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Martedì della XIV settimana del Tempo Ordinario




La mia vita si è avvizzita come una ragnatela. 
Nel tempo dello sconforto e del turbamento, 
siamo divenuti come dei profughi, 
e i nostri anni si sono avvizziti 
sotto la miseria e le sventure.
Signore, eterna è la tua misericordia. 
O Cristo, che sei pura misericordia, 
donaci la tua grazia;
stendi la mano e vieni in aiuto 
a quanti sono tentati, tu che sei buono. 
Abbi pietà di tutti i tuoi figli 
e vieni in loro soccorso; 
dacci, Signore misericordioso, 
di ripararci all’ombra della tua protezione 
e di essere liberati dal male 
e dai seguaci del Maligno.

S. Efrem


Mt 9, 32-38 

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». 
Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagòghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della mèsse che mandi operai nella sua mèsse!».



IL COMMENTO


Troppe parole o troppo poche. Aspetti d'uno stesso mutismo, quello del cuore. Stanchi ed affaticati spesso non riusciamo a trovare le parole giuste al momento giusto. O serriamo le labbra per chiudere con il mondo, o con qualche suo abitante: moglie, marito, amici, genitori, suocera o colleghi. Normalmente quelli che ci sono più vicini. Il demonio muto è il demonio che strozza la lode, che impedisce la gioia. Ne abbiamo esperienza. Scontenti, trasciniamo le nostre ore come le gambe di un vecchio che si affatica tra la camera e il bagno. Il demonio muto ci appesantisce, scolora le nostre esistenze, infiacchisce speranze ed entusiasmi. Ci assopisce sulla routine quotidiana smorzando la speranza. E ci ammutolisce e immalinconisce. 


Mutismo e malinconia sono segni di un cuore stanco e sfinito di rincorrere esiti mai raggiunti. Un cuore senza pastore, compiaciuto delle proprie parole vuote e senza costrutto, guidato da un mercenario che lo conduce diritto alla morte, all'estinzione della felicità e dell'attesa. Un cuore orgoglioso sigilla le labbra. Un cuore sconfitto e incapace d'accettare l'umiliazione della verità. Un cuore chiuso in un altezzoso silenzio. "Ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora!–, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora" (Mons.Luigi Giussani).


Il Signore Gesù di questo cuore ha compassione, un cuore "stanco e sfinito" che ha smarrito l'amore, per se stesso innanzi tutto, in cui non trova nulla di affascinante e appassionante, speranze evaporate nei fallimenti di relazioni e progetti. Un cuore che ha smarrito l'amore all'altro, allo studio, al lavoro, al sole e al cielo. Un cuore chiuso nel petto, muto dinanzi agli eventi, come la sera del "dì di festa", sul quale scende la coltre della disillusione: "e già non sai né pensi, Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto... E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente." (Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa). Quante piaghe in mezzo ai nostri petti, e quante giornate sfiorite come il giorno di festa che scivola via senza aver lasciato orma duratura di gioia e di pace. Cuori stretti nella solitudine, messe di Dio senza nessuno capace di operare perchè sia donata la fede, ridestata la speranza, innescata la carità. 


Ogni uomo è infatti parte della messe di Dio, proprietà di Colui che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L'incompiutezza dell'opera rapita dall'inganno del demonio accolto nella libertà, grida nel petto come un graffio che impedisce la felicità: essa erompe solo nel compimento dell'opera iniziata con la nostra creazione. Per questo è necessario che, sulle strade d'ogni generazione e di ogni luogo, corrano con urgenza i piedi degli operai, degli annunciatori del Vangelo del Regno. La predicazione è infatti la rugiada della compassione di Dio, le viscere di misericordia che generano la fede, danno sostanza alla speranza, muovono alla carità. Operai che operino il compimento dell'opera di Dio, di loro ha bisogno il mondo, sterminata messe di Dio; di quest'unica opera di compassione e guarigione, di queste viscere materne che nella Parola del Regno, dell'amore e della vittoria sul peccato e sulla morte, rigenerano ad una vita nuova, ciascuno di noi ha oggi bisogno. Muti possiamo essere dischiusi alla parola, alla relazione e all'amore solo dalla Parola "stolta" e semplice del Vangelo. 


Essa è, secondo il cuore della tradizione ebraica, l'atteso "dì di festa" e giunge a noi come carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. L'annuncio del Vangelo che bussa al nostro cuore è l'autentico Shabbat, il giorno del riposo che completa in noi l'opera che Dio ha iniziato creandoci. L'annuncio del vangelo è il settimo giorno, il giorno in cui Dio riposa perchè, nell'incontro della sua Parola con il nostro mutismo, si compie la ricreazione, ed ecco ciascuno di noi ridiviene "cosa molto buona". Secondo la tradizione rabbinica infatti, in occasione dello Shabbat si riceve una Neshamah yeterah (anima supplementare) che permette di apprezzare nel suo più giusto valore il calore dell'amicizia e dello spirito di famiglia (B. Betsah 16a e Taanit 27b). Shabbat porta a compimento la messe di Dio, il gregge ritrova il suo Pastore che lo conduce ai pascoli del riposo. 


Ogni sua caricatura mondana ci ha sino ad ora delusi, ogni affetto, ogni progetto, ogni giorno di festa ci ha piagato il cuore nella malinconia colata dalla vanità della carne. Le viscere materne di Dio, la compassione del suo Figlio ci raggiungono oggi come la sposa che, in tutto, abbiamo atteso, l'aiuto simile a noi, l'Eva tratta dalla nostra stessa costola, il luogo ove riposare e deporre il nostro desiderio d'amare senza il timore che tutto si estingua nel volgere di un giorno. Per Israele Shabbat è la sposa da accogliere con onore e unzione. E' la carne di Cristo che ha preso su di sé ogni nostra sofferenza, che ha vinto la morte che ci assedia e ci ammutolisce, la sua Parola nella carne e nella parola dei suoi messaggeri, gli operai della messe di Dio.  


Lui cerca i nostri silenzi sanguinanti per colmarli delle Sue parole di misericordia. Oggi la Sua compassione è la nostra guarigione. Il Suo amore senza condizioni anche oggi caccia dal nostro cuore il principe del silenzio. Il Signore anche oggi sconfigge il demonio e le sue menzogne. Abbandoniamoci a Lui e consegniamogli malinconia e orgoglio. Lasciamoci amare. Anche oggi. "La tua volontà sia davanti a Te, Dio dei cieli, siano ascoltati e evangelizzati buoni vangeli, vangeli di salvezza, di conforto e consolazione dai quattro angoli della terra" (Liturgia di Shabbat per l'annuncio del mese, Rosh Odesh).



