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San Cesario di Arles. Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino


Durante la lettura dell’evangelo, fratelli carissimi, abbiamo udito: 
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2). Il regno dei cieli è Cristo, 
che, come a tutti è noto, è il conoscitore dei buoni e dei cattivi e il giudice di tutte le 
cause. Preveniamo dunque Dio con la confessione del peccato e prima del giudizio
purifichiamo l'anima da tutti i suoi errori. E grave rischio non mettere ogni cura nel 
correggerci dal peccato; e dobbiamo far penitenza quando comprendiamo che 
soprattutto delle motivazioni delle nostre mancanze saremo chiamati a render conto. 
Riconoscete, dilettissimi, quanto grande sia l'amore di Dio per noi nel volere che 
ripariamo le nostre colpe prima del giudizio; perciò infatti il giusto giudizio premette 
sempre un'ammonizione prima di esercitare la severità. Per questo, dilettissimi, il 
nostro Dio esige da noi fiumi di lacrime, affinché con la penitenza ripariamo ciò che 
perdemmo per negligenza. 

Sa Dio che non sempre l'uomo è perseverante nel bene: di frequente pecca nell'agire o 
sbaglia nel parlare; perciò ci ha insegnato la via della penitenza, con cui riedificare 
quel che si è distrutto e riparare gli errori. Perciò l'uomo, per essere sicuro del perdono, deve sempre gemere sulla sua colpa. Tuttavia, benché la condizione umana 
sia così inferma a causa  delle sue tante ferite, nessuno  disperi, perché il Signore è 
tanto munifico che ama elargire a tutti i bisognosi i doni della sua misericordia. Ma 
forse qualcuno dice: Perché dovrei temere, io che non faccio nulla di male? Ascolta, a 
questo proposito, ciò che dice l'apostolo Giovanni:  «Se diciamo che siamo senza 
peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8). Nessuno dunque vi 
seduca, dilettissimi: il peccato peggiore è di non riconoscere i propri peccati. Chi 
riconosce le sue colpe può riconciliarsi con Dio per mezzo della penitenza; mentre 
nessun peccatore è più degno di essere commiserato di chi ritiene di non avere di che 
pentirsi. Perciò vi esorto con le parole della Scrittura:  «Umiliatevi sotto la potente 
mano di Dio» (1 Pt 5,6). E poiché nessuno è senza peccato, nessuno vi sia che non 
faccia penitenza: se qualcuno infatti presume di essere innocente, proprio per questo è 
colpevole. C'è chi ha colpe più lievi, ma nessuno è impeccabile; certamente c'è 
differenza fra l'uno e l'altro, ma nessuno è immune da colpa. Quindi, carissimi, chi ha 
offeso Dio più gravemente chieda perdono con maggior fiducia; chi poi non si è 
macchiato di peccati gravi, preghi per non cadervi, per la grazia del Signore nostro 
Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.


dai «Discorsi»


San Giovanni Crisostomo. Da allora Gesù prese a predicare e a dire: «Convertitevi, perché è vicino il regno dei cieli»


"Da allora Gesù prese a predicare e a dire: «Convertitevi, perché è vicino il 
regno dei cieli»" (Jn 1,9). Ma quando Gesù comincia a predicare? Da quando 
Giovanni fu chiuso in prigione. Ma perché non predicò prima? E che bisogno aveva 
di Giovanni Battista, dato che le sue opere gli rendevano già un’efficace 
testimonianza? Ecco: perché noi potessimo comprendere maggiormente la sua 
grandezza: Gesù Cristo ha i suoi profeti, così come il Padre ha avuto i suoi. Proprio 
questo rileva Zaccaria nel suo cantico: "E tu, bambino, sarai chiamato profeta 
dell’Altissimo" (Lc 1,76). Era necessario il precursore, inoltre, perché agli insolenti 
Giudei non restasse alcuna scusa, come testimonia lo stesso Gesù Cristo con le 
parole: "È venuto Giovanni, che non mangiava né beveva, e hanno detto: Ha il 
demonio addosso. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve ed essi dicono: 
Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Alla sapienza, 
però, è resa giustizia dai figli suoi" (Mt 11,18-19). E ancora era necessario che tutto 
quanto riguardava il Cristo fosse manifestato in anticipo da un altro, prima di esserlo 
da lui stesso. Infatti, se dopo tante testimonianze e dopo tali prove, i Giudei dissero: 
"Tu rendi testimonianza a te stesso; la tua testimonianza non è valevole" (Jn 8,13), 
che cosa avrebbero osato dire se, prima che Giovanni avesse parlato, si fosse 
presentato in pubblico e avesse reso per primo testimonianza in favore di sé?

Ecco ancora perché Gesù non comincia a predicare prima di Giovanni e non compie 
alcun miracolo, se non dopo che il suo precursore è stato rinchiuso in prigione: nel timore che nascesse qualche scisma tra il popolo. Per la stessa ragione Giovanni non 
compie miracoli, allo scopo di lasciar accorrere tutta la folla a Gesù, trascinata dai 
prodigi che il Signore faceva. Infatti, se anche dopo i miracoli operati da Gesù Cristo, 
i discepoli di Giovanni, sia prima che dopo il suo incarceramento, erano ancora presi 
da gelosia verso Gesù e molti pensavano che il Messia non fosse lui, bensì Giovanni, 
che cosa sarebbe accaduto se Dio non avesse preso queste sagge misure?

Ecco le ragioni per cui anche Matteo vuol sottolineare che «da allora» Gesù 
incominciò a predicare. E, all’inizio della sua predicazione, Gesù insegna ciò che 
Giovanni ha detto. Nei suoi primi discorsi non parla ancora di se stesso, ma si 
contenta di predicare la penitenza. Per quel tempo era già abbastanza desiderabile far 
accettare la penitenza, dato che allora il popolo non aveva ancora di Cristo un’idea 
sufficientemente adeguata. E  all’inizio, non annuncia niente di terribile o di 
spaventoso, come aveva fatto Giovanni parlando della scure tagliente già posta alle 
radici dell’albero, del ventilabro che ripulisce l’aia, e di un fuoco inestinguibile. 
Dapprima, parla soltanto dei beni futuri, rivelando a coloro che lo ascoltano il regno 
che ha loro preparato nei cieli.

"Gesù camminava lungo il mare di Galilea, quando vide due fratelli: Simone, detto 
Pietro, e Andrea, suo fratello, che gettavano la loro rete in mare, essendo pescatori. 
E disse loro: «Seguitemi e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, abbandonando 
subito le reti, lo seguirono" (Mt 4,18-20). Giovanni evangelista descrive in maniera 
diversa la chiamata di questi apostoli; è evidente, quindi, che quanto ci narra Matteo è 
la loro seconda chiamata, come chiunque può costatare anche da molte altre 
circostanze. Giovanni, infatti, dice esplicitamente che questi due discepoli si 
avvicinarono a Gesù prima che il precursore fosse incarcerato, mentre quanto Matteo 
narra qui avvenne dopo l’arresto del Battista.

