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Mercoledì della III settimana del Tempo Ordinario









Dal Vangelo secondo Marco 4,1-20.


Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!». Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato». Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? Il seminatore semina la parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro. Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».


IL COMMENTO


Una barca sul mare, e terraferma colma di volti. Una Parabola che dice la Chiesa, il suo stare nel mondo come terra bella, feconda di frutti che sanno di vita eterna. Comprendere questa Parabola è comprendere tutte le altre, è una chiave per dischiudere la Scrittura. L'amore di Dio si è fatto carne, ed è un corpo per la salvezza del mondo. E' terra dura, ostile, inospitale, il mondo. Vi è caduta la Parola incarnata, sotto il peso della Croce, sulla strada del Calvario, tra spine e pietre. E' stata rifiutata, derisa, uccisa. Il seme è morto nella terra preda del maligno, e dalla solitudine è scaturito il frutto della risurrezione. E un pugno di uomini come terra bella e buona, come le Terra Promessa sposa della Parola che dà la Vita. Uomini di Galilea, pescatori e peccatori, testardi e duri di cuore, incapaci di comprendere, come tutti gli altri. Ed un mistero, l'elezione irrevocabile come già fu per il Popolo Santo. Primizie per mostrare il puro amore ad ogni uomo, il destino eterno che tutti ci attende. In quel pugno di uomini, nella Grazia di un disegno, la terra s'è fatta dolce e accogliente, come il seno benedetto di Maria. Un'elezione per tutti. Dodici uomini fecondati e la Parola che torna al Cielo avendo compiuto la missione per la quale era stata seminata. Parola viva, la vita di Cristo nella vita di quegli uomini diventati Chiesa, Assemblea Santa nello Spirito Santo. La Chiesa Amica e Sposa di Cristo, depositaria dei suoi segreti più intimi, primizia del Regno che solca il mare della morte. Per questo la barca di Gesù che, seduto, annuncia come l'unico Maestro di Vita, è lì separata dalla terraferma, vittoriosa sul mare della morte. Così è la Chiesa, così sono gli Apostoli, e poi ciascuno di noi, le nostre comunità, separati dal mondo come primizie ma nel mondo come tutti. Ed il combattimento d'ogni giorno, le scorie della vecchia terra sterile sono in agguato e lanciano fendenti, stilettate, tentazioni che fremono perchè torniamo a riprendere criteri e pensieri mondani, affanni e preoccupazioni, ricchezze e bramosie, paure ed angosce di persecuzioni e fallimenti. Per questo la via della Chiesa passa sul mare, le orme del Signore spesso invisibili, ma certe e vere e fedeli nell'esodo eterno. La Chiesa come Mosè a trascinare il mondo nella Pasqua della salvezza, il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dall'Egitto-terra-ostile alla Gerusalemme celeste, terra buona e promessa. Dalla morte alla Vita. La Chiesa, un'arca d'amore per ogni uomo.


APPROFONDIRE:



Meditazione del giorno:


Benedetto XVI - Ai partecipanti al Convegno europeo sulla pastorale vocazionale (4 luglio 2009)


C’è un’altra parola di Gesù, che utilizza l’immagine del seme, e che si può accostare alla parabola del seminatore: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Qui il Signore insiste sulla correlazione tra la morte del seme e il “molto frutto” che esso porterà. Il chicco di grano è Lui, Gesù. Il frutto è la “vita in abbondanza” (Gv 10,10), che Egli ci ha acquistato mediante la sua Croce. E’ questa anche la logica e la vera fecondità di ogni pastorale vocazionale nella Chiesa: come Cristo, il sacerdote e l’animatore devono essere un “chicco di grano”, che rinuncia a se stesso per fare la volontà del Padre; che sa vivere nascosto dal clamore e dal rumore; che rinuncia alla ricerca di quella visibilità e grandezza d’immagine che oggi spesso diventano criteri e addirittura scopi di vita in tanta parte della nostra cultura, ed affascinano molti giovani.


