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25 marzo, Annunciazione del Signore. Commenti Patristici

Dalle Omelie attribuite a Gregorio il Taumaturgo.

Homilia II in Annunciatione, PG 10,1156‑1169.

Bisogna che noi offriamo a Dio come sacrificio di lode ogni celebrazione festiva; la prima di tutte le solennità deve essere quella dell'Annunciazione della santissima Madre di Dio, quando l'angelo la chiamò piena di grazia.

Questa salutazione angelica è nel Nuovo Testamento l'inizio di ogni sapienza e dottrina di salvezza. A noi, infatti, si rivolge questo saluto del Padre dei lumi: Ti saluto, o piena di grazia. (Lc 1,28 2)

Con queste parole Iddio abbraccia l'intera natura umana. Ti saluto, o piena di grazia, nel santo concepimento, nella tua maternità di gloria, perché ti annunzio una buona novella, una grande gioia per tutto il popolo.

Osservate dunque, carissimi, come il Signore, dappertutto invisibile, ci ha fatto dono di una gioia perenne, che eccede ogni pensiero umano.

2

Mentre era sulla terra, Maria conduceva una vita purissima, inghirlandata di ogni genere di virtù, ben al di là dei consueti atteggiamenti umani.

Il Verbo dell'eterno Padre volle allora assumere da lei la carne e farsi totalmente uomo. Attraverso la carne il peccato era entrato nel mondo e con il peccato era venuta la morte. Ma l'incarnazione condanna il peccato, quasi seppellendolo nel santo corpo di Maria. Così fu vinto il tentatore del peccato.

Con l'incarnazione, Dio volle che la stessa vita eterna trovasse nel mondo la sua dimora e con l'apparire dell'inizio della risurrezione un'intimità nascesse tra Dio e gli uomini.

Chi sarà in grado di narrare l'imperscrutabile mistero? Che cosa dire e che cosa lasciare in silenzio?

3

Gabriele fu inviato alla castissima Vergine: lui, incorporeo, si presenta a lei che nel corpo vive una vita incorrotta e osserva la castità con le altre virtù. Giunto da Maria, per prima cosa le annunzia la buona novella: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Veramente sei colma di grazia, poiché hai indossato una veste senza macchia e ti sei cinta di purezza e temperanza. La tua vita ti rende degna della vera gioia.

Ti saluto, o piena di grazia: tu che sei vaso e scrigno della letizia celeste. Ti saluto, o piena di grazia: per mezzo tuo la gioia viene concessa a ogni creatura e il genere umano recupera l'antica dignità. Ti saluto, o piena di grazia: sulle tue braccia sarà portato il Creatore di tutte le cose.

Maria a queste parole rimane turbata: non è avvezza a discorrere con gli uomini, anzi ama la quiete solitaria, madre della continenza e della castità. E poiché ella è immagine immacolata di purezza e di integrità, non ha paura dell'apparizione dell'angelo, così come successe di solito ai profeti: l'autentica verginità ha, infatti, varie somiglianze con lo stato angelico.

4

L'arcangelo annunzia a Maria una gioia certa e indubitabile: Non temere, Maria perché hai trovato grazia presso Dio. (Lc 1,30) Queste poche parole ti dimostreranno che non devi nutrire nessun timore, anzi ti indicheranno la ragione di aver fiducia. Attraverso la mia voce tutte le potenze celesti salutano in te la Vergine santa; anzi lo stesso Dominatore delle potenze ipercosmiche fra tutte le creature ha scelto te, perché sei santa e ornata di grazia.

Attraverso il tuo seno puro, casto e incorruttibile, uscirà la fulgidissima perla, destinata a salvare il mondo intero. Tu sei divenuta più gloriosa, più pura, più santa di ogni creatura umana. Hai una mente più candida della neve e un corpo più puro dell'oro raffinato nel crogiolo.

Ezechiele ti scorse nella sua visione, quando descrisse così: Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve qualcosa come pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l'elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù mi apparve come di fuoco. (Ez 1,26‑27).

Nella sua chiaroveggenza, il profeta vide sotto quel simbolo il figlio nato dalla Vergine. Maria non avrebbe potuto portare un tale figlio se fin da quel tempo non fosse apparsa fulgente di ogni gloria e virtù.

5

Con quali elogi descriveremo la dignità verginale? Con quali lodi e con quali inni celebreremo il suo volto immacolato? Con quali espressioni e con quali canti spirituali potremo onorare colei che è più magnifica degli angeli?

Maria fu piantata nella casa del Signore come un olivo fruttifero; lo Spirito Santo la coprì della sua ombra e per mezzo di lei ci chiamò figli ed eredi del regno di Cristo.

La Vergine è il paradiso sempre verde della nostra eternità, nel quale l'albero della vita, che lì vi cresce, dà a tutti frutti di immortalità.

Maria è vanto delle vergini, giubilo delle madri, sostegno dei credenti, icona perfetta del fedele. E' indumento di luce e dimora della virtù; è la fonte perenne da cui l'acqua viva ha fatto scaturire l'incarnazione del Signore. Maria è baluardo di giustizia e chiunque sarà innamorato della sua nobiltà e purezza verginale, godrà della grazia degli angeli.

6

Coloro che in modo degno celebreranno l'Annunciazione della vergine Madre di Dio otterranno una più ricca ricompensa dalle parole dell'angelo: Ti saluto, o piena di grazia. Celebriamo perciò solennemente questa festività che ha riempito il mondo intero di gioia e di letizia. Celebriamola con salmi, inni e cantici spirituali.

L'annunciazione della vergine Maria piena di grazia è divenuta per noi il principio di ogni bene, il mirabile piano di salvezza del Salvatore, il suo divino ed eccelso insegnamento. Da Maria si diramano con splendore i raggi della luce spirituale. Da qui scaturiscono per noi le fonti della sapienza e dell'immortalità, le quali effondono limpidi e puri ruscelli di amore. Da qui risplenderanno per noi i tesori della divina conoscenza, perché questa è la vita eterna: conoscere il vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo. (Cf Gv 17,3)

7

Dio nella sua grande bontà, quando vide la sua o pera assoggettata alla morte, non distolse completamente lo sguardo dall'uomo che aveva foggiato a sua immagine; non lo abbandonò e ad ogni generazione venne a visitarlo in terra.

Manifestandosi dapprima nei patriarchi, proclamandosi nella legge e rivelandosi nei profeti, annunziò il suo piano di salvezza. Ma quando giunse la pienezza dei tempi in cui doveva venire in tutta la sua gloria, mandò l'arcangelo Gabriele dalla vergine Maria per darle il lieto annunzio.

L'angelo scese dalle ineffabili potenze celesti e si rivolse alla santissima Vergine dicendo:Ti saluto, o piena di grazia. Non appena ella ebbe ascoltato quel saluto, ecco che lo Spirito Santo entrò nel virgineo tempio immacolato, santificandone il corpo e lo spirito. Le leggi della natura e del matrimonio stettero in disparte a guardare con stupore il Signore della natura operare in quel corpo un prodigio al di là della natura, o meglio, sopra la natura.

Con tutt'altre armi da quelle che il diavolo usò per farci la guerra, Cristo ci ha salvati: egli ha assunto il nostro corpo soggetto al patire, per dare una grazia maggiore alla nostra indigenza. (Rm 5,20) Laddove ha abbondato il peccato. ha sovrabbondato la grazia.

8

La tua lode, o santissima Vergine, senz'altro supera ogni lode, perché in te Dio ha preso carne ed è nato uomo. Te venera ogni creatura nei cieli, sulla terra e negli inferi e a te offre il culto che ti si addice. Tu sei davvero il trono degno dei cherubini e dalla sommità del regno spirituale tu brilli nel fulgore della tua luce.

