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OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEI VIGNAIOLI OMICIDI

QUINTA STAZIONE QUARESIMALE
8 marzo 1996 - CHIESA DEL GESÙ

Fra le molte parabole narrate da Gesù, due sole sono riferite da tutti e tre i primi evangeli; una delle due è la parabola appena letta, quella dei “vignaioli omicidi”. Già da questo possiamo capire l’importanza di questa pagina evangelica. Lasciamoci dunque occupare completamente da essa.

1. La parabola è in primo luogo il racconto della storia della nostra salvezza, del rapporto fra Dio e l’uomo.
La S. Sacra Scrittura comincia a parlare dell’uomo nel modo seguente: “il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, vi colloco l’uomo che aveva plasmato” (Gen 2,8). E’ lo stesso inizio della parabola: “Piantò una vigna, la circondò con una siepe ... poi affidò la vigna ad alcuni agricoltori”. Ecco l’inizio di tutta la nostra relazione con Dio stesso. L’atto creativo ci costituisce in una relazione piena di grazia, nella quale l’uomo è posto di fronte al suo Creatore, chiamato a produrre frutti di beni e di giustizia. “E se ne andò lontano”: Dio ci lascia liberi, liberi di rispondere al suo amore. Sono così presentati i due “attori” della storia, Dio e l’uomo: una storia che ora comincia ad essere narrata.
“Quando venne il tempo del raccolto”: la nostra vita ci è stata donata come un patrimonio da far fruttificare e non da dilapidare. E “i frutti che il Signore della vigna desidera sono il ricordo ed il ringraziamento al Padre che dona e la condivisione col fratello che ha bisogno”. Ma che cosa accade? Accade qualcosa di inspiegabile. Da una parte, da parte dell’uomo, una progressiva chiusura ed un sempre più grande indurimento: “Uno lo bastonarono, un altro lo uccisero e l’altro lo lapidarono”. Dall’altra parte, da parte di Dio cioè, un progressivo esporsi al rifiuto con un amore che non è più capace di contenersi: “Mandò altri servi più numerosi dei primi” Quale mistero! In quale abisso di misericordia e di ostinazione siamo immersi dalla parola di Dio!
Ed infatti, arriviamo al punto centrale di questo incontro-scontro fra la libertà dell’uomo e la libertà di Dio. Esso è introdotto in un modo singolare. Esso ci riferisce di una parola detta da Dio stesso. Egli fa appello alla sua sapienza divina. E’ una sorta di “divina angoscia” nel fare l’ultimo tentativo: “Rispetteranno mio figlio”. La parola ci scopre un poco il velo che copre il Mistero dell’Incarnazione del Verbo. L’origine di questo mistero è l’amore del Padre per l’uomo: Egli ama tanto il mondo da inviare il suo Figlio unigenito. Ed è l’ultima prova del suo Amore perché la libertà dell’uomo si affidi finalmente a Lui. E si ha il rifiuto anche di questi: “Per avere l’eredità”. Cristo, suprema rivelazione dell’Amore non invidioso, è visto come il concorrente, al possesso di se stessi, alla propria eredità. E lo uccisero. A questo punto la storia sembra finita. Un dramma senza via d’uscita: l’amore di un Dio che vuole essere amato perché l’uomo sia nella beatitudine; la libertà dell’uomo che si rifiuta sempre e comunque. La storia di un Amore infelice, che non ha sbocchi.
Ma avviene un “capovolgimento” inaspettato. Ascoltate: “La pietra scartata dai costruttori...”. Che cosa significa? Significa che precisamente da quella morte, quella pietra scartata, il crocefisso, viene la nostra vita. Sulla croce i due si sono scontrati: l’Amore che si dona e la libertà che uccide. Ed il male fatto attua il disegno di salvezza. Come non esclamare: “o altezza della profondità...”.

2. Ciò che la parabola narra è la storia dell’umanità, è la storia di Israele, è la storia di ciascuno di noi: è la storia della nostra libertà che deve comunque fare i conti con l’Amore di Dio quale si rivela nel Crocifisso, nella pietra scartata dai costruttori. Questo “incontro” è il “nodo” della nostra esistenza: se lo eliminiamo, il nostro vivere perde ogni serietà.
E nella nostra libertà sta inscritta la possibilità sia di inciampare contro quella pietra, sia di costruire su di essa la nostra vita.

La Quaresima è il dono che il Signore ci fa perché vigiliamo, nella preghiera e nell’astinenza, e ci convertiamo al Suo Amore.

