua barella e cammina (ci. Me 2,1-12). Questa espressione è il centro del cconto e della disputa: se ne parla cinque volte (vv. 8.9.10.11.12), come cinque so-i i portici della piscina e i libri della legge. Il letto, per un sano, è luogo di riposo; la rella, per l'ammalato, è luogo di contenzione.

Questa barella, dove giace l'infermo, è simbolo della legge: lo tiene prigionie-come trasgressore e lo conduce alla porta Pecoraia, fuori dall'acqua e dalla festa, "a l'uomo la può portare, camminando sino al tempio, dove Gesù lo ritrova. Se ima era morto, ora è vivo e risorto, perché «cammina», vive secondo la Parola. Se ima era bloccato, ora è capace di portare liberamente ciò che prima lo portava co-; prigioniero. La legge infatti, come porta alla vita chi la custodisce, così tiene in rcere chi trasgredisce.

v. 9: divenne sano. Risorgere, osservare la Parola e camminare davanti a Dio: està è la vita sana, libera dal veleno che il diavolo ha inoculato in chi gli ha presta-ascolto (cf. Sap 1,12-15; 2,24). È quanto la Parola dona all'uomo che non osava più ;rare.

era sabato quel giorno. Quando ciò avviene, è «sabato», compimento della

^azione e pienezza di vita. Gesù, Signore del sabato, giorno del Signore, è venuto

«rtare all'uomo il sabato di Dio. Perché il sabato è fatto per l'uomo (cf. Me 2,27).

v. 10: dicevano dunque i giudei. Questi giudei sono i capi, interpreti della leg-

controllori del sabato, espressione massima degli obblighi della legge.

è sabato e non ti è lecito, ecc. Non importa loro che l'uomo sia risorto e cam-ni. Occupati a dichiarare quanto non è lecito fare di sabato, non intuiscono che vare la barella» non è una trasgressione, ma il simbolo stesso dell'osservanza la legge.

Ci sono due modi opposti di intendere la legge: come divieto e condanna, opre come custode della vita e della libertà dell'uomo (cf. Gen 2,16s). Il primo è quelli Adamo, che fin dall'inizio ascoltò la menzogna del serpente. Il secondo è quel-'oluto da Dio, che ama l'uomo di amore eterno (cf. Ger 31,3) e perdona, come un Ire fa con il figlio. Questo è il senso originario della legge, al quale Gesù ci ripor-non l'uomo è per la legge, ma la legge per l'uomo. Le due diverse interpretazioni ino come risultato due opposti modi di vivere.

Non solo una volta, ma ancora oggi, nel nostro «villaggio globale», il futuro l'uomo dipende da come interpreta la legge, se stesso e Dio. Comunque, al di là )gni osservanza o trasgressione, la sua umanità si gioca nel fare come Gesù, che rende cura del fratello più debole.

v. 11: chi mi ha fatto sano, ecc. Dinanzi ai custodi della legge, l'ex malato risponde c'è un uomo che lo ha fatto sano; cosa che essi trascurano, perché non sono inte-;ati all'uomo, ma alla legge. Proprio ascoltando la sua parola («lui mi disse») e non Ila della legge («non ti è lecito»), è in grado di «levare la barella e camminare».

v. 12: chi è l'uomo, ecc. ? Chi è costui che sta sopra la legge e pone l'uomo sopra i legge? Si arroga il potere di Dio: è una bestemmia (cf. Me 2,l-12p)!

v. 13: non sapeva chi fosse. Quest'uomo non conosce Gesù. Il «prodigio» non è ora letto come «segno».

Gesù infatti si era ritirato, essendoci folla. Gesù evita la prevedibile ressa di al-nfermi in cerca di guarigione. Non vuoi ripetere il «prodigio»; vuole invece che se :olga il valore di segno. Ha guarito uno solo per indicare ciò da cui vuoi guarire i: non da una malattia qualunque, ma da quel male di vivere che è l'idea che ab-no di noi stessi, di Dio e della legge. Gesù non è venuto per dare alla Samaritana qua che può trovare al pozzo, né per dare alle folle pane che perisce (6,26). Non

è venuto a dare salute, ma salvezza. Questa salvezza è la comunione con Dio, che ci fa passare da una vita morta alla condizione di suoi figli (cf. v. 24).

v. 14: lo incontra Gesù nel tempio. Come prima l'ha visto alla porta Pecoraia, ora lo incontra nel tempio. Ma non come pecora da macello. Infatti l'ha preceduto lui stesso, che presto decideranno di uccidere, vero agnello che libera il mondo dal suo peccato. La sua Parola l'ha fatto camminare fin lì, portando da sano la propria barella che prima lo portava da malato. Il tempio, casa del Padre, ora è il fratello vivo e risorto, come prima era il fratello malato e peccatore.

non peccare più. Sembra strana questa affermazione, così diversa da 9,3. Qui Gesù pone un rapporto tra il peccato e la malattia: secondo lui, l'origine di questa infermità è un peccato, che egli ha perdonato (cf. Me 2,5). Il testo sembra suggerire qual è il peccato: è il non voler guarire, la rinuncia al desiderio di vita, la disperazione cupa sul futuro, che fa vivere come «normale» l'esclusione dalla festa, come se Dio fosse cattivo e godesse della morte dell'uomo (cf. Ez 33,11). Questo peccato consiste nel porre la legge, che condanna e punisce, al posto di Dio che giustifica e perdona. perché non ti avvenga qualcosa di peggio (cf. Le 11,24-26; Eb 6,4-8). È meglio giacere a terra infermi che precipitare dall'alto.

v. 15: se ne andò l'uomo. La sua, probabilmente, non è una delazione, ma una testimonianza su Gesù, che può essere accettata o rifiutata.

disse ai giudei che è Gesù colui che lo fece sano. Gesù significa «il Signore salva». v. 16: per questo i giudei perseguitavano Gesù (cf. Me 3,1-6). Comincia lo scontro diretto tra Gesù e i capi del popolo. È in gioco l'interpretazione della legge, il rapporto tra uomo e Dio: questione di vita o di morte.

v. 17: rispose. Invece del solito «apekrithe» (cf. vv. 7.11), qui Giovanni usa la forma «apekrìnato», che esce nel processo davanti al sinedrio (cf. Me 14,61; Mt 27,12 e Le 23,9). Inizia qui il giudizio contro Gesù, nel quale si rivelerà come il Figlio. È già l'anticipo del punto di arrivo.

il Padre mio. Gesù enuncia il tema della rivelazione del Figlio e della sua opera, di cui si parlerà immediatamente dopo (vv. 19-30). Gesù chiama Dio «Padre mio» (cf. 2,16). «Padre» indica non solo relazione di nascita, ma anche di amore, che si esprime nel fatto che Padre e Figlio sono uniti nel capire, volere e agire.

