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Giovedì della II settimana del Tempo di Quaresima





Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua.

Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Luca 16,19-31
   
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".

Il commento

Tutto annuncia il Signore. Ogni Parola rivela l'unico evento capace di strappare l'uomo ad un'esistenza distesa tra vizi e lussi anestetizzanti, prigioniera dell'avere e del possedere in questa vita, perché un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso. Mentre appare un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" (don Luigi Giussani, Testimonianza durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe - le ferite del peccato, della vita e della debolezza - perché le piaghe di Cristo ci guariscano. Solo nel Vangelo, l'annuncio profetizzato da "Mosè e dai Profeti", vi sono la Vita e la salvezza; ascoltare e credere alla Buona Notizia dell'amore di Dio, piagato della passione infinita è l'unica possibilità che ci è offerta per accedere al Paradiso. Ma, purtroppo, anche se in questo istante apparisse Cristo risorto, nel mondo, e forse anche in noi, non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. Perchè è l'ascolto della predicazione la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. La Pasqua eterna, come rivela l'intera Scrittura, non è un evento circoscritto ad un istante: annunciata e preparata, essa si realizza lungo l'intero arco della Storia della salvezza, sino alla pienezza dei tempi, quando il Signore, entrando nella morte, ve ne esce vittorioso. Così è anche per ciascuno di noi. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione alla Pasqua ultima, attraverso la quale ci saranno dischiuse le porte del Paradiso. La stessa Quaresima è un segno che ci aiuta a comprendere con saggezza la nostra vita: esistono inferno e paradiso, li possiamo sperimentare nei quaranta giorni di questo tempo penitenziale, immagine dei quarant'anni passati da Israele nel deserto, il tempo della vita di un uomo, di ciascuno di noi in questa terra dove si presentano ogni giorno dinanzi ai nostri occhi la vita e la morte; la predicazione del Vangelo anticipa il giudizio finale offrendoci la possibilità di accogliere la Grazia nella quale scegliere la vita e procedere sicuri verso il Paradiso, prendendo su di noi la Croce che, come una chiave, ce ne dischiuderà le porte. Nel deserto della nostra esistenza il Signore ci invita ogni giorno ad ascoltare la sua voce e a non indurire il cuore; oggi, infatti, è come quell'oggi del ladrone crocifisso accanto a Gesù: dall'inferno che lo stava ghermendo, ha fissato il Signore, ha mendicato il suo perdono. Peccatore tra i peggiori, inchiodato alle conseguenze atroci dei suoi crimini, gli si era dischiusa dinanzi, ancora una volta, la via della vita e quella della morte, definitive entrambe stavolta. Proprio in quel momento drammatico nel quale si giocava il suo destino eterno, la Grazia della fede che, nonostante i suoi peccati, aveva di sicuro conservato, magari goffamente e maldestramente, per l'infinita misericordia del Padre si ravviva e gli si offre come l'estrema ancora di salvezza: aggrappandosi ad essa i suoi occhi tumefatti si schiudono nella sua luce celeste, e vedono Gesù già vittorioso nel suo Regno, ancor prima di Pietro e degli apostoli che dovranno aspettare la sera di Pasqua; così, con il fiato rimasto per esalare l'ultimo respiro, professa la sua fede riconoscendo il Signore, il Messia inviato da Dio, in quel condannato ingiustamente alla sua stessa pena, supplicandone la memoria - "ricordati di me" - di quel suo povero fratello "giustamente" giustiziato. Crocifissi dalle nostre ingiustizie, dall'inferno che stiamo assaporando oggi, siamo ancora in tempo per guardare al Signore, per indurlo a ricordarsi di noi. Il cammino al Paradiso passa per quest'oggi, e domani e ogni giorno: non v'è altro atteggiamento adeguato alla speranza del perdono e della vita eterna che quello di posare lo sguardo del cuore su Cristo crocifisso per i nostri peccati, appoggiati sulla fede nel suo amore che allarga gli orizzonti, sino ad intercettare il Cielo tra le pieghe del dolore: e mendicare, gridare, pregare, cercare il Paradiso perduto, perché "nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua" (Benedetto XVI). Fermarsi nell'inferno, mormorare e ribellarsi alle presunte ingiustizie, continuare a gonfiarsi di "porpore e bisso", i beni del mondo, nell'illusione che siano essi a riscattarci, significherebbe chiudersi orgogliosamente la porta del Paradiso.  

