Visualizzazione post con etichetta Parabole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parabole. Mostra tutti i post

Martedì della III settimana di Quaresima




Ma Dio non si arrende:
Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,
irrevocabile, al frutto di tale amore...
Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto;
il cristianesimo non è un moralismo,
non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo,
ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico:
Dio si dà Egli stesso.
Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire
e, nel contesto del suo Corpo,
nel contesto dello stare in Lui,
identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue,
possiamo anche noi agire con Cristo.

Benedetto XVI, Incontro con i seminaristi di Roma, 12 febbraio 2011




Mt 18, 21-35 


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».


COMMENTO


Il nostro debito è condonato. Ma, come il servo malvagio, probabilmente siamo così presi da noi stessi che riteniamo di aver ottenuto solo una dilazione e non l'estinzione del debito; così tutti i nostri sforzi sono nervosamente diretti a raccattare in qualsiasi modo quel che dobbiamo rendere. Abbiamo implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire, mentre il Signore ci ha condonato tutto il debito, nulla più da restituire. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita. E' il cristianesimo. Un condannato a morte cui gli siano spalancate le porte della cella. Libero. "O felix culpa, felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!" (Exultet di Pasqua).


10.000 talenti, una somma esorbitante, se si pensa che 1 talento era pari a 6.000 denari e che uno stipendio medio era di 30 denari: per radunare tale cifra un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare per una vita e non sarebbe bastato. Il debito con Dio è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella della moglie e dei figli. Il peccato che rompe con Dio distrugge tutto, la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Ma Cristo ha pagato sino all'ultimo spicciolo, - con la sua stessa vita - il prezzo della nostra redenzione. "Egli ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua).


Ma il servo spietato non aveva capito, era rimasto nella convinzione di dover rifondere il debito. Egli è immagine di chi non ha fatto l'esperienza del perdono, della totale gratuità dell'amore di Cristo e vive il proprio cristianesimo senza gioia. Regole e leggi, e sforzi per compierle e rispettarle. La vita diviene come una corsa ad ostacoli, senza amore. Esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perchè non scappino dai propri rigidi schemi, ogni "prossimo" imprigionato perchè paghi il "dovuto" così che si possa pagare il "dovuto" per mettere in pace la coscienza. Anche noi viviamo spesso così; il Suo sangue preziosissimo sembra non aver segnato gli stipiti delle nostre porte, e viviamo nel terrore che possa giungere da un momento all'altro l'angelo giustiziere. Una vita senza la Pasqua è una vita preda dell'angoscia e dei sensi di colpa, chiusa nell'oscurità del sospetto e dell'insoddisfazione che avvolge ogni relazione. In debito con Dio vediamo creditori ovunque: tutti ci devono qualcosa, ci sentiamo vittime di ingiustizie di ogni tipo, nessuno ci comprende tributandoci gli onori, l'affetto e la gratitudine che ci spettano. Ma dietro ad ogni atteggiamento di esigenza vi è sempre un cuore che non ha conosciuto il perdono, la profonda riconociliazione con Dio.


Chi invece si è sentito perdonato e riconciliato con Dio, vive in pace, e non pone più limiti all'amore. Perchè la misura dell'amore di Dio è nel non avere misura. E' Lui il prezzo "dovuto" del riscatto. Settanta volte sette, cioè infinite volte. Come l'enormità del debito dissolto nella misericordia. Chi ha conosciuto il perdono di Dio vede la sproporzione tra quanto gli è stato condonato e i 100 denari di cui è creditore. I suoi occhi vedono la trave che li appesantisce e non si accorgono della pagliuzza posata sugli occhi del prossimo. Se il nostro debito con Dio è estinto, il debito del nostro prossimo è naturalmente disciolto nelle stesse viscere di misericordia che ci hanno liberato. Un amore senza limiti che risponde ad un debito infinito rompe la catena del male e della rivalsa, e disegna una nuova "economia di misericordia", la follia dell'economia divina: "L'amore appassionato di Dio per l'uomo è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 10). La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore. "O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!" (Exultet di Pasqua).






Liturgia ortodossa della Santa Quaresima
Preghiera di Sant’Efrem Siro


Aver pietà del nostro prossimo, così come Dio ha avuto pietà di noi


Signore e Maestro della mia vita,
Non abbandonarmi allo spirito di pigrizia, di scoraggiamento,
di dominazione o di vanità.


(Si fa una prosternazione)


Fammi la grazia, a me tuo servo/tua serva,
dello spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di carità.


(Si fa una prosternazione)


Sì, Signore e Re, concedimi di vedere le mie colpe
e di non condannare mio fratello,
tu che sei benedetto nei secoli. Amen.


(Si fa una prosternazione.
Poi si dice tre volte, inclinandosi fino a terra)


O Dio, abbi pietà di me peccatore.
O Dio, purificami peccatore.
O Dio, mio creatore, salvami.
Dei miei tanti peccati, perdonami ! 

Sabato della II settimana di Quaresima



Con tenerezza Egli guarda le tue mani e i tuoi piedi;
sente la tua voce, il battere del tuo cuore,
ode perfino il tuo respiro.
Tu non ami te stesso più di quanto Egli ti ama.
Tu non puoi fremere innanzi al dolore
come Egli freme vedendolo venire sopra di te,
e se tuttavia te lo impone,
è perchè anche tu,
se fossi davvero sapiente,
lo sceglieresti per un maggior bene futuro...

John Henry Newman




Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32.


Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Allora egli disse loro questa parabola: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno。Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.
Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».


IL COMMENTO


"Bisognava far festa". Ma dov'è la festa nella nostra vita? Shows televisivi, discoteche, e alcool e droghe, e fine settimana sulla neve, e le liturgie delle domeniche allo stadio, e compleanni per stupire, e Halloween, e molto altro. Per festeggiare senza festa; senza l'unica e autentica ragione per far esplodere la festa, la nostra vita rimane un angolo buio rischiarato ad intermittenza. Perchè l'incombere della fine, della morte non ci abbandona neanche nei momenti più lieti. "Ora, soltanto se c’è una risposta alla morte, l’uomo può essere veramente contento. Ma, se esiste questa risposta, allora è essa l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa" (Joseph Ratzinger). La risposta alla morte è il cuore del vangelo di oggi, che si esprime nella gioia del ritrovamento, quella del Padre che ritrova suo figlio.


Il figlio più giovane cerca la pienezza della vita e parte tagliando con suo padre e allontandosi dalla sua casa. Si avvia però su un cammino che si risolve nella morte. S'era perduto progressivamente esaurendo l'eredità ricevuta, perdendo così la sua stessa identità. Non si riconosce più neanche come figlio. In casa lo era, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l'essere e il ruolo, era ed ora non è più. E' morto.