San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Discorsi 44 sul vangelo di Matteo, 3-4 ; PG 57, 467-469



Nella parabola del seminatore, Cristo ci mostra che la sua parola è destinata a tutti, indistintamente. Infatti come il seminatore della parabola, senza fare nessuna distinzione fra i terreni, semina ai quattro venti, così il Signore non distingue il ricco dal povero, il saggio dallo stolto, il negligente dal diligente, il coraggioso dal vigliacco, ma si rivolge a tutti e, pur conoscendo l’avvenire, fa da parte sua di tutto finché non possa dire : « Che cosa dovevo fare ancora che io non abbia fatto ? » (Is 5,4)…

Inoltre, il Signore dice questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi abbattere, anche se coloro che accolgono la parola sono meno numerosi di quelli che la sprecano. Così faceva il nostro Maestro che, pur conoscendo l’avvenire, non cessava di spargere il suo seme.

Ma, dirai, a che pro seminare tra le spine, fra i sassi o lungo la strada ? Se si trattasse di un seme e una terra materiali, non avrebbe nessun senso ; ma poiché si tratta delle anime e della Parola, la cosa è degna di elogi. A ragione si rimprovererebbe a un coltivatore di agire così ; il sasso non può diventare terra, la strada non può non essere una strada, né le spine non essere delle spine. Ma nella sfera spirituale, non è lo stesso : il sasso può diventare una terra fertile, la strada non essere più calpestata dai passanti e diventare un campo fecondo, le spine essere sradicate e permettere al seme di dare frutto liberamente. Se questo non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso il seme come ha fatto.


C. Caffarra. Omelie sulla Parabola del Seminatore

DOMENICA XV per Annum [A]
Loiano-Visita pastorale, 13 luglio 2008


1. La parabola del seminatore, cari fratelli e sorelle, parla in primo luogo di Gesù, il nostro Salvatore. Egli vuole presentarci la sua missione e il senso della sua presenza fra gli uomini mediante il paragone del seminatore.

In un testo precedente a quello appena proclamato, l’evangelista Matteo scrive: "Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno" [9,35].

Gesù dunque vede se stesso come chi è mandato a "predicare il Vangelo del Regno". Quando Gesù inizia la sua attività pubblica – narra l’evangelista Luca – attribuisce a se stesso un testo del profeta Isaia che dice: "Lo Spirito del Signore è sopra di me … e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio … e predicare un anno di grazia del Signore" [Lc 4,17-19]. Gesù afferma che queste parole profetiche si realizzano in Lui: Lui è stato mandato "per annunciare una bella notizia", per "predicare il tempo favorevole". È questo, carissimi, il significato profondo di questa parabola: come un seminatore sparge il seme così Gesù dice a tutti la bella notizia, il lieto messaggio di Dio che salva l’uomo.

Ma perché, ci potremmo chiedere, Gesù paragona la sua parola e la sua predicazione ad un seme? Un testo biblico ci dà la risposta. Esso dice: "la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito … e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" [Eb, 4,12]. La parola di Gesù non è come la nostra, che lascia chi l’ascolta normalmente come lo trova. La parola di Gesù ha in se stessa e per se stessa una forza ed una efficacia che la rende capace di trasformare chi la accoglie. Essa non è una parola meramente informativa, ma anche e soprattutto effettiva. Essa non informa semplicemente l’uomo che Dio intende salvarlo, ma nello stesso tempo in cui lo dice, realizza ciò che dice. Appunto, è come il seme: ha in sé la forza della vita.

2. C’è poi una seconda ragione per cui Gesù paragona la sua parola ad un seme.

Il seme ha in sé la forza della vita, ma per poterla esercitare e produrre il frutto, deve cadere in un terreno adatto, ed il terreno deve essere coltivato. Il seme non deriva la sua forza vitale dal terreno, ma questo è la condizione necessaria perché il seme si sviluppi.