continua ad operare fino ad ora. Dio è sempre all'opera nella creazione, per condurla al settimo giorno, nel quale si dice che «compì» il suo lavoro e «riposò» (cf. Gen 2,2s). Ma allora il settimo giorno Dio compì il lavoro o riposò? In realtà il suo riposo è compiere la sua opera, che è introdurre l'uomo nel proprio riposo. Gesù agisce di sabato non per dispetto verso le autorità. La sua non è trasgressione o provocazione; indica invece l'opera del Padre nel mondo: portarlo alla libertà del Figlio. v. 18: per questo cercavano di ucciderlo (cf. Me 3,6). Il testo, iniziato con una festa, continua con il dono del sabato e conclude con uno squarcio sulla Pasqua ultima, quando il Figlio sarà ucciso e ci darà il suo Spirito. Il dono della vita gli costerà la vita. scioglieva il sabato. Il sabato prima era legato e legava, ora è sciolto, libero e liberante: è per l'uomo. Come il sabato, così ogni legge, anzi Dio stesso è per l'uomo! Da sempre l'unica legge è l'amore di Dio, principio di vita e libertà. È la cosa nascosta sin dalla fondazione del mondo, che Adamo non capì e il Figlio è venuto a rivelare. facendosi uguale a Dio. Il figlio è simile al padre non solo nelPagire, ma anche nell'essere. Farsi uguale a Dio è il peccato di Adamo (cf. Gen 3,5), del quale accusano ora Gesù. Eppure Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianzà! Il peccato di Adamo non fu quello di farsi uguale a Dio, ma di rapire ciò che non può essere che dono; volle possedere in proprio ciò che gli veniva dal Padre: non accettò di essere figlio. Gesù è il Figlio, il primo uomo che accetta di essere tale: amato dal Padre. Egli «incarna» la Parola eterna di Dio e dona a chi l'accoglie di essere (ri)generato figlio di Dio.

VA', IL TUO FIGLIO VIVE! Commento di Silvano Fausti

4,43 Dopo due giorni

uscì di là per la Galilea.

44 Lo stesso Gesù testimoniò infatti

che un profeta non ha onore nella sua patria.

45 Quando dunque venne nella Galilea

10 accolsero i galilei,

avendo visto tutte quante le cose che fece a Gerusalemme nella festa; anch'essi infatti vennero alla festa.

46 Venne dunque di nuovo a Cana di Galilea,

dove dell'acqua fece vino. E c'era un certo (ufficiale) regio

11 cui figlio era infermo in Cafarnao.

47 Questi, udito che Gesù era venuto

dalla Giudea nella Galilea,

andò da lui e pregava

che scendesse e guarisse il suo figlio;

stava infatti per morire.

48 Disse dunque Gesù a lui:

Se non vedete segni e prodigi, non credete per niente.

49 Dice a lui (l'ufficiale) regio:

Signore, scendi

prima che muoia il mio bambino.

50 Gli dice Gesù:

Va', il tuo figlio vive! Credette l'uomo alla parola che gli disse Gesù e andava.

51 Ora, mentre egli già scendeva,

i suoi servi gli vennero incontro dicendo che il suo ragazzo vive.

52 Chiese dunque loro

l'ora in cui era stato meglio. Gli dissero dunque:

Ieri, all'ora settima, lo lasciò la febbre.

53 Conobbe dunque il padre

che era quell'ora

in cui Gesù gli disse: II tuo figlio vive!

e credette, lui e la sua casa intera. Ora anche questo secondo segno fece Gesù, venuto dalla Giudea nella Galilea.

1. Messaggio nel contesto

«Va', il tuo figlio vive/», dice Gesù al funzionario del re. E questi gli crede, sulla parola. Il racconto mostra che vivere è credere alla Parola. Essa infatti è vita di ciò che esiste e ha il potere di generare figli di Dio quanti l'accolgono (I,3b-4a.l2s).

Gesù torna a Cana di Galilea, dove aveva fatto quello che fu il «principio dei segni» (cf. 2,lss). Lo scopo della sua attività è far conoscere il dono di Dio: Dio che si dona all'uomo. È di ritorno dalla prima visita «tra i suoi», a Gerusalemme, dove non l'hanno accolto (1,11). Le istituzioni religiose - rappresentate dall'alleanza, dal tempio e dalla legge, di cui si è parlato nei capitoli precedenti - lo rifiutano. Le mediazioni di Dio sono infatti diventate fine a se stesse: la promessa sostituisce il promesso, l'alleanza l'alleato, la legge l'amore, il tempio Dio. In una parola: il segno si è sostituito al suo significato. È ciò che i profeti da sempre hanno denunciato. Le istituzioni, sedimentazioni della cultura, sono un po' come la tecnica: l'uomo l'ha inventata per difendersi dalla natura; ora il problema è come difendersi da essa e dai suoi effetti indesiderati.

La Parola, che genera dall'alto chi l'accoglie, nel brano precedente è acqua zampillante: ora è vita. Il dono di Dio, annunciato in Gerusalemme a Nicodemo, accolto a Salini dal Battista e a Sicar dalla Samaritana, ora si offre a un ufficiale regio, che sappiamo da Mt 8,5-13 e Le 7,1-10 essere un centurione, ovviamente pagano. Ma Giovanni tace questo particolare, perché vuoi completare il quadro dell'accoglienza che la Parola ha avuto in Galilea.

Questo «secondo segno», che l'evangelista narra (anche se ne conosce altri: cf. 2,23; 4,45), chiude un primo cerchio dell'attività di Gesù, tutta incentrata sulla fede. Il dono della vita fisica, accordato al figlio, è segno del dono della vita eterna, accordato al padre per la fede in Gesù.

La fede non chiede di vedere segni e prodigi; sa invece «leggere» il significato di quel segno che è la Parola, scoprendo cosa dice, chi la dice e perché la dice. La Parola del Signore, per il funzionario regio che sa leggerla, è certezza di vita. Anche noi, attraverso il racconto di ciò che è accaduto a lui, siamo chiamati a credere come lui, senza vedere il prodigio. Il vero prodigio che si narra è quello della fede del padre: la vita restituita al figlio ne è il riflesso speculare. Il funzionario del re è come Abramo, nostro padre nella fede: la sua vita è credere alla promessa del Signore.

Il racconto ci mostra come anche noi, che non abbiamo visto il Signore come la Samaritana, possiamo incontrarlo direttamente attraverso la fede nella Parola.

Questo racconto conclude la prima parte del «libro dei segni» e apre alla seconda, nella quale si compie l'esodo definitivo, alla sequela di Gesù. Per questo ci darà piedi per camminare (5,1-47), pane e acqua per vivere (6,1-71; 7,1-8,51), luce per illuminare le nostre tenebre e condurci verso la libertà (9,1-10,21). Al rifiuto da parte dei capi del popolo (10,22-42), il Signore risponderà con il dono della vita (11,1-54), che farà a prezzo della sua morte (12,1-50).

Si tratta del «secondo» segno, che specifica il significato del precedente, avvenuto pure a Cana (cf. 2,lss). I due segni si illuminano a vicenda, dando un senso compiuto all'opera di Gesù: la Parola da «il vino bello», l'amore, e questo amore è «la vita» stessa di chi l'accoglie.