Ma quello che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. Ritrova un brandello di quella dignità e una consapevolezza misteriosa lo fa sperare d'essere riaccolto. E rientra in se stesso. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato, era lì accanto a lui, non lo aveva limitato, aveva rispettato la sua libertà, anche a costo di vederlo precipitare nell'inferno. Il Padre non aveva smesso un istante di essere padre, anche mentre il figlio aveva rifiutato di essere figlio. Ma, per quanto egli si fosse allontanato sfigurando la somiglianza con suo padre, era rimasto figlio, comunque. Proprio perchè libero era figlio, anche se ha usato la libertà per farsi e fare del male: figlio libero di un Padre libero. E' il più grande paradosso che rivela l'essenza del cristianesimo, nell'abisso del male provocato dalla perversione della libertà appare più fulgido l'immutabile amore di Dio. Proprio perchè simile a Dio l'uomo può peccare, usando male di quanto lo fa somigliante al Creatore: creato per amare nella libertà di chi nulla difende, l'uomo può fallire il bersaglio, peccare, difendersi e chiudersi agli altri per soddisfare le proprie concupiscenze. Ma se l'uomo è stato libero di rivolgersi contro Dio, Questi è libero di amarlo ancor di più, di guardarlo con una più grande misericordia, e con essa, strapparlo al destino di morte che si era preparato. Lo sguardo del Padre era andato ben oltre l'orizzonte dove giunge l'occhio umano. Come la nube della Presenza-shekinà di Dio aveva accompagnato il Popolo sui sentieri dell'esilio, quello sguardo d'amore e gravido di misericordia aveva accompagnato il figlio con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio non ha misura, è ben oltre quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi, ai quali la parabola era rivolta. Gli occhi del Padre erano ora posati su quel suo figlio perduto, e si facevano memoria e nostalgia in quel letamaio in cui era precipitata la sua vita.


Rientrando in se stesso aveva ritrovato la traccia di quell'amore, un'ombra forse di quello sguardo paterno che lo riattirava a sè. Confuso nel deserto della sua anima il ragazzo percepisce la voce che parla al suo cuore, e lo fa levare, risuscitare secondo l'originale greco, per tornare da suo padre. Non si riconosce più come figlio, ma riconosce il Padre. Di se stesso ha ritrovato solo quell'ultimo brandello di dignità che lo lega alla vita, ma tanto basta. Non è importante chi egli sia, quanto chi sia il Padre, la radice dalla quale aveva reciso la sua esistenza.


E il Padre accorre ad abbracciare e accogliere il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita. L'abbraccio di misericordia, unica e reale origine della festa, mistero che attira e muove il cuore alla conversione. E' la pedagogia di Dio che non si pente di aver creato l'uomo libero, ma che lo segue con pazienza sulle tracce dei suoi fallimenti, perchè sperimenti l'originale bellezza e pienezza di una libertà compiuta in amore; Dio scende con ogni uomo per riaccendere in lui la luce della verità, strappando la libertà dalla perversione e riorientarla alla giustizia, alla comunione con il Padre, all'amore: "non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio... Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, per l’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione" (Rom. 6). La misericordia di Dio conduce e accompagna l'uomo nella sua discesa all'acqua battesimale, dove, nudo d'ogni ipocrisia e schiavitù della carne, seppellisce l'uomo vecchio e ritrova la dignità perduta; risorto a vita nuova può rivestirsi della veste più bella, la veste bianca battesimale, il candore sfolgorante di Cristo risorto; e rinnovare, per pura Grazia, l'alleanza spezzata nel tradimento orgoglioso, e ricevere l'anello della nuova ed eterna alleanza nel sangue preziosissimo di Cristo; è la Pasqua compiuta, il vitello grasso, il banchetto celeste che può gustare solo chi ritorna nella casa del Padre.


Tutti noi siamo questo figlio ferito, perduto e ritrovato perchè egli è, innanzi tutto, immagine del Figlio di Dio crocifisso e trafitto da ogni peccato, perduto nell'oscurità della tomba, ritrovato nella risurrezione. Il Padre lo ha atteso al ritorno dagli inferi, e in Lui ha riabbracciato ciascuno di noi. La Madre, la Vergine Maria sotto la Croce, lo ha atteso, seguendolo nel suo strazio, una spada a trapassarle l'anima, ma senza cancellare in Lei la certezza della risurrezione, come la Chiesa che ci segue senza disperare mai della nostra salvezza, anche quando non vogliamo avere nulla a che fare con lei. In Cristo anche noi possiamo levarci dalla morte, dal peccato, dal fallimento, perchè Lui ha percorso lo stesso nostro cammino, sino a farsi peccato egli stesso. In Lui possiamo convertirci, ritornare all'amore del Padre. Nella pedagogia misericordiosa di Dio siamo tutti allevati; in essa impariamo ogni relazione, ad essere padri e madri, figli, sposi e spose, amici, fidanzati. Gli occhi del cuore e della mente incollati invincibilmente su chi ci è vicino e si allontana, ci rifiuta, nelle piccole come nelle grandi cose; non smettere di intercettare in lui l'identità e il valore, il suo essere figlio libero di un Padre libero. Non dimenticare l'amore nel quale siamo stati riscattati e perdonati, per attendere con pazienza, l'anima trapassata dlla spada del dolore certo, ma nella certezza della vittoria di Dio su ogni peccato. "Tommaso d’Aquino ha coniato in uno dei suoi inni per il Corpus Domini: «Quantum potes, tantum aude», devi osare tutto ciò che puoi per tributargli la lode dovuta... “Cristo è risorto”.... sfrutta tutto lo splendore del bello, se si tratta di esprimere la gioia delle gioie. L’amore è più forte della morte; in Gesù Cristo Dio è in mezzo a noi" (Joseph Ratzinger). La festa del Padre che ritrova suo Figlio risorto, la festa preparata dalla misericordia di Dio per ciascuno di noi, la gioia delle gioie.





Benedetto XVI: La relazione con Dio si costruisce attraverso una storia di libertà, cadute e misericordia.






San Romano il Melode (?-circa 560), compositore d'inni greco
Inno 28, Il Figlio prodigo, str 17-21; SC 114, 257

« Bisognava far festa... perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita »

Il figlio maggiore, arrabbiato, disse a suo padre: «Da tanti anni io ti ho obbedito senza mai trasgredire un tuo comando!... e del prodigo che torna da te, ti fai maggior caso di me!»
Appena sentito suo Figlio parlare così, il padre gli rispose con mitezza: «Ascolta tuo padre. Tu, sei con me, perché mai ti sei allontanato da me; non ti sei, tu separato dalla Chiesa; tu, sei sempre presente accanto a me, insieme a tutti i miei angeli. Ma questi è venuto, coperto di vergogna, nudo e senza bellezza, gridando: «Abbi pietà! Ho peccato, padre, e ti supplico perché sono colpevole davanti a te. Accettami come salariato e nutrimi, perché ami gli uomini, Signore e maestro dei secoli.»
«Tuo fratello ha gridato: «Salvami, padre santo!»... Come avrei potuto non avere compassione, non salvare mio figlio che gemeva, che singhiozzava?... Guidicami, tu che mi biasimi... La mia gioia, in ogni tempo, è amare gli uomini... Essi sono la mia creatura: come potrei non averne pietà? Come potrei non avere compassione del suo pentimento? Le mie viscere hanno generato quel figlio di cui ho avuto pietà, io, il Signore e maestro dei secoli.
«Tutto ciò che è mio è tuo, figlio mio... La fortuna che hai non è diminuita, perché non prendendo in essa faccio dei regali a tuo fratello... Di ambedue sono l'unico Creatore, l'unico padre, buono, amante e misericordioso. Onoro te, figlio mio, perché sempre mi hai servito e obbedito; di questi, ho compassione, perché si abbandona interamente al pentimento. Dovevi dunque condivedere la gioia di tutti coloro che ho invitato, io, il Signore e maestro dei secoli.
Perciò, figlio mio, rallègrati con tutti gli invitati al banchetto e unisci i tuoi canti a quelli degli angeli, perché questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto e, contro ogni aspettativa, è risorto.» Sentite queste parole, il figlio maggiore si è lasciato convincere e ha cantato: «Gridate di gioia, voi tutti! 'Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato' (Sal 31,1). Ti lodo, o amico degli uomini, tu che hai salvato anche mio fratello, tu, il Signore e maestro dei secoli.»


Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa 
Esortazione apostolica «Riconciliazione e penitenza», § 5-6 ( © Libreria Editrice Vaticana)

«Un uomo aveva due figli»

L'uomo - ogni uomo - è questo figlio prodigo: ammaliato dalla tentazione di separarsi dal Padre per vivere indipendentemente la propria esistenza; caduto nella tentazione; deluso dal nulla che, come miraggio, lo aveva affascinato; solo, disonorato, sfruttato allorché cerca di costruirsi un mondo tutto per sé; travagliato, anche nel fondo della propria miseria, dal desiderio di tornare alla comunione col Padre. Come il padre della parabola, Dio spia il ritorno del figlio, lo abbraccia al suo arrivo e imbandisce la tavola per il banchetto del nuovo incontro, col quale si festeggia la riconciliazione. ...
Ma la parabola mette in scena anche il fratello maggiore, che rifiuta il suo posto nel banchetto. Egli rinfaccia al fratello più giovane i suoi sbandamenti e al padre l'accoglienza che gli ha riservato, mentre a lui, temperante e laborioso, fedele al padre e alla casa, non è stato mai concesso - dice - di far festa con gli amici. Segno che egli non capisce la bontà del padre. Fintantoché questo fratello, troppo sicuro di se stesso e dei propri meriti, geloso e sprezzante, colmo di amarezza e di rabbia, non si converte e non si riconcilia col padre e col fratello, il banchetto non è ancora pienamente la festa dell'incontro e del ritrovamento. L'uomo - ogni uomo - è anche questo fratello maggiore. L'egoismo lo rende geloso, gli indurisce il cuore, lo acceca e lo chiude agli altri e a Dio. ...
La parabola del figlio prodigo è, anzitutto, l'ineffabile storia del grande amore di un Padre ... Ma essa, nell'evocare, con la figura del fratello maggiore, l'egoismo che divide fra di loro i fratelli, diventa anche la storia della famiglia umana ... Dipinge la situazione della famiglia umana divisa dagli egoismi, mette in luce la difficoltà di assecondare il desiderio e la nostalgia di una medesima famiglia riconciliata e unita; richiama, pertanto, la necessità di una profonda trasformazione dei cuori nella riscoperta della misericordia del Padre e nella vittoria sull'incomprensione e l'ostilità tra fratelli.


Venerdì della II settimana di Quaresima



Dio, nell’incarnazione del Verbo, 
nell’incarnazione del suo Figlio, 
ha sperimentato il tempo dell’uomo, 
della sua crescita, del suo farsi nella storia. 
Quel Bambino è il segno della pazienza di Dio, 
che per primo è paziente, costante, 
fedele al suo amore verso di noi; 
Lui è il vero “agricoltore” della storia, che sa attendere. 

Benedetto XVI, Agli universitari di Roma, 15 dicembre 2011


Mt 21,33-43.45 


In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. 
Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. 
Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. 
Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?”. Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. 
E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: ‘‘La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri’’? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. 
Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta. 


IL COMMENTO


L'unico peccato che non sarà perdonato in eterno è quello contro lo Spirito Santo che, nel Vangelo di oggi, si rivela come pazienza, longanimità. Essa non ha riscontri nel mondo, che ha misure sempre molto ristrette quando si tratta di giudicare. Ma Dio non è un uomo. La pazienza che appare nella parabola è sconvolgente. Chi di noi ha mai visto o sperimentato qualcosa di simile? Di fronte a tanta ostinazione violenta, la risposta di un amore senza limiti, se non quelli del suo stesso essere Dio, limiti destinati ad essere superati in un crescendo di follia. Al crescere della violenza dei vignaioli corrisponde un aumento di misericordia, sino a raggiungere l'estremo, la consegna di se stesso nella persona del Figlio. Al giungere del male al suo limite, la misericordia di Dio si espande oltre ogni limite, rivelandosi infinita come è infinito Egli stesso. 


Ci si sarebbe aspettato un altro atteggiamento, quello che conosciamo per esperienza. Giusto un po' di pazienza per non compromettere le relazioni, estesa a seconda dell'intimità delle persone coinvolte, ma per il resto, confini ben presidiati. Non riserviamo certo la stessa dose di pazienza che abbiamo con nostro figlio al collega che trama contro di noi. Ma anche la pazienza per un figlio ha i suoi limiti. E non cresce esponenzialmente in corrispondenza dell'aumento della violenza dell'altro. Piuttosto va assottigliandosi, sino a tramutarsi in ira, uno scudo eretto a difesa nella migliore delle ipotesi, vendetta doppia nella peggiore. Il nostro cuore segue i ritmi dei fast food, consuma veloce le passioni, non importa come siano. Non possiamo pazientare, vi è in noi come un impulso teso ad abbrancare subito i risultati sperati, normalmente quelli che, illusoriamente, crediamo ci spettino di diritto; più spesso quelli che, siamo convinti, ci siano stati sottratti ingiustamente. 


Padri e madri dei "nativi digitali" vediamo restringersi i tempi di attesa, esattamente come accade con i computer; stiamo scivolando rapidamente nell'era dei post-pc, e anche le relazioni si modellano sui tablet: "pazienza touch", un "tocco" e chi ci è prossimo è chiamato a sforzi sovrumani per rispondere alle nostre aspettative. Chat e tweet strozzano le relazioni nel cappio di brevi, secchi e rapidi messaggi. Niente elaborazione e approfondimento, rapporti che scivolano sulle onde dei sentimenti e delle passioni, senza spazio per la pazienza del sacrificio, dell'attesa, della misericordia. Senza accorgercene, siamo precipitati nel buio di una comunicazione che si muove in spazi e tempi ridotti all'osso, inadeguati alle capacità e alle possibilità dell'uomo. La tecnologizzazione selvaggia cui stiamo sottoponendo la società coinvolge, purtroppo, anche il suo nucleo originale, la rete di relazioni affettive tra genitori e figli, mariti e mogli, fidanzati, amici. Ci si "parla" in un lampo, lo spazio di un polpastrello a sfiorare uno schermo, ed è come se avessimo raccontato, spiegato, chiesto e ottenuto. Non vi è spazio per l'attesa e la pazienza, e così assassiniamo la speranza. Perchè la pazienza è sempre figlia della speranza.