Lacordaire (1802-1861), domenicano Omelia del 3/5/1850, in Omelie, istruzioni e allocuzioni, 1885, t.II

« La messe è molta, ma gli operai sono pochi »

È forse stata rivolta a uomini poco numerosi e scelti questa parola : « Andate ed ammaestrate » (Mt 28, 19) ? L'apostolato è forse una particolarità nella Chiesa cattolica, oppure è una generalità ? Cristo ha forse detto soltanto ai suoi discepoli « andate ed ammaestrate » ? No, la Chiesa tutta intera è solidale con tutto ciò che viene fatto nella Chiesa. C'è una comunione di tutto e in tutto fra tutti i membri della famiglia di Cristo. Dire : « Questo è il dovere di tali cristiani nella Chiesa e non è il mio dovere » è dire una parola anticristiana. San Pietro, rivoltandosi ai primi fedeli, diceva loro : « Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce » (1 Pt 2, 9). Eredi della luce dai nostri antenati, siamo i dispensatori della luce ai nostri contemporanei e alla nostra posterità. Non soltanto per voi il « sole di giustizia » (Mal 4, 2) è stato acceso in voi ; ma affinché risplenda tutto attorno a voi. Nella natura, i vostri occhi non hanno ricevuto la luce allo scopo di tenerla ; la riflettono. Portano fuori il vostro animo e chiunque vuole comunicare con voi vi guarda negli occhi per discernervi la luce che vi si trova, che è il vostro spirito. Tutto quello che siete risplende. Perciò, se le vostre facoltà naturali, e tutte le vostre potenze risplendono, quanto più dovete risplendere nell'ordine soprannaturale !


Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa 
Lettera 135

« Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe »

Un giorno, mentre stavo pensando a quello che potevo fare per salvare le anime, una parola del Vangelo mi ha fatto vedere una viva luce. Un tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli mostrando loro i campi di grano maturo: «Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,34), e un po' dopo: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe». Che mistero! Gesù non è forse onnipotente? Le creature forse non appartengono a Colui che le ha create? Perché dunque Gesù disse: «Pregate il padrone della messe che mandi operai»? Perché?
Ah! è perché Gesù nutre per noi un amore tanto incomprensibile da volere che noi partecipiamo con lui alla salvezza delle anime. Non vuole fare nulla senza di noi. Il Creatore dell'universo aspetta la preghiera di una povera anima per salvare le altre anime riscattate come lei a prezzo di tutto il suo sangue. La nostra vocazione non consiste nell'andare a mietere nei campi di grano maturo. Gesù non ci dice: «Abbassate i vostri occhi, guardate le pianure e andate a mietere». La nostra vocazione (in quanto carmelitane) è ancora più sublime. Ecco le parole del nostro Gesù: «Levate i vostri occhi e guardate. Vedete quanti posti sono liberi nel mio cielo. Spetta a voi riempirli; siete i miei Mosè che pregano  sul monte (Es 17,8s). Chiedetemi degli operai e ne manderò. Non aspetto nulla se non una preghiera, un sospiro del vostro cuore!»

Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario



La guarigione dell’emorroissa, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma

Allora la forza della domanda è l’altro che è presente, non tu. 
È questa la differenza tra tutta la grandezza d’animo dell’uomo 
– sia epicureo che stoico, secondo le varie versioni – e il cristiano. 
Per l’uomo normale quello che è importante è ciò che è capace di fare, 
capace di superare lui (stoico o epicureo). 
E per il cristiano… è come un bambino: 
è tutto teso alla presenza della madre, del padre, dell’altro. 
È la forza di Dio. 

Mons. Luigi Giussani, Una presenza che cambia,


Mt 9,18-26

In quel tempo, mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. 
Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna guarì. 
Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 
E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

IL COMMENTO


Ci sono momenti in cui è meglio per noi ritirarci. Lasciare che Dio agisca. Lasciare il Signore solo con la nostra soffrerenza. Lasciarlo entrare. Alberga in noi tanta sfiducia, ammettiamolo. A volte anche la derisione di fronte all’impossibile che Dio solo è capace di fare. Lasciare in disparte quella parte di noi che dubita, mormora, sogghigna di Dio. Lasciare che Lui tocchi la nostra carne morta. Che perdoni, con le sue ferite, i nostri peccati, gravidi di morte e tristezza. 

Il Signore è buono, Lui si ferma alla nostra piccolissima fede, basta un gesto, un grido. Quante volte ci gettiamo disperati ai Suoi piedi implorando la salvezza! Spesso ci ricordiamo di Lui solo quando lo necessitiamo per qualche sofferenza insopportabile. Ci avviciniamo, qualcosa dentro di noi ci dice che basta solo toccare il Suo mantello, come quello di Elia, segno - sacramento - del potere della Sua parola profetica che compie ciò che annuncia. Toccarlo è ascoltarlo. Poi, succede che dimentichiamo, ripiombiamo nell’incredulità, nella paura. Eppure a Lui basta una parola. La Sua, la nostra. Un briciolo di fede, un moto del cuore. Il nostro cuore più profondo. Le agitazioni esterne, le nevrosi e i nervosismi Lui li caccia fuori. Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola. 

Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all'ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l'ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l'esercito del Faraone, imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall'umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perchè appaia il Cielo nella nostra vita, l'impossibile fatto possibile, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell'annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). "C’è un obbligo nella Bibbia (Numeri 15, dal verso 38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco...  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio...  L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio... potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed". (Riccardo Di Segni, Il Vangelo spiegato dal Rabbino, 30 Giorni n. 10/11 2009). 

Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. "Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza" (R. Di Segni, cit.). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d'amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Toccarlo, in un istante di fiducia. La fede. Lì, nella parte più vera di noi. Un grido. Un abbandono. La certezza profonda d’essere ascoltati. Lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo. “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede è avere questi occhi su ogni evento, su ogni sofferenza. E implorare, semplicemente, che Lui venga a destare quanto di noi s’è assopito. Il Mistero Pasquale che si compie ogni giorno. Anche oggi. "La domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita – è una frase del Papa –, questo è l’ascesi. Che diventi familiare in noi la domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita, questo è l’ascesi. (Mons. Luigi Giussani, L’opera del movimento. La fraternità di Comunione e liberazione).







San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di Giovanni, 4 ; PG 73, 560


« Entrò e le prese la mano »


Poiché Cristo, per mezzo della sua carne, è entrato in noi, risusciteremo interamente; è infatti inconcepibile, anzi impossibile, che la vita non faccia vivere coloro nei quali si è introdotta. Come si ricopre un tizzone ardente con un mucchio di paglia per mantenere intatto il germe di fuoco, così il nostro Signore Gesù Cristo nasconde la vita in noi con la sua carne e vi mette come un germe di immortalità che respinge tutta la corruzione che portiamo in noi.
Quindi non soltanto con la sua parola egli opera la risurrezione dei morti. Per mostrare che il suo corpo è donatore di vita come abbiamo detto, tocca i cadaveri e mediante il suo corpo dona la vita a questi corpi già in via di decomposizione. Se il solo contatto della sua sacra carne rende la vita ai morti, quanto profitto trarremo dalla sua eucaristia vivificante quando la riceveremo!... Non sarebbe bastato che la sola nostra anima fosse rigenerata per mezzo dello Spirito per una vita nuova. Occorreva che anche il nostro corpo pesante e terreno fosse santificato dalla sua partecipazione a un corpo così consistente quanto il suo e della stessa sua origine, e così venisse chiamato all'incorruttibilità.




Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di San Giovanni 49, 15 (Nuova Biblioteca Agostiniana)


Vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà »
        
« Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno » (Gv 11, 25-26). Che vuol dire questo ? « Vivrà, perché il Cristo non è Dio dei morti ma dei viventi. » (Mt 22, 32)...
Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai ; se non credi, sei morto anche se vivi... Quando è che muore l'anima ? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo ? Quando viene a mancare l'anima. La fede è l'anima della tua anima. « Chi crede in me , dice il Signore,  anche se è morto nel corpo, vivrà nell'anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per la immortalità della risurrezione. »




Benedetto XVI. Guarigione dell'emoroissa
Angelus dell'1 luglio 2012


Nell’odierna domenica, l’evangelista Marco ci presenta il racconto di due guarigioni miracolose che Gesù compie in favore di due donne: la figlia di uno dei capi della Sinagoga, di nome Giàiro, ed una donna che soffriva di emorragìa (cfr Mc 5,21-43). 
Sono due episodi in cui sono presenti due livelli di lettura; quello puramente fisico: Gesù si china sulla sofferenza umana e guarisce il corpo; e quello spirituale: Gesù è venuto a guarire il cuore dell’uomo, a donare la salvezza e chiede la fede in Lui.
Nel primo episodio, infatti, alla notiziGesù a che la figlioletta di Giàiro è morta, Gesù dice al capo della Sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36), lo prende con sé dove stava la bambina ed esclama: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!» (v. 41). Ed essa si alzò e si mise a camminare. San Girolamo commenta queste parole, sottolineando la potenza salvifica di Gesù: «Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù» (Omelie sul Vangelo di Marco, 3). Il secondo episodio, quello della donna affetta da emorragie, mette nuovamente in evidenza come sia venuto a liberare l’essere umano nella sua totalità. Infatti, il miracolo si svolge in due fasi: prima avviene la guarigione fisica, ma questa è strettamente legata alla guarigione più profonda, quella che dona la grazia di Dio a chi si apre a Lui con fede. Gesù dice alla donna: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male!» (Mc 5,34).
Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita.
A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.
Gesù che si fa attento alla sofferenza umana ci fa pensare anche a tutti coloro che aiutano gli ammalati a portare la loro croce, in particolare i medici, gli operatori sanitari e quanti assicurano l’assistenza religiosa nelle case di cura. Essi sono «riserve di amore», che recano serenità e speranza ai sofferenti. Nell’Enciclica Deus caritas est osservavo che, in questo prezioso servizio, occorre innanzitutto la competenza professionale - essa è una prima fondamentale necessità - ma questa da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, che hanno bisogno di umanità e dell'attenzione del cuore. «Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro» (n. 31).
Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e il nostro impegno di amore concreto specialmente verso chi è nel bisogno, mentre invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che vivono una sofferenza nel corpo o nello spirito.



Beato Charles de Foucauld (1858-1916), eremita e missionario nel Sahara 
Ritiro a Nazareth, 1897


« La tua fede ti ha guarita »


La fede, è ciò che fa che noi crediamo in fondo all'anima ... tutte le verità che la religione ci insegna, di conseguenza il contenuto della Sacra Scrittura e tutti gli insegnamenti del Vangelo, infine quanto ci è proposto dalla Chiesa. Il giusto vivrà veramente di questa fede (Rom 1,17), poiché essa prende il posto in lui della maggior parte dei sensi naturali. Trasforma talmente ogni cosa che gli altri sensi possono servire poco all'anima, che percepisce attraverso essi solo apparenze che ingannano, mentre la fede le mostra le realtà. L'occhio gli fa vedere un povero; la fede gli fa vedere Gesù (cf Mt 25,40). L'orecchio gli fa sentire ingiurie e persecuzioni; la fede gli canta: “Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12). I sensi ci fanno sentire i colpi di pietra ricevuti; la fede ci dice: “Abbiate una grande gioia per essere stati giudicati degni di soffrire qualcosa per il nome di Cristo” (cf At 5,41). Il gusto ci fa sentire l'incenso; la fede ci dice che il vero incenso “sono le preghiere dei santi” (Ap 8,4).
I sensi ci seducono con le bellezze del creato; la fede pensa alla bellezza increata ed ha compassione di tutte le creature che sono nulla e polvere di fronte a quella bellezza. I sensi hanno orrore del dolore; la fede lo benedice come la corona dello sposalizio che l'unisce all'Amato, il cammino col suo Sposo, la mano nella sua mano divina. I sensi si ribellano all'ingiuria; la fede la benedice: “Benedite coloro che vi maltrattano” (Lc 6,28)...; la trova dolce poiché è condividere la sorte di Gesù... I sensi sono curiosi; la fede non vuole conoscere nulla: ha sete di scomparire e vorrebbe passare tutta la vita immobile ai piedi del tabernacolo.



Mercoledì della II settimana del Tempo Ordinario



Dio si serve di modi e strumenti 
che a noi sembrano a prima vista solo debolezza.  
Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo 
e, dall'altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell'amore: 
proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza. 


Benedetto XVI, Udienza generale 29 ottobre 2008




Dal Vangelo secondo Marco 3,1-6.


Entrò di nuovo nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo!». Poi domandò loro: «E' lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. 


IL COMMENTO


“Alzati e mettiti in mezzo!”. La parola “alzati” è la stessa usata per "risuscitare". Questo pover'uomo è incapace di tutto, come quando si dice "sono come senza una mano", prendere, scrivere, guidare, mangiare, ogni relazione compromessa, tutto terribilmente difficile, ma una cosa non gli è impedita: la sua infermità non gli preclude l'obbedienza. Per quanto deboli, aridi, insensibili, incapaci, per quanto i peccati, le sofferenze, le difficoltà, ci ostacolino e ci blocchino, non ci impediscono l'obbedienza. E si risuscita per obbedienza. Gesù ha obbedito ed è entrato nella morte, per vincerla e consegnarci gratuitamente l'obbedienza per risorgere. "Alzati e mettiti nel mezzo!", quell'uomo non ha fatto altro che obbedire, ascoltare ed obbedire. Ed è risuscitato. Obbedire dunque è il cammino alla risurrezione, alla libertà, al recupero di una vita piena, da spendere in tutte le sue immense potenzialità. A noi l'obbedienza: stendere la mano e mettersi nel mezzo. A Gesù il potere di risuscitare, di perdonare e rendere fecondo ciò che è arido.


Il cammino alla resurrezione ci conduce ad essere posti in mezzo, come Gesù, preso in mezzo, e poi crocifisso in mezzo ai due ladroni! In mezzo per svelare il cuore di ogni uomo. Ma non si tratta del nostro cercare di stare al centro dell'attenzione, dei discorsi, degli affetti degli altri, facendo buona mostra della propria presunta parte migliore. Si tratta dell'esatto contrario, di essere posti nel mezzo affinchè si veda bene la mano sterile che guarisce per l'opera di Dio, la ferita sanata dalla misericordia. Come Gesù che tutti hanno potuto vedere crocifisso, uomo dei dolori, come uno davanti al quale ci si copre il volto. Perchè doveva essere evidentela risurrezione proprio attraverso la certezza della crocifissione. Lo stesso Uomo crocifisso era l'Uomo resuscitato. Così Dio sceglie la sterilità, la piccolezza, la debolezza, ma anche il peccatore, Giacobbe ad esempio, Davide, Sansone, e Pietro, il traditore. Dio sceglie il nulla per mostrare che cosa significhi il sabato, il giorno in cui nulla si fa perchè fa tutto Dio.