In te è glorificato il Padre che non ha inizio, lui che ha disteso su di te la sua ombra. In te è adorato il Figlio, che tu hai generato secondo la carne. In te è celebrato lo Spirito Santo, che nel tuo seno portò a compimento la nascita del gran Re. Per mezzo di te, o piena di grazia, la santa e consostanziale Trinità è conosciuta nel mondo intero.

Degnati di rendere partecipi anche noi della tua perfetta grazia, in Cristo Gesù nostro Signore, insieme col quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

9

Dal vangelo secondo Luca.

1,26-38

L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe.

Dalle Omelie di sant'Ambrogio su questo vangelo.

Expositio Evangelii sec.Luc.,lib.II,10-11.13-16. PL 15,1556.1557 1559.

Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco. concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo. (Lc 1,15) ‑Anche di Giovanni l'angelo aveva detto: Sarà grande davanti al Signore! Ma il Battista sarebbe stato grande come uomo, mentre il Figlio di Maria lo sarà al modo di Dio, secondo quel che dice il salmo: Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare. (Sal 144,3)

Il Signore stesso dette testimonianza della grandezza di Giovanni, dicendo di lui: Tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni. Tuttavia, Gesù aggiunge: Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. (Lc 7,28)

Giovanni è grande, ma alla presenza del Signore. Poiché non bevve né vino né bevanda inebriante, può ben raccogliere il merito dall'astinenza, non avendo nessun potere per natura. Cristo, al contrario, mangiò e bevve con i pubblicani e i peccatori, giacché per natura aveva il potere di rimettere i peccati. Perché dunque egli avrebbe evitato di frequentare coloro che poteva rendere migliori degli asceti?

Giovanni è grande, ma la sua grandezza ha un principio e una fine; invece il Signore Gesù è insieme principio e fine, primo e ultimo. Non esiste nulla prima di questo primo, nulla oltre quest'ultimo.

10

Il Signore Gesù è davvero grande, come l'angelo annunziò a Maria. La potenza di Dio, infatti, si estende all'infinito, la grandezza della sua natura non ha confini. La Trinità non ha limiti né frontiere, non conosce misure o dimensioni di sorta. Non la racchiude nessuno spazio, nessun pensiero la circoscrive, non c'è calcolo che possa valutarla o un'epoca che possa mutarla.

Il Signore Gesù dette sì, una certa grandezza a qualche uomo il cui messaggio apparve su tutta la terra e la cui parola giunse ai confini del mondo. Ma la loro voce non è arrivata ai confini dell'universo né al di là dei cieli; invece del Figlio di Dio sta scritto: Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. (Col 1,16.17)

Contempla il cielo e vi troverai Gesù; guarda la terra, Gesù vi è presente. Se sali in cielo o scendi negli inferi grazie alla parola, vi troverai Gesù. Infatti Gesù è presente sia in cielo che sotto terra. Adesso, in questo stesso istante in cui sto parlando, Gesù è qui con me.

11

Non era facile conoscere il mistero nascosto da secoli in Dio, mistero che nemmeno le potenze celesti riuscirono a sapere. E tuttavia Maria non negò la sua fede, non si sottrasse al compito, ma dette l'assenso della sua volontà e promise i suoi servigi. Difatti quando domanda come ciò potrà avvenire, non mette in dubbio la parola dell'angelo, ma si informa in quale maniera essa si realizzerà.

Quant'è più misurata questa risposta che non le parole di Zaccaria! Mentre Maria domanda in che modo sarà possibile l'annunzio ricevuto, Zaccaria risponde: Come posso conoscere questo? Maria tratta già dell'affare, Zaccaria dubita ancora dell'annunzio. Dichiarando di non sapere, egli dimostra di non credere e sembra volere ancora un altro garante per la sua fede. Maria, al contrario, si dichiara pronta e non dubita che debba avverarsi ciò che pur domanda in che modo si compirà. Leggiamo infatti: Come è possibile? Non conosco uomo.

12

Per credere a un parto così incredibile e inaudito occorreva che Maria lo udisse chiaramente proclamare. Una vergine che dà alla luce un figlio è il suggello di un mistero divino, non umano. Maria aveva letto nel profeta Isaia: Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio. (Is 7,14) Maria credeva gia al compimento della profezia, ma non conosceva in che modo si sarebbe avverata, perché ciò non era stato rivelato nemmeno a un profeta importante come Isaia. Infatti l'annuncio di un tale mistero poteva proferirlo soltanto la bocca di un angelo.

Oggi si ascoltano per la prima volta le parole: Lo Spirito Santo scenderà su di te. Appena Maria ascolta questa parola così nuova, vi crede. Perciò risponde: Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga di me quello che hai detto. Notate l’umiltà e la dedizione di Maria: mentre viene scelta per madre, si dichiara serva del Signore e non si lascia esaltare dall'improvvisa promessa. Non rivendica nessun privilegio, che pur le viene da un dono così grande, ma semplicemente dice che compirà quanto le viene comandato.

Era necessario che Maria desse prova di umiltà, poiché doveva mettere al mondo colui che è mite e umile per eccellenza. Notiamo ancora la sua obbedienza e il suo desiderio. Dicendo: Eccomi, sono la serva del Signore, ella si mostra pronta a servire; e dicendo: Avvenga di me quello che hai detto, esprime a che cosa ella anela.

S. CIRILLO DI GERUSALEMME OMELIA SUL PARALITICO DELLA PISCINA PROBATICA

traduzione di Giovanni Bissoli OFM

1. Dove appare Gesù, là c’è anche la salvezza. Sia che veda un pubblicano seduto al banco (cf. Mt 9,9), lo fa apostolo ed evangelista; sia che uno si trovi sepolto con i morti, risuscita i morti. Ai ciechi dona la vista, ai sordi l’udito. Va intorno alle piscine, non per ammirare le costruzioni, ma per curare i malati.

2. A Gerusalemme c’era una piscina Probatica (= delle pecore) che aveva cinque portici (cf. Gv 5,2); quattro all’intorno, il quinto nel mezzo. Vi giaceva una moltitudine di malati (cf. Gv 5,3); era grande l’incredulità dei Giudei. Il medico e il guaritore delle anime e dei corpi con misura prestava la cura; cura prima il lungodegente, perché al più presto fosse sollevato dai dolori. Questi infatti non stava a giacere da un giorno o due, né da un mese o un anno, ma da ben trentotto anni (cf. Gv 5,5). Giacendo per lunga malattia, era conosciuto agli spettatori e faceva vedere la capacità del curante. Il paralitico infatti era conosciuto da tutti per via della durata, mentre il sommo medico dava prova della sua forza; ma da quelli che l’accoglievano malamente veniva scartato.

3. Girando per la piscina, vide: non apprese da una domanda, ma colmò la lacuna in forza della sua capacità divina. Avendo visto – non domandando – da quanto tempo giaceva: ma Colui che sa anche prima di aver visto conobbe. Infatti se per ciò che riguarda il cuore non aveva bisogno che uno gli domandasse sul conto dell’uomo (perché lui sapeva cosa c’era nell’uomo) (cf. Gv 2,25 e 16,30), molto più al riguardo delle malattie, la cui origine viene dall’esterno.

4. Vide uno che giaceva ed era afflitto da malattia plurima: perché portava un grave peso di peccati e una diuturna sofferenza del male. A quegli rivolge la domanda desiderata: vuoi guarire (Gv 5,7)? E non disse nient’altro, ma lasciò a metà la domanda. La domanda infatti era duplice. Poiché era infermo non solo di fisico ma anche di spirito (secondo quanto detto poi da lui: ecco, sei sano; non peccare più perché non ti capiti di peggio) (Gv 5,14), gli chiedeva: vuoi guarire? O grande potenza di un medico che accorda l’aiuto alla volontà! Poiché dalla fede la salvezza, sentí quel vuoi, affinché il suo volere attirasse l’efficacia. Questa parola è soltanto di Gesù. Infatti non è neppure dei migliori medici che curano i corpi. Quelli che curano le malattie del corpo non possono dire a tutti: vuoi guarire? Invece Gesù insieme conferisce il volere, riceve il credere ed elargisce il suo dono senza contraccambio.