Il Vangelo di oggi è un'immagine fedele della nostra vita, sorprendentemente attuale e profetica su quanto sarebbe accaduto duemila anni dopo. Una vigna che è un seno materno, curato e difeso, opera di un Dio pieno d'amore, provvidente e infinitamente generoso; una vigna come le viscere di una madre, piantata nella storia come il segno vivido e bello di un Dio proteso a creare qualcuno capace di partecipare del suo stesso essere Dio, nell'amore fecondo e creativo. Una vigna come un utero fecondato dallo Spirito Santo, Ruah di Dio effuso sulla carne perchè produca i suoi frutti squisiti: "I frutti dello Spirito sono perfezioni che lo Spirito Santo plasma in noi come primizie della gloria eterna. La tradizione della Chiesa ne enumera dodici: « amore, gioia, pace, pazienza, longanimità, bontà, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, continenza, castità »" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1832). La vigna è Israele, e poi la Chiesa, e poi ciascuno di noi, eletto per rivelare Dio a un mondo che non lo ha conosciuto o lo ha rifiutato. I frutti sono i segni del suo amore fatto carne visibile e offerta perchè sia accolta con essa la salvezza. Per questi frutti Dio ha preparato tutto, esattamente come ha fatto con la Vergine Maria, la "piena di Grazia" per offrire la mondo ogni Grazia. Per questi frutti Dio ha avuto una pazienza infinita. In gioco infatti, è la salvezza di ogni uomo di tutte le generazioni.


E' questo l'ambito nel quale occorre ascoltare la parabola: tutto quello che in essa accade rivela l'ostinato amore di Dio per ogni uomo, testimoniato dall'importanza assoluta che per il "Padrone" hanno i frutti della vigna. Per essi è disposto a sacrificare tutto, persino se stesso. Perchè quei frutti sono la sua mano distesa a cercare e a salvare, non può restare ferma e inattiva. Ad ogni frutto non raccolto corrisponde un uomo cui è stata sottratta la possibilità di salvarsi. I vignaioli non devono far altro che custodire e consegnare i frutti per i quali il Padrone ha fatto tutto. E invece invidia, omicidio, concupiscenza, in un parossismo di violenza che non ha fine. I vignaioli sono preda di una carne schiava, imprigionata dalle passioni, che esplode al momento del raccolto, quando si debbono fare i conti. Dare e avere, questo l'angusto limite nel quale i vignaioli avevano chiuso il loro rapporto con il padrone, sterile, giocato sulle convenienze, senza amore. Gli occhi accecati dall'inganno più feroce, secondo il quale Dio non è amore, solo leggi, e sbarramenti, e tabù, e ingiustizie. E se Dio non è amore, allora niente amore in nessuno, l'equazione è fin troppo semplice. E giù violenza, apparentemente senza senso, senza moventi, se non quelli d'un veleno che scorre impazzito nelle vene, nei cuori e nelle menti. Tutto è avvelenato perchè qualcuno aveva rubato dal cuore dei vignaioli il senso più profondo della loro vita, della missione loro affidata. Così come per ciascuno di noi quando, per l'inganno del demonio, smarriamo l'ambito nel quale siamo stati chiamati alla vita, l'unicità della nostra vocazione e confondiamo tragicamente l'amore con il possesso, il dono con l'appropriazione, la Grazia con l'esigenza. 


Siamo nati per dare i frutti, non per saziarci di essi. Essi non ci appartengono, ci sono donati per la salvezza di coloro ai quali è destinata la nostra vita. Marito, moglie, figli, amici, fidanzati, colleghi, chiunque, sino ai nemici. Appropriarcene significa uccidere, con violenza senza limiti, se stessi prima e chi ci è intorno poi. Ma Dio non si arrende. E ci viene a cercare, e ad ogni peccato - orgoglio assassino - risponde con più amore. Più servi inviati, più Grazia, più misericordia. Apostoli, catechisti, presbiteri, la Chiesa intera ad annunciarci la Verità, l'amore di Dio per il quale esistiamo. Sino al sacrificio di suo Figlio, l'amore estremo, folle, per ciascuno di noi, per ogni uomo. Non vi è altra pedagogia che questa pazienza intrisa di misericordia, senza misura, per salvare ad ogni costo chi gronda violenza oltre ogni limite. Perchè Dio ama davvero, conosce la debolezza, non si scandalizza, sa che l'unica risposta al male iniettato dal demonio è un amore più grande, sino al corpo del suo Figlio, offerto in sacrificio, sperando che almeno Lui sia accolto.


Ma niente, il peccato è troppo grande, l'avidità ha reso insensibili e ciechi i vignaioli oramai schiavi del nemico; e il Figlio giace appeso ad una Croce, lì, fuori della vigna, rifiutato insieme alla missione affidata. E tutta la violenza, i peccati, gli inganni vengono caricati sulle sue carni. Eccolo muto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori. Ecco la pietra scartata dai costruttori di imperi di carta. Solo, gettato in preda all'inferno. L'amore consumato, e compiuto nel perdono, di cui la risurrezione ne è la prova. L'ultimo divenuto primo, il rigettato divenuto testata d'angolo. E' questa l'opera di Dio, ed è una meraviglia. Essa ha dell'incredibile, eppure è proprio quello che tutti aspettiamo e non osiamo sperare: lo tsunami di morte infranto su un legno. La malizia del nostro peccato, quella violenza che giace sotto la cenere dei giorni che sembrano sempre uguali, passati a mormorare, a giudicare, tramando rivincite e riscatti, il fuoco che s'impenna alla resa dei conti, quelle fiamme d'ira che ci travolgono finalmente spente nelle viscere di misericordia di chi ci ama davvero. 