La parola di Gesù "è viva, efficace … essa penetra" fin nelle profondità della nostra persona. Ma se la nostra persona non è ben disposta, non è docile, la parola di Gesù è impedita: non produce alcun frutto. La pagina evangelica, come avete sentito, ci presenta tre figure di indocilità: chi non presta alcuna attenzione; chi non medita la parola ascoltata ed è incostante; chi si lascia soffocare dalla preoccupazione del mondo e dall’inganno delle ricchezze.

Vi dico dunque con la S. Scrittura: "Guardate perciò, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente" [Eb 3,12].

3. Carissimi fedeli, il Vangelo non è solo la narrazione di fatti passati. Quanto è narrato in esso, si realizza in sostanza anche fra di voi, oggi. In che modo?

L’apostolo Paolo scrivendo ai suoi fedeli di Tessalonica, dice: "noi ringraziamo Dio continuamente, perché avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete" [1Tess 2,13].

La parola di Dio continua anche oggi ad esservi detta. Il Signore, quando ha lasciato visibilmente la nostra terra, non è diventato muto con l’uomo: continua a parlarci. Come? Nella e colla predicazione dei pastori della Chiesa.

L’Apostolo ci dice che la parola della predicazione è "la parola divina". E come tale deve essere accolta.

Quindi, miei cari, siate fedeli alla partecipazione dell’Eucaristia durante la quale il vostro pastore vi dona "la parola divina della predicazione". Accoglietela "non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete". Curate la vostra istruzione nella fede, mediante la catechesi.

Abbiamo proclamato prima della lettura del Vangelo: "Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna".


XV DOMENICA PER ANNUM (A)
Lido Scacchi, Spina, Nazioni
14 luglio 2002

Per tre domeniche, ad iniziare da oggi, il Signore ci dona di ascoltare e meditare le "parabole del Regno". La descrizione cioè di sette [tante sono le parabole] situazioni o fatti che diventano, nella luce di Cristo, simboli/ immagini semplici mediante le quali siamo introdotti nella comprensione di ciò che Dio sta compiendo in mezzo a noi, del suo Regno cioè. Oggi ci viene donato di ascoltare la parabola del seminatore.

Attraverso di essa Gesù vuole donarci un duplice insegnamento: l’uno riguardante l’azione di Dio, l’altro riguardante la risposta dell’uomo. E così questa parabola ci dona una grande luce su come si costituisce l’Alleanza fra Dio e l’uomo: su come accade l’avvenimento della salvezza.

1. "Ecco, il seminatore uscì a seminare". Chi è questo seminatore che "esce" a donare all’uomo l’annuncio vero della salvezza? E’ Gesù stesso che "esce" dalla sua gloria divina e si veste dell’umiltà della nostra condizione umana. Per quale ragione? "a seminare". A spargere cioè nel terreno della storia umana la sua parola: "io come luce sono venuto nel mondo" dice Gesù di sé "perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre". Fra le tante parole umane, dentro al tessuto del discorso umano risuona anche una Parola che non è umana: è di Dio. Scrivendo ai cristiani di Tessalonca, l’apostolo Paolo dice "avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opera in voi che credete" [1Tess 2,13]. Carissimi fedeli, attraverso parola umane ogni domenica vi giunge la Parola di Dio: è Dio steso che vi parla. Se vi è difficile essere convinti di questo, sappiate che "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" [1Cor 1,21b].

La parabola di Gesù vuole in primo luogo mettere in risalto il primato della iniziativa di Dio nei nostri confronti. Ed anche la paradossalità di questa iniziativa. La parola di Dio è annunciata senza limitazioni: il grano è sparso ovunque. Ed è dotata di una sua propria forza. Dall’altra, questa Parola contiene una promessa, che non dice nulla a colui che è prigioniero della terra; parla in modo tanto semplice che l’uomo orgoglioso la ritiene insignificante.