I due racconti hanno una struttura simile: rispettivamente una madre e un padre presentano la situazione di un terzo (v. 47 = 2,3), Gesù da un ordine che è accolto (v. 50 = 2,7s), si constata il prodigio (v. 51s = 2,9s) e ne consegue la fede (v. 53 = 2,11). Anche l'argomento è simmetrico: Israele, la sposa di Dio senza vino e senza amore, corrisponde all'uomo davanti alla malattia e alla morte. Tutti, con o senza legge, siamo privi della gloria di Dio (Rm 3,23)! Il tema di fondo poi è il medesimo: Gesù opera il prodigio del vino bello e della vita mediante l'accoglienza della sua parola, il cui effetto produce la fede degli astanti, che vedono come la Parola sia viva ed efficace e operi ciò che dice in chi crede (cf. Eb 4,12; ITs 2,13).

II passo parallelo di Mt 8,5-13 e Le 7,1-10 (cf. anche il racconto della sirofenicia di Me 7,24-30 e Mt 15,21-28) sottolinea la fede nella Parola: essa, anche a distanza e in assenza di Gesù, fa ciò che dice. Questo vale, ovviamente, anche per Giovanni. Egli ha però un punto di vista particolare: si pone dalla parte del lettore, che, come il padre, non vede il segno, ma crede al racconto di esso (w. 51-53; cf. 20,30s). Di lui infatti si dice due volte che crede: prima da solo (v. 50), poi, dopo il racconto del segno avvenuto, con tutta la famiglia (v. 53). Giovanni quindi mette l'accento sulla fede che viene dal «segno raccontato»: la Parola narra ciò che Dio nel suo amore ha compiuto e compie anche per noi che gli crediamo. Mediante la fede, Gesù, ormai distante nel tempo e fisicamente assente, è presente e agisce ora. La fede non pretende di vedere segni e prodigi, per verificare se il Signore ci ama; crede invece al suo amore sulla sola Parola, che racconta i segni che già ha operato. Questa fiducia è la vita stessa dell'uomo.

Parola e fede, amore e vita sono inseparabili, come, d'altra parte, menzogna e diffidenza, infermità e morte. La fede è l'unico accesso alla Parola, che è vita. Cosai avverrebbe all'uomo se non potesse fidarsi di nessuna parola, neppure nel rappor- i to padre/figlio?

È da notare la pluralità di nomi con cui sono chiamati i due beneficiari dell'intervento di Gesù. Il funzionario «regio», che ha il figlio infermo e prega (vv. 46.49), diventa «l'uomo» quando crede alla Parola (v. 50) e infine «il padre» quando il figlio è guarito e lui crede in Gesù (v. 53); l'infermo/moribondo è chiamato «bambino» (pai-dìon - ragazzo o servo al diminutivo) dall'ufficiale regio (v. 49), «ragazzo» (pois = ragazzo o servo) dai servi (v. 51) e «figlio» dall'evangelista e da Gesù (vv. 46.47.50.53).

Queste variazioni di nomi suggeriscono un cambiamento di realtà: il funzionario del re diventa uomo e padre; il ragazzo, da servo, diventa libero e figlio. Infatti il I male comune a tutti, origine di ogni altro, è la cattiva relazione padre/figlio. La guarigione, che Gesù è venuto a portare, è la fede, che fa passare da un rapporto di dif-1 fidenza a un rapporto di fiducia. La guarigione che avviene nel rapporto padre/fi-1 glio, è segno di quella che avviene, per la fede nella Parola, nell'ufficiale regio nei I confronti del Padre.

Questo episodio - come l'inizio e la fine della seconda parte del «libro dei se-I gni» (cf. 5,lss; ll,lss) - è un contrappunto tra infermità/morte e guarigione/vita.I Dalla Giudea e dalla Samaria, il dono del Figlio passa alla Galilea e si offre a ogni I uomo che si confronta con i propri limiti, in termini di vita e di morte. Nessuno è I estraneo a Dio. Anzi, solo chi non accampa meriti può ricevere ciò che è puro dono. I Per tutti, vivere è credere all'amore con cui il Padre ama il Figlio: è lo stesso con cui I è amato ciascuno di noi (cf. 17,23; 15,9). Conoscere questo è la vita eterna.

A Cana, da dove era partito, termina il primo viaggio della Parola. Si è proposta al fariseo Nicodemo, al profeta Giovanni e agli infedeli samaritani, offrendo rispettivamente di rinascere, di riconoscere il Figlio di Dio e di incontrare il salvatore del mondo. Ora, all'ufficiale del re - il re rappresenta ciò che ogni uomo vorrebbe essere - offre un modo nuovo di essere uomo, libero dalla malattia mortale che lo insidia: la mancanza di fiducia, che rompe il rapporto vitale padre/figlio.

Gesù, salvatore del mondo, dona la vita a chiunque crede in lui. La vita infatti è aderire a lui, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli.

La Chiesa ha la sua origine nell'Israele che, come il Battista, lo riconosce. In questa radice sono innestati tutti gli uomini, mediante la fede nella Parola. Il centurione è come Abramo: figlio di pagani e padre dei credenti. Prototipo di ogni uomo che crede, è l'Adamo nuovo, guarito dalla diffidenza che a tutti procurò la morte.

2. Lettura del testo

v. 43: Dopo due giorni. Sono i due giorni che Gesù trascorre in Samaria (v. 40), dove è giunto dalla Giudea. Il primo segno a Cana avvenne «dopo tre giorni» (2,1). Giovanni sincronizza con esso non la guarigione del figlio, che avviene appunto «dopo due giorni», ma la fede del padre che, il giorno dopo, al racconto della guarigione del figlio fatto dai servi, credette con tutta la sua famiglia. Di essa facciamo parte anche noi, che come lui ascoltiamo il racconto fatto dall'evangelista e da quelli che sono i servi della Parola.

uscì di là per la Galilea. In Samaria Gesù si trova di passaggio: sta andando dalla Giudea alla Galilea (cf. vv. 3.47.54).

v. 44: un profeta non ha onore nella sua patria (cf. Me 6,4p). Per Giovanni la patria di Gesù è la Giudea, dove si concentrano le istituzioni di Israele. La Samaritana infatti lo chiama «giudeo», e riconosce che la salvezza viene dai giudei (4,9.22). La Parola è venuta nella sua casa; mentre samaritani e galilei la accolgono, i suoi la rifiutano (1,11; Ger 12,6-8). È dolorosa l'incomprensione dei familiari. Eppure, chi pretende di conoscere una persona, ne ignora il mistero più profondo.

v. 45: lo accolsero i galilei. All'ostilità incontrata a Gerusalemme (2,18.24s) si contrappone l'accoglienza ricevuta in Galilea, dove è preceduto dalla fama di ciò che ha compiuto.