Inoltre, Giovanni precisa che fu Andrea a chiamare Pietro, mentre Matteo dice che 
Gesù li chiamò tutt’e due. E ancora Giovanni riferisce: "Gesù, vedendo Pietro venire 
verso di lui, gli disse: Tu sei Simone, figlio di Giona, sarai chiamato Cefa - che vuol 
dire pietra" (Jn 1,42). Matteo, dal canto suo, lascia intendere che Simone era già 
chiamato con questo secondo nome, quando dice che Gesù vide «Simone, detto 
Pietro». Si può, tuttavia, arrivare alla stessa conclusione, riferendosi al luogo ove i 
due fratelli furono chiamati da Gesù e a parecchie altre circostanze; lo si deduce anche dal fatto che essi gli obbedirono con immediatezza, lasciando tutto quanto 
possedevano: essi, infatti, erano ormai ben preparati e pronti. Giovanni evangelista ci 
presenta Andrea, che va a trovare Gesù nella sua casa e che da lui apprende molte 
cose, mentre qui Matteo riferisce che i due discepoli, udita una sola parola di Gesù, 
immediatamente lo seguirono. È quindi verosimile che questi apostoli avessero già 
seguito Gesù prima e che poi lo avessero lasciato; è verosimile inoltre che, quando 
essi seppero che Giovanni era stato messo in prigione e Gesù si era allontanato, siano 
tornati nuovamente alla loro antica professione di pescatori nel loro paese; perciò 
Cristo li ritrova mentre stanno pescando. Quando essi vollero lasciare Gesù la prima 
volta, egli non lo impedì loro e neppure li abbandonò definitivamente perché allora lo 
avevano lasciato. Infatti, dopo aver permesso loro di andarsene, torna a loro  una 
seconda volta per riprenderli e guadagnarli alla sua causa: e questo è il modo migliore 
di pescare gli uomini.

Osservate, ora, la fede e l’obbediente docilità dei discepoli. Gesù parla, mentre essi 
si trovano nel bel mezzo del loro lavoro (e voi sapete quale occupazione 
appassionante sia la pesca); ebbene essi, appena sentito il suo invito, non si 
ritraggono, né rinviano e neppure dicono: Lasciaci andare a casa un momento per 
parlare con i nostri parenti; ma, abbandonata ogni cosa, lo seguono, come fece un 
tempo Eliseo nei confronti di Elia. È una obbedienza pronta e perfetta come questa, 
che Gesù Cristo esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando 
vi fossero fortissime ragioni ad ostacolarla. Per questo, quando s’avvicinò a Gesù un 
altro discepolo, chiedendogli di poter seppellire il padre, Gesù non lo lasciò andare, 
per dimostrarci che fra tutte le opere la prima e la più necessaria è seguirlo. E se voi 
osservate che la promessa che egli fa loro è grande, io vi risponderò che li ammiro 
ancor di più in quanto, senza aver veduto alcun miracolo di Gesù, prestano fede a tale 
promessa e pospongono tutto per seguirlo. Essi credettero che le parole, dalle quali 
erano stati pescati, avrebbero consentito anche a loro di pescare un giorno gli altri 
uomini. Questa, infatti, fu la promessa che Gesù fece.

A Giacomo e a Giovanni non promise niente di simile, perché l’obbedienza dei due 
primi apostoli aveva già aperto loro la via; e, d’altra parte, essi avevano già udito 
molte cose sul conto di Gesù e non avevano quindi bisogno di promesse. Considerate 
ora con quanta cura il Vangelo ci sottolinea le condizioni di povertà di questi 
discepoli. Gesù li trovò intenti a rattoppare le loro reti (Mt 4,21-22), che erano 
costretti a riparare non potendo procurarsene altre nuove. Ebbene, è una non mediocre dimostrazione di virtù quella di sopportare senza sforzo la miseria, di vivere 
del faticoso ma lecito lavoro, di essere uniti fra loro dalla forza dell’amore e di tenere 
perciò con sé il padre, che servono e mantengono. Non appena Gesù ebbe chiamato i 
discepoli, cominciò subito a compiere miracoli in loro presenza, per confermare in tal 
modo quanto Giovanni Battista aveva detto di lui. 


Crisostomo Giovanni, In Matth. 
14, 1-2.


Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario



Nuova evangelizzazione non può voler dire: attirare subito 
con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. 
No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. 
Nuova evangelizzazione vuol dire: 
Non accontentarsi del fatto che dal grano di senape 
è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, 
non pensare che basti il fatto che nei suoi rami 
diversissimi uccelli possono trovare posto, 
ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, 
quando e come crescerà
Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo 
ed i movimenti di massa sono sempre effimeri.

Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Marco 4,26-34.


Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa. 


IL COMMENTO


Una parola meravigliosa. Quando tutto sembra sbriciolarsi, quando tra le mani non ci ritroviamo altro che fallimenti, quando forte è la tentazione di abbandonare tutto, risuonano le parole di Gesù, un balsamo di verità che ci riconduce alla pace.


Tutto il Vangelo è percorso da una linea rossa di follia, la stoltezza della Croce, che Paolo stigmatizza tante volte. Il Vangelo, ma anche l'Antico Testamento, spesso ci trascina in un violento testacoda, e ci ritroviamo spaesati, stranieri in un mondo che non ci appartiene. E' il Regno di Dio descritto nelle parabole del Vangelo di oggi. Gesù si sofferma sull'importanza dell'ascolto, sul modo in cui si ascolta; parimenti, ammonisce chi non può ascoltare perchè preda della carne e del demonio, chiuso nelle strette del mondo e della sua mentalità. Le parabole di oggi non sono zuccherini a consolare e ad invitare alla pazienza. Non sono solo questo.


Occorre innanzi tutto un orecchio aperto per comprendere di che cosa si parla, essere stati trascinati fuori dalle proprie sicurezze, dagli schemi, attraverso fallimenti ed angosce, e aver assaporato qualcosa di completamente diverso, il vino nuovo del Regno. Occorre essere in cammino, in conversione. Chi è installato, seppur veda sbriciolarsi la vita tra le mani, non comprenderà nulla di queste parabole. Le prenderà come utopia o con sentimentalismo e moralismo, ma non sposteranno di un centimetro il suo sentire profondo. Si tratta delle confidenze di Gesù ai suoi amici, dei misteri del Regno riservate ai suoi eletti. Nel Vangelo rieccheggia infatti il termine "Apostolo" a proposito della mietitura. Più precisamente laddove leggiamo "porre mano alla falce" l'originale greco ha "apostellei" che significa inviare, da cui deriva la parola apostolo, utilizzato anche a proposito della chiamata e della missione dei Dodici (cfr. 3,14. 6,7).


Per comprendere la parola apostello occorre rifarsi all'ambiente ebraico nel quale è nato il Nuovo Testamento. Lo "schaliah", tradotto con Apostello, in ebraico è un procuratore nel quale è considerato presente colui che lo ha inviato. Il Talmud ripete più di venti volte che "Lo schaliah di una persona è un altro se stesso". Così è, ad esempio, per Eleazaro, il servo-schaliah di Abramo, in occasione del matrimonio di Isacco, al punto che esso fu considerato definitivo allorchè Eleazaro scelse Rebecca ed ella acconsentì. Nel Nuovo Testamento la consapevolezza di uno schaliah di essere un altro se stesso di chi lo inviava, dal piano della finzione giuridica passa a quello di una realtà mistica ed esistenziale. Per lo Spirito Santo, Cristo dimora negli Apostoli che non solo lo rappresentano giuridicamente, ma divengono essi stessi la sua presenza. L'Apostolo di Cristo è Cristo stesso, il suo potere si esprime attraverso di lui, quello che legherà in terra sarà legato in Cielo.