OMELIA DI MONS. CAFFARRA SULLA PARABOLA DEL RICCO EPULONE E DEL POVERO LAZZARO

OMELIA DI MONS. CAFFARRA. DOMENICA XXVI PER ANNUM (C)

Montesole 26 settembre 2004


1. La pagina evangelica appena proclamata merita di essere attentamente meditata ed assimilata, perché siamo liberati da quella sorta di "ipnosi della realtà visibile" che ci impedisce di vedere oltre essa. Anzi, che ci porta fino alla negazione che esista una realtà invisibile.

Come avete sentito, la pagina evangelica disegna due quadri nei quali sono raffigurate due persone separate dalla loro condizione sociale: "un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante di nome Lazzaro … coperto di piaghe bramoso si sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco".

In realtà questa è la condizione, se così possiamo dire, storica dei due personaggi. Ma questa – la condizione storica – non è la condizione definitiva. Essa infatti finisce inesorabilmente: "un giorno il povero morì… morì anche il ricco e fu sepolto". La morte "pareggia tutte le erbe del prato"! ma la morte non dice l’ultima parola sulle vicende umane. Essa introduce in una condizione definitiva, eterna, nella quale si ha un totale capovolgimento del proprio destino: il povero "fu portato dagli angeli nel seno di Abramo"; il ricco nell’inferno tra i tormenti.

2. Carissimi fedeli, ci troviamo in un luogo che nella storia e nella coscienza del nostro popolo è luogo sacro per il sacrificio di vittime innocenti, di sacerdoti che diedero la vita per non abbandonare il loro gregge.

La presenza delle autorità civili e militari, che ringrazio sentitamente, indica che questo luogo rivolge una parola che riguarda l’uomo come tale, prima che si distingua la sua appartenenza alla città e la sua appartenenza religiosa. Parola grande, che oggi ci arriva attraverso la pagina santa del Vangelo.

Anche qui si incontrarono due persone in condizioni morali diametralmente opposte: la persona di innocenti deboli coinvolti dentro ad una tragedia senza limiti e la persona di carnefici prepotenti. La "povertà" della vittima; la "prepotenza" del carnefice. Ed in quei momenti, le prime sembrarono risultare soccombenti, vinte. Ma in realtà non è stato questo l’esito definitivo di quello scontro.

Non pensate, in questo momento, che stia parlando dell’esito finale della guerra: avvenimento che accade pur sempre nel mondo della storia visibile degli uomini. La pagina evangelica ci educa ad uno sguardo ben più penetrante.

Le vittime qui cadute ci indicano l’esistenza di un universo di valori ben più solido, ben più reale dell’universo nel quale siamo normalmente immersi e nel quale ogni giorno rischiamo di perire. Qui è stata affermata una forza nella debolezza, una giustizia contro la prepotenza, una carità contro l’odio, che sono le uniche ragioni per cui vale veramente la pena di vivere e se necessario anche di morire.

Le vittime qui cadute sono così le pietre immacolate di una dimora – di una società – che sia veramente adeguata alla dignità della persona. Alla fine chi ha vinto: la vittima o il carnefice? Il carnefice è sempre sconfitto, perché non uccide la vittima, ma uccide in se stesso la propria umanità.

"Ma Abramo rispose: hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro". Anche su questo monte si può, si deve ascoltare una profezia detta non colle parole ma col sangue versato. È la profezia che non si può costruire una società basata sul conflitto e sulla estraneità dell’uomo dall’uomo. E quindi la "profezia di Monte Sole" non è ascoltata da chi ne fa occasione per ricostruire fazioni e contrapposizioni.

Su questo monte, non senza una divina ispirazione, Don Dossetti ha voluto che i figli e le figlie della comunità dell’Annunciazione fossero il segno permanente di quel mondo nuovo che Cristo ha ricreato; che proprio su questo monte essi intercedessero quotidianamente mediante "un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome" [Eb 13,15].

3. Carissimi fedeli, fra pochi istanti attraverso i santi segni sacramentali saremo presenti al sacrificio di Cristo, vittima innocente di tutte le nostre ingiustizie. È questo sacrificio che ha abbattuto ogni muro di separazione: dell’uomo da Dio, dell’uomo dall’uomo, dell’uomo da se stesso. È solo in Lui che l’umanità disgregata può ritrovare la sua vera unità.

Le vittime innocenti qui cadute; i sacerdoti che hanno donato la loro vita, siano uniti a noi perché la partecipazione a questo grande Mistero ci ridoni speranza e forza per non rassegnarci mai al male.