La povertà di Lazzaro infatti, è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, ecco l'inganno che ci impedisce d'essere felici e di gustare la beatitudine riservata ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla su questa terra ma che possiedono già le primizie del "seno di Abramo". La parabola disegna le due facce della nostra vita, e le mette nel loro giusto ambito. Ciascuno di noi è, al contempo, il povero Lazzaro e il ricco epulone. Quello che nel mondo è degno di onore, la "qualità della vita" idolatrata al punto di sopprimere ogni vita "non degna di essere vissuta" come quella del povero Lazzaro, i "beni" ricevuti dal ricco sono, agli occhi di Dio, l'anticipo dell'inferno. Quello che nel mondo è disprezzato, ignobile, indegno, è, per la Sapienza della Croce, il giardino che circonda il Paradiso, primizia della vita celeste. La povertà, la debolezza, i "mali ricevuti" costituiscono la via che ci è data per entrare nel Regno dei Cieli; i "beni" invece, spengono ogni nostalgia di verità e amore, chiudono il cuore e divengono, quando idolatrati e fatti scopo della vita, un inferno che uccide senza farcene accorgere.  La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini, traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah», i «poveri di cuore», «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» (Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura. I poveri di Yahwé. Il termine usato da Matteo è pitokoi, da cui deriva pitocco, miserabile. A loro Gesù è inviato come Messia e Salvatore, ma non come un semplice ambasciatore latore di un messaggio; Dio ha, invece, voluto incarnare se stesso nell'estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente ha assunto la nostra natura di poveri Lazzaro: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante, ingannata e dispersa rincorrendo i beni di questo mondo. E' Gesù piagato dalle frustate che "brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa", che desidera ardentemente mangiare con noi la Pasqua raccogliendo i frammenti nei quali abbiamo lacerato la nostra vita, donataci come cibo da spezzare e donare agli altri sulla mensa della storia, e, invece, buttata via banchettando lautamente per saziare ogni concupiscenza. Gesù si è fatto Lazzaro perché potessimo riconoscere la nostra realtà, e  per poter bussare al nostro cuore vestito della stessa nostra debolezza e svegliarci così dal torpore di una vita consegnata al denaro, al potere, agli affetti malati, agli idoli di questo mondo, adorati dai governi e dai condomini, dalla grande finanza come da ciascuno di noi, avari e avidi. Fuggendo dal luogo che ci appartiene, l'estrema povertà e l'infinito bisogno della creatura, ci chiudiamo irrimediabilmente alla Grazia. Convertirsi è, dunque, in questa Quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. La via che conduce alla morte è quella dove affannarsi per prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, per saziarsi di fumo e precipitare nel vuoto eterno che è l'inferno. La via che conduce alla Vita invece è quella tracciata dalla fede che fissa il Cielo e il Signore risorto, accettando di essere, in questa terra, un povero mendicante che può solo tendere la mano alla misericordia di Dio. E' questo l'unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia alla luce della fede adulta che illumina il Paradiso nelle "piaghe" di ogni giorno"Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli ... Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol.I). Siamo chiamati a vivere come la donna siro-fenicia che, dal fondo dell'inferno in cui viveva per l'impossibilità di curare sua figlia, si "risveglia" alla presenza di Gesù, la Verità che illumina di speranza la sua realtà, mendica una briciola del suo amore, senza vergognarsi della sua indegnità. Così un matrimonio sarà vero e autentico nella misura in cui entrambi i coniugi vivranno nella verità della mendicanza che fa liberi, non si vergogna della propria fragilità che spinge senza posa al soddisfacimento delle concupiscenze, ma la consegna con audacia, fede e speranza alla Carità infinita di Dio. Così ogni relazione, così il lavoro e lo studio, ogni vicenda vissuta come Lazzaro, mendicando l'amore che perdona, sana e innalza alla destra del Padre: "Dio ha cura, non solo della nostra salvezza, ma anche del nostro onore. E per un vero accesso d’amore, Egli sacrifica la sua gloria alla nostra, osano dire i Padri. E sceglie la soluzione più gloriosa per noi, la più dolorosa per Lui: la croce. Non verrà come donatore, ma come mendicante, non come creditore, ma come debitore; non verrà per dare, ma per ricevere: ricevere da noi di che pagare la nostra salvezza, così che tale salvezza sia interamente nostra, annientandosi, sprofondando in noi: exinanivit. Raffinatezza di delicatezza e d’amore che di più non si può. «Egli ha ricevuto da noi ciò che doveva offrire per noi, dice sant’Ambrogio, al fine di riscattarci del nostro e di darci del suo, con una munificenza divina che non era nostra. Lo sapete, è del nostro che ha offerto in sacrificio. Infatti, qual è stata la causa dell’incarnazione se non che la carne che aveva peccato fosse essa stessa lo strumento del suo riscatto?" (G. Lacouague, Notre Dame de nos prières)