5. Una volta il Salvatore andava per la via, e là stavano due ciechi (cf. Mt 20,30), fisicamente senza vista, ma spiritualmente illuminati. Quello che gli scribi non conoscevano, i ciechi lo indicavano con grida. Infatti i farisei, che avevano imparato la legge e l’avevano meditata dalla fanciullezza alla vecchiaia, invecchiati nell’ignoranza, dicevano: costui non sappiamo da dove sia (Gv 9,29). Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,11). I ciechi, invece, lo invocavano a gran voce: Figlio di David, abbi pietà di noi (cf Mt 9,27; 20,30). Non lo conobbero gli studiosi della legge, ma lo conobbero quelli che avevano occhi inservibili alla lettera. Accostatosi a loro, il Salvatore disse: Credete che possa fare questo (Mt 9,28)? e che volete che io vi faccià? (cf Mt 20,32)? Non disse: “che volete che io vi dica”, ma che volete che vi faccia. Infatti era autore e datore di vita, non uno che comincia allora a fare. Il Padre suo sempre opera e lui opera insieme al Padre (cf Gv 5,17), ed era autore di tutto su comando del Padre. Lui, nato solo da Solo senza mediazione, interroga i ciechi: Cosa volete che faccia a voi (cf Mt 20,32)? Non ignorava che cosa volessero – la cosa era evidente – ma voleva ricavare il dono dalle loro parole, perchè fossero giustificati dalle loro stesse parole. Certo, colui che conosce i cuori non ignorava che cosa avrebbero detto, ma accoglieva la loro parola, perchè la domanda traesse l’efficacia.

6. Cosi avvicinatosi spontaneamente a lui, cioè al paziente, il medico – e nessuna meraviglia se si avvicinò a colui che giaceva presso la piscina, se già spontaneamente dal cielo era venuto tra noi – lo interrogava: Vuoi guarire (Gv 5,7) ? Con la domanda lo traeva alla conoscenza e lo spingeva a domandare. Dono di grande grazia, perché gratuito! Perciò aveva anche il curatore spontaneo. E quello rispose: Si Signore. La lunga durata delle mie infermità mi fa tanto desiderare la salute; e io la desidero, ma non ho un uomo (che mi aiuti) (Gv 5,7). Non scoraggiarti, o uomo, perché non hai un uomo. Hai presente Dio, da una parte uomo, dall’altra Dio: bisogna confessare tutt’e due. Non giova, infatti, la confessione dell’umanità senza confessare insieme la divinità, anzi procura la maledizione. Maledetto, infatti, chi ha speranza sull’uomo (Ger 17,5). Quindi anche noi se, sperando in Gesù, speriamo in un uomo, senza comprendere nella speranza anche la divinità, siamo eredi della meledizione. Ma ora lo confessiamo e Dio e uomo, e adorando veramente entrambi, cioè Dio veramente nato da vero Padre e uomo nato non in apparenza ma in tutta verità, noi aspettiamo una vera salvezza.

7. Voglio guarire, ma non ho un uomo”. Guarda, se non è vero che dove mancano la salvezza, là ha dato il vigore. La maggior parte dei malati aveva anche famiglia e conoscenti e forse altri ancora. Questi, invece, davvero afflitto da povertà assoluta e con nessuna possibilità di aiuto esterno, lasciato tutto solo, ebbe come aiuto il Figlio unigenito di Dio. Vuoi guarire ? – Si, Signore, ma non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita (Gv 5,7). Hai la sorgente, perchè presso di te la sorgente della vita (Sal 35,10), sorgente che fa le sorgenti. Chi beve di quest’acqua (Gv 4,14), fiumi sgorgheranno dal suo seno (Gv 7,38), non di acqua che scorre in basso, ma di acqua che sale (perchè quella di Gesù non fa balzare dall’alto in basso, ma dalle cose terrene a quelle celesti), acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14); perché Gesù è sorgente di tutti i beni.

8. E che cosa aspetti dalla piscina? Hai chi cammina sulle acque, il dominatore dei venti, la guida del mare, colui che non solo per sé ha il mare disteso a modo di un fondamento, ma che ha elargito anche a Pietro la medesima capacità di cammino. Quando la notte era oscura, ma presente era la luce, non veniva riconosciuto (infatti Gesù che camminava sulle acque era sconosciuto quanto ai lineamenti della persona, ma la caratteristica della voce lo rivelò presente), e ritenendolo un fantasma, ebbero paura. Ma Gesù disse loro: Sono io, non temete (cf Mt 14,27) ! Allora Pietro gli rispose: “Se sei tu colui che conosco, o piuttosto colui che il Padre mi ha rivelato, comandami di venire da te sull’acqua” (cf Mt 14,28). Ed egli, partecipandogli generosamente la propria capacità, gli disse: Vieni (Mt 14,29)!

9. Quindi era presente accanto all’acqua della piscina il pilota ed autore delle acque. Gli disse il paralitico: Non ho un uomo che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Gli risponde il Salvatore: Perchè aspetti il moto dell’acqua? Sii guarito senza alcun movimento. Che cosa puoi aspettarti da un movimento visibile ? Con la parola si realizza il comando più veloce del pensiero. Solo osserva la capacità della sorgente e riconosci Iddio, che si mostra nella carne e non fermarti a guardare ciò che si vede, ma colui che opera per mezzo di quanto si vede. Non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Ma lui in risposta: perchè attendere alle piccole cose? Perchè cerchi una guarigione dall’acqua? Sorgi ti dice la Risurrezione. Ovunque, infatti, il Salvatore si fa tutto in tutti: agli affamati pane, agli assetati acqua, ai morti risurrezione, agli ammalati medico, ai peccatori redenzione.

10. Alzati prendi il tuo lettuccio e cammina (Gv 5,8). Ma prima alzati, prima getta via la malattia. Poi prendi su il nerbo della fede. Prima fatti forte rispetto al lettuccio che ti porta e impara con uno strumento di legno a portare addosso gli antichi oggetti di devozione. E (gli) comandava di prender su la portantina di legno quello stesso Salvatore di cui è detto: “Un baldacchino s’è fatto il re con legno del Libano. Le sue colonne le ha fatte d’argento, di porpora la sua spalliera, all’interno un pavimento intarsiato di pietra (lithostroton)” (cf Cant 3,9-10). Sono i simboli della passione deposti nei Cantici, i quali sono nuziali sobri e casti. Non credere che i cantici siano – prendendo le parole secondo la comprensione della massa e senza coglire niente – erotici e passionali, ma quelle parole sono nuziali, piene di temperanza. Se non intendi il senso dei Cantici, passa ai Proverbi e con un cammino per gradi sali su di essi. La Sapienza si costruì una casa (Prov 9,1) – il libro parla come una donna – e inviò i suoi servi (Prov 9,3). Altrove dice ancora: amala e avrà cura di te (Prov 4,6). Non è amore per una donna ma per la Sapienza che espelle anche l’eros. Secondo sapienza non sono le passioni, ma i pensieri se saggi. Sono diventati cavalli smaniosi di femmine (Ger 5,8): perchè l’istinto è irrazionale. Se dunque nei Cantici puoi sentire espressioni che riguardano sposo e sposa, non cadere a terra nè ascoltare queste cose passionalmente: dalle cose che non sono passionali esercitati e trasforma con l’esercizio le passioni.