Card. CARLO CAFFARRA, MEDITAZIONE SU Mt. 20, 17-28

QUARTA STAZIONE QUARESIMALE 6 marzo 1996

Non lasciamo cadere nessuna parola di questa straordinaria pagina del Vangelo che è stata appena proclamata: essa infatti ci istruisce su ciò che stiamo ora vivendo e celebrando (1) e su come il Mistero celebrato deve plasmare la nostra vita e trasformarla (2).

1. Quale Mistero stiamo celebrando? “il Figlio dell’uomo sarà consegnato ...” poiché Egli “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita per molti”. Stiamo celebrando il mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. L’Eucarestia, infatti, la S. Messa ri-presenta il sacrifico della croce: è lo stesso sacrificio della croce nei santi segni del pane e del vino. Ed oggi la parola del Signore ci svela l’intima natura di questo sacrifico. E’ il dono della sua vita che Egli ha liberamente compiuto. E’ il dono della sua vita che è un riscatto: mediante questo dono noi siamo liberati dalla nostra schiavitù. La schiavitù è quella profonda mancanza di libertà che ciascuno di noi sente nel suo cuore: schiavi del nostro egoismo, schiavi di ciò che possediamo, schiavi di un esercizio spesso ingiusto della nostra sessualità, schiavi della nostra vanità. E’ un riscatto per molti: esso non esclude nessuno. Ognuno di noi è stato riscattato. Ecco che cosa stiamo celebrando: il mistero della nostra liberazione.

2. Questo Mistero è celebrato perché la nostra esistenza ne sia trasformata. Fra poco, immediatamente prima della grande preghiera eucaristica, noi diremo: “volgi con bontà lo sguardo, Signore, alle offerte che ti presentiamo e per questo santo scambio di doni liberaci dal dominio del peccato”. Dal dominio di quale peccato? Riascoltiamo attentamente il Vangelo.
Se esaminiamo attentamente noi stessi, vediamo che tre sono le tentazioni fondamentali a cui possiamo andare soggetti: la tentazione dell’avidità del possesso (ricchezze), del dominio delle persone (potere e vanagloria), dell’autosufficienza di fronte a Dio (ritenerci giusti e non bisognosi della sua misericordia). Ma guardando le cose più in profondità, ci rendiamo conto che tutte e tre queste tendenze perverse hanno una sola radice; la paura di perderci, che genera precisamente il desiderio di cercare una sicurezza.
Ora potete capire quel che chiede la madre dei figli di Zebedeo: i primi due posti. E’ la seconda fondamentale tentazione. E’ la tendenza che ci porta sempre e comunque ad occupare i primi posti; è l’auto-affermazione, primo e ultimo frutto dell’egoismo; è il peccato originale, che sta all’inizio ed è la causa di ogni peccato. La conseguenza è che anche i rapporti umani vengono scardinati: cessano di essere di “reciprocità” nella identica dignità e diventano conflitto di opposti interessi. “Gli altri dieci, avendoli sentiti, si arrabbiarono contro i due fratelli”. Ecco il risultato: la società umana si trasforma in una lotta nella quale il più debole è inesorabilmente soccombente.
Fratelli, come si può uscire da questa situazione? Celebrando nella vita ciò che stiamo celebrando nella preghiera.
Gesù in questa pagina ci rivela il mistero della vera grandezza: è quello del Figlio dell’uomo che è venuto a servire e non ad essere servito. E quindi può spiegare la vera gerarchia all’interno della comunità dei suoi discepoli: “colui che vorrà essere il primo fra voi, si farà vostro schiavo”. Contro ogni ambizione stoltissima di carriera e di arrivismo nella Chiesa, Gesù dichiara che al primo posto si trova chi sta all’ultimo, perché Lui si è fatto il servo di tutti.
Essere “più che”, ecco il nostro inganno: voler ingrandire il proprio io sugli altri. E un “più” che va tolto, per non essere se non per gli altri.

CONCLUSIONE
Se diciamo che la proposta evangelica è impossibile per l’uomo, diciamo la verità. Ma Cristo ha dato la sua vita per liberarci da questa incapacità: l’incapacità di realizzare noi stessi nel dono di noi stessi.