2. "Voi dunque intendete la parabola del seminatore: …". Inizia così il secondo fondamentale insegnamento datoci dalla parabola: quello riguardante la risposta dell’uomo. La proposta divina non si impone: si propone alla nostra libertà. Ed il Signore prefigura le quattro possibili risposte, perché ciascuno di noi si confronti con questa parola e si specchi in essa.

Quando uno ascolta la proposta cristiana, ma non si sforza neppure di capire di che cosa si tratta e di come la sua persona ne sia interpellata, il maligno ha buon gioco: è semente seminata sulla strada.

Quando uno appare pieno di buona volontà, ma non consente alla proposta cristiana di scendere nel profondo del suo essere, allora, quando arriva il momento serio della vita, quello in cui "giunge una tribolazione o persecuzione", pensa e dice che aveva sì dato il proprio assenso alla fede, ma non pensava che le cose fossero così serie: e se ne va.

Quando la proposta cristiana scende sì nel profondo, ma il profondo è già occupato da altri interessi o legami – Gesù significativamente parla di "preoccupazione del mondo e inganno delle ricchezze" - il Vangelo viene soffocato e vanificato anche in chi aveva ben cominciato.

Alla fine, sta il discepolo vero. Egli è caratterizzato, come avete sentito, da tre fatti: "è colui che ascolta la parola, la comprende e porta frutto". La parola annunciata diventa la sorgente che determina le sue scelte.

Carissimi fedeli, avete sentito la beatitudine dettaci dal Signore: "beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono". Sia nel nostro cuore l’intima gioia di chi credendo ha potuto incontrare Colui che è luce e vita: l’intima consapevolezza che l’essere cristiani è la più grande fortuna che ci sia capitata.



XVI DOMENICA PER ANNUM (A)
18 luglio 1999

Domenica scorsa, colla parabola del seminatore, Gesù ha cominciato, a narrare la sorte che tocca al suo Vangelo annunciato all’uomo, la storia della sua proposta di vita quando viene ascoltata dagli uomini.

La pagina del Vangelo di oggi suppone dunque che l’annuncio evangelico sia già avvenuto dentro al mondo, e si chiede: in quale condizione viene a trovarsi dentro alla storia ed alla società degli uomini? E risponde con tre parabole: una più sviluppata, le altre due più brevi.

1. "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon grano nel suo campo". Se avete seguito attentamente, avrete notato che la parabola di Gesù si basa su una serie di antitesi: il proprietario del campo ed il suo avversario, il grano e la gramigna, il tempo presente della semina dei due e il tempo futuro della mietitura, infine il granaio dove finisce il grano e il fuoco dove è bruciata la gramigna.

Attraverso questo procedimento letterario, il Signore ci guida ad una precisa comprensione della storia umana. Essa è come un tessuto intrecciato da tre libertà: la libertà del Padre che in Cristo propone all’uomo il suo progetto di salvezza: la libertà del Satana che menzognero ed omicida fin dal principio propone all’uomo il suo contro-progetto; la libertà dell’uomo che è chiamata a rispondere alla proposta evangelica e alla contro-proposta satanica. La storia umana è dunque una vicenda drammatica [non comica! non tragica!] narrata e rappresentata da tre attori: Cristo, Satana, l’uomo.

Quale è il "luogo" in cui queste tre libertà si incrociano? Il "palcoscenico" in cui questo dramma viene recitato? Leggendo con molta attenzione la pagina evangelica, possiamo dire- almeno a prima vista – che sono tre.

E’ il cuore di ciascuno di noi: il cuore di ciascuno di noi è abitato dalla luce del Cristo "che illumina ogni uomo" ed è sollecitato dalle suggestioni e dall’inganno della propria concupiscenza, del mondo in cui vive, e dalle tentazioni sataniche. Questa condizione dell’uomo è ben descritta dall’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: "io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto … Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rom 7,15-19).