E' la vittoria della pazienza infinita di Dio. Noi, vecchi coltivatori fraudolenti e assassini rinnovati nel Suo sangue per consegnare i frutti a suo tempo. Il regno di Dio strappato al nostro uomo vecchio per essere consegnato all'uomo nuovo, ricreato nella nuova ed eterna Alleanza siglata nel sangue di Cristo, perchè dia i frutti di salvezza predisposti per ogni uomo. Siamo tutti frutti della pazienza di Dio. In essa siamo stati allevati, custoditi, accompagnati; nella sua pazienza abbiamo conosciuto le insondabili possibilità di male del nostro cuore ingannato, e le infinite possibilità di amore dello stesso cuore ricolmo di Spirito Santo. La pazienza di Dio ha ragione di ogni peccato, e ci attira nei suoi ritmi, ci strappa dal parossismo delle concupiscenze e dei "rapporti formato tablet",  rivelandoci il senso profondo della nostra vita e di quella del nostro prossimo. La longanimità di Dio ci "abitua" ad attendere e a sperare i frutti per i quali Egli stesso ha operato tutto. In noi e negli altri. Ci eleva al di sopra del contingente e della fame di risultati e riscontri, conducendoci a pazientare, a offrire noi stessi in sacrificio per avere ragione dei peccati e delle perversioni degli altri. La pazienza di Dio ci fa guardare chi ci è accanto fissando il frutto che è chiamato a dare, operando in tutto perchè possa accogliere l'amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo. La pazienza di Dio ci fa pazienti, segno della sua longanimità che, sola, è capace di attirare e salvare. Siamo in questo mondo come Noè, crocifissi sul Legno perchè sia rivelata al mondo la magnanimità di Dio, nell'attesa che ogni uomo che giace imprigionato possa incontrare la salvezza annunciata dal Figlio gettato fuori e disceso sino agli inferi: "Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua..." (1 Pt. 3, 18-21).



J. Jansens - M. Ledrus. La Longanimità. 
Da I frutti dello Spirito Santo.


La “longanimità” è l’esercizio della carità cristiana verso un prossimo reale e concreto. È l’atteggiamento di colui il quale persevera con animo illuminato e plasmato dalla longanimità divina contro gli ostacoli nello sforzo caritatevole a vantaggio dei fratelli, sopporta e tollera tutto per la loro salvezza effettiva; e, saldo nella speranza, non cessa di amarli e di avere fiducia nell’azione salvifica che Dio esercita nel loro cuore. La “longanimità” nei rapporti con gli altri non soltanto non si lascia abbattere dalle avversità, dalle contraddizioni, dalle ostilità, ma persiste nel suo proposito di bene con sempre rinnovato ardore e con slancio. Dal punto di vista umano, le opposizioni ingiuste, le persecuzioni e le sconfitte potrebbero essere valide ragioni per abbandonare l’altro alla sua sorte, ma la longanimità ci suggerisce di non desistere.




Benedetto XVI. Pazienza di Dio, pazienza dell'uomo.

Vespri con gli universitari romani, 15 dicembre 2011



«Siate costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore» (Gc 5,7).


Cari amici, san Giacomo esorta ad imitare l’agricoltore, che «aspetta con costanza il prezioso frutto della terra» (Gc 5,7). A voi che vivete nel cuore dell’ambiente culturale e sociale del nostro tempo, che sperimentate le nuove e sempre più raffinate tecnologie, che siete protagonisti di un dinamismo storico che talvolta sembra travolgente, l’invito dell’Apostolo può sembrare anacronistico, quasi un invito ad uscire dalla storia, a non desiderare di vedere i frutti del vostro lavoro, della vostra ricerca. Ma è proprio così? L’invito all’attesa di Dio è proprio fuori tempo? E ancora più radicalmente potremmo chiederci: cosa significa per me il Natale; è davvero importante per la mia esistenza, per la costruzione della società? Sono molte, nella nostra epoca, le persone, specialmente quelle che voi incontrate nelle aule universitarie, che danno voce alla domanda se dobbiamo attendere qualcosa o qualcuno; se dobbiamo attendere un altro messia, un altro dio; se vale la pena di fidarci di quel Bambino che nella notte di Natale troveremo nella mangiatoia tra Maria e Giuseppe.
L’esortazione dell’Apostolo alla paziente costanza, che nel nostro tempo potrebbe lasciare un po’ perplessi, è in realtà la via per accogliere in profondità la questione di Dio, il senso che ha nella vita e nella storia, perché proprio nella pazienza, nella fedeltà e nella costanza della ricerca di Dio, dell’apertura a Lui, Egli rivela il suo Volto. Non abbiamo bisogno di un dio generico, indefinito, ma del Dio vivo e vero, che apra l’orizzonte del futuro dell’uomo ad una prospettiva di ferma e sicura speranza, una speranza ricca di eternità e che permetta di affrontare con coraggio il presente in tutti i suoi aspetti. 
Ma dovremmo chiederci allora: dove trova la mia ricerca il vero Volto di questo Dio? O meglio ancora: dove Dio stesso mi viene incontro mostrandomi il suo Volto, rivelandomi il suo mistero, entrando nella mia storia?
Cari amici, l’invito di san Giacomo «Siate costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore» ci ricorda che la certezza della grande speranza del mondo ci è donata e che non siamo soli e non siamo noi da soli a costruire la storia. Dio non è lontano dall’uomo, ma si è chinato su di lui e si è fatto carne (Gv 1,14), perché l’uomo comprenda dove risiede il solido fondamento di tutto, il compimento delle sue aspirazioni più profonde: in Cristo (cfr Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 10). 
La pazienza è la virtù di coloro che si affidano a questa presenza nella storia, che non si lasciano vincere dalla tentazione di riporre tutta la speranza nell’immediato, in prospettive puramente orizzontali, in progetti tecnicamente perfetti, ma lontani dalla realtà più profonda, quella che dona la dignità più alta alla persona umana: la dimensione trascendente, l’essere creatura ad immagine e somiglianza di Dio, il portare nel cuore il desiderio di elevarsi a Lui.
C’è, però, un altro aspetto che vorrei sottolineare questa sera. San Giacomo ci ha detto: «Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza» (5,7). Dio, nell’incarnazione del Verbo, nell’incarnazione del suo Figlio, ha sperimentato il tempo dell’uomo, della sua crescita, del suo farsi nella storia. Quel Bambino è il segno della pazienza di Dio, che per primo è paziente, costante, fedele al suo amore verso di noi; Lui è il vero “agricoltore” della storia, che sa attendere. 
Quante volte gli uomini hanno tentato di costruire il mondo da soli, senza o contro Dio! Il risultato è segnato dal dramma di ideologie che, alla fine, si sono dimostrate contro l’uomo e la sua dignità profonda. La costanza paziente nella costruzione della storia, sia a livello personale che comunitario, non si identifica con la tradizionale virtù della prudenza, di cui certamente si ha bisogno, ma è qualcosa di più grande e più complesso. 
Essere costanti e pazienti significa imparare a costruire la storia insieme con Dio, perché solo edificando su di Lui e con Lui la costruzione è ben fondata, non strumentalizzata per fini ideologici, ma veramente degna dell’uomo.
Questa sera riaccendiamo, allora, in modo ancora più luminoso la speranza nei nostri cuori, perché la Parola di Dio ci ricorda che la venuta del Signore è vicina, anzi il Signore è con noi ed è possibile costruire con Lui. Nella grotta di Betlemme la solitudine dell’uomo è vinta, la nostra esistenza non è più abbandonata alle forze impersonali dei processi naturali e storici, la nostra casa può essere costruita sulla roccia: noi possiamo progettare la nostra storia, la storia dell’umanità non nell’utopia ma nella certezza che il Dio di Gesù Cristo è presente e ci accompagna.
A Lui questa sera vogliamo confessare con fiducia il desiderio più profondo del nostro cuore: «Io cerco il tuo volto, Signore; vieni, non tardare!». 
Amen.