11. Dei Cantici, quindi, medita ciò che è divino, colmo di temperanza, rivelatore della passione di Cristo. Ed infatti le cose che si dissero della passione del Salvatore parlano anche del luogo: “Entrò in un giardino” (cf Cant 5,1), a causa di colui che vi fu sepolto. Ricordano anche gli aromi: “prese il mio unguento ricco di profumi” (Cant 5,13?). Infatti fu compiuta l’economia e dopo la risurrezione disse: mangiai il mio pane col miele (Cant 5,1). Gli diedero infatti un favo di miele (cf Lc 24,42). Anche riguardo al vino mirrato i Cantici dissero (cf Mc 15,23): ti farò bere vino aromatico (Cant 8,2).In un altro luogo dell’unguento versato sul suo capo diceva: mentre il re stava reclinato il mio nardo ha sparso il suo profumo (Cant 1,12). Mentre stava a tavola presso Simone il Lebbroso, introdottasi una donna, ruppe un vasetto di alabastro di unguento di nardo genuino di inestimabile valore e lo versò sul suo capo (cf Mc 14,3). Così anche a proposito della croce; il legno della croce (è) una – “portantina” – ciò che porta. Le sue colonne le fece d’argento (Cant 3,10). Il principio della croce fu il danaro, il tradimento. Proprio come una casa bellissima ha un soffitto d’oro posto in alto, mentre le colonne sostengono l’intera struttura, così pure l’argento fu causa per cui Cristo fu crocifisso e risuscitò. Infatti se Giuda non avesse tradito, non sarebbe stato crocifisso. Perciò l’argento costituì le sue colonne, come principio di una passione illustre.

12. La sua spalliera di porpora (Cant 3,10). Per questo inoltre lo vestirono di porpora (cf Mc 15,17), certo per burla, ma l’azione fu profetica: perché era re. Quantunque l’abbiano fatto sicuramente per derisione, intanto lo fecero. Divenne così simbolo della dignità regale. Anche se la corona era di spine, era pure una corona e per giunta intrecciata da soldati. Infatti i re vengono proclamati dai soldati. La sua spalliera di porpora, il suo interno intarsiato di pietra (Cant 3,10). Gli esperti della Chiesa sanno che un litostroto, che vien detto “gabbata”, c’è nell’edificio di Pilato (cf Gv 19,13).

13. Ho detto queste cose come disgressione, passando dall’argomento del lettuccio a quello della portantina. Quindi gli disse: Alzati prendi il tuo lettuccio e cammina (Gv 5,8). Cronica la malattia, istantaneo il rimedio; di molti anni la paralisi, immediato il vigore. Il creatore dei nervi era colui che offriva ai ciechi molti rimedi, colui che inaspettatamente spalmando del fango aveva elargito il rimedio. Se fosse sparso del fango sopra uno che vede, è impedita la vista. Gesù invece col fango donava la vista a coloro che non vedevano e ad altri ancora fece grazia del suo potere con altri mezzi. A questo infatti col dire: alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina. Puoi immaginare quale grande stupore colse gli spettatori? Era meraviglioso il fatto constatato, ma anche terribile l’incredulità. La malattia di molti anni viene curata, ma l’incredulità longeva non fu curata. I Giudei persistevano nelle passioni, ma non volevano essere curati.

14. Se si deve essere stupiti del risultato, si deve adorare il medico delle anime e dei corpi. Quelli, invece, mormoravano. Erano infatti discendenti di mormoratori, che distorcevano il bene in male, che dichiaravano l’amaro dolce e il dolce amaro (Is 5,20). Ma Gesù operava con deliberata intenzione di sabato, facendo cose superiori al sabato, perché la sua attività potesse convincere. Infatti, siccome parola è contro parola, mentre l’opera è inconstestabile, curò di sabato per insegnare che il discorso non diventi contraddittorio, ma sia l’attività a convincere gli spettatori.

15. Quelli dicevano: È sabato; non ti è lecito prender su il tuo lettuccio (Gv 5,10). Era presente il legislatore e un altro (andava a dire) “non ti è lecito”. Costituisci, Signore, un legislatore su di essi (LXX, Sal 9,21) è detto del Salvatore. Ma quello debitamente curato nell’anima e nel corpo, presa dalla Sapienza una parola sapiente, rispose subito: non potè rispondere secondo la legge, ma diede in breve la risposta. “Tutti conoscete, dice, la mia malattia cronica e come per tanti anni sia rimasto a giacere e (conoscete) l’immenso malessere della sofferenza. Nessuno di voi allora mostrò mai interessamento, prendendomi e immergendomi per primo nella piscina, perchè fossi curato. Non avendo mostrato allora un pò di sollecitudine, come ora avete interesse per la legge, dicendo: non ti è lecito prender su il tuo lettuccio? Quindi per voi mi basta una risposta molto concisa: colui che mi ha guarito mi ha detto (Gv 5,11). Se tenete me in poco conto, stupite del fatto: non ha applicato sopra un rimedio, non ha usato ritrovati o sussidi medici. Disse una parola e ne seguì il fatto. Ha comandato ed io eseguo il comando. Fui pronto ad obbedire all’ordine di chi con il suo ordine mi ha curato. Infatti se colui che ha comandato, fosse stato impotente a farmi guarire con i suoi comandi, non bisognava sottomettersi a lui. Ma poiché con le sue parole ha ordinato che cessasse una manifesta sofferenza cronica, con molto buon diritto do ascolto a colui, cui dette ascolto anche la malattia allontanandosi. Colui che mi ha guarito mi ha detto; prendi su il tuo lettuccio (Gv 5,11).

16. Il risanato non conosceva chi l’aveva guarito. Il distacco del nostro Salvatore dalla vanagloria è molto evidente. Dopo aver guarito si eclissò, perché non venisse esaltato per la guarigione. Noi facciamo tutto il contrario. Se talvolta capita di aver dei sogni o di essere utili con l’imposizione delle mani o di scacciare un demonio con un’invocazione, tanto ci guardiamo dal nascondere il successo, che ce ne vantiamo, anche se non richiesti. Gesù, invece, insegnandoci con le opere di non parlare di se stessi, appena ebbe prestato la guarigione si ritirò, per non essere riconosciuto; a tempo debito si ritirava e a tempo debito compariva. Quando infatti c’era bisogno di bloccare la fama del successo, si ritirava. Quando poi avvenne l’allontanamento delle folle, perché con la guarigione fisica fossero provveduti anche i mezzi di cura dell’anima, allora si presentò dicendo: Ecco che sei guarito; non peccare più (Gv 5,14).

17. È medico in vari modi: talvolta cura prima l’anima poi il corpo, tal altra viceversa. Non peccare più, perchè non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio (Gv 5,14): per mezzo di uno insegna a molti. La parola non (valeva) solo per quello, ma per tutti noi. Se talvolta cadiamo in accidenti o dolori o necessità nessuno l’ascriva a Dio, Dio infatti non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male (Giac 1,13). Ciascuno di noi viene sferzato, perché stretto dalle catene del peccato (cf Prov 5,22). Non peccare più, perchè non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio (Gv 5,14). Tu chiunque tu sia, ascolta la parola: chi prima fornicava, deponga questa passione; chi prima era profittatore, diventi misericordioso. Ascolti il ladro: non peccare più. Dio prontamente dimentica il male: abbondante è la sua grazia. Ma non scambiare la longanimità della pazienza in motivo di disprezzo; né perché Dio è longanime, tu continua a peccare. D’ora in avanti fa in modo d’essere guarito dalle passioni carnali e dì anche tu quanto a suo tempo fu letto: Quando infatti eravamo nella carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla legge, erano in piena azione nelle nostre membra (Rom 7,5). Se l’Apostolo dice “quando eravamo nella carne”, non intendeva questa carne che ci riveste, ma le azioni carnali. Pertanto ancora la carne, diceva: “quando eravamo nella carne” Come sul punto di far venire il diluvio Dio disse: Il mio spirito non resterà su questi uomini, perché sono carne (Gen 6,3), in quanto lo spirito si era cambiato in proposito carnale, così anche qui l’Apostolo dice quando eravamo nella carne”.