Questa profonda intimità è la chiave delle Parabole del Vangelo di oggi. L'apostolo ha lo stesso sentire di Colui che lo ha inviato, ha il suo pensiero dirà San Paolo. Se c'è una perfetta identità tra l'apostolo e Gesù, vi è anche tra il Signore ed il Regno dei Cieli. E' Lui stesso il Regno della parabola, che getta il seme che cade in terra, muore e risorge. Attraverso il Mistero Pasquale, il Regno di Dio è seminato irrevocabilmente nella storia, in ogni generazione. Esso segue il percorso di sviluppo proprio di un seme. E' la Grazia che lo feconda, che ne protegge gli inizi, che lo porta a maturazione. Per questo Gesù dice che la terra produce spontaneamente, letteralmente senza una causa spiegabile - come è stato per Lui stesso nel grembo di Maria - stelo, spiga e chicco pieno.


A questo punto entrano in gioco gli apostoli, gli altri se stessi del seminatore, che sono inviati a raccogliere, attraverso la predicazione, il grano ormai pronto. Per questo Gesù nel Vangelo di Giovanni invita i discepoli a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura; Gesù deve mangiare un pane diverso, sconosciuto sino ad allora, l'opera di Colui che lo ha inviato, la sua volontà che si definisce nella Croce che lo consegna in riscatto per ogni uomo. Gesù vede profeticamente il suo mistero di Pasqua come un frutto maturo, ed invita i suoi discepoli ad alzare lo sguardo e ad avere il suo stesso pensiero, gli stessi occhi profetici sul mondo e sugli uomini. "Perchè si rallegri insieme chi semina e chi miete" (cfr. Gv. 4,14ss), perchè vi è completa identità tra di loro, perchè sono una stessa persona. Per questo Gesù nella sua predicazione dice che il Regno è vicino, mentre agli apostoli inviati in missione raccomanda di annunciare che il Regno di Dio viene con loro. Si tratta di Lui che è vicino, e di loro, che portano dentro il Signore.


"Il Regno è come un uomo che getta il seme...", e quell'uomo è Cristo. Lui ha gettato la sua vita sin dentro la tomba, e giù negli inferi. Il suo sangue ha irrorato i secoli e le generazioni, e ha dato vita, e ha fatto crescere, e ha fatto risorgere dal peccato e dalla morte. Gli apostoli sono inviati a raccogliere, per Lui ed in Lui, la sua vittoria. L'annuncio del Vangelo è già la mietitura! E' questo il testacoda delle parabole odierne. E' un cambio radicale di prospettiva. Non vi sono misure e parametri umani al successo dell'evangelizzazione. Per questo il Signore utilizza la metafora del granello di senapa, il più piccolo tra semi della terra. Ma come, per l'opera più importante, per la salvezza di ogni uomo, si parla di senapa? Certo, e non può essere diversamente! Essa è una metafora per dire che il pensiero di Dio non è il pensiero dell'uomo. I suoi cammini non sono i nostri. E Pietro sarà apostrofato come satana, e ricacciato dietro, a seguire le orme di Gesù dirette a Gerusalemme, perchè non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini, e si vuol mettere davanti a Lui, divenendo così un inciampo alla sua opera.


Il successo è già, anche se non ancora. E' già perchè Cristo ha vinto la morte, ed il seme invincibile della sua vittoria è già all'opera, misteriosamente, nel mondo. Non ancora perchè la carne impedisce la pienezza, riservata al Cielo. Su questa certezza la Chiesa ha lasciato il Monte delle Beatitudini e si è lanciata sui sentieri del mondo, sino agli estremi confini della terra. E preme l'urgenza, perchè l'inverno è passato, perchè il mondo muore, e le viscere di Dio fremono di compassione nel cuore della Chiesa. Essa sa che ovunque vi sono chicchi pieni da mietere. Ed essi non sono altro che il gregge degli eletti che saranno mietuti, chiamati, per far presente, nel mondo, la vittoria di Cristo, come primizie del suo Regno celeste: il sale, la luce, il lievito. Altri, misteriosamente, forse alla fine dei tempi, saranno raccolti nei granai del Cielo. Altri, non obbedendo alla Parola, strozzando orgogliosamente l'eco dell'annuncio che viene a mietere quanto già seminato, si condanneranno. E' la libertà, l'amore gratuito di Dio.


Il Vangelo ci invita dunque a convertirci di nuovo, ad uscire dai nostri schemi, a lasciarci attrarre nell'intimità di Cristo, ad avere la sua mente, che è la mente di Dio, la conoscenza profonda del suo Mistero. I tempi non sono dati a conoscere, ma per chi ha la certezza del compimento della salvezza, per chi vive in Cristo, per i suoi apostoli, questo non costituisce problema. Certo le tentazioni di sconforto sono quotidiane. L'evangelizzazione non è una passeggiatina: perchè l'annuncio risuoni e faccia apparire il chicco maturo occorre che riproduca lo stesso suono, la nota capace di liberare nei cuori la musica nascosta: la Passione del Signore. Per questo la storia dell'evangelizzazione è stata e sarà sempre storia di martirio, di solitudine, di umano fallimento.


Ma la pazienza dell'apostolo, prova della sua elezione, è fondata sulla certezza incrollabile della vittoria di Cristo, Parola definitiva sulla storia. Esserne partecipi attraverso la Croce e la persecuzione è motivo di vanto e di onore, non certo di dubbio e sconforto. Ma la fede è un cammino, la certezza non è frutto di alchimie. Occorre sperimentare, a poco a poco, nella propria vita, la presenza di Cristo, e così lasciare il mondo e i suoi criteri per approdare al pensiero, al sentire di Cristo. E vivere come dentro una profezia compiuta ma non ancora visibile: imparare a vedere, nel deserto, i fiumi di acqua viva promessi. E' come un rivolo d'acqua sotto le rocce, invisibile a chi pretende di vedere, ancor prima della fonte, un fiume nel suo fluire maestoso. Ma il rivolo c'è, e si fa fonte, e poi ruscello e poi fiume, e poi mare. Così per un apostolo è ragionevole quanto per il mondo è irragionevole, anche la sua stessa vita, gettata come un seme su terra arida, la follia più sapiente. La vita nascosta con Cristo in Dio, il pensiero fisso nel Cielo, per ricondurvi ogni figlio disperso nel buio della roccia, nel segreto della solitudine.


Così vive ogni istante la Chiesa, seme invisibile, calpestato, ma con dentro la forza e l'onnipotenza di Dio. La Chiesa che mostra al mondo il riposo e la Vita proprio nei rami distesi della Croce, i suoi figli perseguitati nel martirio della storia. La Chiesa è già un rifugio per le Nazioni, i pagani avvolti dalle tenebre della menzogna, simboleggiati dagli "uccelli" nelle parole di Gesù ; ma non ancora, perchè il Vangelo deve essere annunciato ad ogni creatura. Solo allora sarà la fine, e le braccia crocifisse di Cristo potranno, eternamente, attirare tutti a sè. Siamo chiamati ad essere apostoli nella Chiesa che brucia dello stesso zelo del suo Signore, la falce dell'annuncio in ogni angolo della terra, nella speranza, nella fede e nella carità che sono il cuore e la mente di Dio.


APPROFONDIRE






Lettera a Diogneto (circa 200)
VI ; SC33bis, 65


Seminati per terra


Come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo (Gv 17,16). L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano.


L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli (1 Cor 15,50)… Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie su Matteo, cap. 13


« Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo ; se invece muore, produce molto frutto » (Gv 12,24)


« Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo ; una volta cresciuto, diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami » (Mt 13, 31). Questo granellino di senapa simboleggia per noi Gesù Cristo che, messo in terra nel giardino dove è stato seppellito, ne è uscito fuori dopo la sua risurrezione, in piedi come un grande albero.