APPROFONDIMENTI







Giovedì della II settimana di Quaresima

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua.

Benedetto XVI


Lc 16,19-31
   
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".

IL COMMENTO

Ascoltare e credere, entrambi doni celesti: tutto annuncia Lui. Ogni Parola annuncia l'unico evento capace di strappare l'uomo ad una vita distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Avere e possedere in questa vita perchè un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso.

E un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia, quella aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" (don Luigi Giussani, Testimonianza di  durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe - le ferite del peccato, della vita e della debolezza - perchè le piaghe di Cristo ci guariscano.

Solo nel Vangelo, l'annuncio profetizzato da "Mosè e dai Profeti", vi sono la Vita e la salvezza, il Paradiso. Ascoltare e credere alla Buona Notizia dell'amore di Dio, piagato della passione infinita. Anche se apparisse, in questo istante, Cristo risorto, probabilmentenel mondo, e forse anche in noi, non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. Perchè è l'ascolto della predicazione la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. La Pasqua eterna, come rivela l'intera Scrittura, non è un evento circoscritto ad un istante: annunciata e preparata, essa si realizza lungo l'intero arco della Storia della salvezza, sino alla pienezza dei tempi, quando il Signore, entrando nella morte, ve ne esce vittorioso. Così è anche per ciascuno di noi. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione alla Pasqua ultima, attraverso la quale ci saranno dischiuse le porte del Paradiso. La stessa quaresima è un segno che ci aiuta a comprendere con saggezza la nostra vita. Esistono inferno e paradiso, anticipati ogni giorno: la Croce è la porta che si apre sul paradiso. Oggi, come quell'oggi del ladrone crocifisso accanto a Gesù. Dall'inferno che lo stava ghermendo ha fissato il Signore, ha mendicato il perdono, la memoria - "ricordati di me" - di quel suo povero fratello giustamente giustiziato, perchè lo aveva visto già vittorioso nel suo Regno. Crocifissi dalle nostre ingiustize, dall'inferno che stiamo assaporando oggi, siamo ancora in tempo per guardare al Signore, per indurlo a ricordarsi di noi. Oggi, e domani, lo sguardo del cuore posato su Cristo crocifisso per i nostri peccati, la fede nel suo amore che allarga gli orizzonti sino ad intercettare il Cielo tra le pieghe del dolore, e mendicare, gridare, pregare, cercare il Paradiso perduto, perchè "nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua" (Benedetto XVI). Fermarsi nell'inferno, mormorare e ribellarsi alle presunte ingiustizie, continuare a gonfiarsi di porpore e bisso, i beni del mondo, nell'illusione che siano essi a riscattarci, significa chiudersi orgogliosamente la porta del Paradiso.  
La povertà racchiusa in Lazzaro infatti, è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, l'inganno che ci impedisce d'essere felici e beati. Gesù infatti riserva la beatitudine ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla. Di essi è però il Regno dei Cieli, per essi è preparato il seno di Abramo. La parabola disegna le due facce della nostra vita, e le mette nel loro giusto ambito. Ciascuno di noi è, al contempo, il povero Lazzaro ed il ricco epulone. Quello che nel mondo è degno di onore, la "qualità della vita" idolatrata al punto di sopprimere ogni vita "non degna di essere vissuta" come quella del povero Lazzaro, i "beni" ricevuti dal ricco sono, agli occhi di Dio, l'anticipo dell'inferno. Quello che nel mondo è disprezzato, ignobile, indegno, è, per la Sapienza della Croce, il giardino che circonda il Paradiso, primizia della vita celeste. La povertà, la debolezza, i "mali ricevuti" costituiscono la via che ci è data per entrare nel Regno dei Cieli; i "beni" invece, spengono ogni nostalgia di verità e amore, chiudono il cuore e divengono, quando idolatrati e fatti scopo della vita, un inferno che uccide senza farcene accorgere.  