v. 46: di nuovo a Cana di Galilea. Si sottolinea il ritorno a Cana per chiudere il racconto della prima attività di Gesù. Lì ha iniziato e i suoi discepoli, alla vista del segno operato dall'ascolto della sua parola, credettero in lui. Il vero prodigio è sempre l'accoglienza della Parola, principio di tutto.

dove dell'acqua fece vino. È ricordato il primo segno per collegarlo con questo secondo. Gesù, come rinnova l'alleanza con Israele mutando l'acqua in vino, così rinnova l'alleanza con ogni uomo mutando la morte in vita.

c'era un certo (ufficiale) regio. Nel testo c'è solo «regio»: un personaggio di corte, al servizio di Erode Antipa. È un subalterno al potere, che insieme subisce ed esercita.

il cui figlio era infermo. Non si tratta di «un» figlio: è «il» figlio, unico. Come può essere il figlio di un uomo di potere, se non mortalmente malato? È il primo incontro tra il salvatore del mondo e un uomo di mondo. Ed è il primo incontro tra Gesù e il problema di ogni uomo: l'infermità e la morte. Davanti ad essa, nonostante ogni pretesa, nessun potente ha potere: sperimenta l'impotenza e riconosce la realtà.

na che l'uomo costruisce - e che a sua volta costruisce l'uomo - per esorcizzare il male e la morte. La constatazione del limite rappresenta quel principio di realtà che da la vera conoscenza di sé e apre all'Altro. Si dice che il figlio è «in-fermo»: alla lettera significa «non sta in piedi» (vedi in 5,3 la massa di infermi che giacciono presso la piscina). Davanti al male e alla morte, nessuno regge: tutti vacilliamo, cadiamo a terra e diventiamo «umani», ossia «humandi» (= da mettere sotto terra) dalla pietà altrui.

v. 47: udito. La fede viene dall'ascolto (Rm 10,17) e ha sempre come oggetto la Parola.

che Gesù era venuto. Gesù viene ovunque arriva la Parola, che risuona ovun-que si parla di lui.

andò da lui. Noi possiamo andare a lui, perché lui viene a noi. Andiamo a lui mossi dal bisogno di vita, perché la Parola è vita degli uomini.

pregava. Il nostro rapporto con il dono è il desiderio, che si esprime nella preghiera. Uno desidera ciò che gli manca. La preghiera mette liberamente in comunione il desiderio e colui che può soddisfarlo.

che scendesse. Gesù è pregato di scendere da Cana a Cafarnao, che dista 26 chilometri, giù sul lago. Scendere non ha solo un senso geografico: indica la con-discen-denza del Figlio, disceso dal cielo (3,13).

e guarisse il suo figlio. Quest'uomo domanda, come chiunque, la salute, che conserva la vita mortale. Otterrà invece la salvezza, che dona la vita eterna.

stava per morire. È la prima volta che il Vangelo parla di morte fisica, limite ultimo dell'uomo. Egli avverte in sé una contraddizione ineliminabile: desidera felicità e pienezza di vita, ma sa che la sua esistenza è triste e breve (Sap 2,1), posta sotto l'ipoteca della morte. Per lui la vita è l'unica malattia incurabile, anzi mortale. Questa contraddizione è il motore stesso della cultura; la quale a sua volta, invece di risolvere, esaspera la tensione tra desiderio e limite, a meno che si anestetizzi la coscienza dell'uno e/o dell'altro. Ma questo non è mai un bene: distruggerebbe ciò che rende umano l'uomo. Ci sarà pure un'acqua che soddisfi la nostra sete, una via d'uscita che dia alla nostra vita un fine che non sia la fine!

v. 48: se non vedete segni e prodigi. Gesù si rivolge non solo al suo interlocutore, ma anche a coloro che ascoltano. Dietro il funzionario regio ci siamo tutti noi, che abbiamo il suo stesso problema e ascoltiamo ciò che avviene. «Segni e prodigi» (cf. Es 7,3) è un'espressione usuale per indicare ciò che il Signore ha compiuto per liberare il suo popolo. In quanto «segni» significano l'amore di chi interviene, in quanto «prodigi» rivelano il suo potere. Il ricordo di essi è il fondamento della fede e della vita di Israele.

Gesù rimprovera chi pretende un segno prodigioso e apodittico (cf. Mt 12,38sp). La fede non è chiedere un cumulo di segni, ai quali attaccarsi idolatricamente: è credere a Dio per quello che già ha fatto e che la Parola racconta. Il ricordo di ciò che ha compiuto nel passato, è motivo sufficiente per credere qui e ora a lui e camminare verso il futuro. L'intento del Vangelo di Giovanni è dichiaratamente questo: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (20,30s).

Chiedere altri segni, o condizionare la fede all'esaudimento delle proprie richieste, significa non credere all'amore di Dio per noi. La salvezza non è la salute, la

to di qualità: il^prodigio non è guarire nel corpo, ma credere alla Parola.

v. 49: Signore, scendi. L'ufficiale regio esprime il desiderio di ogni uomo: che il Signore scenda e il suo potere di vita fecondi la terra. La sua preghiera sarà esaudita quando lui stesso, fiducioso nella Parola, scenderà verso il figlio (v. 51).

prima che muoia il mio bambino. L'ufficiale insiste. Chiede a Gesù di intervenire prima che il bimbo muoia, per mantenerlo in vita. È persuaso che finché c'è vita c'è speranza: chi imbocca la porta della morte, lascia ogni speranza. Non conosce ancora il dono di Dio: ignora che c'è una parola che vince la morte. Il figlio è chiamato «bambino», piccolo, che significa anche servo. Di fronte alla morte nessuno è libero: siamo tutti piccoli e impotenti, anche l'uomo del re e lo stesso re.

v. 50: va', il tuo figlio vive. Gesù non scende a guarire: dice solo che il suo «figlio vive». Ma il funzionario del re ha appena detto che «il bambino sta per morire»! È la parola di Gesù contraria all'evidenza, oppure l'evidenza contraria alla realtà? Gesù non da prove; semplicemente dice ciò che sa: vivere è credere alla Parola, che da la possibilità di diventare figli di Dio. La guarigione che seguirà sarà il segno del cambiamento avvenuto nel padre: la sua fede farà sì che l'infermità/morte del bambino/servo si trasformi nella nascita del figlio libero.

credette l'uomo alla parola. Il funzionario ora è chiamato uomo. Chi crede alla parola di vita non è più un funzionario del re, preso nell'ingranaggio mortale servo/padrone: è diventato uomo. Davanti alla morte ha visto il limite di ogni potere; eppure non ha perso il desiderio di vita. La fede nella Parola gli da la sua umanità piena e lo fa risorgere: da «funzionario», angosciato per la «morte» del «bambino/servo», diventa un «uomo», sicuro della «vita» del «figlio».