Gesù dice: "il campo è il mondo", indicandoci così un secondo luogo in cui le tre libertà si incrociano. Esistono persone che seguono il Cristo nella loro esistenza; esistono persone che si chiudono al messaggio evangelico [ricordate, domenica scorsa, le varie classi di persone]. Esse convivono, non nel senso di una contiguità fisica: in un senso più profondo! Esse convivono nel senso che assieme – cioè nello stesso campo che è questo mondo – costruiscono due civiltà o culture che pur mescolate inestricabilmente, sono essenzialmente diverse. L’una infatti è frutto del buon seme seminato dal Cristo, l’altra della gramigna seminata nel cuore umano dal Satana. E il mondo è questo incrociarsi, questa profonda coabitazione della cultura della verità e dell’amore colla cultura dell’errore e dell’egoismo, in conflitto fra loro. "Ma non immaginiamo una simile opposizione come un’opposizione visibile tra due gruppi di uomini o di popoli … Ognuno di noi può essere di volta in volta abitante dell’uno o dell’altra città? In ognuno di noi le due città si combattono" (H. De Lubac).

Ma è anche vero, e l’evangelista Matteo ha compreso la parabola di Gesù anche in questa prospettiva, che anche la Chiesa è il luogo in cui convivono buon seme e gramigna. E’ questo un punto che dobbiamo chiarire bene.

Quando facciamo la nostra professione di fede, noi diciamo: "Credo la Chiesa una, santa…". Ed infatti, la parola di Dio al riguardo non lascia adito a dubbi: "Cristo" dice l’apostolo "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei per renderla santa … vuole che la Chiesa compaia davanti a Lui tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché, ma santa ed immacolata" (Ef 5,25-27).

Ma se la Chiesa è santa, non ne deriva che chi ne fa parte sia sempre senza debolezze e senza peccati: al riguardo ancora, la parola di Dio non lascia dubbi. Forse, fratelli e sorelle, vi chiederete: "come fa ad essere santa, una società umana che si compone di uomini che sono tutti, più o meno, peccatori?"

La prima risposta data a questa domanda è la proposta fatta dagli apostoli: "vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?" cioè: è la proposta di chi pensa che la vera Chiesa sia solo quella dei "santi", dei "puri". In fondo, chi si scandalizza per i peccati degli uomini della Chiesa e non tollera – nel suo riguardo – che ciò avvenga, ha nel suo cuore la più antievangelica delle eresie.

La seconda risposta è di chi pensa e dice che la Chiesa non è santa, ma peccatrice, per cui si dovrebbe dire: "Credo … la comunione dei peccatori".

In realtà "tutte le contraddizioni scompaiono, se si comprende che i membri della Chiesa peccano, ma in quanto tradiscono la Chiesa: la Chiesa non è senza peccatori, ma è senza peccato. La Chiesa come persona prende la responsabilità della penitenza [per i suoi figli peccatori], non prende la responsabilità del peccato [dei suoi figli peccatori] ". (Ch. Journet, Théologie de l’Eglise, Paris 1958, pag. 235, […] aggiunta mia).

2. Ecco questa è la condizione in cui versa l’avvenimento cristiano dentro alla storia. Per concludere, come dobbiamo vivere questa condizione?

- Nessuno di noi si senta sicuro! Né il buon grano è assicurato di non tradire, diventando gramigna né la gramigna rinunci alla conversione. Nessuna frontiera invalicabile fissa per sempre una persona, prima della morte, in una parte o nell’altra: essere mescolati nello stesso campo significa paradossalmente poter cambiare nel cuore, convertirsi o pervertirsi (cfr. Agostino, PLS2,422: hic in agro fit aut de zizaniis triticum, aut de tritico zizzania).

- La pazienza magnanima è attitudine fondamentale in questa situazione: di chi sa che il giudizio di Dio sta già operando, poiché nei cuori di ogni vero credente "lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili … perché Egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio".