Giovedì della II settimana di Quaresima

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua.

Benedetto XVI


Lc 16,19-31
   
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".

IL COMMENTO

Ascoltare e credere, entrambi doni celesti: tutto annuncia Lui. Ogni Parola annuncia l'unico evento capace di strappare l'uomo ad una vita distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Avere e possedere in questa vita perchè un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso.

E un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia, quella aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" (don Luigi Giussani, Testimonianza di  durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe - le ferite del peccato, della vita e della debolezza - perchè le piaghe di Cristo ci guariscano.

Solo nel Vangelo, l'annuncio profetizzato da "Mosè e dai Profeti", vi sono la Vita e la salvezza, il Paradiso. Ascoltare e credere alla Buona Notizia dell'amore di Dio, piagato della passione infinita. Anche se apparisse, in questo istante, Cristo risorto, probabilmentenel mondo, e forse anche in noi, non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. Perchè è l'ascolto della predicazione la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. La Pasqua eterna, come rivela l'intera Scrittura, non è un evento circoscritto ad un istante: annunciata e preparata, essa si realizza lungo l'intero arco della Storia della salvezza, sino alla pienezza dei tempi, quando il Signore, entrando nella morte, ve ne esce vittorioso. Così è anche per ciascuno di noi. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione alla Pasqua ultima, attraverso la quale ci saranno dischiuse le porte del Paradiso. La stessa quaresima è un segno che ci aiuta a comprendere con saggezza la nostra vita. Esistono inferno e paradiso, anticipati ogni giorno: la Croce è la porta che si apre sul paradiso. Oggi, come quell'oggi del ladrone crocifisso accanto a Gesù. Dall'inferno che lo stava ghermendo ha fissato il Signore, ha mendicato il perdono, la memoria - "ricordati di me" - di quel suo povero fratello giustamente giustiziato, perchè lo aveva visto già vittorioso nel suo Regno. Crocifissi dalle nostre ingiustize, dall'inferno che stiamo assaporando oggi, siamo ancora in tempo per guardare al Signore, per indurlo a ricordarsi di noi. Oggi, e domani, lo sguardo del cuore posato su Cristo crocifisso per i nostri peccati, la fede nel suo amore che allarga gli orizzonti sino ad intercettare il Cielo tra le pieghe del dolore, e mendicare, gridare, pregare, cercare il Paradiso perduto, perchè "nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua" (Benedetto XVI). Fermarsi nell'inferno, mormorare e ribellarsi alle presunte ingiustizie, continuare a gonfiarsi di porpore e bisso, i beni del mondo, nell'illusione che siano essi a riscattarci, significa chiudersi orgogliosamente la porta del Paradiso.  
La povertà racchiusa in Lazzaro infatti, è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, l'inganno che ci impedisce d'essere felici e beati. Gesù infatti riserva la beatitudine ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla. Di essi è però il Regno dei Cieli, per essi è preparato il seno di Abramo. La parabola disegna le due facce della nostra vita, e le mette nel loro giusto ambito. Ciascuno di noi è, al contempo, il povero Lazzaro ed il ricco epulone. Quello che nel mondo è degno di onore, la "qualità della vita" idolatrata al punto di sopprimere ogni vita "non degna di essere vissuta" come quella del povero Lazzaro, i "beni" ricevuti dal ricco sono, agli occhi di Dio, l'anticipo dell'inferno. Quello che nel mondo è disprezzato, ignobile, indegno, è, per la Sapienza della Croce, il giardino che circonda il Paradiso, primizia della vita celeste. La povertà, la debolezza, i "mali ricevuti" costituiscono la via che ci è data per entrare nel Regno dei Cieli; i "beni" invece, spengono ogni nostalgia di verità e amore, chiudono il cuore e divengono, quando idolatrati e fatti scopo della vita, un inferno che uccide senza farcene accorgere.  

La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini, traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah», i «poveri di cuore», «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» (Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura. I poveri di Jhwh. Il termine usato da Mt è pitokoi, da cui deriva pitocco, miserabile. A questi poveri Gesù è inviato come Messia e salvatore. Dio ha voluto incarnare se stesso nell'estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente ha assunto la nostra natura di poveri Lazzari: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante, ingannata e dispersa rincorrendo i beni. E' Gesù piagato dalle frustate che brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa, di raccogliere i nostri peccati per riscattrci dall'inganno. Si è fatto Lazzaro perchè riconoscessimo la nostra verità, per bussare al nostro cuore e svegliarci dal torpore di una vita consegnata al denaro, agli idoli di questo mondo, adorati dai governi e dai condomini. Fuggire dal luogo che ci appartiene, l'estrema povertà e l'infinito bisogno della creatura, significa chiudersi alla Grazia. Convertirsi è dunque, in questa quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. Prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, significa saziarsi di fumo per precipitare nel vuoto eterno che è l'inferno. Accettare d'essere, in questa terra, un povero mendicante che solo può tendere la mano alla misericordia di Dio è l'unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia. Come la donna siro fenicia che, dal fondo dell'inferno in cui viveva per l'impossibilità di curare sua figlia, mendica una briciola dell'amore di Dio, non vergondosi della sua indegnità. Così un matrimonio sarà vero e autentico nella misura che entrambi i coniugi vivranno nella verità della mendicanza che fa liberi, quella che illumina il Paradiso nelle piaghe di ogni giorno. Così ogni relazione, così il lavoro e lo studio, ogni vicenda vissuta come Lazzaro, mendicando l'amore che perdona, sana e innalza alla destra del Padre. "Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli ... Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol.I). 




San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa. Omelia 6 contro le ricchezze ; PG 31, 275-278

« Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, …dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre » (Sal 111)

Cosa risponderai al sovrano giudice, tu che rivesti le tue mura e non vesti il tuo simile? Tu che adorni i tuoi cavalli e non hai nemmeno uno sguardo per tuo fratello nello sconforto?... Tu che seppellisci il tuo oro e non vieni in aiuto dell’oppresso?...
Dimmi, che cosa ti appartiene? Da chi hai ricevuto tutto ciò che porti con te in questa vita?... Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre? E non ritornerai forse nella terra ugualmente nudo (Gb 1,21)? I beni presenti, da chi li ottieni? Se rispondi: dal caso, sei un empio che rifiuta di conoscere il suo creatore e di ringraziare il suo benefattore. Se convieni che vengono da Dio, dimmi dunque per quale motivo li hai ricevuti?
Dio sarebbe forse ingiusto, ripartendo iniquamente i beni necessari alla vita? Perché tu sei nell’abbondanza mentre costui è nella miseria? Non è forse unicamente affinché un giorno, per la tua bontà e la tua gestione desinteressata dei beni, tu riceva la ricompensa, mentre il povero otterrà la corona promessa alla pazienza? ... Il pane che tu trattieni appartiene all’affamato; il mantello che nascondi nelle tue casse all’uomo nudo... Per cui commetti tante ingiustizie quanti sono coloro che potresti aiutare.

Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario



Nuova evangelizzazione non può voler dire: attirare subito 
con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. 
No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. 
Nuova evangelizzazione vuol dire: 
Non accontentarsi del fatto che dal grano di senape 
è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, 
non pensare che basti il fatto che nei suoi rami 
diversissimi uccelli possono trovare posto, 
ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, 
quando e come crescerà
Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo 
ed i movimenti di massa sono sempre effimeri.

Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Marco 4,26-34.


Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa. 


IL COMMENTO


Una parola meravigliosa. Quando tutto sembra sbriciolarsi, quando tra le mani non ci ritroviamo altro che fallimenti, quando forte è la tentazione di abbandonare tutto, risuonano le parole di Gesù, un balsamo di verità che ci riconduce alla pace.


Tutto il Vangelo è percorso da una linea rossa di follia, la stoltezza della Croce, che Paolo stigmatizza tante volte. Il Vangelo, ma anche l'Antico Testamento, spesso ci trascina in un violento testacoda, e ci ritroviamo spaesati, stranieri in un mondo che non ci appartiene. E' il Regno di Dio descritto nelle parabole del Vangelo di oggi. Gesù si sofferma sull'importanza dell'ascolto, sul modo in cui si ascolta; parimenti, ammonisce chi non può ascoltare perchè preda della carne e del demonio, chiuso nelle strette del mondo e della sua mentalità. Le parabole di oggi non sono zuccherini a consolare e ad invitare alla pazienza. Non sono solo questo.


Occorre innanzi tutto un orecchio aperto per comprendere di che cosa si parla, essere stati trascinati fuori dalle proprie sicurezze, dagli schemi, attraverso fallimenti ed angosce, e aver assaporato qualcosa di completamente diverso, il vino nuovo del Regno. Occorre essere in cammino, in conversione. Chi è installato, seppur veda sbriciolarsi la vita tra le mani, non comprenderà nulla di queste parabole. Le prenderà come utopia o con sentimentalismo e moralismo, ma non sposteranno di un centimetro il suo sentire profondo. Si tratta delle confidenze di Gesù ai suoi amici, dei misteri del Regno riservate ai suoi eletti. Nel Vangelo rieccheggia infatti il termine "Apostolo" a proposito della mietitura. Più precisamente laddove leggiamo "porre mano alla falce" l'originale greco ha "apostellei" che significa inviare, da cui deriva la parola apostolo, utilizzato anche a proposito della chiamata e della missione dei Dodici (cfr. 3,14. 6,7).


Per comprendere la parola apostello occorre rifarsi all'ambiente ebraico nel quale è nato il Nuovo Testamento. Lo "schaliah", tradotto con Apostello, in ebraico è un procuratore nel quale è considerato presente colui che lo ha inviato. Il Talmud ripete più di venti volte che "Lo schaliah di una persona è un altro se stesso". Così è, ad esempio, per Eleazaro, il servo-schaliah di Abramo, in occasione del matrimonio di Isacco, al punto che esso fu considerato definitivo allorchè Eleazaro scelse Rebecca ed ella acconsentì. Nel Nuovo Testamento la consapevolezza di uno schaliah di essere un altro se stesso di chi lo inviava, dal piano della finzione giuridica passa a quello di una realtà mistica ed esistenziale. Per lo Spirito Santo, Cristo dimora negli Apostoli che non solo lo rappresentano giuridicamente, ma divengono essi stessi la sua presenza. L'Apostolo di Cristo è Cristo stesso, il suo potere si esprime attraverso di lui, quello che legherà in terra sarà legato in Cielo.


Questa profonda intimità è la chiave delle Parabole del Vangelo di oggi. L'apostolo ha lo stesso sentire di Colui che lo ha inviato, ha il suo pensiero dirà San Paolo. Se c'è una perfetta identità tra l'apostolo e Gesù, vi è anche tra il Signore ed il Regno dei Cieli. E' Lui stesso il Regno della parabola, che getta il seme che cade in terra, muore e risorge. Attraverso il Mistero Pasquale, il Regno di Dio è seminato irrevocabilmente nella storia, in ogni generazione. Esso segue il percorso di sviluppo proprio di un seme. E' la Grazia che lo feconda, che ne protegge gli inizi, che lo porta a maturazione. Per questo Gesù dice che la terra produce spontaneamente, letteralmente senza una causa spiegabile - come è stato per Lui stesso nel grembo di Maria - stelo, spiga e chicco pieno.


A questo punto entrano in gioco gli apostoli, gli altri se stessi del seminatore, che sono inviati a raccogliere, attraverso la predicazione, il grano ormai pronto. Per questo Gesù nel Vangelo di Giovanni invita i discepoli a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura; Gesù deve mangiare un pane diverso, sconosciuto sino ad allora, l'opera di Colui che lo ha inviato, la sua volontà che si definisce nella Croce che lo consegna in riscatto per ogni uomo. Gesù vede profeticamente il suo mistero di Pasqua come un frutto maturo, ed invita i suoi discepoli ad alzare lo sguardo e ad avere il suo stesso pensiero, gli stessi occhi profetici sul mondo e sugli uomini. "Perchè si rallegri insieme chi semina e chi miete" (cfr. Gv. 4,14ss), perchè vi è completa identità tra di loro, perchè sono una stessa persona. Per questo Gesù nella sua predicazione dice che il Regno è vicino, mentre agli apostoli inviati in missione raccomanda di annunciare che il Regno di Dio viene con loro. Si tratta di Lui che è vicino, e di loro, che portano dentro il Signore.


"Il Regno è come un uomo che getta il seme...", e quell'uomo è Cristo. Lui ha gettato la sua vita sin dentro la tomba, e giù negli inferi. Il suo sangue ha irrorato i secoli e le generazioni, e ha dato vita, e ha fatto crescere, e ha fatto risorgere dal peccato e dalla morte. Gli apostoli sono inviati a raccogliere, per Lui ed in Lui, la sua vittoria. L'annuncio del Vangelo è già la mietitura! E' questo il testacoda delle parabole odierne. E' un cambio radicale di prospettiva. Non vi sono misure e parametri umani al successo dell'evangelizzazione. Per questo il Signore utilizza la metafora del granello di senapa, il più piccolo tra semi della terra. Ma come, per l'opera più importante, per la salvezza di ogni uomo, si parla di senapa? Certo, e non può essere diversamente! Essa è una metafora per dire che il pensiero di Dio non è il pensiero dell'uomo. I suoi cammini non sono i nostri. E Pietro sarà apostrofato come satana, e ricacciato dietro, a seguire le orme di Gesù dirette a Gerusalemme, perchè non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini, e si vuol mettere davanti a Lui, divenendo così un inciampo alla sua opera.