La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini, traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah», i «poveri di cuore», «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» (Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura. I poveri di Jhwh. Il termine usato da Mt è pitokoi, da cui deriva pitocco, miserabile. A questi poveri Gesù è inviato come Messia e salvatore. Dio ha voluto incarnare se stesso nell'estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente ha assunto la nostra natura di poveri Lazzari: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante, ingannata e dispersa rincorrendo i beni. E' Gesù piagato dalle frustate che brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa, di raccogliere i nostri peccati per riscattrci dall'inganno. Si è fatto Lazzaro perchè riconoscessimo la nostra verità, per bussare al nostro cuore e svegliarci dal torpore di una vita consegnata al denaro, agli idoli di questo mondo, adorati dai governi e dai condomini. Fuggire dal luogo che ci appartiene, l'estrema povertà e l'infinito bisogno della creatura, significa chiudersi alla Grazia. Convertirsi è dunque, in questa quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. Prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, significa saziarsi di fumo per precipitare nel vuoto eterno che è l'inferno. Accettare d'essere, in questa terra, un povero mendicante che solo può tendere la mano alla misericordia di Dio è l'unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia. Come la donna siro fenicia che, dal fondo dell'inferno in cui viveva per l'impossibilità di curare sua figlia, mendica una briciola dell'amore di Dio, non vergondosi della sua indegnità. Così un matrimonio sarà vero e autentico nella misura che entrambi i coniugi vivranno nella verità della mendicanza che fa liberi, quella che illumina il Paradiso nelle piaghe di ogni giorno. Così ogni relazione, così il lavoro e lo studio, ogni vicenda vissuta come Lazzaro, mendicando l'amore che perdona, sana e innalza alla destra del Padre. "Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli ... Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol.I). 




San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa. Omelia 6 contro le ricchezze ; PG 31, 275-278

« Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, …dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre » (Sal 111)

Cosa risponderai al sovrano giudice, tu che rivesti le tue mura e non vesti il tuo simile? Tu che adorni i tuoi cavalli e non hai nemmeno uno sguardo per tuo fratello nello sconforto?... Tu che seppellisci il tuo oro e non vieni in aiuto dell’oppresso?...
Dimmi, che cosa ti appartiene? Da chi hai ricevuto tutto ciò che porti con te in questa vita?... Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre? E non ritornerai forse nella terra ugualmente nudo (Gb 1,21)? I beni presenti, da chi li ottieni? Se rispondi: dal caso, sei un empio che rifiuta di conoscere il suo creatore e di ringraziare il suo benefattore. Se convieni che vengono da Dio, dimmi dunque per quale motivo li hai ricevuti?
Dio sarebbe forse ingiusto, ripartendo iniquamente i beni necessari alla vita? Perché tu sei nell’abbondanza mentre costui è nella miseria? Non è forse unicamente affinché un giorno, per la tua bontà e la tua gestione desinteressata dei beni, tu riceva la ricompensa, mentre il povero otterrà la corona promessa alla pazienza? ... Il pane che tu trattieni appartiene all’affamato; il mantello che nascondi nelle tue casse all’uomo nudo... Per cui commetti tante ingiustizie quanti sono coloro che potresti aiutare.

Giovedì della II settimana di Quaresima

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Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell?inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino
a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".