Presentazione del Signore. Omelia del Card. Caffarra

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Cattedrale - 2 febbraio 1999


1. “Quando venne il tempo della purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore”. Con queste semplici parole l’evangelista Luca descrive il divino Mistero che stiamo celebrando. Esso consiste nell’offerta di Gesù fatta nel tempio da Maria e Giuseppe. Luca non pone tanto l’accento sulla purificazione della puerpera, di Maria, ma sull’offerta della vita di Gesù al Padre nel tempio. Ed è assai significativa la circostanza che questa offerta venga compiuta quaranta giorni dopo la nascita del Verbo nella nostra natura mortale. Per l’evangelista, “i quaranta giorni che precedono la presentazione del Bambino Gesù al Signore nel tempio sono gli stessi quaranta giorni che intercorrono fra la risurrezione e l’ascensione (cfr. At.1,3) e che precedono la presentazione definitiva del Risorto, il Cristo vivente, al Padre nel santuario celeste, nella gloria. Gesù, portato dai genitori al tempio a quaranta giorni dalla nascita, anticipa profeticamente il suo ritorno al Padre a quaranta giorni dalla risurrezione” (E.Bianchi): prefigura il suo definitivo ingresso nel santuario celeste, “procurandoci così una redenzione eterna” (Eb. 9,12).
Quest’offerta che Gesù fa di se stesso per le mani di Maria e Giuseppe, porta a compimento l’antica profezia di Malachia, che avete ascoltato nella prima lettura. Solo quando “entrerà nel tempio il Signore”, aveva già detto il profeta,sarà possibile all’uomo “offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia”. L’offerta di Cristo rende possibile all’uomo, ad ogni uomo, l’offerta di se stesso. La parola profetica ci introduce in una verità centrale della nostra fede, particolarmente capace di illuminare il significato della nostra celebrazione. E’la seguente: ciò che è accaduto in Cristo, si ri-produce in ciascuno di noi. Non solo nel senso che ciascuno di noi deve imitare ciò che Cristo ha fatto: l’esemplarità di Cristo non significa in primo luogo un rapporto estrinseco di somiglianza o di imitazione. Si tratta del mistero della nostra chiamata ad essere in Lui. Come quando uno scultore si mette a scolpire una statua, dà forma al marmo secondo l’idea o progetto che ha in mente, così il Padre quando ci ha creati ci ha plasmati e configurati in Cristo e secondo Cristo. La sua offerta al tempio prefigura il suo sacrificio sulla croce, mediante il quale è divenuto sorgente di vita nuova. Ogni cristiano è chiamato a riprodurre in sé questo mistero. Come scrive un Padre della Chiesa, S.Massimo il Confessore: “Chi ha compreso il mistero della croce… ha compreso il significato [di tutte le creature]; chi, inoltre, è stato iniziato all’ineffabile potenza della Risurrezione, ha conosciuto lo scopo in vista del quale Dio ha creato in principio tutto” (cfr. Capita theologica et oeconomica I,66). E’ per questo che l’apostolo Paolo ci insegna: “Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale” (Rom. 12,1).

2. Questa sera la nostra Chiesa, in comunione piena con tutte le Chiesa Cattoliche, loda il Padre di ogni grazia proprio perché dall’offerta di Cristo, prefigurata nella presentazione al tempio, è fiorita l’offerta che dei loro corpi hanno fatto le vergini e i vergini: dei loro corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Nella vostra persona, carissimi consacrati, noi contempliamo in tutto il suo splendore ciò che celebriamo sacramentalmente nell’Eucaristia: l’amore di Cristo che dona se stesso. Assieme agli sposi cristiani, voi siete di questo amore il frutto più prezioso.
Contempliamo questa preziosità, perché salga questa sera più gioiosa la nostra lode e più sentito il nostro ringraziamento. La donazione che voi fate a Cristo di un cuore indiviso, vi rende capaci di amare ogni persona di un amore unico e pieno. Avendo messo a disposizione di Cristo la vostra persona nella forma radicale propria dei consigli evangelici, avete aperto, per così dire, dentro a questo mondo lo spazio perché l’amore di Cristo raggiunga ogni persona. E’ la Chiesa nel suo insieme, certamente, ad essere il «segno efficace» del Regno di Dio dentro a questo mondo. Ma la parte veramente santa della Chiesa, il suo nucleo soprannaturale, per così dire, è formato da quelle donne ed uomini che hanno messo la loro vita intera a disposizione del Regno di Dio, in un’attitudine di amore che prende forma nella verginità consacrata. In voi, noi vediamo la Chiesa nella sua «forma più pura»: un tentativo continuo di prolungare lungo tutti i secoli la vita apostolica, quale fu vissuta alle origini della Chiesa.
Ecco perché questa sera vogliamo dirvi semplicemente questo: come è bello, come è bene che voi ci siate! Senza di voi la Chiesa non sarebbe.