Possiamo dire che quando morì, fu come un granellino di senapa. Fu un granellino di senapa nell'umiliazione della sua carne e un grande albero nella glorificazione della sua maestà. Fu un granellino di senapa quando vi è apparso sfigurato, e un albero quando è risuscitato come « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 44,3).


I rami di questo albero misterioso sono i santi predicatori del vangelo la cui estensione ci è stata descritta nel salmo : « Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola » (Sal 19,5 ; cfr Rm 10,18). Gli uccelli si riposano fra i suoi rami quando le anime giuste, che si sono elevate dai fascini della terra appoggiandosi sulle ali della santità, trovano nelle parole dei predicatori del vangelo la consolazione di cui hanno bisogno nelle pene e le fatiche di questa vita.


Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa 
Commento al Vangelo di San Luca 7, 179-182 ; SC 52


Cristo seminato nella terra


        In un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, e pure risorse... E così è diventato un albero... Dunque, anche voi seminate Cristo nel vostro orto... Con Cristo, macinate il granello di senapa, spremetelo e seminate la fede. La fede viene 'spremuta' quando crediamo a Cristo crocifisso. Era stata 'spremuta' la fede di Paolo quando diceva: «Non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,1-2)... Noi seminiamo la fede quando, secondo il Vangelo o le letture degli apostoli e dei profeti, crediamo alla Passione del Signore; seminiamo la fede quando la ricopriamo del terriccio arato e dissodato della carne del Signore ... Chi infatti ha creduto che il Figlio di Dio si è fatto uomo crede che è morto per noi e che è risuscitato per noi. Semino dunque la fede quando 'pianto' la tomba di Cristo nel mio giardino.


        Volete sapere se Cristo è un granello ed è lui che viene seminato? «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24)... E' Cristo stesso che lo dice. Dunque è chicco di grano, perché «sostiene il cuore dell'uomo» (Sal 104,15), ed anche granello di senape perché riscalda il cuore dell'uomo... E' chicco di grano quando si tratta della risurrezione, perché la parola di Dio e la prova della risurrezione nutrono le anime, aumentano la speranza, rafforzano l'amore – poiché Cristo è «il pane di Dio disceso dal Cielo» (Gv 6,33). Ed è granello di senape, perché parlando della Passione del Signore c'è più amarezza ed asprezza.  



Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario

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Nuova evangelizzazione non può voler dire: Attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. Nuova evangelizzazione vuol dire: Non accontentarsi del fatto, che dal grano di senape è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, non pensare che basti il fatto che nei suoi rami diversissimi uccelli possono trovare posto - ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, quando e come crescerà (Mc 4, 26-29). Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo ed i movimenti di massa sono sempre effimeri.

Benedetto XVI


Dal Vangelo secondo Marco 4,26-34.


Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.