18. Quindi nessuno sia nella carne; ma pur vivendo nella carne, non cammini secondo la carne (cf 2Cor 10,3). L’Apostolo non vuole che noi, traendoci completamente fuori dal mondo, non operiamo male; ma (vuole) che vivendo nella carne, la sottomettiamo e non ne siamo diretti. Non essere asserviti, ma dominiamo. Usiamo dal cibo in giusta misura, non trascinati dall’ingordigia, ma tenendo a freno il ventre, per dominare anche quanto vi sta sotto. Sia diretto il corpo dall’anima e non sia trascinata l’anima dai piaceri carnali. Non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio (Gv 5,14). A tutti proclama la parola; avvenga che tutti gli orecchi ascoltino. Non ogni orecchio di carne che accoglie la parola, immediatamente l’ammette nell’intelletto. Per questo il Salvatore dice: Chi orecchi per intendere intenda (Mc 4,9), parlando con coloro che avevano orecchi di carne.

19. Ognuno quindi ascolti Gesù e più non pecchi. Uniamoci a chi perdona i peccatori. Se siamo infermi, ricorriamo a lui. Se soffriamo nell’anima, seguiamo il medico che rettifica le idee; se abbiamo fame, accettiamo il pane; se siamo morti, cogliamo la risurrezione; se siamo invecchiati nell’ignoranza, chiediamo la sapienza dalla Sapienza.

20. L’argomento ci ha trascinati a un lungo discorso e forse siamo stati di impedimento all’istruzione del padre. Il momento chiama ad ascoltare parole ancora più autorevoli, perché ricavando vantaggio da opere migliori, per mezzo di esse eleviamo lode a Dio, cui sia gloria ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen.

Dalla Lettera di sant'Atanasio a Serapione. Cacciare i demoni con il dito di Dio

Il Salvatore manifestava di fronte a tutti le opere del Padre: risuscitava i morti, concedeva la vista ai ciechi, faceva camminare gli zoppi, apriva l'udito ai sordi, faceva parlare i muti. Mostrava che la creazione gli era sottomessa comandando ai venti e camminando persino sul mare. Perciò le folle erano piene di stupore e glorificavano Dio. Invece quei reverendi farisei dicevano che erano opere di Beelzebul; quegli stolti non si vergognavano di attribuire al diavolo la potenza di Dio.

Da qui è derivata la dichiarazione del Salvatore circa la loro bestemmia che non ammette perdono né remissione.

Cristo sopportava i farisei fintanto che essi, considerando gli aspetti umani del Salvatore, inciampavano con la mente; dicevano infatti: Non è egli forse il figlio del carpentiere? Come mai costui conosce le Scritture, senza aver studiato? Quale segno tu fai perché possiamo crederti? Scenda ora dalla croce e gli crederemo.Considerando che peccavano contro il Figlio dell'uomo, il Signore rattristato per la loro cecità, diceva: Se aveste compreso anche voi la via della pace!

Anche il grande Pietro commise un simile peccato. Sappiamo infatti come rispose alla portinaia che parlava di Gesù come di un semplice uomo. Ma il Signore gli perdonò vedendo il pianto di lui.

Quando però i farisei caddero ancora più in basso e vaneggiarono ancora di più attribuendo a Beelzebul le opere di Dio, il Signore non poté più sopportarli. Bestemmiavano infatti contro il suo Spirito, dicendo che chi compiva quelle opere non era Dio ma Beelzebul. Osarono affermare cose insostenibili, per cui il Signore ha comminato loro un castigo eterno.

Era come se essi avessero osato sostenere, vedendo l'ordine del mondo e la provvidenza che lo regge, che anche la creazione è stata fatta da Beelzebul; che il sole sorge obbedendo al diavolo; che gli astri ruotano nel cielo grazie a Satana.

Siccome il Signore parla di se stesso, dovrebbero essere chiari questi due punti: c'è chi vede soltanto la sua realtà corporea, domandandosi incredulo: Da dove mai viene a costui questa sapienza? Così si pecca proferendo una bestemmia contro il Figlio dell'uomo.

C'è invece chi, vedendo le opere compiute per mezzo dello Spirito Santo, afferma che chi le compie non è né Dio né Figlio di Dio, bensì le ascrive a Beelzebul. Ora costui bestemmia apertamente, negando la divinità del Verbo.

L'abbiamo notato più volte: con l'espressione Figlio delluomo il Signore indica la sua realtà umana, secondo la carne; invece con Spirito vuole indicare che lo Spirito Santo, nel quale opera ogni cosa, è suo. Perciò, compiendo le opere diceva: Se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre.

Quando invece Gesù stava per offrirsi corporalmente per noi, e per questo si era messo in cammino verso Gerusalemme, disse ai suoi discepoli: Dormite ormai e riposate! Ecco è giunta lora nella quale il Figlio delluomo sarà consegnato in mano ai peccatori.

Le opere strepitose di Cristo dovevano portare alla fede in lui quale vero Dio; la morte invece doveva mostrare che egli aveva un vero corpo. Perciò giustamente chiamò Figlio delluomo colui che stava per essere consegnato. Il Verbo, infatti, è immortale e intoccabile, essendo la Vita stessa.

Ma i farisei non prestarono fede a ciò e neppure vollero considerare le opere compiute dai loro figli. Allora il Signore, con molta calma, torna a metterli alle strette, dicendo:

Se io scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano?

Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.

Dicendo qui con il dito di Dio,cioè con lo Spirito di Dio, Gesù non intendeva affermare che egli era inferiore allo Spirito, né che era lo Spirito a compiere in lui quelle opere. Voleva invece mostrare di nuovo che egli, in quanto Verbo di Dio, è l'autore di tutto, mediante lo Spirito. Così insegnava agli ascoltatori che nella misura in cui si attribuiscono al demonio le opere dello Spirito, si oltraggia proprio colui che dà lo Spirito.

Dalle Omelie di sant'Ambrogio sulla cacciata dei demoni

Expositio Evangelii sec.Luc.,lib.VII,91-94. PL 15,1722-1723.

Taluni accusavano il Signore di scacciare i demoni per mezzo di Beelzebul, principe dei demoni. Nel controbattere, Gesù vuole mostrare che il suo regno è durevole e indivisibile. Dirà giustamente a Pilato: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36). Coloro che non ripongono la propria speranza in Cristo e pensano che i demoni siano scacciati dal principe dei demoni, appartengono a un regno diviso. Qui Cristo allude direttamente ai Giudei che credevano di debellare certi mali invocando l'aiuto di un demonio per scacciare un altro demonio. Ma quando la fede è lacerata, potrà mai sopravvivere l'unità del regno? Il regno della Chiesa resterà eternamente, perché la sua fede è indivisa, il suo corpo è unico: Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. (Ef 4,5-6) Quale follia sacrilega sarebbe credere che il Figlio di Dio agisca col soccorso della potenza diabolica, quando invece egli soggioga gli spiriti impuri e strappa il bottino al principe del mondo mediante il dito di Dio, oppure come dice Matteo, per lo Spirito di Dio! (Cf Mt 12,28) Il Figlio di Dio fatto uomo ha ugualmente dato agli uomini il potere di stroncare gli spiriti malvagi e dividerne le spoglie, ciò che è il simbolo del trionfo. La santissima Trinità si presenta a noi come un regno indivisibile, ad immagine dell'unità di un corpo, dato che Cristo è spesso chiamato la destra di Dio e lo Spirito Santo talvolta è definito dito di Dio. Il regno della divinità non appare dunque indivisibile, poiché è indiviso come un corpo? Infatti in Cristo si trova tutta la pienezza della divinità in forma corporea. (Cf Col 2,9) E ciò, senza dubbio, né lo puoi negare quanto al Padre, né lo devi negare quanto allo Spirito. Però, questo paragone della divinità con le nostre membra non ti faccia credere che sia il caso di stabilire una divisione della potenza: una cosa indivisibile non si può frazionare. L'immagine del "dito" è menzionata soltanto come figura dell'unità, non per distinguere o dividere la potenza; infatti la destra di Dio, il Cristo Signore ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10,30) Ma se la divinità é indivisibile, le Persone sono distinte. Lo Spirito è chiamato dito di Dio; questo indica la sua potenza in atto, poiché, come il Padre e il Figlio, anche lo Spirito Santo è autore delle opere divine. Davide dice infatti: Il tuo cielo, opera delle tue dita; (Sal 8,4) e nel salmo trentadue: Dal soffio della sua bocca il Signore fece i cieli e ogni loro schiera (Cf Sal 32,6). Paolo dice a sua volta: Tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera distribuendole a ciascuno come vuole. (1 Cor 12,11) Quando Gesù dice: Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio, egli ci insegna due cose: anzitutto che lo Spirito Santo è dotato di un potere regale, perché in lui abita il regno di Dio; poi impariamo ad essere una dimora regale, dato che lo Spirito abita in noi, secondo questa parola: Il regno di Dio è in mezzo a voi. (Lc 17,21) Per conseguenza, dobbiamo considerare lo Spirito Santo come associato alla sovranità e alla maestà regale della deità. San Paolo infatti dice: Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. (2 Cor 3,17)

Dalle Omelie di san Beda il Venerabile.