Gesù il Maestro che parla in parabole: Il Seminatore

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole Siamo ancora all'interno del secondo arco narrativo. La questione circa i veri parenti di Gesù pone la questione fra quali siano quelli dentro al Regno e quelli fuori dal Regno, rendendo subito chiaro che al Regno non si appartiene per diritto di nascita o per parentela, ma per fede.

Nel cuore di questa seconda narrazione abbiamo uno dei pochi discorsi di Gesù presenti nel Vangelo di Marco, dove Gesù appare come il Maestro che parla in parabole: Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole (Mc 4,1-2).
Marco, che non riporta molte parabole di Gesù, ne presenta in questo discorso cinque: la parabola del seminatore con la relativa spiegazione e quattro parabole dette «di contrasto» per il fatto che rivelano qualcosa proprio attraverso immagini contrastanti: la luce e il buio; la misura per gli altri e la misura per sé; il seme e la crescita; il piccolo granello di senapa e il grande arbusto.

Al termine della prima parabola narrata, quella del seminatore, troviamo un'interessante annotazione: Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: "A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato" (Mc 4, 10-12).
Il tema di quelli che sono dentro e quelli che, invece, restano fuori, viene così riproposto e chiarito proprio attraverso la narrazione parabolica.

Il termine «parabola» traduce il vocabolo ebraico mashal con il quale si designa un racconto, spesso enigmatico che, attingendo a scene di vita quotidiana, vuole costruire un paragone volto ad illuminare una realtà altra, misteriosa e altrimenti inconoscibile. Era un genere letterario noto ai rabbini ed esistono parabole anche nei testi del primo Testamento. Mentre l'allegoria suppone che tutte le parti della narrazione trovino riscontro nella realtà che si vuole sottendere, la parabola mette a fuoco un insegnamento centrale cui mira tutta la narrazione andando, appunto, ad illuminare una realtà nascosta e sconosciuta. L'intento della parabola non è quindi didattico, ma teologico, perché vuole offrire un paragone di ciò che altrimenti, difficilmente si potrebbe conoscere. Le parabole, dunque, più che rispondere all'interrogativo «chi è Gesù», svelano qualcosa del mistero del Regno, sebbene il Regno, come espliciterà l'evangelista Luca, sia Gesù stesso.
L'enigma delle parabole viene rivelato solo a quelli che in qualche modo sono già dentro al mistero del Regno, a quelli che si sono sbilanciati seguendo Gesù, mentre agli altri, a quelli di fuori, resta insoluto. L'affermazione di Gesù, riportata da Marco, sorprende e pare ai nostri orecchi occidentali un'ingiustizia: "A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato"
Si cita qui, sia pure con qualche variante, un passo di Isaia che esprime in modo semitico come anche il rifiuto e l'incomprensione del progetto di Dio da parte del popolo è ordinato al bene dell'uomo e alla sua salvezza. Il fatto che alcuni non comprendano, li scagiona dalla responsabilità del rifiuto e rende possibile la loro salvezza. Quanti intendono però vengono compresi dal Mistero e perciò condotti a crescere e a rafforzarsi in esso, entrando nella logica del Regno.

La parabola del seminatore
Alla parabola del seminatore, che è la principale parabola del Vangelo di Marco, dedicò molta attenzione e molta riflessione il pittore olandese Vincent van Gogh. Il quale realizzò sul soggetto diversi disegni e tele.