Vi ripongo tutti e ciascuno sull’altare: perché sia grande la vostra offerta. Come dice l’apostolo sia sacrificio vivente in quanto porta in sé Cristo che è la vita; sia sacrificio santo perché vi abita lo Spirito Santo; sia sacrificio gradito perché libero dai peccati e dai vizi. A misura della donazione di Cristo.

C. Caffarra. Omelie sulla Parabola del Seminatore

DOMENICA XV per Annum [A]
Loiano-Visita pastorale, 13 luglio 2008


1. La parabola del seminatore, cari fratelli e sorelle, parla in primo luogo di Gesù, il nostro Salvatore. Egli vuole presentarci la sua missione e il senso della sua presenza fra gli uomini mediante il paragone del seminatore.

In un testo precedente a quello appena proclamato, l’evangelista Matteo scrive: "Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno" [9,35].

Gesù dunque vede se stesso come chi è mandato a "predicare il Vangelo del Regno". Quando Gesù inizia la sua attività pubblica – narra l’evangelista Luca – attribuisce a se stesso un testo del profeta Isaia che dice: "Lo Spirito del Signore è sopra di me … e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio … e predicare un anno di grazia del Signore" [Lc 4,17-19]. Gesù afferma che queste parole profetiche si realizzano in Lui: Lui è stato mandato "per annunciare una bella notizia", per "predicare il tempo favorevole". È questo, carissimi, il significato profondo di questa parabola: come un seminatore sparge il seme così Gesù dice a tutti la bella notizia, il lieto messaggio di Dio che salva l’uomo.

Ma perché, ci potremmo chiedere, Gesù paragona la sua parola e la sua predicazione ad un seme? Un testo biblico ci dà la risposta. Esso dice: "la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito … e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" [Eb, 4,12]. La parola di Gesù non è come la nostra, che lascia chi l’ascolta normalmente come lo trova. La parola di Gesù ha in se stessa e per se stessa una forza ed una efficacia che la rende capace di trasformare chi la accoglie. Essa non è una parola meramente informativa, ma anche e soprattutto effettiva. Essa non informa semplicemente l’uomo che Dio intende salvarlo, ma nello stesso tempo in cui lo dice, realizza ciò che dice. Appunto, è come il seme: ha in sé la forza della vita.

2. C’è poi una seconda ragione per cui Gesù paragona la sua parola ad un seme.

Il seme ha in sé la forza della vita, ma per poterla esercitare e produrre il frutto, deve cadere in un terreno adatto, ed il terreno deve essere coltivato. Il seme non deriva la sua forza vitale dal terreno, ma questo è la condizione necessaria perché il seme si sviluppi.

La parola di Gesù "è viva, efficace … essa penetra" fin nelle profondità della nostra persona. Ma se la nostra persona non è ben disposta, non è docile, la parola di Gesù è impedita: non produce alcun frutto. La pagina evangelica, come avete sentito, ci presenta tre figure di indocilità: chi non presta alcuna attenzione; chi non medita la parola ascoltata ed è incostante; chi si lascia soffocare dalla preoccupazione del mondo e dall’inganno delle ricchezze.

Vi dico dunque con la S. Scrittura: "Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente" [Eb 3,12].

3. Carissimi fedeli, il Vangelo non è solo la narrazione di fatti passati. Quanto è narrato in esso, si realizza in sostanza anche fra di voi, oggi. In che modo?

L’apostolo Paolo scrivendo ai suoi fedeli di Tessalonica, dice: "noi ringraziamo Dio continuamente, perché avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete" [1Tess 2,13].

La parola di Dio continua anche oggi ad esservi detta. Il Signore, quando ha lasciato visibilmente la nostra terra, non è diventato muto con l’uomo: continua a parlarci. Come? Nella e colla predicazione dei pastori della Chiesa.

L’Apostolo ci dice che la parola della predicazione è "la parola divina". E come tale deve essere accolta.

Quindi, miei cari, siate fedeli alla partecipazione dell’Eucaristia durante la quale il vostro pastore vi dona "la parola divina della predicazione". Accoglietela "non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete". Curate la vostra istruzione nella fede, mediante la catechesi.

Abbiamo proclamato prima della lettura del Vangelo: "Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna".