IL COMMENTO

Ascoltare e credere. Entrambi doni celesti: tutto annuncia Lui. Ogni Parola annuncia l'unico evento capace di strappare l'uomo ad una vita distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Avere e possedere in questa vita perchè un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, dispersi ad accumulare simulacri di vita, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, in questo tempo occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso.
E un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia, quella aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" ( Testimonianza di don Luigi Giussani durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Piazza San Pietro, Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe, che sono le ferite del peccato e della vita, le ferite della debolezza, perchè le piaghe di Cristo ci guariscano. E ci portino al Cielo. Il Vangelo, l'annuncio profetizzato da Mosè e dai Profeti, in esso, e solo in esso, vi sono la Vita e la salvezza. Il Paradiso. Ascoltare e credere: l'amore di Dio, piagato della passione infinita. Anche se apparisse, in questo istante Cristo risorto, probabilmente non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. L'ascolto della predicazione è la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. La povertà racchiusa in Lazzaro è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, l'inganno che che ci impedisce d'essere felici e beati. Gesù infatti riserva la beatitudine ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla. Di essi è perù il Regno dei Cieli, per essi è preparato il seno di Abramo. La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini
traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah». La TOB ha «poveri di cuore». Questi poveri, infatti, sono «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» ( Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura (cf. Sal 40,18). Essi hanno gli stessi sentimenti interiori ed esteriori dei poveri di Jhwh. Non a caso il termine usato da Mt è πτωχοί, da cui deriva pitocco, miserabile. A questi poveri Gesù è inviato come Messia e salvatore (Mt 11,5; cf. Lc 4,18 che cita Is 61,1-2). Il motivo della beatitudine non sta nella situazione precaria vissuta dal fedele, me nel sicuro intervento di Dio. In questo senso, la povertà è la migliore condizione per accogliere il Regno di Dio. Esso, perciò, è già “al presente” dei poveri. È fatto di loro (cf. Sof 3.12). Per questo le apparizioni mariane, nel solco delle apparizioni di Gesù risuscitato, sono sempre a favore dei piccoli, degli ultimi, dei bambini. Dio ha voluto incarnare se stesso nell'estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente. Fuggire dal luogo che ci appartiene, l'estrema povertà e l'infinito bisogno della creatura, significa chiudersi alla Grazia. Convertirsi è dunque, in questa quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. Prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, significa saziarsi di fumo per precipitare nel vuoto eterno che è l'inferno. Accettare d'essere, in questa terra, un povero mendicante che solo può tendere la mano alla misericordia di Dio è l'unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia. La verità che ci fa liberi e ci spalanca le porte del Paradiso. Che il signore ci aiuti nel faticoso cammino verso la Verità.



APPROFONDIRE

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI

OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO

S. Agostino sulla Parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro

Catechismo Maggiore Parte quinta Dei Novissimi e di altri mezzi principali per evitare il peccato

I Novissimi. Somma Teologica

Gregorio Magno, Omelia per la III domenica di quaresima




Meditazione del giorno:

San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Omelia 6 contro le ricchezze ; PG 31, 275-278

« Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, …dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre » (Sal 111)


Cosa risponderai al sovrano giudice, tu che rivesti le tue mura e non vesti il tuo simile? Tu che adorni i tuoi cavalli e non hai nemmeno uno sguardo per tuo fratello nello sconforto?... Tu che seppellisci il tuo oro e non vieni in aiuto dell’oppresso?...

Dimmi, che cosa ti appartiene? Da chi hai ricevuto tutto ciò che porti con te in questa vita?... Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre? E non ritornerai forse nella terra ugualmente nudo (Gb 1,21)? I beni presenti, da chi li ottieni? Se rispondi: dal caso, sei un empio che rifiuta di conoscere il suo creatore e di ringraziare il suo benefattore. Se convieni che vengono da Dio, dimmi dunque per quale motivo li hai ricevuti?

Dio sarebbe forse ingiusto, ripartendo iniquamente i beni necessari alla vita? Perché tu sei nell’abbondanza mentre costui è nella miseria? Non è forse unicamente affinché un giorno, per la tua bontà e la tua gestione desinteressata dei beni, tu riceva la ricompensa, mentre il povero otterrà la corona promessa alla pazienza? ... Il pane che tu trattieni appartiene all’affamato; il mantello che nascondi nelle tue casse all’uomo nudo... Per cui commetti tante ingiustizie quanti sono coloro che potresti aiutare.

OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO

OMELIA DI MONS. CAFFARRA. DOMENICA XXVI PER ANNUM (C)

Montesole 26 settembre 2004


1. La pagina evangelica appena proclamata merita di essere attentamente meditata ed assimilata, perché siamo liberati da quella sorta di "ipnosi della realtà visibile" che ci impedisce di vedere oltre essa. Anzi, che ci porta fino alla negazione che esista una realtà invisibile.

Come avete sentito, la pagina evangelica disegna due quadri nei quali sono raffigurate due persone separate dalla loro condizione sociale: "un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante di nome Lazzaro … coperto di piaghe bramoso si sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco".

