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Sinagoga e chiesa alle origini cristiane. di Frédéric Manns

"Per verificare la continuità fra il giudaismo e il cristianesimo primitivo bisogna ricordare i pilastri del giudaismo: l'unicità di Dio, l'elezione, la presenza di Dio nel Tempio e l'importanza della Legge. Il monoteismo trova nello Shema Israel la sua espressione più perfetta. La teologia della Legge, l'elezione del popo-lo, il dono della terra e la Shekinah presente nel Tempio costituivano i temi fon-damentali dell'Antico Testamento. Il cristianesimo che dialogava con il giudaismo non poteva evitare questi problemi vitali (..). I pilastri del giudaismo sono così trasformati in un edificio saldamente radicato nella Scrittura. Il cristianesimo primi-tivo non ignorava questi dogmi, stava tuttavia per immettervi uno spirito nuovo.
Non è cosa facile stabilire il complesso rapporto fra la comunità cristiana e la Sinagoga durante i primi secoli (..). Malgrado le assidue ricerche di questi ul-timi anni, siamo costretti a constatare che la nostra conoscenza dei primi secoli cri-stiani rimane ancora molto limitata. Proiettando dei fasci di luce convergenti sulla realtà complessa del cristianesimo primitivo a partire da differenti punti di vista, tenteremo una lettura complementare. L'immagine del cristianesimo palestinese primitivo che risulta da queste analisi è certamente quella di una religione plurali-sta. Se ne stupirà soltanto chi ignora l'esistenza del giudaismo pluralista del primo secolo".
(da F. Manns, L’Israele di Dio, Bologna, EDB, 1998, pp. 31-32)

Riferimenti Bibliografici

- J. Daniélou, La teologia del giudeo-cristianesimo, Bologna, 1974;*
- D. Flusser, Il cristianesimo. Una religione ebraica, Cinisello Balsamo, 1992;*
- S. Mimouni, Le judeo-christianisme ancien, Paris, 1998;
- J. Taylor, The Myth of the Judeo-Christians, Edinburgh, 1993.

Mercoledì della III settimana di Quaresima

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Mt 5,17-19


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.