Per questo Gesù ci mette in mezzo, ed è parte della nostra elezione: siamo stai crocifissi con Cristo, e non siamo più noi a vivere, ma è Lui stesso che vive in noi. Siamo chiamati a vivere l'esistenza della carne, di ogni giorno, nella fede del Figlio di Dio, che ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi. Vivere, semplicemente, ogni istante come "messi in mezzo". I nostri difetti, le nostre debolezze, i nostri peccati, anche questi, inchiodati alla Croce del Signore, issati sul candelabro perchè il mondo riceva un raggio della luce che brilla sul volto di Cristo. Vasi di creta, fragilissimi, e proprio per questo, segno di contraddizione, chiamati nella sua misericordia e mandati perchè appaia la luce della verità. La nostra vita acquista senso anche in questa missione del tutto paricolare, perchè "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti" (1 Cor 1,28). Le nostre ferite sono il luogo della misericordia di Dio, ma anche il segno su cui sono pronte ad infrangersi le ipocrisie e le astuzie del demonio, sia esso travestito da uomo religioso o da anticlericale e mangiapreti. "Lo ‘scandalo’ e la ‘stoltezza’ della Croce stanno proprio nel fatto che laddove sembra esserci solo fallimento, dolore, sconfitta, proprio lì c'è tutta la potenza dell'Amore sconfinato di Dio, perché la Croce è espressione di amore e l’amore è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza. Per i Giudei la Croce è skandalon, cioè trappola o pietra di inciampo: essa sembra ostacolare la fede del pio israelita, che stenta a trovare qualcosa di simile nelle Sacre Scritture. Per i Greci, cioè i pagani, il criterio di giudizio per opporsi alla Croce è la ragione. Per questi ultimi, infatti, la Croce è moría, stoltezza, letteralmente insipienza, cioè un cibo senza sale; quindi più che un errore, è un insulto al buon senso. Ma  la Croce rivela “la potenza di Dio”, che è diversa dal potere umano; rivela infatti il suo amore: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini”. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo e, dall'altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell'amore: proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza" (Benedetto XVI, Udienza generale 29 ottobre 2008) 


La nostra vita è come la mangiatoia dove è deposto Dio fatto uomo, la nostra carne povera, debole, ferita è la pietra scartata dai legalisti che osservano ogni passo e tengono consiglio per togliere di mezzo tanta debolezza scandalizzante, e dai costruttori di questo mondo senza Dio, cui appare insipiente vivere abbandonati alla fedeltà di Dio, stendendo ogni giorno la mano inaridita in attesa della sua misericordia. La nostra vita, quella di oggi ad esempio, è una porta spalancata sul Signore, il preludio alla sua opera, perchè il mondo creda, i piccoli siano consolati, i poveri evangelizzati. Spesso vorremmo nasconderci, desidereremmo che i nostri difetti venissero cancellati e occultati, e invece, sembra che qualcuno ci trascini là in mezzo. Cristiani e nevrotici. Cristiani e debolissimi. Proprio così. Poveri e santi. Peccatori e amati. In mezzo perchè brilli, tra l'ipocrisia e la menzogna, l'unica verità capace di salvare, l'amore infinito di Dio per ogni uomo, di cui noi portiamo le stigmate, salvate e benedette nella misericordia di Cristo, gratuita e sorprendente, sapienza che sorpassa ogni intelligenza.


Le stigmate sono il segno prodigioso dell'essere stati curati, della salvezza. Non possono rimanere celate, come fu per Padre Pio e per San Francesco. Come fu per Gesù dopo la risurrezione, quando esse costituirono i segni attraverso i quali provava agli apostoli la risurrezione della sua carne, il perdono dei peccati. Quelle ferite che provano che proprio quella carne lì era stata crocifissa, trapassata dai peccati, e che proprio quella carne lì aveva vinto sul peccato. Quelle ferite di Gesù, nelle quali è tatuata la nostra vita, dove sono segnati i nostri nomi, sono la prova che Lui ha perdonato, che i nostri peccati, ogni aridità è stata vinta. Le ferite sono la memoria dell'amore, il segno di Giona impresso in ciascuno di noi.


"E' lecito in giorno di sabato salvare una vita o toglierla, fare il bene o il male?". Una vita  si salva o si toglie. In giorno di sabato, pur rispettando ogni prescrizione, si può fare il bene come il male, e non dipende dalla Legge, è una questione di cuore. Il sabato è per l'uomo, è il riposo che Dio dona a chi ha sperimentato, durante la settimana, la durezza della vita, la conseguenza del peccato di Adamo. Il sabato è l'alleanza che Dio rinnova costantemente con il suo Popolo, immagine delle nozze messianiche. Il sabato è santo e tutto rende santo, tutto assorbe nella sua gratuità. Eppure può essere sporcato dall'ipocrisia. Gesù, scoccando la domanda, penetra sino al fondo del cuore, laddove non ci si può nascondere. Il sabato è vita, ma può tramutarsi in fonte di morte e di male. Il sabato è così anche immagine d'ogni uomo creato per la libertà e la gratuità della comunione con Dio che, ingannato, è precipitato nella fossa dell'ipocrisia, il lievito dei farisei che fermenta e avvelena l'esistenza sino a stravolgerla. Come è stravolto il sabato. E Lui mostra, attraverso la mano inaridita - la vita senz'acqua che conduciamo - cosa significhi fare il bene e salvare una vita, vivere e dare compimento al sabato, alla volontà d'amore del Padre. La debolezza che ci costituisce è il segno che nel sabato della tomba, nella sepoltura e nella discesa agli inferi, Gesù aveva mostrato la liceità di sanare, perchè, proprio compiendo il precetto assoluto di non fare niente - non vi è nulla di più assolutamente inattivo di un morto - ha sanato e ridato vita. L'opera di Gesù si manifesta così in ciascuno di noi, posto nel mezzo. Le nostre stigmate sono le sue, luminose del suo amore. Nella sua mano stesa sulla Croce si stende la nostra mano arida, verso di Lui e verso il mondo.