In Natale sancti lacobi apostoli,Lib.II,hom.18. PL94,228-233.

Poiché desiderava sanare le ferite della superbia umana, il nostro Creatore e Redentore, il Signore Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, divenne simile agli uomini umilio sé stesso facendosi obbediente fino alla morte.1.( Fil 2,6.8)

Con l'esempio Gesù ci ha avvisati che se vogliamo arrivare al culmine della vera altezza, dobbiamo intraprendere il cammino dell'umiltà. Se bramiamo vedere la vera vita, il Maestro ci esorta a soffrire con pazienza le avversità del mondo presente e perfino la morte.

Gesù ci ha promesso i doni della gloria, ma ci ha preannunziato i rischi della battaglia. Ecco la sua promessa.

Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla a, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo. 2.( Lc 6,35 ) Dunque, Gesù promette ai suoi la dorata, ricompensa della vita eterna; però segnala che prima è,

necessario passare per una porta stretta e uno scomodo sentiero.

2

Per giungere sulla cima d’un monte, bisogna affrontare, rudi fatiche; quanto sforzo sarà allora necessario per avere, la vita in cielo e riposare sul monte di Dio, di cui parla, il salmista? 3( Sal 14,1 ) Quando i figli di Zebedeo sollecitano da Gesù di sedere

accanto a lui nel suo Regno, il Signore ribatte offrendo loro il suo calice da bere. Li invita cioè a imitare l'agonia della sua passione, perché ricordino che i beni del cielo si acquistano in terra al duro prezzo dell'abiezione e della prova.

Si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostro per chiedergli qualcosa.4.( Mt 20,20 )

Possiamo immaginare che una tale richiesta fosse provocata da eccessivo affetto materno o da desideri ancora egoistici da parte dei discepoli, forti di una parola del Maestro: Quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.5.( Mt19,28 )

D'altronde Giacomo e Giovanni si sapevano amati in modo speciale dal Signore. L'evangelista ricorda che Gesù talvolta li prendeva in disparte con Pietro, per renderli partecipi di misteri che agli altri rimanevano nascosti.

3

L'amore di predilezione che Gesù testimonia a Pietro, Giacomo e Giovanni si manifesta nei nomi nuovi che loro dà. Simone merita di essere chiamato Pietro per la fortezza e la stabilità della sua fede inespugnabile. Giacomo e Giovanni si vedono soprannominati da Gesù "i figli dei tuono perché insieme con Pietro udirono la voce del Padre quando Gesù si trasfigurò sul monte.

Ai figli di Zebedeo certo era stato rivelato molto di più sui misteri divini che non agli altri discepoli, ma a loro importava soprattutto aderire con cuore indiviso al Signore e sentirsi avvolti dal suo amore.

Per tali motivi, Giacomo e Giovanni supponevano che fosse possibile aspirare di sedere più da vicino al Signore nel Regno, specie perché Giovanni, per la sua verginità e la grande purezza di cuore, era tanto caro a Gesù da poggiare il capo sul petto di lui durante la cena.

Ma ascoltiamo ora che risposta dà a tale richiesta colui che conosce i meriti e distribuisce le dignità.

4

La semplicità tinta d'affetto e di fiducia, con cui i figli di Zebedeo chiedono di sedere accanto al Signore nel suo Regno, è certo degna di lode. Tuttavia sarebbe stato meglio che, coscienti della loro fragilità, essi avessero avuto la saggia umiltà di dire: Per me stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi.6.( Sal 83, 11 )

Non sanno quello che chiedono nel reclamare dal Signore l'eccellenza del premio prima di aver fornito la perfezione delle opere. Ma il divino Maestro insinua loro ciò che va cercato in priorità, rammentando che la strada della fatica è l'unico percorso che sfocia nel relativo compenso.

Egli dice loro: Potete bere il calice che io sto per bere ?7.( Mt 20,22 ) Il calice simboleggia le amarezze della passione. I giusti d'ogni tempo possono condividere le sofferenze del Signore, perché queste continuamente riaffiorano nella crudeltà dei miscredenti. Ogni uomo che le accetti con umiltà, con pazienza, persino con gioia a causa di Cristo, regnerà in alto con lui.

Ai figli di Zebedeo, bramosi dei primi posti, Gesù espone la necessità di seguire anzitutto l'esempio della sua passione per raggiungere finalmente il culmine della gloria desiderata.

L'apostolo Paolo offre il medesimo insegnamento di vita, quando scrive: Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.8.( Rm 6, 5 )

5

Gesù dice ai figli di Zebedeo: Non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra ma e per coloro per i quali e stato preparato dal Padre mio.9.( Mt 20,23 ) Se quello che fa il Padre, anche il Figlio lo fa, 10( Gv 5, 19 ) Gesù come può dire che non sta a lui concederlo se non perché egli è insieme Dio e uomo?

Nel vangelo Gesù talvolta parla con la voce della maestà divina, per cui è uguale al Padre, talvolta parla con la voce dell'umanità assunta, per la quale si è fatto uguale a noi.

Poiché nel testo odierno egli vuol dare agli uomini un esempio di umiltà, parla essenzialmente con la voce della sua natura umana.

Abbiamo visto che la madre viene con i figli a presentargli una richiesta. La donna lo interroga in quanto uomo che ignori quello che è occulto e non conosca il futuro, lui che nell'eternità della potenza divina sa tutto quello che deve accadere.

Questa donna si rivolge all'umanità di Gesù più che alla sua divinità, perché chiede che i figli possano sedere alla sua destra e alla sua sinistra. In quanto ha assunto un corpo, il Figlio ha infatti una destra e una sinistra; ma in quanto Dio, ciò non ha senso.

Poiché Gesù è interrogato in quanto uomo, risponde facendo astrazione della sua divinità impassibile e parla della passione che dovrà subire come uomo. Egli propone ai discepoli di imitare il suo itinerario doloroso e conferma la loro protesta di coinvolgimento attestando: R mio calice lo berrete. 11.( Mt 20,23 )

6

Nel commento di questo testo non va tralasciato che Gesù non fa distinzioni tra i due discepoli quando afferma che berranno il suo calice. Ora sappiamo che Giacomo terminò la vita con l'effusione del sangue, mentre Giovanni morì in un periodo di pace per la Chiesa.

Luca attesta chiaramente il martirio di Giacomo quando

scrive: In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare

alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo

fratello di Giovanni.12.( At 12,1-2 )

Da parte sua, Eusebio, nella "Storia Ecclesiastica riferisce alcuni particolari di quella passione: "Colui che aveva consegnato Giacomo al giudice. rimase sconvolto. Confessò di essere anch'egli cristiano, e ambedue furono condotti insieme al supplizio. Per via, quell'uomo chiese a Giacomo di perdonarlo. Dopo un istante di riflessione, Giacomo gli disse: 'La pace sia con te, e gli dette il bacio santo. Cosi ambedue furono decapitati". 13

7

Sappiamo che Giovanni era pronto per bere il calice di morte per il Signore. Negli Atti leggiamo di lui che insieme con gli apostoli fu lieto di aver subito gli oltraggi, il carcere e le percosse per amore del nome di Gesù. 14( At 5,41 ) Sappiamo pure che Gìovanni, a motivo della parola di Dio, fu relegato in esilio nell'isola di Patmos.