In realtà questa è la condizione, se così possiamo dire, storica dei due personaggi. Ma questa – la condizione storica – non è la condizione definitiva. Essa infatti finisce inesorabilmente: "un giorno il povero morì… morì anche il ricco e fu sepolto". La morte "pareggia tutte le erbe del prato"! ma la morte non dice l’ultima parola sulle vicende umane. Essa introduce in una condizione definitiva, eterna, nella quale si ha un totale capovolgimento del proprio destino: il povero "fu portato dagli angeli nel seno di Abramo"; il ricco nell’inferno tra i tormenti.

2. Carissimi fedeli, ci troviamo in un luogo che nella storia e nella coscienza del nostro popolo è luogo sacro per il sacrificio di vittime innocenti, di sacerdoti che diedero la vita per non abbandonare il loro gregge.

La presenza delle autorità civili e militari, che ringrazio sentitamente, indica che questo luogo rivolge una parola che riguarda l’uomo come tale, prima che si distingua la sua appartenenza alla città e la sua appartenenza religiosa. Parola grande, che oggi ci arriva attraverso la pagina santa del Vangelo.

Anche qui si incontrarono due persone in condizioni morali diametralmente opposte: la persona di innocenti deboli coinvolti dentro ad una tragedia senza limiti e la persona di carnefici prepotenti. La "povertà" della vittima; la "prepotenza" del carnefice. Ed in quei momenti, le prime sembrarono risultare soccombenti, vinte. Ma in realtà non è stato questo l’esito definitivo di quello scontro.

Non pensate, in questo momento, che stia parlando dell’esito finale della guerra: avvenimento che accade pur sempre nel mondo della storia visibile degli uomini. La pagina evangelica ci educa ad uno sguardo ben più penetrante.

Le vittime qui cadute ci indicano l’esistenza di un universo di valori ben più solido, ben più reale dell’universo nel quale siamo normalmente immersi e nel quale ogni giorno rischiamo di perire. Qui è stata affermata una forza nella debolezza, una giustizia contro la prepotenza, una carità contro l’odio, che sono le uniche ragioni per cui vale veramente la pena di vivere e se necessario anche di morire.

Le vittime qui cadute sono così le pietre immacolate di una dimora – di una società – che sia veramente adeguata alla dignità della persona. Alla fine chi ha vinto: la vittima o il carnefice? Il carnefice è sempre sconfitto, perché non uccide la vittima, ma uccide in se stesso la propria umanità.

"Ma Abramo rispose: hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro". Anche su questo monte si può, si deve ascoltare una profezia detta non colle parole ma col sangue versato. È la profezia che non si può costruire una società basata sul conflitto e sulla estraneità dell’uomo dall’uomo. E quindi la "profezia di Monte Sole" non è ascoltata da chi ne fa occasione per ricostruire fazioni e contrapposizioni.

Su questo monte, non senza una divina ispirazione, Don Dossetti ha voluto che i figli e le figlie della comunità dell’Annunciazione fossero il segno permanente di quel mondo nuovo che Cristo ha ricreato; che proprio su questo monte essi intercedessero quotidianamente mediante "un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome" [Eb 13,15].

3. Carissimi fedeli, fra pochi istanti attraverso i santi segni sacramentali saremo presenti al sacrificio di Cristo, vittima innocente di tutte le nostre ingiustizie. È questo sacrificio che ha abbattuto ogni muro di separazione: dell’uomo da Dio, dell’uomo dall’uomo, dell’uomo da se stesso. È solo in Lui che l’umanità disgregata può ritrovare la sua vera unità.

Le vittime innocenti qui cadute; i sacerdoti che hanno donato la loro vita, siano uniti a noi perché la partecipazione a questo grande Mistero ci ridoni speranza e forza per non rassegnarci mai al male.

S. Agostino sulla Parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro

Dai "Discorsi" dì sant'Agostino.

Se in questa vita la parola di Dio ci incute una salutare paura, nell'altra vita nessuno potrà terrorizzarci, perché dal timore sboccia il correggersi. Non ho detto semplicemente: se la parola di Dio ci mette paura, bensì: se ci ispira uno spavento salutare. Non è forse vero che molti sanno impaurirsi, ma non trasformarsi? Ma che c'è di più sterile di un timore senza frutto? I nostri cuori hanno tremato sbigottiti all'udire che dopo aver disprezzato il mendìco che giaceva alla sua porta, quel ricco superbo fu suppliziato nell'inferno al punto che non gli potevano giovare le più ardenti suppliche. Non crudele, ma giusta fu la risposta: egli non poteva essere soccorso! Al tempo in cui la misericordia di Dio lo sollecitava perché si convertisse, trascurò il fatto che non veniva punito e finì col meritarsi il castigo. Dio pazientava nonostante quello si mostrasse tronfio e vanesio, incurante dei supplizi futuri a cui non poteva prestare fede nel suo orgoglio e tanto meno temerli.