Melitone di Sardi ( ? - circa 195), vescovo 
Omelia sulla Pasqua , 82-90 ; SC 123, 107 


«I farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire»


Non avete visto Dio ; non avete riconosciuto il Signore ; non avete saputo che era proprio lui, il Primogenito di Dio, colui che è stato generato dal seno dell’aurora (Sal 109,3), colui che ha fatto sorgere la luce, che ha fatto brillare il giorno, separandolo dalle tenebre, che ha fissato i primi limiti, sospendendo la terra, disseccando l’abisso, spiegando il firmamento…, che ha creato gli angeli nel cielo, stabilendovi i troni, e ha plasmato l’uomo sulla terra. Ha scelto lui Israele e l’ha guidato da Adamo fino a Noè, da Noè ad Abramo, da Abramo ad Isacco e Giacobbe e ai dodici patriarchi. Ha condotto lui i vostri padri in Egitto e li ha protetti e nutriti. Li ha rischiarati con la colonna di fuoco e li ha ricoperti della nube, ha separato il Mar Rosso e li ha fatti attraversare. Lui ha dato loro la manna dal cielo, e li ha abbeverati dalla roccia, e ha dato loro la Legge e la terra promessa, ha inviato loro i profeti, e ha suscitato loro dei re. È venuto lui da voi, curando coloro che soffrivano, e risuscitando i morti… È lui che volete fare morire, è lui che consegnerete a prezzo d’argento…


Quanto stimate i benefici che vi sono stati concessi ?… Stimate ora la mano disseccata che egli ha reso al corpo. Stimate ora i ciechi nati che egli ha resi alla luce con una sola parola. Stimate ora i morti che egli ha risorto dal sepolcro dopo tre o quattro giorni… Inestimabili sono i doni che egli vi ha dato. Invece voi,… gli avete reso il male per il bene, l’afflizione per la gioia, e la morte per la vita.




Sant'Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
Trattato sui Salmi 91,3 ; PL 9,495


« Ogni giorno, ogni cosa viene creata dal Figlio »


Il giorno del sabato, era prescritto a tutti, nessuno escluso, di non fare alcun lavoro e di riposarsi nell'inattività. Come dunque il Signore ha potuto trascurare il sabato ? ... In verità, grandi sono le opere di Dio : Tiene il cielo nelle sue mani, dà la luce al sole e agli altri astri, fa crescere le piante della terra, mantiene l'uomo in vita... Si, tutto esiste e dura nel cielo e sulla terra per la volontà di Dio Padre ; tutto viene da Dio e tutto esiste per mezzo del Figlio. Egli è infatti il capo e il principio di tutto. In lui tutto è stato fatto. E dalla sua pienezza, secondo l'iniziativa della sua eterna potenza, ha creato ogni cosa.


Ora, se Cristo agisce in tutto, è necessariamente mediante l'azione di Colui che agisce in Cristo. Perciò è detto : « Il Padre mio opera sempre e anch'io opero » (Gv 5, 17). Infatti tutto ciò che viene fatto da Cristo, il Figlio di Dio abitato da Dio Padre, è opera del Padre. Perciò, ogni giorno, ogni cosa viene creata dal Figlio, perché tutto ciò che viene fatto dal Padre, è fatto per mezzo del Figlio. Quindi, l'azione del Figlio è di ogni giorno ; e, secondo me, i principi della vita, le forme dei corpi, lo sviluppo e la crescita degli esseri viventi manifestano questa opera.





SILVANO FAUSTI. COMMENTO AL VANGELO DEL PARALITICO GUARITO ALLA PISCINA PROBATICA

«Destati, leva la tua barella e cammina», dice Gesù all'uomo che giace sotto il portico della piscina, presso la porta «Pecoraia», dove confluiscono gli animali da sacrificare nel tempio. Il miracolo avverrà per opera dell'agnello di Dio che porta il peccato del mondo (cf. 1,29). Questo è infatti il sacrificio di Dio per l'uomo, che sostituisce il sacrificio dell'uomo per Dio.

Il malato è «un uomo» (v. 5), immagine dell'umanità intera. Langue in mezzo a una moltitudine di suoi simili, tutti infermi, che non stanno in piedi. Sono «ciechi e zoppi», che non hanno accesso al tempio (cf. 2Sam 5,8), se non come carne da macello. Incapaci di «camminare» secondo la Parola, sono una riserva di dannati che la legge esclude dalla vita e condanna alla morte. La loro condizione è di «disseccati», senza linfa vitale. «Ecco l'uomo!» (19,5).

In questo carnaio entra la Parola di vita, diventata carne. La casa del Padre suo ,16) sono ora questi fratelli. Gesù è il «pastore bello» che viene a prendersi cura del

0 gregge e guarire le sue pecore (cf. Zc 10,2s; Ez 34), comunicando loro il suo stes-rapporto con il Padre (10,1-21).

Il e. 5 è da leggere come un'unità articolata in quattro parti: una guarigione v. l-9a) innesca una discussione sulla legge (vv. 9b-18), che culmina nella rivelarne del Figlio che da la vita e compie l'opera del Padre (vv. 19-30), il quale da te-monianza per lui con le opere che gli fa compiere e con la parola delle Scritture v. 31-47).

È il secondo viaggio a Gerusalemme. Ora Gesù non punta sul tempio, dal qua-ha espulso gli animali da sacrificare (2,15). Si trova invece tra gli esclusi. Alla fine

1 stesso, escluso e sacrificato (vv. 16-18), sarà il nuovo tempio (2,18-22).

Consideriamo insieme la guarigione e la discussione, perché stanno tra loro ime segno e significato.

All'inizio il testo parla di «una festa» dei giudei (v. 1), al centro del «sabato» (vv. 10) e, alla fine, dell'uccisione di Gesù (v. 18). Sarà questa «la festa» nella quale do-i a tutti la salvezza, simbolicamente descritta in questa guarigione. Con Gesù, il glio che viene verso i fratelli, giunge il «sabato»: l'uomo, creato al sesto giorno e inpace di raggiungere il settimo, finalmente «cammina» verso la pienezza di vita che i sempre ha desiderato.

Con questo racconto inizia «il giudizio», già accennato in 3,17ss: da una parte è il Figlio che da la vita ai fratelli che l'accolgono, dall'altro ci sono i capi del po-)lo che gliela tolgono. Egli compie l'opera di liberazione del Padre per i suoi figli. la alcuni di questi, e precisamente i capi, si oppongono, come il Faraone. Si prepa-così il nuovo esodo, che avverrà nel e. 6. Davanti all'azione di Gesù in favore del-iomo, si è posti nell'alternativa tra accettare il suo dono o rifiutarlo in nome della gge. Chi lo rifiuta resta nella propria morte e uccide colui che, mentre gli ruba la ta, gliela dona. La sua croce sarà il suo giudizio.

Questo racconto sviluppa il precedente, dove Gesù fa vivere uno «che sta per orire» (cf. 4,47.49); contemporaneamente da inizio alla seconda parte del libro dei igni, che culmina nella risurrezione di Lazzaro (cf. ll,lss). La vita che vince la mor-: è la nota dominante del Vangelo. L'uomo che Gesù ha davanti è uno che non sta i piedi; si tiene il suo male da trentotto anni, in un'esistenza inerte e mezza morta. L guarirlo non sarà l'acqua della piscina, simbolo della natura, né l'acqua del pozzo i Giacobbe, simbolo della legge. L'acqua viva, il dono di Dio, sarà l'amore del Pare verso il Figlio, che è lo stesso del Figlio verso i fratelli.

Quest'uomo, come tutti, sa di essere destinato alla morte. La Parola gli dona di uarire da quella «malattia mortale» che è la vita. Il lavoro di Dio si compie proprio i quest'opera: è il sabato, festa di Dio e dell'uomo che si ritrovano insieme.