XV DOMENICA PER ANNUM (A)
Lido Scacchi, Spina, Nazioni
14 luglio 2002

Per tre domeniche, ad iniziare da oggi, il Signore ci dona di ascoltare e meditare le "parabole del Regno". La descrizione cioè di sette [tante sono le parabole] situazioni o fatti che diventano, nella luce di Cristo, simboli/ immagini semplici mediante le quali siamo introdotti nella comprensione di ciò che Dio sta compiendo in mezzo a noi, del suo Regno cioè. Oggi ci viene donato di ascoltare la parabola del seminatore.

Attraverso di essa Gesù vuole donarci un duplice insegnamento: l’uno riguardante l’azione di Dio, l’altro riguardante la risposta dell’uomo. E così questa parabola ci dona una grande luce su come si costituisce l’Alleanza fra Dio e l’uomo: su come accade l’avvenimento della salvezza.

1. "Ecco, il seminatore uscì a seminare". Chi è questo seminatore che "esce" a donare all’uomo l’annuncio vero della salvezza? E’ Gesù stesso che "esce" dalla sua gloria divina e si veste dell’umiltà della nostra condizione umana. Per quale ragione? "a seminare". A spargere cioè nel terreno della storia umana la sua parola: "io come luce sono venuto nel mondo" dice Gesù di sé "perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre". Fra le tante parole umane, dentro al tessuto del discorso umano risuona anche una Parola che non è umana: è di Dio. Scrivendo ai cristiani di Tessalonca, l’apostolo Paolo dice "avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opera in voi che credete" [1Tess 2,13]. Carissimi fedeli, attraverso parola umane ogni domenica vi giunge la Parola di Dio: è Dio steso che vi parla. Se vi è difficile essere convinti di questo, sappiate che "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" [1Cor 1,21b].

La parabola di Gesù vuole in primo luogo mettere in risalto il primato della iniziativa di Dio nei nostri confronti. Ed anche la paradossalità di questa iniziativa. La parola di Dio è annunciata senza limitazioni: il grano è sparso ovunque. Ed è dotata di una sua propria forza. Dall’altra, questa Parola contiene una promessa, che non dice nulla a colui che è prigioniero della terra; parla in modo tanto semplice che l’uomo orgoglioso la ritiene insignificante.

2. "Voi dunque intendete la parabola del seminatore: …". Inizia così il secondo fondamentale insegnamento datoci dalla parabola: quello riguardante la risposta dell’uomo. La proposta divina non si impone: si propone alla nostra libertà. Ed il Signore prefigura le quattro possibili risposte, perché ciascuno di noi si confronti con questa parola e si specchi in essa.

Quando uno ascolta la proposta cristiana, ma non si sforza neppure di capire di che cosa si tratta e di come la sua persona ne sia interpellata, il maligno ha buon gioco: è semente seminata sulla strada.

Quando uno appare pieno di buona volontà, ma non consente alla proposta cristiana di scendere nel profondo del suo essere, allora, quando arriva il momento serio della vita, quello in cui "giunge una tribolazione o persecuzione", pensa e dice che aveva sì dato il proprio assenso alla fede, ma non pensava che le cose fossero così serie: e se ne va.

Quando la proposta cristiana scende sì nel profondo, ma il profondo è già occupato da altri interessi o legami – Gesù significativamente parla di "preoccupazione del mondo e inganno delle ricchezze" - il Vangelo viene soffocato e vanificato anche in chi aveva ben cominciato.

Alla fine, sta il discepolo vero. Egli è caratterizzato, come avete sentito, da tre fatti: "è colui che ascolta la parola, la comprende e porta frutto". La parola annunciata diventa la sorgente che determina le sue scelte.

Carissimi fedeli, avete sentito la beatitudine dettaci dal Signore: "beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono". Sia nel nostro cuore l’intima gioia di chi credendo ha potuto incontrare Colui che è luce e vita: l’intima consapevolezza che l’essere cristiani è la più grande fortuna che ci sia capitata.



XVI DOMENICA PER ANNUM (A)
18 luglio 1999

Domenica scorsa, colla parabola del seminatore, Gesù ha cominciato, a narrare la sorte che tocca al suo Vangelo annunciato all’uomo, la storia della sua proposta di vita quando viene ascoltata dagli uomini.

La pagina del Vangelo di oggi suppone dunque che l’annuncio evangelico sia già avvenuto dentro al mondo, e si chiede: in quale condizione viene a trovarsi dentro alla storia ed alla società degli uomini? E risponde con tre parabole: una più sviluppata, le altre due più brevi.

1. "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon grano nel suo campo". Se avete seguito attentamente, avrete notato che la parabola di Gesù si basa su una serie di antitesi: il proprietario del campo ed il suo avversario, il grano e la gramigna, il tempo presente della semina dei due e il tempo futuro della mietitura, infine il granaio dove finisce il grano e il fuoco dove è bruciata la gramigna.