IL COMMENTO

Una parola meravigliosa. Quando tutto sembra sbriciolarsi, quando tra le mani non ci ritroviamo altro che fallimenti, quando forte è la tentazione di abbandonare tutto, risuonano le parole di Gesù, un balsamo di verità che ci riconduce alla pace della Verità.
Tutto il Vangelo è percorso da una linea rossa di follia. La stoltezza della Croce, che Paolo stigmatizza tante volte. Il Vangelo, ma anche l'Antico Testamento ci trascina in un violento testacoda, e ci ritroviamo spaesati, stranieri in un mondo che non ci appartiene. E' il Regno di Dio descritto nelle parabole del Vangelo di oggi. Per questo Gesù si sofferma tante volte sull'importanza dell'ascolto, del modo in cui si ascolta, delle orecchie atte ad intendere. E, parimenti, ammonisce chi non può ascoltare perchè preda della carne e del demonio, chiuso nelle strette del mondo e della sua mentalità. Le parabole di oggi non sono zuccherini a consolare e ad invitare alla pazienza. Non sono solo questo.
Occorre innanzi tutto orecchio aperto per comprendere di che si parla. Occorre essere stati tascinati fuori dalle proprie sicurezze, dagli schemi, attraverso fallimenti ed angosce, e aver assaporato qualcosa di completamente nuovo, il vino nuovo del Regno. Occorre essere in cammino, in conversione. Chi è installato, seppur veda sbriciolarsi la vita tra le mani, non comprenderà nulla di queste parabole. Le prenderà come utopia o con sentimentalismo, ma non sposteranno di un centimetro il suo sentire profondo. Si tratta delle confidenze di Gesù ai suoi amici, dei misteri del Regno riservate ai suoi eletti. Nel Vangelo rieccheggia infatti la parola Apostolo a proposito della mietitura. Più precisamente laddove leggiamo "porre mano alla falce" l'originale greco ha "apostellei" che significa inviare, da cui deriva la parola apostolo, utilizzato anche a proposito della chiamata e della missione dei Dodici (cfr. 3,14. 6,7).
Per comprendere la parola apostello occorre rifarsi all'ambiente ebraico nel quale è nato il Nuovo Testamento. Lo "schaliah", tradotto con Ap
ostello, in ebraico è un procuratore nel quale è considerato presente colui che lo ha inviato. Il Talmud ripete più di venti volte che "Lo schaliah di una persona è un altro se stesso". Così è, ad esempio, per Eleazaro, il servo-schaliah di Abramo, in occasione del matrimonio di Isacco, al punto che esso fu considerato definitivo allorchè Eleazaro scelse Rebecca ed ella acconsentì. Nel Nuovo Testamento la consapevolezza di uno schaliah di essere un altro se stesso di chi lo inviava, dal piano della finzione giuridica passa a quello di una realtà mistica ed esistenziale. Per lo Spirito Santo Cristo dimora negli Apostoli che non solo lo rappresentano giuridicamente, ma divengono essi stessi la sua presenza. L'Apostolo di Cristo è Cristo stesso, il suo potere si esprime attraverso di loro, quello che legheranno in terra sarà legato in Cielo.
Questa profonda intimità è la chiave delle Parabole del Vangelo di oggi. L'apostolo ha lo stesso sentire di Colui che lo ha inviato, ha il suo pensiero dirà San Paolo. Se c'è una perfetta identità tra l'apostolo e Gesù, vi è anche tra il Signore ed il Regno dei Cieli. E' Lui stesso il Regno della parabola, che getta il seme che cade in terra, muore e risorge. Attraverso il Mistero Pasquale il Regno di Dio è seminato irrevocabilmente nella storia, in ogni generazione. Esso segue il percorso di sviluppo proprio di un seme. E' la Grazia che lo feconda, che ne protegge gli inizi, che lo porta a maturazione. Per questo Gesù dice che la terra produce spontaneamente, letteralmente senza una causa spiegabile - come è stato per Lui stesso nel grembo di Maria - stelo, spiga e chicco pieno.
A questo punto entrano in gioco gli apostoli, gli altri se stessi del seminatore, che sono inviati, attraverso la predicazione, a raccogliere il grano ormai pronto. Per questo Gesù nel Vangelo di Giovanni invita i discepoli a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura; Gesù deve mangiare un pane diverso, sconosciuto sino ad allora, l'opera di Colui che lo ha inviato, la Croce in riscatto per ogni uomo. Gesù vede profeticamente il suo mistero di Pasqua come un frutto maturo, ed invita i suoi discepoli ad alzare lo sguardo e ad avere il suo stesso pensiero, gli stessi occhi profetici sul mondo e sugli uomini. "Perchè si rallegri insieme chi semina e chi miete" (cfr. Gv. 4,14ss), perchè vi è completa identità tra di loro, perchè sono una stessa persona. Per questo Gesù nella sua predicazione dice che il Regno è vicino, mentre agli apostoli inviati in missione raccomanda di annunciare che il Regno di Dio viene con loro. Si tratta di Lui, e di loro, dello steso Regno.
Esso è come un uomo che getta il seme..., e quell'uomo è Cristo. Lui ha gettato la sua vita sin dentro la tomba, e giù negli inferi. Il suo sangue ha irrorato i secoli e le generazioni, e ha dato vita, e ha fatto crescere, e ha fatto risorgere dal peccato e dalla morte. Gli apostoli sono inviati a raccogliere, per Lui ed in Lui, la sua vittoria. L'annuncio del Vangelo è già la mietitura! E' questo il testacoda delle parabole odierne. E' un cambio radicale di prospettiva. Non vi sono misure e parametri umani al successo dell'evangelizzazione. Per questo il Signore utilizza la metafora del granello di senapa, il più piccolo tra semi della terra. Ma come, per l'opera più importante, per la salvezza di ogni uomo, si parla di senapa? Certo, e non può essere diversamente! Essa è una metafora per dire che il pensiero di Dio non è il pensiero dell'uomo. I suoi cammini non sono i nostri. E Pietro sarà apostrofato come satana, e ricacciato dietro, a seguire le orme di Gesù dirette a Gerusalemme, perchè non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini.
Il successo è già, anche se non ancora. E' perchè Cristo ha vinto la morte, ed il seme invincibile della sua vittoria è già all'opera, misteriosamente, nel mondo. Non ancora perchè la carne impedisce la pienezza, risrvata al Cielo. Su questa certezza la Chiesa ha lasciato il Monte delle Beatitudini e si è lanciata sui sentieri del mondo, sino agli estremi confini della terra. E preme l'urgenza, perchè l'inverno è passato, perchè il mondo muore, e le viscere di Dio femono di compassione nel cuore della Chiesa. Essa sa che ovunque vi sono chicchi pieni da mietere. Ed essi non sono altro che il gregge degli eletti che saranno mietuti per far presente, nel mondo, la vittoria di Cristo, il suo Regno. Il sale, la luce, il lievito. Altri, misteriosamente, forse alla fine dei tempi, saranno raccolti nei granai del Cielo. Altri, non obbedendo alla Parola, strozzando orgogliosamente l'eco dell'annuncio che viene a mietere quanto già seminato, si condanneranno. E' la libertà, l'amore gratuito di Dio.
Il Vangelo ci invita dunque a convertirci di nuovo, ad uscire dai nostri schemi, a lasciarci attrarre nell'intimità di Cristo, ad avere la sua mente, che è la mente di Dio, la conoscenza profonda del suo Mistero di cui parla San Paolo. I tempi non sono dati a conoscere, ma per chi ha la certezza del compimento della salvezza, per chi vive in Cristo, per i suoi apostoli, questo non costituisce problema. Certo le tentazioni di sconforto sono quotidiane. L'evangelizzazione non è una passeggiatina: perchè l'annuncio faccia risuonare e apparire il chicco maturo occorre che riproduca lo stesso suono, la nota capace di liberare nei cuori la musica nascosta: la Passione del Signore. Per questo la storia dell'evangelizzazione è stata e sarà sempre storia di martirio, di solitudine, di umano fallimento.
Ma la pazienza dell'apostolo, prova della sua elezione, è fondata sulla certezza incrollabile della vittoria di Cristo, Parola definitiva sulla storia. Esserne partecipi attraverso la Croce e la persecuzione è motivo di vanto e di onore, non certo di dubbio e sconforto. Ma la fede è un cammino, la certezza non è frutto di alchimie. Occorre sperimentare, a poco a poco, nella propria vita, la presenza di Cristo, e così lasciare il mondo e i suoi criteri per approdare al pensiero, al sentire di Cristo. E vivere come dentro una profezia compiuta ma non ancora visibile. Ed imparare a vedere, nel deserto, i fiumi di acqua viva promessi.
E' come un rivolo d'acqua sotto le rocce, invisibile a chi guarda un fiume nel suo fluire maestoso. Ma il rivolo c'è. e si fa fonte, e poi ruscello e poi fiume, e poi mare.
Così per un apostolo è ragionevole quanto per il mondo è irragionevole, anche la sua stessa vita, gettata come un seme su terra arida. La vita nascosta con Cristo in Dio, il pensiero fisso nel Cielo, per ricondurvi ogni figlio disperso.
Così vive ogni istante la Chiesa, seme invisibile, calpestato, ma con dentro la forza e l'onnipotenza di Dio. La Chiesa che mostra al mondo il riposo e la Vita proprio nei rami distesi della Croce, i suoi figli perseguitati nel martirio della storia. La Chiesa è già un rifugio per le Nazioni, i pagani avvolti dalle tenebre della menzogna; ma non ancora, perchè il Vangelo deve essere annunciato ad ogni creatura. Solo allora sarà la fine, e le braccia crocifisse di Cristo potranno, eternamente, attirare tutti a sè. La Chiesa che brucia dello stesso zelo del suo Signore, la falce dell'annuncio in ogni angolo della terra, nella speranza, nella fede e nella carità che sono il cuore e la mente di Dio.




APPROFONDIRE





Meditazione del giorno: Lettera a Diogneto (circa 200)
VI ; SC33bis, 65

Seminati per terra


Come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo (Gv 17,16). L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano.

L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli (1 Cor 15,50)… Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

Le parabole del Regno, il granello di senapa e il seme gettato. Commenti patristici

1. I tempi della semina e i tempi del bene

Il regno di Dio è come se un uomo getta un seme sulla terra e se ne va a dormire; lui va per i fatti suoi e il seme germina e cresce e lui non ne sa niente; la terra produce da sé prima l’erba, poi la spiga e poi il grano pieno nella spiga. Quando il frutto è maturo, l’uomo manda i mietitori, perché è tempo della messe (cf. Mc 4,26s).

L’uomo sparge il seme, quando concepisce nel cuore una buona intenzione. Il seme germoglia e cresce, e lui non lo sa, perché finché non è tempo di mietere il bene concepito continua a crescere. La terra fruttifica da sé, perché attraverso la grazia preveniente, la mente dell’uomo spontaneamente va verso il frutto dell’opera buona. La terra va a gradi: erba, spiga, frumento. Produrre l’erba significa aver la debolezza degli inizi del bene. L’erba fa la spiga, quando la virtù avanza nel bene. Il frumento riempie la spiga, quando la virtù giunge alla robustezza e perfezione dell’opera buona. Ma, quando il frutto è maturo, arriva la falce, perché è tempo di mietere. Infatti, Dio Onnipotente, fatto il frutto, manda la falce e miete la messe, perché quando ha condotto ciascuno di noi alla perfezione dell’opera, ne tronca la vita temporale, per portare il suo grano nei granai del cielo.

Sicché, quando concepiamo un buon desiderio, gettiamo il seme; quando cominciamo a far bene, siamo erba, quando l’opera buona avanza, siamo spiga e quando ci consolidiamo nella perfezione, siamo grano pieno nella spiga...

Non si disprezzi, dunque, nessuno che mostri di essere ancora nella fase di debolezza dell’erba, perché ogni frumento di Dio comincia dall’erba, ma poi diventa grano!

Gregorio Magno, In Exod., II, 3, 5 s.