In Giovanni si parla della fede a vari livelli. C'è una fede idolatrica, che Gesù non approva, sempre in cerca di segni e prodigi (v. 48); c'è una fede, iniziale o solo imperfetta, che crede perché vede, come i discepoli a Cana (cf. 2,11), o addirittura solo se vede, come Tommaso (cf. 20,25.29a); c'è finalmente la fede dell'uomo che «crede alla parola» (v. 50) senza vedere segni e prodigi, che diventa, subito dopo, un «credere» al racconto del segno (v. 53), aderendo alla persona di Gesù senza vedere (cf. 20,29b). A questa fede l'evangelista vuoi portare il suo lettore.

v. 51: mentre egli già scendeva. È lui, e non Gesù (vv. 47.49), che scende verso il figlio, con la fede nella parola di vita.

i servi gli vennero incontro, ecc. I suoi servi (in greco c'è «schiavi») confermano quanto Gesù ha detto: «II tuo figlio vive!». Quest'uomo, come prima ha creduto alla parola di Gesù, ora crede alla medesima parola detta dai servi, che gli annunciano come si è avverata. Crede sia alla parola che promette, fidandosi della sola promessa, sia alla parola che racconta il compimento della promessa, senza vedere né segno né prodigio.

La fede, come viene dall'ascolto, è sempre e solo fondata sulla Parola, che, raccontando la salvezza avvenuta, la dona a chiunque l'ascolta. Ed è questa fede il vero «prodigio» che ci mette in rapporto di fiducia filiale con Dio, liberandoci dalla menzogna che uccide la verità, sua e nostra.

v. 52: chiese l'ora. È il tema dell'ora, caro a Giovanni, già uscito una prima volta a Cana (2,4).

ieri. Rispetto ai due menzionati all'inizio del racconto, siamo al terzo giorno, come nel primo segno di Cana (cf. 2,1). È trascorsa quindi la notte da quando l'uo

mo ha incontrato Gesù. Questa notte, illuminata dalla fede, conduce al terzo giorno, quello della risurrezione. Il segno avvenuto «ieri» produce «oggi» il prodigio del terzo giorno: la fede, che dona la vita a chi crede nel Figlio.

all'ora settima. È l'ora dopo la sesta (cf. v. 6!), quando inizia la glorificazione di Gesù, innalzato sulla croce (19,14-16). La parola di Gesù è stata efficace all'istante (v. 53). La fede in essa ha fatto passare dalla notte alla luce del terzo giorno quest'uomo, primizia dell'abbondante frutto che produrrà il seme deposto sotto terra (cf. 12,24).

v. 53: conobbe dunque il padre. Quest'uomo ora diventa padre, perché, per la fede nella Parola, è in cammino verso il figlio che vive. Ma è anche nostro padre nella fede, come Abramo, il primo che credette alla promessa. Di lui anche noi ci riconosciamo discendenti (cf. Gai 3,6-14).

Il rapporto padre/figlio è segno del rapporto Dio/uomo, rotto dalla diffidenza. La fede lo ristabilisce, integro e sano. Dio torna ad essere ciò che è, e noi ciò che siamo: lui è Padre nostro e noi figli suoi. Non è più un rapporto di violenza e schiavitù, ma di amore e libertà: non produce più morte, ma da vita.

era quell'ora in cui Gesù gli disse. L'ora della salvezza è la stessa della parola di Gesù: credere in lui è vivere, ritrovare la propria identità, perduta, di figli.

credette. Per la seconda volta si dice che il padre credette: prima alla parola di Gesù (v. 51) e ora al racconto dei «servi» che gli parlano del prodigio avvenuto. È, come già detto, la fede che il Vangelo propone al lettore. Il racconto di ciò che è avvenuto è sufficiente per operare il miracolo della fede, senza vedere. Questa fede in Gesù è appunto il passaggio dalla morte alla vita. È il miracolo che avviene al padre - e al lettore che, come lui, crede alla Parola che racconta il segno.

lui e la sua casa intera. L'uomo non è mai solo: è un tessuto di relazioni, malate o sane. La fede nella Parola guarisce il rapporto padre/figlio. La «casa» è il luogo primo dei rapporti, che condiziona gli altri. Essa è guarita dalla fede, perché finalmente l'uomo ritrova la sua casa ed è di casa con Dio. Lo stare insieme non è più un gioco di dominio/sudditanza, ma è quello di una famiglia, dove si rispecchia tra le persone il rapporto che ciascuno ha con il Padre. La fede non ci fa diversi dagli altri: ci fa semplicemente «casa», luogo vivibile e visibile, aperto a tutti gli uomini, generati dalla stessa Parola. Ora sia il padre che il figlio e i servi sono tutti fratelli nella fede.

v. 54: ora anche questo secondo segno fece Gesù. A Cana ci fu il primo segno che rivelò la sua gloria; ora il secondo. Nel primo credettero i suoi discepoli, che videro quanto aveva operato la Parola tramite coloro che l'avevano ascoltata. Ora un uomo crede direttamente alla Parola, anche senza vedere. Allora fu dato «il vino bello», ora «la vita». Giovanni, parlando del «secondo segno», ribadisce il legame stretto tra il vino bello e la vita (cf. anche v. 46): credere all'amore dello Sposo è la vita dell'uomo!

Dopo questo «secondo», Giovanni non numera più i segni. Questi due infatti contengono il principio e il fine di tutti gli altri, che è credere in Gesù per avere la vita. C'è un'allusione al libro dell'Esodo, quando il Signore opera due segni e dice a Mosè, incredulo sulla riuscita della sua missione presso gli egiziani: «Se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo. Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l'acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta» (Es 4,8s). A chi non crede al segno dell'amore e della vita, sarà dato il misterioso segno dell'acqua e del sangue (cf. 19,34)!

COMMENTO DI SILVANO FAUSTI "UNA COMUNITA' LEGGE IL VANGELO DI MATTEO"

Messaggio nel contesto

«La pietra che i costruttori hanno scartato, questa è diventata testata d'angolo», dice Gesù ai capi del popolo. Dichiara così qual è il suo potere e da dove gli viene: è quello della «pietra scartata» diventata «testata d'angolo», quello del Figlio croci­fisso e risorto. La croce, stoltezza e debolezza per sapienti e potenti, è sapienza e potenza di Dio che salva l'uomo, distruggendo i suoi deliri di morte.

Gesù è il Messia che viene nel nome del Signore (v. 9), perché viene sull'asina. Ciò per cui è scartato, è il potere stesso di Dio, che alla fine sarà riconosciuto pro­prio da chi lo crocifigge (27,54).

Questo potere, che da sempre il Figlio ha in ciclo, gli viene conferito in terra da coloro che lo rifiutano - dai signori del tempio e del popolo, che non conoscono il Signore della gloria (ICor 2,6-8). Questi scatenano ciecamente contro di lui la loro violenza di morte. E lui si fa loro salvatore e Signore, perché assorbe in sé il loro male senza restituirlo, rivelando così chi è Dio e chi è l'uomo a sua immagine.

