Giovedì della II settimana del Tempo di Quaresima
Giovedì della II settimana di Quaresima
OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO
S. Agostino sulla Parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
Catechismo Maggiore Parte quinta Dei Novissimi e di altri mezzi principali per evitare il peccato
I Novissimi. Somma Teologica
Gregorio Magno, Omelia per la III domenica di quaresima
Giovedì della II settimana di Quaresima
Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell?inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino
a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".
Ascoltare e credere. Entrambi doni celesti: tutto annuncia Lui. Ogni Parola annuncia l'unico evento capace di strappare l'uomo ad una vita distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Avere e possedere in questa vita perchè un'altra non ce n'è. Tutti i giorni uguali, dispersi ad accumulare simulacri di vita, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, in questo tempo occultati "novissimi" in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso.
E un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia, quella aggrappata alla vana-gloria: "Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione.... Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo" ( Testimonianza di don Luigi Giussani durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Piazza San Pietro, Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe, che sono le ferite del peccato e della vita, le ferite della debolezza, perchè le piaghe di Cristo ci guariscano. E ci portino al Cielo. Il Vangelo, l'annuncio profetizzato da Mosè e dai Profeti, in esso, e solo in esso, vi sono la Vita e la salvezza. Il Paradiso. Ascoltare e credere: l'amore di Dio, piagato della passione infinita. Anche se apparisse, in questo istante Cristo risorto, probabilmente non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l'avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. L'ascolto della predicazione è la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. La povertà racchiusa in Lazzaro è l'immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, l'inganno che che ci impedisce d'essere felici e beati. Gesù infatti riserva la beatitudine ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla. Di essi è perù il Regno dei Cieli, per essi è preparato il seno di Abramo. La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah».
APPROFONDIRE
La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI
OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO
S. Agostino sulla Parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
Catechismo Maggiore Parte quinta Dei Novissimi e di altri mezzi principali per evitare il peccato
I Novissimi. Somma Teologica
Gregorio Magno, Omelia per la III domenica di quaresima
Meditazione del giorno:
San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Omelia 6 contro le ricchezze ; PG 31, 275-278
Cosa risponderai al sovrano giudice, tu che rivesti le tue mura e non vesti il tuo simile? Tu che adorni i tuoi cavalli e non hai nemmeno uno sguardo per tuo fratello nello sconforto?... Tu che seppellisci il tuo oro e non vieni in aiuto dell’oppresso?...
Dimmi, che cosa ti appartiene? Da chi hai ricevuto tutto ciò che porti con te in questa vita?... Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre? E non ritornerai forse nella terra ugualmente nudo (Gb 1,21)? I beni presenti, da chi li ottieni? Se rispondi: dal caso, sei un empio che rifiuta di conoscere il suo creatore e di ringraziare il suo benefattore. Se convieni che vengono da Dio, dimmi dunque per quale motivo li hai ricevuti?
Dio sarebbe forse ingiusto, ripartendo iniquamente i beni necessari alla vita? Perché tu sei nell’abbondanza mentre costui è nella miseria? Non è forse unicamente affinché un giorno, per la tua bontà e la tua gestione desinteressata dei beni, tu riceva la ricompensa, mentre il povero otterrà la corona promessa alla pazienza? ... Il pane che tu trattieni appartiene all’affamato; il mantello che nascondi nelle tue casse all’uomo nudo... Per cui commetti tante ingiustizie quanti sono coloro che potresti aiutare.
OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO
OMELIA DI MONS. CAFFARRA. DOMENICA XXVI PER ANNUM (C)
Montesole 26 settembre 2004
1. La pagina evangelica appena proclamata merita di essere attentamente meditata ed assimilata, perché siamo liberati da quella sorta di "ipnosi della realtà visibile" che ci impedisce di vedere oltre essa. Anzi, che ci porta fino alla negazione che esista una realtà invisibile.
Come avete sentito, la pagina evangelica disegna due quadri nei quali sono raffigurate due persone separate dalla loro condizione sociale: "un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante di nome Lazzaro … coperto di piaghe bramoso si sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco".