Origine di questa condizione «inferma» è un «peccato» (v. 14), imprecisato ma ichiarato. Il peccato è la separazione dell'uomo dal suo principio e dal suo fine. La ;gge, che distingue vita da morte, non fa che evidenziarlo. Anzi, induce nel peccale una rassegnazione al male, che gli fa dire: «Non può essere che così. Meglio non ssere nati!». Chi invece si crede giusto, è semplicemente un cieco che crede di ve-ere (9,41). Il male del popolo è la rassegnazione, quello dei capi è la cecità.

La discussione che segue il miracolo riguarda l'interpretazione della legge, di ui il sabato è simbolo. Tutto per noi è questione di interpretazione: l'uomo è l'in-;rpretazione che da di sé e del mondo, di Dio e della legge.

La legge in sé è buona: mostra il bene e condanna il male. Siccome però tutti siamo peccatori, essa colpevolizza chi sa di peccare, facendolo sedere nella morte, e accieca chi non sa di peccare, imprigionandolo nell'autogiustificazione.

In ambedue i casi la legge è interpretata come qualcosa di assoluto, al quale si sacrifica l'uomo. In questo senso la legge diventa per-vertita, volta in direzione contraria alla vita; e i suoi custodi hanno solo il potere di rendere l'uomo schiavo della morte, come loro.

Gesù ci libera dal male e dalla colpa, restituendo alla legge il suo senso positivo, a Dio il suo volto di Padre e a noi il nostro di figli. A questa sua interpretazione si oppone quella dei capi, che ne hanno fatto la garanzia del proprio dominio sugli altri.

La conversione più difficile è il passaggio dalla legge al Vangelo (cf. Fil 3,lss), dal peccato al perdono, dalla colpa alla riconciliazione, da ciò che vorremmo essere a ciò che siamo - che è molto meglio: siamo infatti figli di Dio! Questa conversione è credere all'amore che Dio ha per noi (IGv 4,16), che ci fa passare dalla morte alla vita.

Nel testo ricorre cinque volte «sano» (vv. 4.6.11.14.15: in Gv solo qui e in 7,23, in riferimento a qui), una volta «guarire» (v. 13) e «curare» (v. 10); cinque volte «levare la barella e camminare» (vv. 8.9.10.11.12), e cinque volte «uomo» (vv. 5.7.9.12.15). Lo scenario è prima la cisterna, piena di infermi, ciechi, zoppi e disseccati, poi il tempio. Sullo sfondo c'è l'acqua, morta o turbata, del grande serbatoio, come nel e. 4 c'era l'acqua del pozzo in contrapposizione all'«acqua viva».

L'azione di Gesù è «curare» e «guarire» l'«uomo», in modo che diventi «sano», capace di «camminare» e «levare la barella», dalla quale prima era portato come prigioniero. La cornice è la festa, il sabato: la pienezza di vita di cui è priva l'umanità che sta ai bordi della piscina presso la porta delle Pecore. Gesù riporta all'uomo la sorgente d'acqua viva dalla quale si era allontanato (cf. Ger 2,13). L'attesa o l'eventuale rinvio della morte, che ci paralizza per tutta la vita (Eb 2,14s), diventa capacità di camminare nella libertà. Chi giaceva, ora si leva, sbloccato dal rigore cadaverico, mimesi della morte che teme: è risorto e torna ad essere «viator», in cammino. E qual è il cammino dell'uomo, abitato da un inquieto desiderio che gli ruba il cuore e gli pone il suo centro fuori di sé?

Il testo è ricco di simboli e allusioni, che saranno evidenziati nella lettura.

Gesù è il Figlio che guarisce l'umanità dell'uomo. Nessun elemento naturale e nessuna legge religiosa, né l'acqua della cisterna né quella del pozzo, ma solo l'acqua viva, che egli dona, appaga la sete di vita propria di chi è cosciente di morire.

La Chiesa si riconosce in quest'uomo, che giace presso l'acqua. E sa che la sua salvezza viene dal Figlio, che da la vita a chi ascolta la sua parola.

2. Lettura del testo

v. 1: C'era una festa dei giudei. Non si specifica quale, a differenza di altre volte (cf. 2,13; 6,4; 7,2; 10,22; 11,55). Si dirà poi che è sabato (v. 9). Alla fine si parlerà dell'uccisione di Gesù.

Questa festa è dei «giudei», che in Giovanni sono i capi del popolo: non è la festa del popolo, ma dei gelosi custodi della legge e del tempio.

Gesù salì a Gerusalemme. Era già salito una volta per la Pasqua (2,12ss). Salirà clandestinamente per la festa delle Capanne (7,2.10); ci tornerà per la festa della Dedicazione (10,22) e poi, per l'ultima volta, quando sarà la «sua» Pasqua (cf. 12,12).

v. 2: la (porta) Pecoraia. È il nome di una porta (cf. Ne 3,1), da dove entravano gli animali per i sacrifici del tempio. Sono le pecore e i buoi che Gesù aveva espulso nella sua prima visita a Gerusalemme (2,14s). Il Signore viene a prendersi cura del suo gregge (cf. Zc 10,2s; Ez 34). Il «pastore bello», che conduce le sue pecore fuori dai recinti, perché possano avere la vita (cf. 10,lss), è anche «la porta delle pecore» (10,7). Infatti è il Figlio, l'agnello che sostituisce le vittime del tempio: attraverso di lui abbiamo accesso diretto a Dio.

una piscina. È un grande serbatoio a nord del tempio, presso la porta Pecoraia, che raccoglieva anche le acque piovane del tempio.

chiamata Bethzathà. La seconda parte del nome varia nei codici. Il suo significato, incerto, può essere: casa «delle due fonti» o «degli olivi», «delle pecore» o «della misericordia», «del fosso» o «nuova», secondo la lezione che si sceglie e come si interpreta la seconda parte del nome.

cinque portici. Quattro portici sono ai lati e uno al centro, che taglia in due la piscina. Nel numero cinque i Padri vedono l'allusione ai cinque libri della legge che racchiude in prigione l'umanità peccatrice, esclusa dalla vita. I «portici» richiamano quelli del tempio, dal quale sono fuori.

v. 3: giaceva una moltitudine di infermi. E una massa di umanità che «giace», come animali al chiuso. Sono «in-fermi»; non stanno in piedi. Hanno perso la posizione eretta, da interlocutori di Dio. Ripiegati sulla terra da cui vengono e a cui tornano, non si alzano più verso di lui. In questa seconda venuta a Gerusalemme, il tempio, casa del Padre, è sostituito da questi fratelli infermi; nell'ultima sarà sostituito dalla carne di Gesù, tempio distrutto e riedificato in tre giorni.

ciechi, zoppi. Sono le infermità dell'uomo che non cammina secondo la legge: la Parola non è lampada ai suoi passi e luce al suo cammino (cf. Sai 119,105). Chi non vede e non sa dove andare, non può camminare. Ciechi e zoppi hanno il divieto di entrare nella casa di Dio (cf. 2Sam 5,8).

disseccati. Questi infermi ai bordi della piscina sono secchi: non hanno più quella linfa vitale che viene dallo «stare ritti», dal «vedere» e «camminare» alla luce della vita. Sono tralci secchi (15,6), legno secco (Le 23,31), come la «mano secca» dell'uomo nella sinagoga (cf. Me 3,1). Richiamano il popolo di ossa aride e secche (cf. Ez 37,1-14).

aspettavano il movimento dell'acqua. L'acqua, simbolo di vita, si muoveva di tanto in tanto, quando si aprivano le chiuse per riempire la piscina. Ora è morta e stagnante. L'uomo spera sempre in un moto - un cambio di situazione, una sollevazione o una rivoluzione -, che ravvivi la sua esistenza. Peggio di così non può essere; se qualcosa si muove, non può essere che meglio.