Anche se la nostra carne è addobbata con porpora e lini finissimi, che altro è se non carne e sangue, erba che avvizzisce? Qualunque sia l'onore, la stima che raccoglie a destra e sinistra, resta fiore, fiore del fieno. Il fieno secca, i suoi fiori non durano; appena l'erba appassisce, i fiori si afflosciano.

Invece noi sappiamo a che aggrapparci. per non venire meno, giacché la parola del Signore rimane in eterno. 1Pt 1,25. Il Verbo di Dio ci ha mai spregiato, fratelli? Ha forse lasciato che si perdesse la nostra fragile mortalità, dicendo: E' carne, soltanto erba: che inaridisca, che cada il suo fiore; perché venirle in aiuto? Invece ha raccolto il fieno che eravamo, per fare di noi addirittura oro. La Parola del Signore che resta in eterno, non ha sdegnato di farsi lei stessa paglia per qualche tempo, non perché il Verbo stesso mutasse, ma per procurare a quel fieno una trasformazione stupenda. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Gv 1,14. Il Signore è morto per noi, fu sepolto ed è risorto, è salito al cielo ed è assiso alla destra del Padre. Non è più paglia, ma oro puro e incorruttibile.

Fratelli cari, ci è stata promessa una trasformazione. Eppure, quando arriva il suo momento il fieno comincia a scomparire: ogni splendore della carne svanisce col volgere del tempo e tutta questa nostra fragilità invecchia.

Nel ricco del vangelo il fieno si era seccato col suo fiore. Ma se al tempo del rigoglio avesse compreso che la parola del Signore resta in eterno, se dopo aver abbattuto a raso terra i torrioni della superbia, si fosse umiliato davanti a Dio! E anche se non fosse arrivato fino a rigettare la ricchezza, avesse almeno donato ai poveri che giacevano al suolo una parte dei suoi beni, questo gli avrebbe valso qualche sollievo, una volta svanito questo tempo fugace. Il ricco ora non chiederebbe misericordia senza un qualche appiglio, mentre non l'aveva concessa quando poteva farlo. Fratelli miei: quando leggiamo e ascoltiamo la parola del vangelo: Padre Abramo, manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura, sentiamoci rabbrividire, presi dal panico che capiti lo stesso a noi al termine di questa vita: vana sarebbe allora la nostra supplica.

Ma chi è stato vinto nello stadio può mai tentare ancora di combattere fuori dell'arena nella pretesa di riconquistare la corona? Che fare allora? Se siamo inorriditi, se ci siamo sentiti sconvolgere le viscere dalla paura, convertiamoci finché c'è tempo; ecco una paura efficace. Nessuno, fratelli, può mutare senza il trauma dell'angoscia e dello sgomento. Quando la coscienza ci rimorde, noi ci battiamo il petto. Quello che così percuotiamo è un qualcosa di interno, qualche intimo male. Confessiamolo ed esploderà fuori. Forse non ne sentiremo più nessun bruciore; avvenga lo stesso per qualsiasi colpa. Quel ricco, pieno di boria, vestito di lino, occultava in sé qualcosa che avrebbe dovuto schizzar fuori quand'egli viveva: allora non avrebbe conosciuto il fuoco eterno. Ma pieno di orgoglio come era, quel siero degenerò in tumore invece di fuoriuscire. Il povero Lazzaro, lui, devastato dalle piaghe, giaceva davanti alla porta. Fratelli, nessuno arrossisca di confessare i propri peccati, perché essere steso a terra è l'atteggiamento dell'umile. Notate come i ruoli si invertono; dopo la penosa operazione di confessarsi, il cuore sarà ristorato dal merito. Infatti arriveranno gli angeli a rialzare quell’uomo ulceroso per deporlo nel seno di Abramo, nella quiete eterna, nell’intimitá del Padre celeste; il simbolo significa appunto un luogo recondito, dove l'affaticato troverà riposo.