Senza soluzione di continuità con la parabola precedente, questo brano è un'allegoria della storia d'Israele, che nella parabola successiva sarà estesa alla Chiesa. Espone una «teologia della storia» in senso forte: dice come Dio vede la no­stra realtà, rivelando le «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (13,35). Dal punto di vista di Dio il mistero che sta all'origine del mondo è il suo amore di Padre verso i figli nel Figlio: tutto è fatto per lui e in vista di lui, e tutto in lui sussiste (Col l,16s). Ma noi, per ignoranza, strutturiamo tutto sul nostro egoismo, che ci uccide come figli e come fratelli.

Due cose occulte stanno quindi ora all'origine del mondo: il Corpo del Figlio e il cadavere del fratello. E Dio ne fa una sola: il fratello, al quale togliamo la vita, è il  Figlio che dà la vita per noi. La storia è un libro sigillato che solo l'Agnello immo­lato è in grado di aprire e leggere (Ap 5,9). Dio ha voluto fin dall'inizio un mondo bello, riflesso della sua gloria; ma noi ne abbiamo fatto un mondo brutto, pieno di violenza, che uccide il fratello. Al Signore, che rispetta la nostra libertà, non rimane che diventare lui stesso il fratello su cui si scarica la nostra violenza, per restituirci nel suo amore la nostra verità di figli. È una soluzione veramente divina: anche chi si oppone a lui, non fa che eseguire il suo disegno. La storia è una progressiva mani­festazione del mistero di un Dio che vince il nostro male portandolo su di sé, e fa del nostro sommo misfatto la sua mirabile opera di salvezza per tutti.

Il racconto narra l'intreccio tra la nostra infedeltà e la sua fedeltà. Il suo ve­nirci incontro e il nostro rifiuto. È una passione infelice, senza sbocco. La nostra è una provocazione sorda e continua, con una perversità latente che solo alla fine si esprime. Il brano presenta il braccio di ferro tra il potere dell'uomo, che è violenza distruttiva e autodistruttiva, e quello di Dio, che è amore più forte della morte.

Nell'uccisione del Figlio si compie tutto, sia la nostra perversità sia la sua bontà. Il nostro male esaurisce la sua carica negativa, togliendo la vita all'autore della vita; e Dio si manifesta tale, donando la sua vita a noi che gliela rubiamo. Nel­l'uccisione del Figlio otteniamo davvero la sua eredità: abbiamo tra le mani il frutto che ci fa simili a Dio (Gen 3,5)! Il Figlio, che nella sua mitezza si fa oggetto di pre­potenza, eredita da noi la nostra nudità, e noi da lui la sua veste di figlio (27,35).

Il racconto inizia descrivendo la cura che Dio ha per la sua vigna: manifesta il suo amore con i fatti, perché lo comprendiamo e possiamo fare quel frutto che ci rende simile a lui (vv. 33-34).

Al moltiplicarsi dei suoi gesti di bontà corrisponde un crescendo della nostra cattiveria: percuotiamo e uccidiamo sistematicamente i profeti che ci richiamano a produrre il frutto desiderato (vv. 35-36). La nostra risposta alle sue premure è un'automatica e monotona reazione. Non c'è via d'uscita. All'ostinazione del suo amore, corrisponde il muro sempre più spesso del nostro rifiuto!

Alla fine il Padre manda «il» Figlio. Proprio davanti a lui esce allo scoperto l'intenzione che covavamo nei suoi confronti: ucciderlo per rapirne l'eredità (vv. 37-39). Gli ascoltatori, interpellati da Gesù, rispondono dicendo che il delitto è de­gno della più severa condanna (w. 40-41). Ma il Signore da un'altra interpreta-zione: il rifiuto dei capi sarà l'inizio di un nuovo popolo, e la pietra scartata sarà te­stata d'angolo del nuovo tempio (vv. 42-44). I capi del popolo capiscono finalmente che si parla di loro, e si accingono a fare ciò che Gesù ha appena detto (vv. 45-46).

Si dice giustamente che la storia è rivelazione. In essa infatti la violenza toglie sempre più la maschera del suo potere mortifero. Non è un caso, se proprio oggi qualcuno scrive un «Elogio della mitezza» e un «Elogio della solidarietà». Sarebbe però fuori luogo un «Elogio del nostro tempo», se non si fa prima un elogio dell'a­sina e del fico, per ridare all'uomo la sua umanità e a Dio la sua realtà.

Gesù, il Figlio dell'uomo disprezzato e ucciso fuori le mura, è la pietra scartata che diventa pietra angolare: è il Figlio che ci da l'eredità, è il Pontefice che unisce il Padre ai fratelli e questi tra di loro. La sua croce svela la distruttività della nostra violenza e la forza del suo amore. Questa è l'opera meravigliosa di Dio: la nostra miseria fa uscire la sua misericordia.

La Chiesa riconosce in Gesù l'Agnello, immolato e vittorioso (Ap 5,6.13), che vince il male con il bene (Rm 12,21), spegnendo in sé la nostra potenza di morte. Uniti a lui, israeliti e pagani, siamo figli nel Figlio, albero fruttifero e tempio dello Spirito.

Lettura del testo

v. 33: C'era un uomo, un proprietario. È il Signore, del quale è la terra e quanto contiene, l'universo e i suoi abitanti (Sai 24,1). Lui però non è un padrone. Non si appropria di nulla e di nessuno; al contrario dona tutto a tutti, fino a dare se stesso. Il nostro errore, fin dall'inizio, fu pensarlo diverso da quello che è; noi poi, essendo figli e volendo diventare simili a lui (Gen 3,5), ci siamo efficacemente dati da fare per diventare come l'avevamo immaginato.

piantò una vigna. La vigna è Israele (Is 5,1-7), il primogenito, scelto da Dio tra tutti i popoli come sua proprietà (Es 19,5). Non perché è il più numeroso o forte; è anzi il più piccolo tra tutti i popoli (cf. Dt 7,7). In lui ha voluto far brillare il suo amore di Padre per i suoi figli, in modo che diventi luce per i fratelli.

«Piantare la vigna» è un lavoro paziente e intelligente, che esige impegno e fa­tica. Bisogna cercare il terreno giusto, adeguatamente solatio, scavarlo profonda­mente e drenarlo, scegliere e piantare ogni vitigno. Il contadino fa questo con gioia, pensando al frutto. «Piantare la vigna» sintetizza l'azione di Dio per il popolo eletto, dai patriarchi ai Giudici, dalla promessa all'eredità della terra, attraverso la liberazione dall'Egitto e il dono della Parola.