2. Il granello di senape (Lc 13,18-19)

"A che cosa somiglia il regno di Dio, a che cosa dirò che è simile? È simile a un granello di senape, che, preso e gettato da un uomo nel suo orto, crebbe ed è divenuto un albero, e gli uccelli del cielo si sono posati sui suoi rami" (Lc 13,18-19).

Questo passo ci insegna che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape. Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: "Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare (Mt 17,20). Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male. Vuoi esser certo che bisogna avere una grande fede? Leggi l’Apostolo: "E se avessi così tanta fede da trasportare le montagne" (1Co 13,2).

Orbene, se il regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede. Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli; e il regno dei cieli è dentro di noi come dentro di noi è la fede. Leggiamo infatti: "Il regno dei cieli è dentro di voi" (Lc 17,21); e altrove: "Abbiate la fede in voi" (Mc 11,22). E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri.

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito: ma triturata dalle avversità, diffonde la grazia della sua virtù, in modo da penetrare del suo profumo anche coloro che leggono o ascoltano.

Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: "La loro eco si è propagata per tutta la terra" (Ps 18,5).

Ma la fede talvolta è tritata, talvolta premuta, talvolta seminata.

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato, in modo che noi potessimo dire: "Noi siamo per Dio il buon profumo di Cristo" (2Co 2,15); volle essere premuto, sicché Pietro disse: "La folla ti preme intorno" (Lc 8,45) ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu «preso e gettato da un uomo nel suo orto». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse. È divenuto un albero, così come sta scritto: "Come un albero di melo tra gli alberi della foresta, così è mio fratello tra i giovani" (Ct 2,3).

Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto - l’orto è un luogo pieno di fiori e di frutti diversi - in modo che vi fiorisca la bellezza della tua opera e profumi l’odore vario delle diverse virtù. Là dunque sia Cristo, dove c’è il frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo...

Vuoi sapere che Cristo è il granello, e che è stato seminato? "Se il granello di grano non cade in terra e vi muore, esso resta solo: ma quando è morto produce molto frutto" (Jn 12,24). Non abbiamo dunque sbagliato dicendo ciò che egli stesso ha già detto. Egli è anche il granello di grano, perché fortifica il cuore degli uomini (Ps 103,14-15), e granello di senape, perché accende il cuore degli uomini. E, sebbene sia l’una che l’altra similitudine appaiano adatte, egli sembra tuttavia il granello di grano quando si tratta della sua risurrezione: egli è infatti il pane di Dio disceso dal cielo (Jn 6,33), affinché la parola di Dio e il fatto della risurrezione nutrano l’anima, accrescano la speranza e consolidino l’amore. È invece granello di senape, affinché sia più amaro e austero il discorso sulla passione del Signore: più amaro, perché spinga alle lacrime, più austero perché generi commozione. Così, quando leggiamo o ascoltiamo che il Signore ha digiunato, che il Signore ha avuto sete, che il Signore ha pianto, che il Signore è stato flagellato, che il Signore ha detto al momento della passione: "Vigilate e pregate per non entrare in tentazione" (Mt 26,41), noi, colpiti, per così dire, dall’aspro sapore di questo discorso, siamo spinti a moderare la troppo gradevole dolcezza dei piaceri del corpo.

Dunque, chi semina il granello di senape, semina il regno dei cieli.

Non disprezzare questo granello di senape: "È certamente il più piccolo di tutti i semi, ma diviene, una volta cresciuto, il più grande di tutti gli ortaggi" (Mt 13,32). Se Cristo è il granello di senape, in che modo egli è il più piccolo, e in che modo cresce? Non è nella sua natura, ma secondo la sua apparenza che cresce. Vuoi sapere in qual modo è il più piccolo? "Lo abbiamo visto e non aveva né bella apparenza né decorosa" (Is 53,2). Apprendi ora come è il più grande: "Risplendeva di bellezza al di sopra dei figli degli uomini" (Ps 44,3). Infatti colui che non aveva né bella apparenza né decorosa, è stato fatto superiore agli angeli (He 1,4), oltrepassando tutta la gloria dei profeti...

Cristo è il seme, in quanto è seme di Abramo: "Poiché le promesse furono fatte ad Abramo e al suo seme. Egli non dice: ai suoi semi, come parlando di molti; ma, come parlando di uno solo: al suo seme, che è il Cristo" (Ga 3,16). E non soltanto Cristo è il seme, ma è il più piccolo di tutti i semi, perché non è venuto né nella regalità, né nella ricchezza, né nella sapienza di questo mondo. Orbene, subito egli ha allargato, come un albero, la cima elevata della sua potestà, in modo che noi possiamo dire: "Sotto la sua ombra con desiderio mi sedetti" (Ct 2,3).

Sovente, credo, egli appariva contemporaneamente albero e granello. È granello quando si dice di lui: "Non è costui il figlio di Giuseppe l’artigiano?" (Mt 13,55). Ma, nel corso di queste stesse parole, egli subito è cresciuto, secondo la testimonianza dei giudei, perché essi non riescono neppure a toccare i rami di quest’albero divenuto gigantesco: "Donde gli viene" - essi dicono - "questa sapienza"? (Mt 13,54).

È dunque granello nella sua apparenza, albero per la sua sapienza. Tra le foglie dei suoi rami, l’uccello notturno nel suo nido, il passero sperduto sul tetto (Ps 101,8), colui che fu rapito in paradiso (2Co 12,4), e colui che dovrà essere trasportato sulle nubi in aria (1Th 4,17), hanno ormai un luogo sicuro dove riposare. Là riposano anche le potenze e gli angeli del cielo, e tutti coloro che per le azioni spirituali meritarono di volare. Vi riposò san Giovanni, quando reclinava la testa sul petto di Gesù, o meglio, egli era come un ramo nutrito dal succo vitale di quest’albero. Un ramo è Pietro, un ramo è Paolo "dimenticando ciò che sta dietro e tendendo a ciò che sta davanti" (Ph 3,13): e noi, che eravamo lontani, che siamo stati radunati dalle nazioni, che per lungo tempo siamo stati sballottati nella vanità del mondo dalla tempesta e dal turbine dello spirito del male, spiegando le ali della virtù, voliamo nel loro seno e come nei recessi della loro predicazione, affinché l’ombra dei santi ci protegga dal fuoco di questo mondo.

Così, nella tranquillità di un sicuro riposo, la nostra anima, che una volta era curva, come quella donna, sotto il peso dei peccati, «scampata come un uccello dalle reti dei cacciatori» (Ps 123,7) si è levata sui rami e i monti del Signore (Ps 10,1).

Ambrogio, Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186


3. Il seme più piccolo per l’evento più grande

"Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo" (Mt 13,31). Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli: Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra.

Sceglie per questo scopo un’immagine che ben rappresenta tale verità. "È vero che esso è il più piccolo di tutti i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell’aria vengono a fare il nido tra i suoi rami" (Mt 13,32). Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il mondo.

Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 46, 2


4. La parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32)

La fede quanto un granellin di senapa,

Simbolo del tuo Regno,

Io non l’ho accolta dentro la mia anima,

Perché le perverse montagne fossero spostate (Mt 17,20).

E neppure, come uccel del cielo,

Mi son posato sui rami del precetto,

Dove le anime pure si riposano,

Eredi del santo Tabernacolo dei cieli.

Né mi son reso aspro al palato,

O troppo duro alla bocca dei vermi;

Sbriciola i lor dentini, te ne prego,

Ricollocami sui rami dell’albero.