Quanto al supplizio ch'egli avrebbe sofferto sotto Domiziano, la tradizione vuole che sia stato gettato in una caldaia di olio bollente. Ma Giovanni ne usci sano e salvo,così com era integro di mente e di vita. 15

Sempre Domiziano mandò Giovanni in esilio; eppure quanto più l'Apostolo pareva privo di ogni soccorso terreno, tanto più i cittadini del cielo venivano a consolarlo.

Giovanni bevve realmente al calice del Signore tanto quanto suo fratello decapitato, giacché per le tante prove sostenute in difesa della verità, dimostrò che avrebbe prontamente affrontato la morte se si fosse presentata l'occasione.

8

Anche noi, cari fratelli, possiamo ricevere il calice di salvezza e ottenere la palma del martirio, pur senza soffrire catene, supplizi, carcere e persecuzione per la giustizia. Basterà trattare duramente il nostro corpo e tenerlo sottomesso, pregare Dio con cuore umile e pentito; basterà sopportare serenamente le offese del prossimo, amare chi non ci vuol bene, mostrarsi buoni con chi ci tratta male, impegnandoci a pregare per la loro vita e la loro salvezza. In una parola, rivestiamoci di pazienza e orniamoci del frutto di buone opere.

Seguiamo il consigio dell'Apostolo che ci esorta a offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito aDio. 16( Rm 12.1 )

Se vivremo cosi, Dio ci ricompenserà, elargendoci la gloria riservata a coloro che per Cristo consegnarono le proprie membra al martirio.

Allora la nostra vita sarà preziosa agli occhi del Signore quanto la morte dei martiri. E quando i legami della carne si scioglieranno, meriteremo di entrare nelle dimore della Gerusalemme celeste. La, insieme con i cori dei beati, renderemo grazie al nostro Redentore che vive e regna con il Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Martirio di San Giovanni Battista. Commenti Patristici

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29 agosto

Martirio di san Giovanni Battista

1

Dalla Lettera a Donato di san Cipriano di Cartagine.

Epist. I. ad Donatum, 3-6. 14 . PL 4,198-205. 220-221.

Un tempo io giacevo nelle tenebre di una notte buia; mi trovavo come sballottato sul mare del mondo che mi gettava in tutte le direzioni; incerto delle vie che mi si paravano innanzi, vagavo in balia di me stesso e non ero consapevole della mia vita.

Lontano dalla verità e dalla luce, ritenevo che fosse davvero difficile e duro, per i miei sentimenti di quel periodo, ciò che la misericordia di Dio mi pro­metteva per portarmi alla salvezza.

Reputavo fosse difficile poter nuovamente rinasce­re e deporre le abitudini precedenti, anche se il batte­simo nell’acqua della salvezza mi rinnovava a nuova vita. Stimavo ugualmente difficile che un uomo potesse cambiare la mente e l’animo senza mutare nel suo fisico.

Continuavo a dirmi: “Come sarà possibile una conversione così grande da liberarmi tutto ad un tratto da ciò che fin dalla nascita si solidificò come quando si colloca del materiale e lo si ammucchia in depositi? Come sarà possibile liberarmi di quelle abitudini che ho indebitamente contratte?”.

2

Spesso mi trovavo con questi pensieri. Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata e non crede­vo di potermene liberare. I vizi aderivano alla mia vita e io continuavo ad assecondarli. Non pensavo più di poter raggiungere i beni migliori; per questo favorivo ciò che mi nuoceva come se fosse qualcosa che ormai mi appartenesse e fosse cresciuto con me.

Ma sopraggiunse l’aiuto dell’acqua che rigenera. La corruzione della vita precedente venne cancellata e dall’alto si diffuse una luce nel mio cuore purificato e mondo. Ricevetti dal cielo lo Spirito e attraverso una seconda nascita diventai un uomo nuovo.

Dopo questo evento, ciò che era segnato dal dub­bio improvvisamente divenne, in modo che non saprei descrivere, una certezza; quello che era impenetrabile e pieno di tenebra mi apparve accessibile e luminoso.

Potevo raggiungere quello che prima mi sembrava assurdo e fare quello che finora ritenevo impossibile. Avevo così la possibilità di capire come fosse terreno l’uomo di prima, nato dalla carne e schiavo dei vizi.

3

Comprendevo che cominciava ad appartenere a Dio quello che lo Spirito Santo aveva già animato. Sai bene anche tu, e lo ammetti con me, ciò che questa morte del peccato, ciò che questa vita di virtù mi hanno rispettivamente tolto e donato. Lo sai e non insisto; è odioso lodare se stessi, anche se non può essere millanteria ma gratitudine ciò che attri­buiamo al dono di Dio e non alla nostra capacità umana. Infatti ammettiamo quale effetto della fede il non peccare, e quale effetto dell’errore umano il peccato.

È opera di Dio, lo ripeto, è opera di Dio tutto ciò che noi possiamo. Da lui abbiamo la vita e il vigo­re; grazie alla capacità che ci dona, possiamo pregusta­re qualcosa dei beni futuri, anche se siamo ancora su questa terra. Ci deve essere solo il timore come custode della nostra innocenza, perché il Signore, che si è riversato nei nostri cuori con il tocco della sua bontà e del suo perdono celeste, si fermi nel nostro animo, allietato dalla buona ospitalità delle nostre opere sante.

4

Se tu riesci a camminare con passo sicuro sulla via dell’innocenza e della salvezza, se tu, unito a Dio con tutte le forze e con tutto il cuore, rimani sempli­cemente quello che hai cominciato ad essere, ti sarà concessa possibilità di agire in proporzione di quanto crescerà in te la grazia dello Spirito.

Nell’usufruire dei doni di Dio non vi è nessuna misura o limite, come invece accade per i benefici terreni. Lo Spirito si effonde abbondante e non viene costretto da confini, non è obbligato entro limiti, non viene frenato in spazi circoscritti. Lo Spirito scaturisce senza posa, fluisce traboccando; occorre solo che il nostro cuore abbia sete e si apra.

Attingeremo l’abbondante grazia in proporzione della nostra capacità di fede. Dallo Spirito scende a noi la possibilità di vivere una vita sobria e casta, di avere sinceri pensieri e una parola altrettanto since­ra. Grazie allo Spirito possiamo superare vittoriosi i mortali veleni quando veniamo colpiti; da lui abbiamo la capacità di ritornare in salute e di eliminare le brutture del nostro animo quando sbagliamo.

5

È lo Spirito che ci permette di far diventare paci­fici coloro che sono sconvolti dall’ira e dall’odio e di ridurre i violenti a mitezza. È lo Spirito che ci dona la forza di minacciare e umiliare gli spiriti immondi che si aggirano intorno e penetrano negli uomini per corromperli. Con lo Spirito possiamo sferzare terribilmente questi spiriti e costrin­gerli ad andarsene o abbatterli mentre oppongono resistenza, lamenti e gemiti, aumentandone le sofferen­ze. Con lo stesso Spirito li flagelliamo e li tormentiamo con il fuoco. È una battaglia che si combatte e non si vede: i colpi sono invisibili ma la pena è manifesta.

Lo Spirito che abbiamo ricevuto agisce con la sua potenza, perché noi partecipiamo ad una vita nuova. Non abbiamo però ancora cambiato il corpo e le mem­bra; per questo la vista umana resta ancora nel buio, perché il sensibile si frappone come una nube.