Van Gogh nacque nel 1853 in un piccolo villaggio, di nome Goot Zundert, del Brabante olandese. Questa regione, situata ai confini con il Belgio, pur appartenendo ai protestanti Paesi Bassi, dal punto di vista religioso risentì delle influenze cattoliche delle Fiandre. Il padre e lo zio di Vincent erano pastori protestanti e appartenevano alla Scuola di Groninga, un movimento riformista sorto nell'Ottocento all'interno del calvinismo olandese che, aspirando al prevalere della religiosità sentita rispetto all'aridità del dogma, volentieri si ispirava all'Imitazione di Cristo di Kempis e al Viaggio del Pellegrino di Bunyan. Anche Vincent, dopo alcuni fallimenti nel lavoro e in amore, maturò in Inghilterra la vocazione religiosa decidendo di seguire le orme paterne. Il tentativo fallì, ma egli riuscì tuttavia a dedicarsi per un certo tempo alla predicazione come evangelizzatore laico. Esistono alcuni sermoni sul tema della semina dove egli paragona Dio a un seminatore che "infonde la sua benedizione nel seme del suo Verbo gettato nei nostri cuori (sermone del 1876)". Un'espressione che getta luce non solo sulla parabola marciana, ma anche su una delle prime tele di Vincent raffiguranti il seminatore (Figura 1).

Rileggiamo la parabola contemplando appunto, quest'opera (il Seminatore di Otterlo ND) realizzata nel 1888 ad Arles in Provenza, durante il suo soggiorno con Gauguin nella Casa Gialla.
Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: "Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno". E diceva: "Chi ha orecchi per intendere intenda!
" (Mc 4,2-9).


Il seminatore uscì a seminare. Quando uscì? Giornate e giornate di lavoro sembrano pesare sulle spalle di questo seminatore e quel sole all'orizzonte pare accompagnarlo da sempre.
La parabola evangelica è qui descritta con un unico sguardo: il terreno che attende il seme, il selciato, gli uccelli rapitori del seme e la messe che biondeggia già all'orizzonte. E il seminatore continua a seminare, instancabile. Nel suo andare ha ancora lo slancio della prima ora, getta il seme senza calcolo, non si attarda a considerare la qualità della terra, non bada agli uccelli, semina semplicemente e generosamente. Addirittura il suo abito ha i colori del terreno. É diventato tutt'uno con esso. Van Gogh ha lavorato per contrasto, proprio come Marco nelle sue parabole: i gialli accanto ai viola, la pennellata nervosa che riproduce le asperità del terreno, le zolle rimosse, la terra battuta del sentiero.
Come il seminatore è tutt'uno col terreno così Vincent è tutt'uno con la sua pittura. Il sole cocente del sud della Francia viene riletto in chiave mistica e tutta la scena è impregnata di simbolismo religioso. Van Gogh, del resto, aveva guardato al suo grande Maestro di Barbizon, papà Millet - noto per il misticismo presente nelle sue scene di vita contadina -, ma aveva rivestito i toni bruni e grigi dell'artista francese con i colori luminosi della Provenza.

L'intento di Gesù nel narrare la parabola del seme era dischiudere il mistero del Regno. Il seminatore che getta il seme con abbondanza senza risparmio, senza calcolare la qualità del terreno, è il Verbo di Dio che getta con liberalità la sua parola. Ha colto nel segno perciò van Gogh, riempiendo la scena della luce aurea del Padre che accompagna il lavoro del suo Verbo nel campo del mondo. Non sta all'uomo giudicare chi sia dentro o chi sia fuori al Mistero, ma è l'accoglienza del seme della Parola a deciderlo.
L'insegnamento sul mistero del Regno diventa pertanto anche un insegnamento sull'identità del vero discepolo, che è l'altra grande domanda a cui risponde il vangelo di Marco. Seguendo questa prospettiva Van Gogh darà alla parabola anche un'altra lettura, più personale identificandosi con il seminatore. Vincent si sentiva, attraverso la sua pittura, un seminatore della Parola di Dio tanto quanto lo fu da Evangelizzatore laico. La meditazione della Parola lo incoraggiava a non indietreggiare davanti al mancato riconoscimento della sua arte, ma a trasfondere tutto se stesso nel colore e nel soggetto che aveva dinanzi.
Questo lascia un grande insegnamento a noi, tentati spesso di giudicare un lavoro, un'opera, un impegno a partire dall'accoglienza trovata, dai risultati ottenuti, dall'efficienza. Cristo, narrando la parabola del seminatore, vuole invece preparare i suoi allo scandalo della croce. Uno scandalo del quale parlerà apertamente nei capitoli successivi del Vangelo.
Il mistero del Regno non obbedisce alla logica del successo, delle conversioni di massa, ma conosce la logica del seme, fatta di attese e di maturazioni, di inizi modesti e di sviluppi lenti ma costanti, fino alla piena manifestazione del Mistero e della Potenza nascosti i n esso. Colui che annuncia il Regno deve entrare in questa dinamica, deve assumere la pazienza del contadino senza arrogarsi il diritto di giudicare su quali terreni seminare, ma in tutto lasciare al seme di sprigionare la sua forza intrinseca. La potenza insita nel seme, infatti ha una sua evidenza che non verrà mai smentita.