Nerses Snorhali, Jesus, 477-479

J. Ratzinger. Il Regno di Dio e la nuova evangelizzazione

GIUBILEO DEI CATECHISTI E DEI DOCENTI DI RELIGIONE

INTERVENTO DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER
DURANTE IL CONVEGNO DEI CATECHISTI
E DEI DOCENTI DI RELIGIONE

Domenica, 10 Dicembre 2000




Per il regno di Dio e così per l'evangelizzazione, strumento e veicolo del regno di Dio, vale sempre la parabola del grano di senape (cfr Mc 4, 31-32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. Nuova evangelizzazione non può voler dire: Attirare subito con nuovi metodi più raffinati le grandi masse allontanatesi dalla Chiesa. No - non è questa la promessa della nuova evangelizzazione. Nuova evangelizzazione vuol dire: Non accontentarsi del fatto, che dal grano di senape è cresciuto il grande albero della Chiesa universale, non pensare che basti il fatto che nei suoi rami diversissimi uccelli possono trovare posto - ma osare di nuovo con l'umiltà del piccolo granello lasciando a Dio, quando e come crescerà (Mc 4, 26-29). Le grandi cose cominciano sempre dal granello piccolo ed i movimenti di massa sono sempre effimeri. Nella sua visione del processo dell'evoluzione Teilhard de Chardin parla del "bianco delle origini" (le blanc des origines): L'inizio delle nuove specie è invisibile ed introvabile per la ricerca scientifica. Le fonti sono nascoste - troppo piccole. Con altre parole: Le realtà grandi cominciano in umiltà. Lasciamo da parte, se e fino a che punto Teilhard ha ragione con le sue teorie evoluzioniste; la legge delle origini invisibili dice una verità - una verità presente proprio nell'agire di Dio nella storia: "Non perché sei grande ti ho eletto, al contrario - sei il più piccolo dei popoli; ti ho eletto, perché ti amo..." dice Dio al popolo di Israele nell'Antico Testamento ed esprime così il paradosso fondamentale della storia della salvezza: Certo, Dio non conta con i grandi numeri; il potere esteriore non è il segno della sua presenza. Gran parte delle parabole di Gesù indicano questa struttura dell'agire divino e rispondono così alle preoccupazioni dei discepoli, i quali si aspettavano ben altri successi e segni dal Messia - successi del tipo offerto da Satana al Signore: Tutto questo - tutti i regni del mondo - ti do... (Mt 4, 9). Certo, Paolo alla fine della sua vita ha avuto l'impressione di aver portato il Vangelo ai confini della terra, ma i cristiani erano piccole comunità disperse nel mondo, insignificanti secondo i criteri secolari. In realtà furono il germe che penetra dall'interno la pasta e portarono in sé il futuro del mondo (cfr Mt 13, 33). Un vecchio proverbio dice: "Successo non è un nome di Dio". La nuova evangelizzazione deve sottomettersi al mistero del grano di senape e non pretendere di produrre subito il grande albero. Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell'impazienza di avere un albero più grande, più vitale - dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano. Nella storia della salvezza è sempre contemporaneamente Venerdì Santo e Domenica di Pasqua...

Gesù predicava di giorno, di notte pregava - questo non è tutto. La sua intera vita fu - come lo mostra in modo molto bello il Vangelo di s. Luca - un cammino verso la croce, ascensione verso Gerusalemme. Gesù non ha redento il mondo tramite parole belle, ma con la sua sofferenza e la sua morte. Questa sua passione è la fonte inesauribile di vita per il mondo; la passione dà forza alla sua parola.

Il Signore stesso - estendendo ed ampliando la parabola del grano di senape - ha formulato questa legge di fecondità nella parola del chicco di grano che muore, caduto in terra (Gv 12, 24). Anche questa legge è valida fino alla fine del mondo ed è - insieme col mistero del grano di senape - fondamentale per la nuova evangelizzazione. Tutta la storia lo dimostra. Sarebbe facile dimostrarlo nella storia del cristianesimo. Vorrei ricordare qui soltanto l'inizio dell'evangelizzazione nella vita di s. Paolo. Il successo della sua missione non fu frutto di una grande arte retorica o di prudenza pastorale; la fecondità fu legata alla sofferenza, alla comunione nella passione con Cristo (cfr 1 Cor 2, 1-5; 2 Cor 5, 7; 11, 10s; 11, 30; Gal 4, 12-14). "Nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta" ha detto il Signore. Il segno di Giona è il Cristo crocifisso - sono i testimoni, che completano "quello che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1, 24). In tutti i periodi della storia si è sempre di nuovo verificata la parola di Tertulliano: È un seme il sangue dei martiri.

Sant'Agostino dice lo stesso in modo molto bello, interpretando Gv 21, dove la profezia del martirio di Pietro e il mandato di pascere, cioè l'istituzione del suo primato sono intimamente connessi. Sant'Agostino commenta il testo Gv 21, 16 nel modo seguente: "Pasci le mie pecorelle", cioè soffri per le mie pecorelle (Sermo Guelf. 32 PLS 2, 640). Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto. Diciamolo ancora una volta con parole del Signore: Il regno di Dio esige violenza (Mt 11, 12; Lc 16, 16), ma la violenza di Dio è la sofferenza, è la croce. Non possiamo dare vita ad altri, senza dare la nostra vita. Il processo di espropriazione sopra indicato è la forma concreta (espressa in tante forme diverse) di dare la propria vita. E pensiamo alla parola del Salvatore: "...chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà..." (Mc 8, 36).



2. Il Regno di Dio

Nella chiamata alla conversione è implicito - come sua condizione fondamentale - l'annuncio del Dio vivente. Il teocentrismo è fondamentale nel messaggio di Gesù e dev'essere anche il cuore della nuova evangelizzazione. La parola-chiave dell'annuncio di Gesù è: Regno di Dio. Ma Regno di Dio non è una cosa, una struttura sociale o politica, un'utopia. Il Regno di Dio è Dio. Regno di Dio vuol dire: Dio c'è. Dio vive. Dio è presente e agisce nel mondo, nella nostra - nella mia vita. Dio non è una lontana "causa ultima", Dio non è il "grande architetto" del deismo, che ha montato la macchina del mondo e starebbe adesso fuori - al contrario: Dio è la realtà più presente e decisiva in ogni atto della mia vita, in ogni momento della storia. Nella sua conferenza di congedo dalla sua cattedra nell'università di Münster il teologo J.B. Metz ha detto delle cose inaspettate dalla sua bocca. Metz in passato ci aveva insegnato l'antropocentrismo - il vero avvenimento del cristianesimo sarebbe stata la svolta antropologica, la secolarizzazione, la scoperta della secolarità del mondo. Poi ci ha insegnato la teologia politica - il carattere politico della fede; poi la "memoria pericolosa"; finalmente la teologia narrativa. Dopo questo cammino lungo e difficile ci dice oggi: Il vero problema del nostro tempo è la "Crisi di Dio", l'assenza di Dio, camuffata da una religiosità vuota. La teologia deve ritornare ad essere realmente teo-logia, un parlare di Dio e con Dio. Metz ha ragione: L'"unum necessarium" per l'uomo è Dio. Tutto cambia, se Dio c'è o se Dio non c'è. Purtroppo - anche noi cristiani viviamo spesso come se Dio non esistesse ("si Deus non daretur"). Viviamo secondo lo slogan: Dio non c'è, e se c'è, non c'entra. Perciò l'evangelizzazione deve innanzitutto parlare di Dio, annunciare l'unico Dio vero: il Creatore - il Santificatore - il Giudice (cfr il Catechismo della Chiesa cattolica).