IL COMMENTO

Un orologio smontato, e rimontato. Un ingranaggio, piccolo, microscopico, dimenticato. Finito chissà dove. Un orologio fermo. No, proprio non si muove. Non sente ragioni. Fisso su quell’ora che non ha nulla a che fare con quella esatta. Così è la nostra vita mutilata di qualcosa. Anche piccolo, apparentemente insignificante. Così sono le nostre esistenze dimentiche di qualche istante; quei periodi, quei fatti e quelle persone messe tra parentesi, gettati forse in qualche pattumiera. E, lentamente, la vita, i suoi ritmi, i suoi momenti, le sue facce, cominciano a perdere il senso. Scorre il tempo e noi non vi siamo sintonizzati. L’ora che segnano le nostre lancette non è quell “reale” della storia. Assomigliamo a navi sbattute tra i marosi, sperando un insperabile approdo. Eppure nulla di noi è secondario. Nulla della nostra vita è meno importante. Tutto è santo. Tutto ci è donato per essere compiuto. Colmato, secondo la traduzione letterale dal greco della parola di Gesù (“compiuto”: “riempito trabocchevolmente” ). La nostra vita è una legge di santità, un contenitore che attende il proprio compimento. Ogni istante è come uno IOTA, la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, eppure importantissima. Decisiva per definire il significato di molte parole spesso simili, fondamentale per illuminare il senso delle frasi. Lo YOD (iota in ebraico) è indispensabile per esprimere l’avvenire, ed è spesso necessario per dire il passato. Un passato però pregno di avvenire. Un passato che attende un compimento. “Ci sono due possibilità per esprimere il passato: o il verbo senza il prefisso Yod, al compiuto; o il verbo con lo Yod, all’incompiuto, preceduto da un altro prefisso che cambia l’incompiuto in compiuto. Perché allora non dire semplicemente il compiuto? Affinché il passato contenga anche la lettera dell’avvenire, per indicare che la storia non è definitivamente terminata, e che il passato contiene germi di speranza” ( Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù, Napoli 1998, pag.86). Così è la nostra vita, una raccolta di frammenti che scorrono sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio, tracce di Yod disseminati tra le ore che scorrono, gravidi del compimento che solo Gesù può portare. E Lui ha sete di dare compimento alle nostre esistenze, desidera ogni momento delle nostre vita, ogni aspetto, anche i peccati, sì, anche quelli, e le amarezze, e le sofferenze, e le disperazioni, e le angosce. I fallimenti. Gesù ha sete del nostro aceto, dell’asprezza delle nostre vita. Di tutte le nostre vite. Sulla Croce, bevuto l’aceto, ha reclinato il capo, ha compiuto ogni parola. L’ultimo yota, quello più aspro, quello assassino. Lo ha bevuto. Ed è spirato inondandoci del Suo Spirito, ricolmandoci del Suo amore. Esso è il compimento. Le nostre vite sono per il Suo amore. Non c’è nulla da buttare. Tutto è santo, ogni evento, persona, tutto è importante. Pulire la casa, studiare quella materia insopportabile, cambiare l’ennesimo pannolino, l’odore acre dell’autobus pullulante di zombi mattutini, il capoufficio, il traffico insopportabile, la precarietà economica, il dolore di denti, pranzi, cene, colazioni, la cellulite, l’altezza, i nostri occhi, i difetti, il carattere, TUTTO. Ogni Yod della nostra vita può essere decisivo, e cambiare il corso dell’esistenza. In ogni momento si nasconde la misericordia di Dio, il Suo volto amoroso si svela ad ogni istante e trasforma il momento più routinario in una sorgente di salvezza e di letizia. Lui compie tutto della nostra vita e ne fa una sinfonia d’amore. Vivere pienamente la vita è accogliere il senso profondo che Lui consegna ad ogni nostra ora. Anche la più dolorosa, l’ultima che ci viene donata. Ce lo ha insegnato il Papa Giovanni Paolo II, il Grande nel Regno dei cieli, perchè non ha trascurato nulla della propria vita, nessun momento, nessun dolore. In lui Dio ha mostrato come si vive, fino in fondo, la vita, semplicemente VIVENDO ogni istante pieno di Gesù, insegnando agli uomini, dalla cattedra della Croce, l’amore immenso di Dio. I Suoi comandamenti sono il Suo amore. Esso è attento ad ogni dettaglio, non lascia nulla al caso, è preoccupato dìogni istante, dìogni aspetto delle nostre esistenze. Lo sguardo di Dio sulla nostra vita è testimoniato dalla serietà del cammino che ci pone innanzi, i suoi comandamenti, parole di vita e di libertà che abbracciano ogni millimetro della nostra esistenza. I Suoi precetto sono proprio il Suo sguardo amorevole che ci raggiunge istante dopo