In realtà questa è la condizione, se così possiamo dire, storica dei due personaggi. Ma questa – la condizione storica – non è la condizione definitiva. Essa infatti finisce inesorabilmente: "un giorno il povero morì… morì anche il ricco e fu sepolto". La morte "pareggia tutte le erbe del prato"! ma la morte non dice l’ultima parola sulle vicende umane. Essa introduce in una condizione definitiva, eterna, nella quale si ha un totale capovolgimento del proprio destino: il povero "fu portato dagli angeli nel seno di Abramo"; il ricco nell’inferno tra i tormenti.
2. Carissimi fedeli, ci troviamo in un luogo che nella storia e nella coscienza del nostro popolo è luogo sacro per il sacrificio di vittime innocenti, di sacerdoti che diedero la vita per non abbandonare il loro gregge.
La presenza delle autorità civili e militari, che ringrazio sentitamente, indica che questo luogo rivolge una parola che riguarda l’uomo come tale, prima che si distingua la sua appartenenza alla città e la sua appartenenza religiosa. Parola grande, che oggi ci arriva attraverso la pagina santa del Vangelo.
Anche qui si incontrarono due persone in condizioni morali diametralmente opposte: la persona di innocenti deboli coinvolti dentro ad una tragedia senza limiti e la persona di carnefici prepotenti. La "povertà" della vittima; la "prepotenza" del carnefice. Ed in quei momenti, le prime sembrarono risultare soccombenti, vinte. Ma in realtà non è stato questo l’esito definitivo di quello scontro.
Non pensate, in questo momento, che stia parlando dell’esito finale della guerra: avvenimento che accade pur sempre nel mondo della storia visibile degli uomini. La pagina evangelica ci educa ad uno sguardo ben più penetrante.
Le vittime qui cadute ci indicano l’esistenza di un universo di valori ben più solido, ben più reale dell’universo nel quale siamo normalmente immersi e nel quale ogni giorno rischiamo di perire. Qui è stata affermata una forza nella debolezza, una giustizia contro la prepotenza, una carità contro l’odio, che sono le uniche ragioni per cui vale veramente la pena di vivere e se necessario anche di morire.
Le vittime qui cadute sono così le pietre immacolate di una dimora – di una società – che sia veramente adeguata alla dignità della persona. Alla fine chi ha vinto: la vittima o il carnefice? Il carnefice è sempre sconfitto, perché non uccide la vittima, ma uccide in se stesso la propria umanità.
"Ma Abramo rispose: hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro". Anche su questo monte si può, si deve ascoltare una profezia detta non colle parole ma col sangue versato. È la profezia che non si può costruire una società basata sul conflitto e sulla estraneità dell’uomo dall’uomo. E quindi la "profezia di Monte Sole" non è ascoltata da chi ne fa occasione per ricostruire fazioni e contrapposizioni.
Su questo monte, non senza una divina ispirazione, Don Dossetti ha voluto che i figli e le figlie della comunità dell’Annunciazione fossero il segno permanente di quel mondo nuovo che Cristo ha ricreato; che proprio su questo monte essi intercedessero quotidianamente mediante "un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome" [Eb 13,15].
3. Carissimi fedeli, fra pochi istanti attraverso i santi segni sacramentali saremo presenti al sacrificio di Cristo, vittima innocente di tutte le nostre ingiustizie. È questo sacrificio che ha abbattuto ogni muro di separazione: dell’uomo da Dio, dell’uomo dall’uomo, dell’uomo da se stesso. È solo in Lui che l’umanità disgregata può ritrovare la sua vera unità.
Le vittime innocenti qui cadute; i sacerdoti che hanno donato la loro vita, siano uniti a noi perché la partecipazione a questo grande Mistero ci ridoni speranza e forza per non rassegnarci mai al male.
S. Agostino sulla Parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
Dai "Discorsi" dì sant'Agostino.
Se in questa vita la parola di Dio ci incute una salutare paura, nell'altra vita nessuno potrà terrorizzarci, perché dal timore sboccia il correggersi. Non ho detto semplicemente: se la parola di Dio ci mette paura, bensì: se ci ispira uno spavento salutare. Non è forse vero che molti sanno impaurirsi, ma non trasformarsi? Ma che c'è di più sterile di un timore senza frutto? I nostri cuori hanno tremato sbigottiti all'udire che dopo aver disprezzato il mendìco che giaceva alla sua porta, quel ricco superbo fu suppliziato nell'inferno al punto che non gli potevano giovare le più ardenti suppliche. Non crudele, ma giusta fu la risposta: egli non poteva essere soccorso! Al tempo in cui la misericordia di Dio lo sollecitava perché si convertisse, trascurò il fatto che non veniva punito e finì col meritarsi il castigo. Dio pazientava nonostante quello si mostrasse tronfio e vanesio, incurante dei supplizi futuri a cui non poteva prestare fede nel suo orgoglio e tanto meno temerli.