Anche qui è da tener presente l'aspetto pratico. Dio non si può far conoscere con le sole parole. Non si conosce una persona, se si sa di questa persona solo di seconda mano. Annunciare Dio è introdurre nella relazione con Dio: Insegnare a pregare. La preghiera è fede in atto. E solo nell'esperienza della vita con Dio appare anche l'evidenza della sua esistenza. Perciò sono così importanti le scuole di preghiera, di comunità di preghiera. C'è complementarità tra preghiera personale ("nella propria camera", solo davanti agli occhi di Dio), preghiera comune "paraliturgica" ("religiosità popolare") e preghiera liturgica. Sì, la liturgia è innanzitutto preghiera; la sua specificità consiste nel fatto che il suo soggetto primario non siamo noi (come nella preghiera privata e nella religiosità popolare), ma Dio stesso - la liturgia è actio divina, Dio agisce e noi rispondiamo all'azione divina.

Parlare di Dio e parlare con Dio devono sempre andare insieme. L'annuncio di Dio è guida alla comunione con Dio nella comunione fraterna, fondata e vivificata da Cristo. Perciò la liturgia (i sacramenti) non è un tema accanto alla predicazione del Dio vivente, ma la concretizzazione della nostra relazione con Dio. In questo contesto mi sia permessa una osservazione generale sulla questione liturgica. Il nostro modo di celebrare la liturgia è spesso troppo razionalista. La liturgia diventa insegnamento, il cui criterio è: farsi capire - la conseguenza è non di rado la banalizzazione del mistero, la prevalenza delle nostre parole, la ripetizione delle fraseologie che sembrano più accessibili e più gradevoli per la gente. Ma questo è un errore non soltanto teologico, ma anche psicologico e pastorale. L'onda dell'esoterismo, la diffusione di tecniche asiatiche di distensione e di auto-svuotamento mostrano che nelle nostre liturgie manca qualcosa. Proprio nel nostro mondo di oggi abbiamo bisogno del silenzio, del mistero sopra-individuale, della bellezza. La liturgia non è l'invenzione del sacerdote celebrante o di un gruppo di specialisti; la liturgia (il "rito") è cresciuta in un processo organico nei secoli, porta in sé il frutto dell'esperienza di fede di tutte le generazioni.

Anche se i partecipanti non capiscono forse tutte le singole parole, percepiscono il significato profondo, la presenza del mistero, che trascende tutte le parole. Non il celebrante è il centro dell'azione liturgica; il celebrante non sta davanti al popolo nel nome proprio - non parla da sé e per sé, ma "in persona Cristi". Non contano le capacità personali del celebrante, ma solo la sua fede, nella quale si fa trasparente Cristo. "Egli deve crescere, e io invece diminuire" (Gv 3, 30).

Marco 4,26-34. Commento di san Beda Il Venerabile

In Marci evangelium expositio,I,4 PL 92,172-174.

L'uomo getta il chicco nel terreno, quando affida al suo cuore generose risoluzioni. Poi dorme, perché riposa già nella speranza di un'opera buona. Tuttavia, egli si alza di notte e di giorno, perché deve procedere in mezzo a circostanze felici o avverse.

Il seme germoglia e viene su senza che egli sappia come, giacché la virtù, una volta concepita, progredisce senza che sia possibile misurarne l'avanzamento.

La terra da se porta frutto, perché la grazia preveniente di Dio aiuta l'uomo a far spuntare buone opere.

La terra dapprima produce erba, poi la spiga, e infine il grano pieno nella spiga. L'erba rappresenta i teneri inizi del bene; la spiga significa che la virtù concepita nell'animo sta facendo progressi; il grano maturo vuoi dire che l'impianto della virtù è abbastanza robusto per compiere un lavoro consistente e accurato.

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Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura.

Allorché l'Onnipotente ha fatto maturare il grano, vale a dire quando dirige ognuno verso la sua perfezione, da mano alla falce, pronunziando il suo giudizio e mettendo termine alla vita mortale; poi miete per ammassare il frumento nei granai del cielo.

Quando concepiamo buoni desideri, gettiamo in terra il chicco; dando inizio al bene, siamo erba; crescendo nelle buone opere diventiamo spiga, e consolidandoci nella perfezione arriviamo ad essere la spiga turgida di chicchi.

Se dunque noti qualcuno ancora incerto nel bene, come grano in erba, non lo canzonare, perché in lui sta spuntando il frumento di Dio.Gesù dice ancora: A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso e come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra. e il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra.

Il regno di Dio rappresenta la predicazione del vangelo e la conoscenza delle Scritture, che sono la via verso la vita. Gesù parlava di questo allorché affermò ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo: Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.1( Mt 21,43 ) Il Regno è perciò davvero simile a un granellino di senapa che il seminatore getta nel suo campo.

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Solitamente si dice che il seminatore della parabola raffigura Cristo Salvatore, perché egli semina la salvezza nell'anima dei fedeli. Un'altra interpretazione vede nel seminatore l'uomo stesso che getta il chicco nel terreno del suo cuore.

La nostra anima riceve il grano della predicazione, lo semina nel cuore, lo conserva in vita e lo fa moltiplicare grazie al calore della fede.

Questo seme è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.

La predicazione del vangelo è la più modesta di tutte le dottrine filosofiche. Essa annunzia lo scandalo della croce, e in priorità insegna la fede nella morte e nella risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, uomo e Dio.

Se paragoni questa dottrina a quella dei filosofi, ai loro sistemi, al loro volumi, allo splendore dell'eloquenza e allo sfoggio di cultura dei loro discorsi, vedrai subito come il vangelo sia il più piccolo fra tutti i semi.

Eppure tutte quelle dottrine non hanno nulla di vivo, di concreto o di essenziale, ma si esauriscono facilmente, diventando flaccide e marce come ortaggi e verdure che avvizziscono e sono gettati via.

La predicazione evangelica, al contrario, pur sembrando minuscola in apertura, spuntando contemporaneamente nell'anima del fedele e nel mondo intero, non secca come l'erba ma cresce a misura di albero.

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Il chicco di senape, seminato in terra o nel campo del Signore, non da un ortaggio ma cresce e si trasforma in albero. Il suo sviluppo supera in altezza, dimensione e longevità tutte le piante ortofruttifere.

Lalbero della predicazione evangelica si pianta, elevando gli spiriti degli ascoltatori e facendo loro desiderare le realtà suprerme. Quest'albero stende lunghi rami, perché i predicatori annunziano il vangelo nel mondo intero. Esso eccelle per durata di vita, dato che la verità che i predicatori annunziano non avrà mai fine.

Sotto la sua ombra nidificano gli uccelli del cielo, perché le anime dei fedeli sono avvezze a volare verso l'alto con il desiderio e a fissare lassù il cuore, dimentiche di quello che passa, secondo questa parola del salmista: Sotto le sue ali troverai rifug io. 2 ( Sal 90,4 )

Lo stesso la sposa del Cantico dei cantici cioè la Chiesa, composta dalle anime dei santi proclama con fierezza: Alla sua ombra., cui anelavo mi siedo e dolce e il suo frutto al mio palato. 3 ( Ct 2,3 ) Cio significa in altri termini:

Abbandonando ogni consolazione, mi sono posta sotto la protezione di Dio che desideravo vedere. E' tale l'allegrezza di vederlo e la sua presenza è cosi dolce al mio cuore che forzatamente devo disprezzare, anzi rigettare, tutto quello che non è l'amato.