Attraverso questo procedimento letterario, il Signore ci guida ad una precisa comprensione della storia umana. Essa è come un tessuto intrecciato da tre libertà: la libertà del Padre che in Cristo propone all’uomo il suo progetto di salvezza: la libertà del Satana che menzognero ed omicida fin dal principio propone all’uomo il suo contro-progetto; la libertà dell’uomo che è chiamata a rispondere alla proposta evangelica e alla contro-proposta satanica. La storia umana è dunque una vicenda drammatica [non comica! non tragica!] narrata e rappresentata da tre attori: Cristo, Satana, l’uomo.

Quale è il "luogo" in cui queste tre libertà si incrociano? Il "palcoscenico" in cui questo dramma viene recitato? Leggendo con molta attenzione la pagina evangelica, possiamo dire- almeno a prima vista – che sono tre.

E’ il cuore di ciascuno di noi: il cuore di ciascuno di noi è abitato dalla luce del Cristo "che illumina ogni uomo" ed è sollecitato dalle suggestioni e dall’inganno della propria concupiscenza, del mondo in cui vive, e dalle tentazioni sataniche. Questa condizione dell’uomo è ben descritta dall’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: "io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto … Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rom 7,15-19).

Gesù dice: "il campo è il mondo", indicandoci così un secondo luogo in cui le tre libertà si incrociano. Esistono persone che seguono il Cristo nella loro esistenza; esistono persone che si chiudono al messaggio evangelico [ricordate, domenica scorsa, le varie classi di persone]. Esse convivono, non nel senso di una contiguità fisica: in un senso più profondo! Esse convivono nel senso che assieme – cioè nello stesso campo che è questo mondo – costruiscono due civiltà o culture che pur mescolate inestricabilmente, sono essenzialmente diverse. L’una infatti è frutto del buon seme seminato dal Cristo, l’altra della gramigna seminata nel cuore umano dal Satana. E il mondo è questo incrociarsi, questa profonda coabitazione della cultura della verità e dell’amore colla cultura dell’errore e dell’egoismo, in conflitto fra loro. "Ma non immaginiamo una simile opposizione come un’opposizione visibile tra due gruppi di uomini o di popoli … Ognuno di noi può essere di volta in volta abitante dell’uno o dell’altra città? In ognuno di noi le due città si combattono" (H. De Lubac).

Ma è anche vero, e l’evangelista Matteo ha compreso la parabola di Gesù anche in questa prospettiva, che anche la Chiesa è il luogo in cui convivono buon seme e gramigna. E’ questo un punto che dobbiamo chiarire bene.

Quando facciamo la nostra professione di fede, noi diciamo: "Credo la Chiesa una, santa…". Ed infatti, la parola di Dio al riguardo non lascia adito a dubbi: "Cristo" dice l’apostolo "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei per renderla santa … vuole che la Chiesa compaia davanti a Lui tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché, ma santa ed immacolata" (Ef 5,25-27).

Ma se la Chiesa è santa, non ne deriva che chi ne fa parte sia sempre senza debolezze e senza peccati: al riguardo ancora, la parola di Dio non lascia dubbi. Forse, fratelli e sorelle, vi chiederete: "come fa ad essere santa, una società umana che si compone di uomini che sono tutti, più o meno, peccatori?"

La prima risposta data a questa domanda è la proposta fatta dagli apostoli: "vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?" cioè: è la proposta di chi pensa che la vera Chiesa sia solo quella dei "santi", dei "puri". In fondo, chi si scandalizza per i peccati degli uomini della Chiesa e non tollera – nel suo riguardo – che ciò avvenga, ha nel suo cuore la più antievangelica delle eresie.

La seconda risposta è di chi pensa e dice che la Chiesa non è santa, ma peccatrice, per cui si dovrebbe dire: "Credo … la comunione dei peccatori".

In realtà "tutte le contraddizioni scompaiono, se si comprende che i membri della Chiesa peccano, ma in quanto tradiscono la Chiesa: la Chiesa non è senza peccatori, ma è senza peccato. La Chiesa come persona prende la responsabilità della penitenza [per i suoi figli peccatori], non prende la responsabilità del peccato [dei suoi figli peccatori] ". (Ch. Journet, Théologie de l’Eglise, Paris 1958, pag. 235, […] aggiunta mia).