istante, situazione dopo situazione. Osservarli, nella pura Grazia di una vita abbandonata al soffio dello Spirito Santo, lasciare che Gesù compia in noi ogni precetto, significa proprio non disprezzare nulla della nostra vita. Osservare il cammino della vita dei precetti è la nostra santificazione. Il mondo, questa società, vive in una sorta di analfabetismo esistenziale. Ogni aspetto della vita è un atollo dove ciascuno, come Robinson Crosué, deve imparare a vivere, a darsi delle regole, ma soprattutto deve cercare da mangiare, fruire nel miglior modo possibile quel che vi si trova e saziarsi. L'isola della sessualità. L'isola del lavoro. L'isola del denaro. E poi quella delle famiglia, degli amici, del proprio corpo e così via. Tutto è slegato, i giorni si affastellano su vecchi galeoni in cerca di vita, navigando tra un'isola e un'altra, e in ciascuna una faccia diversa, un diverso modo di essere, di intendere. Sono troppe le lingue da apprendere, alla fine non si riesce più a parlare. La Babele dell'orgoglio ha confuso tutto sotto la feroce dittatura del relativismo. Per questo i precetti di Dio, l'attenzione al particolare perchè sia preservata l'unità nel generale, sono l'unica salvezza, l'unica possibilità data all'uomo."Nella prospettiva dei credenti dell’Antico Testamento la Legge stessa è la forma concreta della grazia. Infatti la grazia è conoscere la volontà di Dio. Conoscere la volontà di Dio significa conoscere se stessi, significa comprendere il mondo, significa sapere dove si va. Significa anche che veniamo liberati dall’oscurità delle nostre domande senza fine, che è giunta la luce, senza la quale non possiamo vedere e procedere. “A nessun altro popolo hai manifestato la tua volontà” (Cfr. J. Ratzinger, La nuova alleanza. Sulla teologia dell’alleanza nel Nuovo testamento in J.Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000, pagg.27-48). Il compimento di cui oggi ci parla Gesù è proprio la realizzazione di una perfetta unità all'interno della vita dell'uomo attraverso il compimento dello Shemà sulla Croce. Inchiodato e trafitto Gesù compirà la Torah, anche il più piccolo frammento della Legge troverà la sua perfetta realizzazione. Il più piccolo segno sarà compiuto nella più piccola goccia di sangue versata. La Croce è dunque la Torah compiuta. E' la completezza e la realizzazione dell'uomo; la sua bellezza è nella ritrovata integrità di una vita che dal frammentario susseguirsi di giorni e ore dissociate e perse nelle nebbie d'un relativismo di idee e di opzioni, trova proprio in Cristo Crocifisso il suo axis, la luce ove tutto trova senso e pienezza. "Caratteristico del Messia, come nuovo e più grande Mosè, è il fatto che egli porta l’interpretazione definitiva della Torah, in cui la stessa Torah viene rinnovata, perché la sua vera essenza ora si svela completamente e il suo carattere di grazia appare indubitabilmente come realtà. Afferma in proposito H.Schlier nel suo commento alla lettera ai Galati: “La Torà del Messia Gesù è in effetti una “interpretazione” della legge mosaica [...] una “interpretazione” mediante la croce del Messia Gesù”. La sua autorità “svela la legge nella sua parola essenziale, come appello originario, suscitatore di vita, di colui che l’ha adempiuta”... La Torah del Messia è il Messia stesso, è Gesù. A lui si riferisce dunque l’invito: “lui dovete ascoltare”. Così la “Legge” diventa universale, così essa è grazia, così fonda un popolo, che diventa popolo proprio mediante l’ascolto e la conversione. In questa Torah, che è Gesù stesso, ciò che delle tavole di pietra del Sinai è davvero essenziale e permanente appare ora iscritto nella carne vivente: il duplice comandamento dell’amore, che trova espressione nei “sentimenti” che furono in Gesù (Fil 2,5). Imitarlo, seguirlo, è dunque osservare la Torah, che proprio in lui ha trovato la sua pienezza definitiva...( J. Ratzinger, ibid.). Amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente, e il prossimo come se stessi: è questa la Legge, in essa sono annotati i più piccoli segni, perchè l'amore tutto copre, tutto crede, tutto spera. Nulla è dimenticato dall'amore. L'amore non è distratto, conosce anche il numero dei capelli del nostro capo. Amati da un tale amore, crocifissi con Cristo, i suoi sentimenti e il suo sguardo inscritti dentro di noi. E' questa la chiamata della quaresima, è la volontà di Dio per noi. Il Suo amore compiuto nella nostra vita. La gioia di una vita ritrovata, integra e solida per essere vissuta in pienezza. Con Lui, verso l'eternità.