Questa vigna è fatta per rispondere all'amore del Padre con l'amore verso i fratelli (7,12; 22,36-40; Dt 4,6s e Lv 19,18). Se non lo fa, è come il fico sterile.

la circondò con una siepe. La siepe delimita e protegge la proprietà da ciò che la danneggia, ladri o bestie. È simbolo della legge, che caratterizza il popolo nella sua diversità: lo rende simile a Dio, indicandogli il bene e proteggendolo dal male.

vi scavò un torchio. Il torchio, posto al centro della torre per spremere il frutto della vigna, è l'altare da cui sale quel sacrificio gradito a Dio che è la misericordia dell'uomo (9,13; 12,7). Se non c'è questo, le foglie, anche se rigogliose, sono segno di sterilità e maledizione (vedi le critiche profetiche al culto del tempio, ad es.: Is 1,10-20; 58,lss; Ger 7,lss; Am 5,21-27; MI 3,1-5).

costruì una torre. La torre richiama il tempio, che serve a custodia della vigna e deposito dei frutti. Non dovrebbe essere pieno di mercanti e briganti, ma casa di co­munione con il Padre e con i fratelli, aperta a tutte le genti.

la affidò a dei coltivatori. Sono gli ascoltatori di Gesù, i capi del popolo, e quanti con loro si identificano. Dovrebbero, come Adamo, collaborare all'azione di Dio coltivando e custodendo il giardino (Gen 2,15), e non distruggerlo per posse­derlo.

emigrò. Dio non è impiccione. All'uomo fa dono di tutto. Soprattutto della li­bertà di agire come lui! Fatto al sesto giorno, ha il compito di portare la creazione al settimo, al riposo di Dio. Per questo lui è assente: la sua presenza di Padre è affidata alla responsabilità di figli adulti, che vivono da fratelli. Addirittura emigra all'e­stero: si fa estraneo, e lo incontriamo in ogni straniero che cerca accoglienza (cf. 25,31-46).

In questo versetto si sottolinea, con verbi di azione, la fatica di quel Dio che con la semplice parola ha creato tutto: è la cura del suo amore per formarsi un figlio adulto, il primogenito. Non è un padrone che fa lavorare altri per rapirne i frutti -come fanno i padroni di questo mondo. Lavora personalmente, a sue spese, e senza vantaggio; l'unica ricompensa per il padre è la felicità del figlio. «Pianta» con cura la vigna, vitigno per vitigno, perché ognuno fruttifichi secondo il suo cuore; la «cinge» di una siepe, che la protegga come le sue braccia; vi «scava» un torchio nella roccia, perché possa godere del proprio frutto; «costruisce» una torre, perché vegli su di lei e la custodisca; «emigra» altrove, per darle la libertà di essere come lui.

v. 34: il tempo dei frutti. La vigna è coltivata in vista di quel frutto che rallegra Dio e l'uomo (Gdc 9,13; cf. Sai 104,15): è l'amore per i fratelli, di cui ha fame tanto il Figlio quanto il Padre.

inviò i suoi servi. Invece di «servo», in greco c'è «schiavo». Lo schiavo è pro­prietà del suo signore. Schiavi sono i profeti, che appartengono a Dio, come Dio ap­partiene a loro (cf. Ct 2,16; 6,3; 7,11). Essere l'uno dell'altro per amore, è la vita stessa del Padre e del Figlio, e di chiunque ha il suo Spirito. I profeti vivono il mede­simo dramma del loro Signore che li manda. Vedi in particolare Elia, Geremia e il Battista (cf. 16,14). Sono inviati ai fratelli come testimoni, martiri dell'amore che chiama a conversione.

Oltre l'istituzione del tempio e della monarchia, comune a tutti i popoli - il re rappresenta Dio in terra e il tempio gli garantisce la protezione di Dio - in Israele c'è un'anti-istituzione: il profetismo. Il profeta è contro ogni sacralizzazione e asso-lutizzazione del tempio e della legge, e, a maggior ragione, del re, che dovrebbe ri­spettarla. Egli è contro la violenza religiosa e politica: richiama alla fraternità, ricor­dando al re l'osservanza della legge, e agli osservanti della legge l'amore di Dio e del prossimo.

per prenderne i frutti. Il Signore ha «fame» del frutto della vigna (21,18), come ha «bisogno» dell'asina (21,3). Egli desidera che l'uomo, suo figlio, si realizzi nell'a­more e nella libertà di servire, come lui.

v. 35:presi i suoi servi, ecc. È la sorte dei profeti (cf. 23,29-32): portando la mi­tezza del Padre, sono preda della violenza dei fratelli. Sono martiri, testimoni in­sieme del nostro male e del suo amore: sono i giusti, prefigurazione del Giusto, sul quale ricade l'ingiustizia (cf. Sap 2,12-20). Nelle loro ferite si spurga la virulenza della nostra cattiveria (cf. Is 53,1-12); nel loro silenzio si spegne la nostra menzogna. Chi opera il bene - può parere scandaloso - non resta mai impunito!

Noi, invece di ascoltare la voce dei profeti, tagliamo loro la gola. Più il Signore ci chiama con la loro parola e il loro esempio, più ci allontaniamo da lui. Chiamati a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo! Ma Dio è Dio, e non uomo. Per questo freme; ma non di ira, bensì di compassione, e viene a noi nella sua misericor­dia (cf. Os 11,2.7.9).

v. 36: di nuovo inviò altri servi, più numerosi dei primi. Dio non si stanca; molti­plica con generosità i suoi appelli. E noi ripetiamo, autisticamente, con violenza sem­pre più folle, il nostro rifiuto. Sordi alla Parola, uccidiamo chi la dice, facendo monu­menti a quelli che i nostri padri hanno ucciso. Ma questo non ci dissocia dalla loro colpa; ci serve solo da alibi per continuare le loro malefatte, testimoniando così di es­sere loro degni figli (23,29-32). Circa la sorte dei profeti, vedi anche Eb 11,32-40.

v. 37: alla fine inviò loro il Figlio suo (cf. Eb l,ls). Dio non ha nulla di più da dirci che la sua stessa Parola, nulla di più da darci che il suo stesso Figlio. Il quale non si vergogna di chiamarsi nostro fratello (cf. Eb 2,lls)!

v. 38: / coltivatori, visto il Figlio. È il Figlio perfetto come il Padre (5,48), irra­diazione della sua gloria, impronta della sua sostanza, che tutto sostiene con la sua Parola (Eb 1,3). È il Figlio che fa la volontà del Padre, il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,45).

è l'erede: venite, uccidiamolo, e avremo la sua eredità. Davanti al Figlio si svela l'intenzione perversa dei fratelli: la sua diversità manifesta la nostra. Noi vogliamo la morte del Padre e del fratello, per impadronirci dell'eredità; vogliamo possedere in proprio ciò che è donato (Gen 3; Ez 16). Questo è il movente della violenza che consuma la nostra storia: appropriarci del dono, non accorgendoci che così lo di­struggiamo. E siccome tutto è dono - il mondo, il mio io e Dio stesso - tutto è tra­volto nelle fauci della morte.

Noi vogliamo l'eredità del Figlio, il tesoro del Padre, ignorando che essa è lo Spirito d'amore, vita di ambedue. Ma proprio uccidendo il Figlio, ne otteniamo l'e­redità: a noi, che gli togliamo la vita, egli dona la sua vita.