6

Che potenza spirituale, che forza è questa! Non solo sottrarsi ai contatti perniciosi del mondo, ma non lasciarsi più contagiare dalla corruttela del nemico che rinnova i suoi assalti, purificati come siamo. L’ani­mo si rinvigorisce e si rinsalda nelle proprie forze tanto da dominare imperiosamente tutto l’esercito del nemico che viene all’assalto.

Perché gli effetti della presenza divina ti appaiano più luminosi, cercherò di illuminarti svelandoti la veri­tà. Dopo aver dissipato la caligine del male, ti mostrerò le tenebre che avvolgono il mondo.

Immagina di essere sollevato su una delle cime più alte di un monte scosceso e di osservare da lassù le cose che si estendono ai tuoi piedi. Gira lo sguardo in diverse direzioni e contempla il turbinare che scon­volge il mondo, mentre tu sei libero da ogni contatto terreno.

7

Avrai allora compassione per questo mondo e maggiormente consapevole della tua situazione, ne sarai tanto più riconoscente a Dio e con gioia più viva lo ringrazierai di esserne scampato. Osserva: le strade sono infestate da rapinatori, i pirati percorrono i mari, dappertutto l’orrore del sangue sparso e dei campi di guerra. Il mondo gronda di sangue fraterno: l’omici­dio, considerato un delitto quando è commesso dai singoli, diventa virtù se compiuto in nome dello stato! A questo livello, l’impunità non è garantita dall’innocen­za, ma dall’atrocità della ferocia.

Esiste una sola tranquillità certa e serena, una sola sicurezza stabile su cui si possa contare: quella di chi si ritrae dal turbinio di questo mondo inquieto e, gettata per sempre l’ancora nel porto della salvezza, eleva lo sguardo dalla terra verso il cielo. Ammesso a godere del tesoro divino, tale uomo è ormai interiormente ac­canto al suo Dio. Si vanta di non avere più occhi per le cose terrene che ad altri appaiono grandi e sublimi.

8

Chi è superiore al mondo non può ormai attendere o desiderare qualcosa dalla società mondana. Essere sciolto dai lacci del mondo circostante, purificato dalla feccia terrena sotto la luce dell’eterna immortali­tà, significa avere garantita una protezione continua e irreversibile e il sostegno celeste per giungere ai beni eterni.

Allora ci si rende conto fino a che punto il nemico con i suoi attacchi tramava insidiosamente a nostra rovina. Così siamo spinti ad amare quel che saremo, tanto più che ci è possibile conoscere e condannare quello che eravamo. Non abbiamo bisogno per questo di denaro, di raggiri e di forza, come se si trattasse di procurarci una grandissima dignità. E’ dono di Dio gratuito e facile. Come spontaneamente il sole diffonde i suoi raggi, il giorno porta la luce, la fonte zampilla d’acqua, la pioggia irrora la terra, così lo Spirito celeste si diffonde in noi.

Dopo che l’uomo si è rivolto verso il cielo e ha conosciuto il suo Creatore, si innalza sopra il sole e ogni potenza terrena, cominciando ad essere ciò che sa di essere.

9

Dal vangelo secondo Marco.

6,17-29

Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodiade, moglie di sua fratello Filippo, che egli aveva sposato.

Dal Discorso di Giovanni Giusto Lanspergio per la festa del martirio di san Giovanni Battista.

Sermo in festo Decollationis s.Joannis Baptistæ. Opera omnia, Monsterolii, 1889, t. II, 514-515. 518-519.

La morte di Cristo è all’origine di una innumerevole folla di credenti. Per la potenza del Signore Gesù e grazie alla sua bontà, la morte preziosa dei suoi martiri e dei suoi santi ha fatto nascere una gran moltitudine di fedeli. Infatti, la religione cristiana non ha potuto essere distrutta dalla persecuzione dei tiranni e dalla morte ingiusta di innocenti; ogni volta invece ne ha ricevuto un accrescimento vigoroso.

Ne abbiamo un esempio di san Giovanni che ha battezzato Cristo e che noi oggi festeggiamo come martire. Erode, questo re infedele, per fedeltà al suo giuramento, volle sopprimere in modo radicale dalla memoria degli uomini il ricordo di Giovanni. Ora non soltanto il Battista non fu dimenticato, ma migliaia di uomini, infiammati dal suo esempio accolsero con gioia la morte per la giustizia e la verità. Così, l’ignominia di cui il tiranno voleva coprirlo, in realtà lo rese ancora più illustre. Quale cristiano, degno di questo nome, non venera oggi Giovani, il battezzatore di Cristo? Ovunque nel mondo i fedeli venerano la sua memoria, tutte le generazioni lo proclamano beato e le sue virtù riempiono di profumo la Chiesa.

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Giovanni non visse soltanto per se stesso, e neppure morì solo per sé. Quanti uomini, carichi di peccati, la sua vita dura e austera seppe trarre a conversione! Quante persone la sua morte immeritata incoraggiò a sopportare le avversità! E a noi, da dove viene oggi l’occasione di rendere grazie a Dio con fede se non dal ricordo di san Giovanni ucciso per la giustizia, cioè per Cristo?

Egli non amò la sua anima, cioè la parte sensitiva che cerca il piacere e rifugge l’austerità, ma la odiò nel senso che non volle affatto acconsentire alle voglie istintive. Così odiandola, o meglio amandola in modo vero e religioso, l’ha conservata per la vita eterna. E non ha salvato soltanto se stesso, ma col suo esempio ha coinvolto moltissimi nella difesa della giustizia.

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Che cosa mai possiamo dire in lode di Giovanni Battista? Come non ci fu uno più santo di lui, così è indubitabile che tutto il suo essere in modo meraviglioso anelò alla visione immediata del volto di Dio. Fu in seguito al suo esempio che alcuni martiri desiderarono dare la vita per Dio e per la giustizia arrivarono a offrire volontariamente se stessi in olocausto.

Infine, tutti i santi hanno un tale desiderio di Dio che, in attesa esso venga appagato, si consolano rivolgendosi al Signore in preghiera continua, ascoltando la sua Parola nella Scrittura, facendo memoria dei suoi doni e benefici. Soprattutto si accostano con grande frequenza alla santa Comunione, che offre a noi il segno più alto e mirabile dell’amore divino: qui incontrano davvero presente colui che amano, quantunque nessuno potrebbe avere esperienza e godimento di lui così come Egli è.

Possiamo quindi tirare questa conclusione: se uno ha spento dentro di sé gli effimeri desideri della terra, mentre avvampa per quelli del cielo; se uno si auspica la morte per poter in tal modo essere sempre con Cristo, e da nulla trae tanto conforto come da questo adorabile sacramento, costui può andar certo di essere abitato dall’amore di Dio.

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La caratteristica primaria di un cuore incendiato dall’amore divino consiste nel far dono di sé e di tutto ciò che è suo al Signore per onorarlo e seguire la sua volontà. Arriva al punto che preferirebbe morire — il che sarebbe anche necessario per la salvezza — piuttosto che commettere un peccato mortale che offenda Dio in modo gravissimo. Comunque, l’amore perfetto non evita soltanto la colpa mortale, ma si impegna nell’adesione operosa del beneplacito divino.

Così, appunto, Giovanni Battista ha sacrificato generosamente la vita quaggiù per amore di Cristo; ha scelto di disprezzare gli ordini del tiranno piuttosto che quelli di Dio. Questo esempio ci insegna che nulla deve esserci più caro della volontà di Dio. Piacere agli uomini non serve a gran cosa; anzi, spesso proprio questo ci nuoce moltissimo. Ma offendere Dio non può che portare cattive conseguenze Perciò, con tutti gli amici di Dio moriamo ai nostri peccati e alle nostre passioni, calpestiamo il nostro amor proprio sviato e impegniamoci a lasciar crescere in noi l’amore fervente di Cristo: quanto più fervido esso avvamperà in noi, tanto più in cielo saremo beati e uniti con Cristo.