Questa parte del versetto e tutto il v. 4 mancano in molti manoscritti. Per sé sono necessari per capire il v. 7, che dice perché quella gente è lì. Si tratta di un'omissione per non indulgere a pratiche terapeutiche superstiziose, oppure di un'aggiunta per spiegare il v. 7?

v. 4: un angelo del Signore, ecc. Negli scavi di questa piscina sono stati trovati degli ex voto. Essa era diventata un luogo di culto pagano, dedicato a divinità cura-trici. Da sempre l'uomo ha cercato da Dio la salute. Ma l'acqua, anche se è terapeutica, non da la vita; semplicemente mantiene o migliora la vita che c'è. La quale resta però sempre malata di morte. E non c'è rimedio che la curi, neppure l'acqua della piscina. Con tutto ciò che si inventa o immagina, l'uomo trova solo acqua, che sempre è «turbata» dalla paura della morte (cf. Eb 2,14). Se per caso qualcuno guarisce, è solo per breve tempo: rimane comunque votato alla morte.

Il dono della vita, che l'uomo desidera, non può venire da quest'acqua turbata, come neppure dal pozzo; viene da Gesù, Parola diventata carne. Dio è vita: la comunione con lui è la nostra vita (cf. Dt 30,20).

v. 5: c'era là un uomo. Nella massa si evidenzia un uomo. È l'uomo!

si teneva nella sua infermità. Quest'uomo «si tiene» nella sua condizione di non-stare-in-piedi. È legato dal suo male ed è legato ad esso, ne è custodito e lo custodisce: se lo cura e coccola, facendone la sua identità. Gesù parlerà di «peccato» (v. 14). Non si tratta di peccato personale, ma di una «situazione di peccato», di un'eredità che riceviamo e trasmettiamo, aumentandone il capitale. La stessa legge, in una situazione di male, non può che portare o alla rassegnazione o ali'autogiustificazione. Se i capi si autogiustificano, il popolo si rassegna. Ognuno è solo con il suo male (cf. v. 7: «non ho un uomo»), escluso dalla festa, consegnato a quello che ritiene essere ormai il suo destino. Può accedere al tempio solo come vittima, espiando i suoi sensi di colpa e alimentandoli ulteriormente - l'espiazione è il miglior combustibile per il fuoco della colpa. Il sabato non è per lui gioia e riposo: è solo divieto, come tutta la legge (cf. v. 10: «non ti è lecito»). La sua vita è subire il male. I capi, invece, credono di far festa perché custodiscono i divieti della legge e li impongono agli altri. I capi sono vittime del sadismo, i sudditi del masochismo.

da trentotto anni. Mancano due anni per fare quaranta. Quarant'anni è una generazione, una vita. Dt 2,14-17 parla dei trentotto anni di deserto per quelli che uscirono dall'Egitto e perirono senza raggiungere la terra promessa (Sai 95,10 e Nm 32,13 parlano di quarant'anni). Quest'uomo, come tutti, è nato per morire e attende la morte con la frustrante speranza di un'irraggiungibile acqua miracolosa. «Sta per morire» e Gesù viene «prima che muoia» (cf. 4,47.49).

v. 6: Gesù, avendolo visto, ecc. L'occhio del Padre è verso il Figlio e quello del Figlio verso il fratello infermo. Gesù «sa» che l'uomo è così: lo sa perché è la Parola eterna di Dio, lo sa perché è carne come ogni carne.

vuoi diventare sano? La domanda non è superflua. Quest'uomo è un malato cronico, nel quale si è spento il desiderio di vita. Ma il desiderio è la mano per ricevere il dono. Nella donna di Samaria Gesù risveglia il desiderio dell'acqua viva, in quest'uomo malato quello di una vita sana, alla quale ha rinunciato. Questo è il suo peccato: la mancanza di speranza! Dio è amore e vita, dono che si comunica: ognuno ne riceve nella misura in cui lo vuole. L'uomo privo di desideri è morto come uomo: resta immobile e non va da nessuna parte. Il desiderio è segno di qualcosa che manca, ma che è necessario, come la luce per l'occhio, che diversamente si atrofizza.

A differenza di Maria (cf. 2,lss), del padre (cf. 4,46ss) e delle sorelle di Lazzaro (cf. ll,lss), quest'uomo non chiede nulla a Gesù, come il cieco di 9,lss. E infatti facile vedere il male e desiderare il bene dell'altro, mentre è difficile vedere il proprio e volerne essere liberi. Il male altrui è deforme, il proprio invece è considerato conforme alla propria identità personale: «Son fatto così!».

v. 7: non ho un uomo, ecc. Questo infermo non ha nessuno. Il suo bisogno l'ha chiuso nella solitudine. Sta ai bordi della piscina, senza mai entrarvi nel momento giusto. Come in un cattivo sogno, arriva sempre troppo tardi. Eppure continua a star lì, facendo il gioco del perdente, sapendo in anticipo che tutto è illusione che finisce in delusione. Sta lì in modo coatto: l'hanno messo lì gli altri.

v. 8: gli dice. Gesù agisce con la Parola. Essa all'origine disse: «Sia la luce»; e la luce fu.

destati. La Parola, come crea, così ricrea: risveglia l'uomo morto e gli rida vita (vv. 21.25).

leva la tua barella e cammina (ci. Me 2,1-12). Questa espressione è il centro del cconto e della disputa: se ne parla cinque volte (vv. 8.9.10.11.12), come cinque so-i i portici della piscina e i libri della legge. Il letto, per un sano, è luogo di riposo; la rella, per l'ammalato, è luogo di contenzione.

Questa barella, dove giace l'infermo, è simbolo della legge: lo tiene prigionie-come trasgressore e lo conduce alla porta Pecoraia, fuori dall'acqua e dalla festa, "a l'uomo la può portare, camminando sino al tempio, dove Gesù lo ritrova. Se ima era morto, ora è vivo e risorto, perché «cammina», vive secondo la Parola. Se ima era bloccato, ora è capace di portare liberamente ciò che prima lo portava co-; prigioniero. La legge infatti, come porta alla vita chi la custodisce, così tiene in rcere chi trasgredisce.

v. 9: divenne sano. Risorgere, osservare la Parola e camminare davanti a Dio: està è la vita sana, libera dal veleno che il diavolo ha inoculato in chi gli ha presta-ascolto (cf. Sap 1,12-15; 2,24). È quanto la Parola dona all'uomo che non osava più ;rare.

era sabato quel giorno. Quando ciò avviene, è «sabato», compimento della

^azione e pienezza di vita. Gesù, Signore del sabato, giorno del Signore, è venuto

«rtare all'uomo il sabato di Dio. Perché il sabato è fatto per l'uomo (cf. Me 2,27).

v. 10: dicevano dunque i giudei. Questi giudei sono i capi, interpreti della leg-

controllori del sabato, espressione massima degli obblighi della legge.