In questo modo il bene trionfa di ogni male!

v. 39: presolo, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. È la storia che sta accadendo a Gesù, della quale gli ascoltatori (allora come adesso!) sono attori. Tra due giorni lo prenderanno nell'orto, lo cacceranno fuori le mura e lo uccideranno sul Golgota.

v. 40: Il Signore della vigna cosa farà a quei coltivatori? Gesù domanda agli ascoltatori il giudizio su ciò che stanno facendo. La loro risposta, senza pietà, è la stessa di Davide a Natan, che gli sta parlando del suo peccato (cf. 2Sam 12,5s). Gesù dice in anticipo ciò che essi intendono fare. Quando sarà accaduto, sapranno al­meno che «c'è un profeta», che ha predetto il loro male e l'ha portato su di sé, co­scientemente e liberamente. Solo allora potranno dire: «Ho peccato contro il Si­gnore» (2Sam 12,13) e capire che «davvero costui era Figlio di Dio» (27,54).

v. 41: sterminerà malamente quei malvagi. È la lettura della storia che facciamo noi: pensiamo che Dio sia più violento dei cattivi, e li ripaghi con la stessa moneta. La condanna che, senza saperlo, pronunciamo su di noi, sarà portata dal Signore stesso, che per noi si è fatto maledizione e peccato, perché noi diventassimo giusti­zia di Dio (Gai 3,13; 2Cor 5,21).

affiderà la vigna ad altri coltivatori, ecc. Questi coltivatori «altri» saranno quanti, vedendo il segno del Figlio dell'uomo, si batteranno il petto (24,30), ricono­scendo il proprio no e il suo eterno sì. Essi porteranno frutto, accettando il dono che il Messia crocifisso fa a quanti glielo rapiscono. Tra questi «altri» c'è la Chiesa di Matteo, composta da giudei che hanno ascoltato i profeti e riconosciuto, nel per­dono, il loro Signore (cf. Ger 31,31-34).

v. 42: la pietra che i costruttori hanno scartato, ecc. (Sai 118,22s). Questo stesso salmo, citato anche nell'ingresso messianico (21,9), offre a Gesù un'altra interpreta-zione del fatto, veramente divina. «Pietra» e «il Figlio» in ebraico si richiamano ('eben e haben): colui che abbiamo disprezzato, proprio questi è il Figlio che, in quanto ucciso, da la vita per tutti. Così diviene pietra angolare del nuovo tempio, che unisce ciclo e terra, divinità e umanità, giudei e pagani, formando di tutti un solo popolo, annullando ogni inimicizia e condanna tra gli uomini (cf. Ef 2,14-18).

dal Signore venne questo, ed è una meraviglia. Questa è l'opera del Signore, la meraviglia da lui compiuta davanti ai nostri occhi. Noi, del bene che lui ci da, ne fac­ciamo del male; lui, del male che noi gli diamo, ne fa un bene.

Con l'uccisione del Figlio noi abbiamo usato la nostra libertà - massimo bene che ci rende simili a lui - per compiere il massimo male, addirittura impensabile: uc­cidere l'autore della vita (At 3,15). E lui ne fa il sommo bene, per tutti: il dono di sé. Come Giuseppe ai suoi fratelli, Gesù dice: «Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si av­vera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20).

Davvero tutto, anche il male, coopera al bene (cf. Rm 8,28). Tutti si sono riu­niti contro il Cristo, per compiere ciò che la mano e il cuore di Dio aveva preordi­nato che avvenisse (At 4,28), per realizzare il suo disegno e la sua parola (cf. Ap 17,17). Con i perversi, Dio è astuto (Sai 18,27), divinamente astuto: noi facciamo dei suoi doni un furto, e lui fa del nostro furto il suo dono!

Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primi­tivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!

v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono pecca­tori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.

v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è pro­fezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno rice­vuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).

Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.

v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.

v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la po­tenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei no­stri confronti.

temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scel­gono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).

Il risultato ultimo della nostra violenza - oltre l'uccisione della vita non può andare nessun potere di morte! - non è la distruzione di tutto. Come dal caos primi­tivo la Parola creò il mondo, ora lo ricrea nuovo, pieno della sua gloria. Veramente grande e santo è Dio!

v. 43: sarà levato loro il regno e dato a un popolo (pagano) che ne faccia i frutti. Nel Regno ci precedono pubblicani e prostitute (v. 31), quelli che hanno dato frutti di conversione. Il nuovo popolo è fatto da quanti, giudei o no, si riconoscono pecca­tori e accettano nel Figlio crocifisso l'eterno sì del Padre a tutti i suoi figli. Costoro conoscono l'amore del Padre, e possono portare il frutto di una vita fraterna.

v. 44: chi cade su questa pietra, sarà sfracellato, ecc. È un versetto misterioso, che allude a Dn 2,31-45. Il sasso che frantuma il gigantesco colosso e diventa una grande montagna, la forza di Dio che fa crollare l'idolo grande, splendido e terribile che l'uomo si è costruito, è la debolezza della croce. Gesù crocifisso è la pietra di scandalo per tutti, il giudizio di Dio su Israele, sulla Chiesa e su ogni uomo, perché ormai tutti siamo un solo popolo, uniti nella colpa e nel perdono. Queste parole non sono da leggere in senso antigiudaico, ma universale. La storia di Israele è pro­fezia di ogni altra: ciò che è accaduto al primogenito, è ammonimento per noi (ICor 10,11). Coloro sui quali la pietra è caduta, sono i giudei che per primi hanno rice­vuto il Figlio della promessa. Coloro sui quali cade, siamo noi, partecipi della stessa promessa (cf. Gen 12,3).

Il Messia crocifisso, pietra di scandalo - presto o tardi tutti cadiamo su di lui come lui è caduto sui nostri padri -, sfracella e stritola la nostra immagine di Dio e di uomo, per restituire a Dio la sua gloria e all'uomo la sua libertà.

v. 45: i sommi sacerdoti e i farisei. Agli anziani, che c'erano all'inizio (v. 23), succedono i farisei, ai quali sarà dedicato in particolare il e. 23. La parabola è diretta a loro e a noi, a chiunque non riconosce il potere del Figlio, che è quello dell'asina e del suo asinelio.

v. 46: cercando di impadronirsi di lui. I nemici stanno eseguendo alla lettera ciò che Gesù ha appena detto. Lo faranno tra due giorni (cf. 26,2). È chiaro anche a chi ascolta che si parla di lui: è un racconto che gli svela ciò che sta facendo! Ma la grande sorpresa è vedere come l'azione dell'uomo esegua e riveli sempre il mistero nascosto - quello della nostra violenza e della vittoria dell'Agnello. Grande è la po­tenza di Dio: la malvagità nostra, alla fine, non fa che compiere la sua bontà nei no­stri confronti.

temettero la folla, ecc. La folla l'ha osannato poco prima. Tra due giorni, quando vedrà che il potere del Figlio è quello della pietra scartata, tutto il popolo dirà: «Sia crocifisso», e invocherà su di sé il suo sangue, la sua eredità (27,22.23.25). I sudditi sono come i capi, che in loro si riconoscono; per questo li vogliono e li scel­gono così (cf. Gdc 9,8-15; ISam 8,lss).