2. Ecco questa è la condizione in cui versa l’avvenimento cristiano dentro alla storia. Per concludere, come dobbiamo vivere questa condizione?

- Nessuno di noi si senta sicuro! Né il buon grano è assicurato di non tradire, diventando gramigna né la gramigna rinunci alla conversione. Nessuna frontiera invalicabile fissa per sempre una persona, prima della morte, in una parte o nell’altra: essere mescolati nello stesso campo significa paradossalmente poter cambiare nel cuore, convertirsi o pervertirsi (cfr. Agostino, PLS2,422: hic in agro fit aut de zizaniis triticum, aut de tritico zizzania).

- La pazienza magnanima è attitudine fondamentale in questa situazione: di chi sa che il giudizio di Dio sta già operando, poiché nei cuori di ogni vero credente "lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili … perché Egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio".

CARD. C. CAFFARRA. OMELIA PER LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

25 gennaio 1996

1. “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà”. Siamo venuti per lodare, con profonda gratitudine, la Misericordia del Padre che ha predestinato Paolo ad essere “testimone davanti a tutti gli uomini” del Vangelo della grazia. Celebriamo precisamente il momento in cui Colui che scelse Paolo fin dal seno materno lo chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in lui il suo Figlio, perché lo annunciasse ai pagani (cfr. Gal. 1,15-16). L’evento della conversione di Paolo fa conoscere a noi, come fece indelebilmente sperimentare a lui, il “Vangelo della grazia” che è in Cristo Gesù.
E’ il Vangelo della misericordia che salva per puro amore. Scrivendo al suo discepolo Tito, gli ricorderà che il Padre “ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia ... nello Spirito Santo, effuso da Lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo” (Tito 3,5-6). La conseguenza di questa scoperta sconvolgente, la scoperta della misericordia del Padre, ha cambiato completamente la sua esistenza. Da quel momento, quello che poteva essere per lui un guadagno, lo ha considerato una perdita a motivo di Cristo. “Anzi - egli scrive ai cristiani di Filippi - tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil. 3,7-8).
Ma l’apostolo nel momento della sua conversione, scopre anche il contenuto del progetto di salvezza e la forma della sua realizzazione. Alla domanda di Paolo: “Chi sei, o Signore?” si sente rispondere: “...che tu perseguiti”. Dunque, la comunità cristiana, la Chiesa (che Paolo di fatto perseguitava) è Cristo stesso: esiste una identificazione misteriosa, ma reale di Cristo colla sua Chiesa. Il mistero della misericordia del Padre è precisamente questo: che tutti, anche noi pagani, “sono chiamati, con Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo” (Ef. 3,6), il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Il disegno di Dio, nel suo contenuto e nella sua forma, è l’unità di ciascuno di noi e di tutti in Cristo così da essere un solo Corpo. L’apostolo non dimenticherà mai più quelle parole e sentirà quest’unità come una realtà reale e drammatica nello stesso tempo. Egli ne trarrà le più radicali conseguenze. Ai cristiani che sono inquieti sulla sorte dei defunti dirà semplicemente che se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto, poiché noi siamo il corpo di Cristo; ai cristiani che offrono il loro corpo all’impurità dirà con una formula sconvolgente: “non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta?” (1 Cor. 6,15); ai cristiani che si dividono in fazioni, dirà: “Cristo è stato forse diviso?”

2. Allora comprendiamo perché proprio facendo memoria della conversione di Paolo noi preghiamo questa sera per l’unità della Chiesa. E’ stato attraverso di lui che ci è stato rivelata la vera missione della Chiesa “inviata al mondo per annunciare e testimoniare, attualizzare ed espandere il mistero di comunione che la costituisce”. Allora, come non mai, questa sera la divisione deve fare piaga dentro il nostro cuore poiché è il segno che Cristo non è pienamente in noi, che la misericordia del Padre non ci ha ancora convertiti. Credere in Cristo è volere l’unità è volere la Chiesa, volere la Chiesa è volere che la vita eterna che è l’unità del Padre, del Figlio, dello Spirito .
Come si deve esprimere questa volontà? si esprime nella preghiera per l’unità, nella profonda conversione del cuore a Cristo, nella obbedienza alla verità della fede escludendo ogni riduzionismo ed ogni concordismo.
“Testimoni della tua verità e di camminare sempre nella via del Vangelo”: abbiamo chiesto questa grazia al Signore, all’inizio di questa Eucarestia. L’unità della Chiesa si costruisce nella testimonianza della verità e nella fedeltà della vita al Vangelo della grazia”. Così sia per ciascuno di noi.