è sabato e non ti è lecito, ecc. Non importa loro che l'uomo sia risorto e cam-ni. Occupati a dichiarare quanto non è lecito fare di sabato, non intuiscono che vare la barella» non è una trasgressione, ma il simbolo stesso dell'osservanza la legge.

Ci sono due modi opposti di intendere la legge: come divieto e condanna, opre come custode della vita e della libertà dell'uomo (cf. Gen 2,16s). Il primo è quelli Adamo, che fin dall'inizio ascoltò la menzogna del serpente. Il secondo è quel-'oluto da Dio, che ama l'uomo di amore eterno (cf. Ger 31,3) e perdona, come un Ire fa con il figlio. Questo è il senso originario della legge, al quale Gesù ci ripor-non l'uomo è per la legge, ma la legge per l'uomo. Le due diverse interpretazioni ino come risultato due opposti modi di vivere.

Non solo una volta, ma ancora oggi, nel nostro «villaggio globale», il futuro l'uomo dipende da come interpreta la legge, se stesso e Dio. Comunque, al di là )gni osservanza o trasgressione, la sua umanità si gioca nel fare come Gesù, che rende cura del fratello più debole.

v. 11: chi mi ha fatto sano, ecc. Dinanzi ai custodi della legge, l'ex malato risponde c'è un uomo che lo ha fatto sano; cosa che essi trascurano, perché non sono inte-;ati all'uomo, ma alla legge. Proprio ascoltando la sua parola («lui mi disse») e non Ila della legge («non ti è lecito»), è in grado di «levare la barella e camminare».

v. 12: chi è l'uomo, ecc. ? Chi è costui che sta sopra la legge e pone l'uomo sopra i legge? Si arroga il potere di Dio: è una bestemmia (cf. Me 2,l-12p)!

v. 13: non sapeva chi fosse. Quest'uomo non conosce Gesù. Il «prodigio» non è ora letto come «segno».

Gesù infatti si era ritirato, essendoci folla. Gesù evita la prevedibile ressa di al-nfermi in cerca di guarigione. Non vuoi ripetere il «prodigio»; vuole invece che se :olga il valore di segno. Ha guarito uno solo per indicare ciò da cui vuoi guarire i: non da una malattia qualunque, ma da quel male di vivere che è l'idea che ab-no di noi stessi, di Dio e della legge. Gesù non è venuto per dare alla Samaritana qua che può trovare al pozzo, né per dare alle folle pane che perisce (6,26). Non

è venuto a dare salute, ma salvezza. Questa salvezza è la comunione con Dio, che ci fa passare da una vita morta alla condizione di suoi figli (cf. v. 24).

v. 14: lo incontra Gesù nel tempio. Come prima l'ha visto alla porta Pecoraia, ora lo incontra nel tempio. Ma non come pecora da macello. Infatti l'ha preceduto lui stesso, che presto decideranno di uccidere, vero agnello che libera il mondo dal suo peccato. La sua Parola l'ha fatto camminare fin lì, portando da sano la propria barella che prima lo portava da malato. Il tempio, casa del Padre, ora è il fratello vivo e risorto, come prima era il fratello malato e peccatore.

non peccare più. Sembra strana questa affermazione, così diversa da 9,3. Qui Gesù pone un rapporto tra il peccato e la malattia: secondo lui, l'origine di questa infermità è un peccato, che egli ha perdonato (cf. Me 2,5). Il testo sembra suggerire qual è il peccato: è il non voler guarire, la rinuncia al desiderio di vita, la disperazione cupa sul futuro, che fa vivere come «normale» l'esclusione dalla festa, come se Dio fosse cattivo e godesse della morte dell'uomo (cf. Ez 33,11). Questo peccato consiste nel porre la legge, che condanna e punisce, al posto di Dio che giustifica e perdona. perché non ti avvenga qualcosa di peggio (cf. Le 11,24-26; Eb 6,4-8). È meglio giacere a terra infermi che precipitare dall'alto.

v. 15: se ne andò l'uomo. La sua, probabilmente, non è una delazione, ma una testimonianza su Gesù, che può essere accettata o rifiutata.

disse ai giudei che è Gesù colui che lo fece sano. Gesù significa «il Signore salva». v. 16: per questo i giudei perseguitavano Gesù (cf. Me 3,1-6). Comincia lo scontro diretto tra Gesù e i capi del popolo. È in gioco l'interpretazione della legge, il rapporto tra uomo e Dio: questione di vita o di morte.

v. 17: rispose. Invece del solito «apekrithe» (cf. vv. 7.11), qui Giovanni usa la forma «apekrìnato», che esce nel processo davanti al sinedrio (cf. Me 14,61; Mt 27,12 e Le 23,9). Inizia qui il giudizio contro Gesù, nel quale si rivelerà come il Figlio. È già l'anticipo del punto di arrivo.

il Padre mio. Gesù enuncia il tema della rivelazione del Figlio e della sua opera, di cui si parlerà immediatamente dopo (vv. 19-30). Gesù chiama Dio «Padre mio» (cf. 2,16). «Padre» indica non solo relazione di nascita, ma anche di amore, che si esprime nel fatto che Padre e Figlio sono uniti nel capire, volere e agire.

continua ad operare fino ad ora. Dio è sempre all'opera nella creazione, per condurla al settimo giorno, nel quale si dice che «compì» il suo lavoro e «riposò» (cf. Gen 2,2s). Ma allora il settimo giorno Dio compì il lavoro o riposò? In realtà il suo riposo è compiere la sua opera, che è introdurre l'uomo nel proprio riposo. Gesù agisce di sabato non per dispetto verso le autorità. La sua non è trasgressione o provocazione; indica invece l'opera del Padre nel mondo: portarlo alla libertà del Figlio. v. 18: per questo cercavano di ucciderlo (cf. Me 3,6). Il testo, iniziato con una festa, continua con il dono del sabato e conclude con uno squarcio sulla Pasqua ultima, quando il Figlio sarà ucciso e ci darà il suo Spirito. Il dono della vita gli costerà la vita. scioglieva il sabato. Il sabato prima era legato e legava, ora è sciolto, libero e liberante: è per l'uomo. Come il sabato, così ogni legge, anzi Dio stesso è per l'uomo! Da sempre l'unica legge è l'amore di Dio, principio di vita e libertà. È la cosa nascosta sin dalla fondazione del mondo, che Adamo non capì e il Figlio è venuto a rivelare. facendosi uguale a Dio. Il figlio è simile al padre non solo nelPagire, ma anche nell'essere. Farsi uguale a Dio è il peccato di Adamo (cf. Gen 3,5), del quale accusano ora Gesù. Eppure Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianzà! Il peccato di Adamo non fu quello di farsi uguale a Dio, ma di rapire ciò che non può essere che dono; volle possedere in proprio ciò che gli veniva dal Padre: non accettò di essere figlio. Gesù è il Figlio, il primo uomo che accetta di essere tale: amato dal Padre. Egli «incarna» la Parola eterna di Dio e dona a chi l'accoglie di essere (ri)generato figlio di Dio.