Anche se la nostra carne è addobbata con porpora e lini finissimi, che altro è se non carne e sangue, erba che avvizzisce? Qualunque sia l'onore, la stima che raccoglie a destra e sinistra, resta fiore, fiore del fieno. Il fieno secca, i suoi fiori non durano; appena l'erba appassisce, i fiori si afflosciano.
Invece noi sappiamo a che aggrapparci. per non venire meno, giacché la parola del Signore rimane in eterno. 1Pt 1,25. Il Verbo di Dio ci ha mai spregiato, fratelli? Ha forse lasciato che si perdesse la nostra fragile mortalità, dicendo: E' carne, soltanto erba: che inaridisca, che cada il suo fiore; perché venirle in aiuto? Invece ha raccolto il fieno che eravamo, per fare di noi addirittura oro. La Parola del Signore che resta in eterno, non ha sdegnato di farsi lei stessa paglia per qualche tempo, non perché il Verbo stesso mutasse, ma per procurare a quel fieno una trasformazione stupenda. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Gv 1,14. Il Signore è morto per noi, fu sepolto ed è risorto, è salito al cielo ed è assiso alla destra del Padre. Non è più paglia, ma oro puro e incorruttibile.
Fratelli cari, ci è stata promessa una trasformazione. Eppure, quando arriva il suo momento il fieno comincia a scomparire: ogni splendore della carne svanisce col volgere del tempo e tutta questa nostra fragilità invecchia.
Nel ricco del vangelo il fieno si era seccato col suo fiore. Ma se al tempo del rigoglio avesse compreso che la parola del Signore resta in eterno, se dopo aver abbattuto a raso terra i torrioni della superbia, si fosse umiliato davanti a Dio! E anche se non fosse arrivato fino a rigettare la ricchezza, avesse almeno donato ai poveri che giacevano al suolo una parte dei suoi beni, questo gli avrebbe valso qualche sollievo, una volta svanito questo tempo fugace. Il ricco ora non chiederebbe misericordia senza un qualche appiglio, mentre non l'aveva concessa quando poteva farlo. Fratelli miei: quando leggiamo e ascoltiamo la parola del vangelo: Padre Abramo, manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura, sentiamoci rabbrividire, presi dal panico che capiti lo stesso a noi al termine di questa vita: vana sarebbe allora la nostra supplica.
Ma chi è stato vinto nello stadio può mai tentare ancora di combattere fuori dell'arena nella pretesa di riconquistare la corona? Che fare allora? Se siamo inorriditi, se ci siamo sentiti sconvolgere le viscere dalla paura, convertiamoci finché c'è tempo; ecco una paura efficace. Nessuno, fratelli, può mutare senza il trauma dell'angoscia e dello sgomento. Quando la coscienza ci rimorde, noi ci battiamo il petto. Quello che così percuotiamo è un qualcosa di interno, qualche intimo male. Confessiamolo ed esploderà fuori. Forse non ne sentiremo più nessun bruciore; avvenga lo stesso per qualsiasi colpa. Quel ricco, pieno di boria, vestito di lino, occultava in sé qualcosa che avrebbe dovuto schizzar fuori quand'egli viveva: allora non avrebbe conosciuto il fuoco eterno. Ma pieno di orgoglio come era, quel siero degenerò in tumore invece di fuoriuscire. Il povero Lazzaro, lui, devastato dalle piaghe, giaceva davanti alla porta. Fratelli, nessuno arrossisca di confessare i propri peccati, perché essere steso a terra è l'atteggiamento dell'umile. Notate come i ruoli si invertono; dopo la penosa operazione di confessarsi, il cuore sarà ristorato dal merito. Infatti arriveranno gli angeli a rialzare quell’uomo ulceroso per deporlo nel seno di Abramo, nella quiete eterna, nell’intimitá del Padre celeste; il simbolo significa appunto un luogo recondito, dove l'affaticato troverà riposo.