APPROFONDIRE



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NON SCOMPARIRÀ NEPPURE UN YOD

La migliore comprensione del Nuovo Testamento può essere solo una conseguenza indiretta di uno studio disinteressato dell'ebraismo, studio che trova in se stesso la propria giustificazione. È ciò che vorrei mostrare in questo capitolo presentando una tradizione rabbinica secondo la quale il yod non può scomparire dalla Torah. Qui non si tratta di proporre un commento teologico o halakico all'espressione di Matteo: «Non passerà neppure un iota dalla Legge»,2 ma di mostrare che il tema della lettera più piccola che non può scomparire è un tema classico nella letteratura ebraica antica, nella quale viene illustrato in un modo che sarà certamente per molti di noi piuttosto inaspettato. Il tema compare in quattro haggadot che si trovano, con varianti, in vari testi antichi,3 tre di queste unità hagga-diche sono generalmente associate nelle fonti. La quarta, che non ha parallelo, si trova nel Talmud.

Anche se le versioni di queste tradizioni sono piuttosto numerose, qui ci atterremo, per quanto possibile, a quella di Levitico Rab-bah,4 che è probabilmente la più antica, salvo certe varianti o dettagli degni di nota che si trovano solo nei testi paralleli.

L'intero passo del midrash vuole mostrare che nessun dettaglio della Torah è inutile o insignificante. Il midrash si sofferma a lungo sull'utilità di quelli che esso chiama qotsim. Il termine significa «spine». Nel contesto, indica le «punte» che compaiono nella scrittura di certe lettere. I qotsim, dice Levitico Rabbah, sono talmente importanti da garantire la continuazione della creazione. Infatti, spesso sono questi piccoli segni a distinguere le une dalle altre lettere che hanno una forma pressoché identica e la cui confusione provocherebbe, secondo le nostre fonti, il crollo del mondo. Seguono vari esempi:

Se trasformi daleth (i) in resh ("i), distruggi il mondo intero, come [in]: «Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è UNO: ITO» (Dt 6,4).

Per chi conosce la lingua ebraica, la cosa è talmente evidente che l'autore del midrash non ha bisogno di dimostrarla, il che lo porterebbe del resto a fare lui stesso ciò che condanna. Comunque forse non è inutile fornire una spiegazione: la confusione fra daleth e resh provocherebbe la sostituzione di «uno» (IR) con «altro» (IR), il che equivarrebbe a negare il monoteismo e quindi ad aprire la porta all'idolatria.

È vero anche il contrario, come mostra l'esempio seguente:

Se trasformi resh (i) in daleth (i), distruggi il mondo, come [in]: «Non ti prostrerai davanti a un altro dio» (Es 34,14).

Qui la confusione fra le due lettere porterebbe a leggere: «davanti a Dio uno» invece di «davanti a un altro dio».

Se trasformi beth (n) in kaf(3), distruggi il mondo intero, come [in]: «Essi rinnegano il Signore» (Is 8,17).

Qui beth è il prefisso che precede «il Signore»; sostituirvi un kaf equivarrebbe a sostituire «il Signore» con «come il Signore».

Se tu trasformi kaf (2) in beth (n), distruggi il mondo intero, come [in]: «Non c'è santo come Dio» (ISam 2,2).

Qui, la sostituzione di kaf con beth farebbe dire al testo che non c'è nulla di santo in Dio!

Se trasformi beth (n) in he (n), distruggi il mondo intero, come [in]: «Non profanate il mio santo Nome» (Lv 22,32).


La sostituzione di he a het equivarebbe infatti a sostituire «profanare» ['p'n] «lodare» [^n].

Se trasformi he (n) in heth (n), distruggi il mondo intero, come [in]: «Tutto ciò che respira lodi [^nn] il Signore, alleluia» (Sai 150,5).

Qui il risultato sarebbe l'opposto di quello precedente: «lodare» diventerebbe «profanare».

I testi paralleli contengono altri esempi che non è necessario riferire qui in dettaglio.5 Ma prima di continuare mi sembra utile fare un'osservazione. Non fraintendiamo il senso e l'importanza di questi commenti. Con la nostra mentalità occidentale potremmo vedervi un semplice gioco gratuito. In realtà, essi esprimono il rispetto del popolo di Israele per le Scritture e la convinzione che la Torah non solo è ispirata per le verità che contiene, ma è sacra anche nella sua espressione letterale, per cui ogni modifica del testo è una profanazione che mette in pericolo tutta la creazione. Non si può mancare di rispetto alla parola del Creatore senza mettere a repentaglio la creazione. Non dobbiamo dimenticare che, secondo la tradizione rabbinica, il mondo è stato creato mediante le lettere della Torah.6

Questo passo riporta anche due haggadot che mostrano, in un modo particolarmente pittoresco, che nulla, neppure il più piccolo dettaglio, può scomparire dalla Torah.