Il successo è già, anche se non ancora. E' già perchè Cristo ha vinto la morte, ed il seme invincibile della sua vittoria è già all'opera, misteriosamente, nel mondo. Non ancora perchè la carne impedisce la pienezza, riservata al Cielo. Su questa certezza la Chiesa ha lasciato il Monte delle Beatitudini e si è lanciata sui sentieri del mondo, sino agli estremi confini della terra. E preme l'urgenza, perchè l'inverno è passato, perchè il mondo muore, e le viscere di Dio fremono di compassione nel cuore della Chiesa. Essa sa che ovunque vi sono chicchi pieni da mietere. Ed essi non sono altro che il gregge degli eletti che saranno mietuti, chiamati, per far presente, nel mondo, la vittoria di Cristo, come primizie del suo Regno celeste: il sale, la luce, il lievito. Altri, misteriosamente, forse alla fine dei tempi, saranno raccolti nei granai del Cielo. Altri, non obbedendo alla Parola, strozzando orgogliosamente l'eco dell'annuncio che viene a mietere quanto già seminato, si condanneranno. E' la libertà, l'amore gratuito di Dio.


Il Vangelo ci invita dunque a convertirci di nuovo, ad uscire dai nostri schemi, a lasciarci attrarre nell'intimità di Cristo, ad avere la sua mente, che è la mente di Dio, la conoscenza profonda del suo Mistero. I tempi non sono dati a conoscere, ma per chi ha la certezza del compimento della salvezza, per chi vive in Cristo, per i suoi apostoli, questo non costituisce problema. Certo le tentazioni di sconforto sono quotidiane. L'evangelizzazione non è una passeggiatina: perchè l'annuncio risuoni e faccia apparire il chicco maturo occorre che riproduca lo stesso suono, la nota capace di liberare nei cuori la musica nascosta: la Passione del Signore. Per questo la storia dell'evangelizzazione è stata e sarà sempre storia di martirio, di solitudine, di umano fallimento.


Ma la pazienza dell'apostolo, prova della sua elezione, è fondata sulla certezza incrollabile della vittoria di Cristo, Parola definitiva sulla storia. Esserne partecipi attraverso la Croce e la persecuzione è motivo di vanto e di onore, non certo di dubbio e sconforto. Ma la fede è un cammino, la certezza non è frutto di alchimie. Occorre sperimentare, a poco a poco, nella propria vita, la presenza di Cristo, e così lasciare il mondo e i suoi criteri per approdare al pensiero, al sentire di Cristo. E vivere come dentro una profezia compiuta ma non ancora visibile: imparare a vedere, nel deserto, i fiumi di acqua viva promessi. E' come un rivolo d'acqua sotto le rocce, invisibile a chi pretende di vedere, ancor prima della fonte, un fiume nel suo fluire maestoso. Ma il rivolo c'è, e si fa fonte, e poi ruscello e poi fiume, e poi mare. Così per un apostolo è ragionevole quanto per il mondo è irragionevole, anche la sua stessa vita, gettata come un seme su terra arida, la follia più sapiente. La vita nascosta con Cristo in Dio, il pensiero fisso nel Cielo, per ricondurvi ogni figlio disperso nel buio della roccia, nel segreto della solitudine.


Così vive ogni istante la Chiesa, seme invisibile, calpestato, ma con dentro la forza e l'onnipotenza di Dio. La Chiesa che mostra al mondo il riposo e la Vita proprio nei rami distesi della Croce, i suoi figli perseguitati nel martirio della storia. La Chiesa è già un rifugio per le Nazioni, i pagani avvolti dalle tenebre della menzogna, simboleggiati dagli "uccelli" nelle parole di Gesù ; ma non ancora, perchè il Vangelo deve essere annunciato ad ogni creatura. Solo allora sarà la fine, e le braccia crocifisse di Cristo potranno, eternamente, attirare tutti a sè. Siamo chiamati ad essere apostoli nella Chiesa che brucia dello stesso zelo del suo Signore, la falce dell'annuncio in ogni angolo della terra, nella speranza, nella fede e nella carità che sono il cuore e la mente di Dio.


APPROFONDIRE






Lettera a Diogneto (circa 200)
VI ; SC33bis, 65


Seminati per terra


Come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo (Gv 17,16). L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano.


L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli (1 Cor 15,50)… Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie su Matteo, cap. 13


« Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo ; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,24)


« Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo ; una volta cresciuto, diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami » (Mt 13, 31). Questo granellino di senapa simboleggia per noi Gesù Cristo che, messo in terra nel giardino dove è stato seppellito, ne è uscito fuori dopo la sua risurrezione, in piedi come un grande albero.


Possiamo dire che quando morì, fu come un granellino di senapa. Fu un granellino di senapa nell'umiliazione della sua carne e un grande albero nella glorificazione della sua maestà. Fu un granellino di senapa quando vi è apparso sfigurato, e un albero quando è risuscitato come « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 44,3).


I rami di questo albero misterioso sono i santi predicatori del vangelo la cui estensione ci è stata descritta nel salmo : « Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola » (Sal 19,5 ; cfr Rm 10,18). Gli uccelli si riposano fra i suoi rami quando le anime giuste, che si sono elevate dai fascini della terra appoggiandosi sulle ali della santità, trovano nelle parole dei predicatori del vangelo la consolazione di cui hanno bisogno nelle pene e le fatiche di questa vita.


Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa 
Commento al Vangelo di San Luca 7, 179-182 ; SC 52


Cristo seminato nella terra


        In un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, e pure risorse... E così è diventato un albero... Dunque, anche voi seminate Cristo nel vostro orto... Con Cristo, macinate il granello di senapa, spremetelo e seminate la fede. La fede viene 'spremuta' quando crediamo a Cristo crocifisso. Era stata 'spremuta' la fede di Paolo quando diceva: «Non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,1-2)... Noi seminiamo la fede quando, secondo il Vangelo o le letture degli apostoli e dei profeti, crediamo alla Passione del Signore; seminiamo la fede quando la ricopriamo del terriccio arato e dissodato della carne del Signore ... Chi infatti ha creduto che il Figlio di Dio si è fatto uomo crede che è morto per noi e che è risuscitato per noi. Semino dunque la fede quando 'pianto' la tomba di Cristo nel mio giardino.


        Volete sapere se Cristo è un granello ed è lui che viene seminato? «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24)... E' Cristo stesso che lo dice. Dunque è chicco di grano, perché «sostiene il cuore dell'uomo» (Sal 104,15), ed anche granello di senape perché riscalda il cuore dell'uomo... E' chicco di grano quando si tratta della risurrezione, perché la parola di Dio e la prova della risurrezione nutrono le anime, aumentano la speranza, rafforzano l'amore – poiché Cristo è «il pane di Dio disceso dal Cielo» (Gv 6,33). Ed è granello di senape, perché parlando della Passione del Signore c'è più amarezza ed asprezza.