Le parabole del contrasto che seguono la parabola del seme, narrano di questi paradossi: la lampada che non può che risplendere, la misura con la quale si misura che sarà quella usata per misurarci, il seme che spunta da solo senza il concorso di alcuno e il minuscolo granello di senapa che diventa un albero gigantesco.

La spiegazione della parabola
La parabola del seme viene spiegata nel Vangelo spostando l'attenzione dal seme ai terreni. Qui gli studiosi intravedono non tanto l'insegnamento di Gesù, quanto l'interpretazione della parabola da parte della prima comunità cristiana:
Continuò dicendo loro: "Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole?
Il seminatore semina la parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro.
Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.
Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno".
(Mc 4, 13-20).

Van Gogh dedicò nel medesimo 1888, un'altra tela al tema del seminatore (Il seminatore di Winterthur CH) (Figura 2). In essa il panorama è profondamente mutato, siamo in autunno e il sole cocente dell'estate è scomparso. Ogni misticismo è spento e il cielo evidenzia il profilo di una comune cittadella. Anche la promessa di un generoso raccolto, rappresentata prima dal biondeggiare delle messi, è scomparsa e l'attenzione dell'artista è tutta concentrata sul terreno.
I rapporti con Gauguin con cui condivideva la Casa Gialla di Arles si erano a quel tempo già deteriorati e Vincent percepiva l'infrangersi prossimo dei progetti che aveva coltivato con l'amico. Questa tela esprime perciò la melanconia di un autunno dell'anima, in cui la percezione dell'avvicinarsi dell'inverno lascia spazio alla paura che il seme non maturi, non resista ai rigori del gelo e soccomba.

Per motivi analoghi l'interpretazione della prima comunità cristiana si spostò dal mistero del Verbo al mistero dell'iniquità che attraversa la Chiesa. Inevitabilmente il mistero di Cristo getta luce sul mistero dell'uomo, sulle sue contraddizioni e sui suoi ritardi. La tecnica del contrasto tra giallo e viola, così serrato e perciò luminoso, usata da Van Gogh nella tela precedente per dipingere le zolle, viene ancora utilizzata in questo dipinto, ma le pennellate più distanziate rendono meno marcato il contrasto e attutiscono la luminosità della scena, che nell'opera precedente era altamente caricata dal cielo immerso nei raggi solari. Qui volutamente Vincent lascia intravedere tra le zolle, il bianco della tela, quasi ad esprimere l'incompiutezza dell'uomo, la sua finitudine, il suo limite. Le zolle diventano allora la parabola dei rapporti umani con il seme del Verbo, rapporti imperfetti e inadeguati perché costretti dentro a un panorama quotidiano che non conosce l'ampio respiro della prospettiva divina, capace di vedere il Bene nelle pieghe oscure della storia.
Marco invita dunque il discepolo che si pone alla sequela di Gesù a saper attendere, a saper guardare, a non aspettarsi un Messia preconfezionato secondo i propri schemi, a non sognare una Chiesa di puri e di perfetti, ma ad aprirsi lentamente al Mistero proprio come il seme che nel buio della terra coltiva la speranza di un sole che, pur oscurato dal variare delle stagioni, c'è e rivelerà presto tutto il suo fulgore.