Esse sono introdotte da una citazione del Cantico dei cantici: «I suoi riccioli sono grappoli di palma,7 neri come il corvo» (Ct 5,11). Il collegamento stabilito dal midrash fra il corvo e il yod, a prima vista inatteso, si spiega con il fatto che tutto questo passo del Cantico viene interpretato allegoricamente in relazione alla Torah.

Rabbi Alexandri Bar Agri e rabbi Alexandri Karovin8 dicono: «Anche se tutti gli uomini si riunissero9 per sbiancare un'ala del corvo non vi riuscirebbero; e se tutti i popoli del mondo si riunissero per strappare un elemento dalla Torah, non vi riuscirebbero».10 Da dove lo impari? [Dalla storia] del re Salomone, dal fatto che egli volle strappare un elemento della Torah e quest'ultimo salì [al cospetto di Dio] per accusarlo. E chi fu questo accusatore? Rabbi Yehoshua ben Levi dice: «L'accusatore fu il yod di yirbeh».11 Shimon ben Yohai insegnò: «II libro del Deuteronomio [Sefer Mishne Torah] salì e si prostrò davanti al Santo, benedetto egli sia, e disse davanti a lui: "Signore del mondo, Salomone mi ha strappato e mi ha annullato, infatti ogni testamento nel quale sono cancellati due o tre elementi è interamente annullato. Ed ecco che il re Salomone vuole strapparmi un yod"».

Perché il re Salomone avrebbe voluto togliere un yod dalla Torah? Perché la presenza di un yod in un passo del Deuteronomio gli impediva di avere molte donne. Ma continuiamo a leggere Levitico Rabbah:

Sta scritto: «[il re] non abbia molte [lo' yirbeh: Turno] mogli» (Dt 17,17) ed egli ebbe molte mogli; «non abbia molti cavalli» (v. 16) ed egli ebbe molti cavalli; «non abbia molto argento e oro» (ibid.) ed egli ebbe molto argento e oro... Il Santo, benedetto egli sia, gli rispose:12 «Va! Salomone e cento come lui scompariranno, ma mai un yod scomparirà da te».

Nel passo del Deuteronomio che qui viene citato, tutta la forza del divieto sta nella presenza del yod ('), che, in ciascun caso, è il segno di un futuro con valore di imperativo: lo' yirbeh: (n:rs"p), «non moltiplicherà», cioè «non moltiplichi». Scompaia questo yod e il divieto non varrà per Salomone. Prima di proseguire, evidenziamo in Esodo Rabbah una variante non priva di interesse:

II Santo, benedetto egli sia, gli disse: Salomone e mille come lui scompariranno, ma io non ti toglierò mai una punta.13


Esodo Rabbah (6,1) aggiunge una riflessione sul comportamento di Salomone: ha voluto «fare il sapiente» riguardo alla decisione di Dio. Il Deuteronomio dice infatti: «Non dovrà avere un gran numero di mogli e sviare il suo cuore» (Dt 17,17). Secondo il midrash, Salomone si è chiesto: «Perché il Santo, benedetto egli sia, ha detto: "non moltiplichi le mogli"?, per "non sviare il suo cuore". Moltipli-cherò [le mogli], ma il mio cuore non si svierà». Avendo compreso la motivazione del divieto, ha creduto di poterne non tenere conto, ma ha sopravvalutato le proprie forze.14

Perché la tradizione ha scelto di illustrare con la storia di Saio-mone queste affermazioni sul carattere intangibile della più piccola lettera della Torah? Forse a causa della flagrante contraddizione fra le disposizioni di Dt 17,14-20 - la tradizione sottolinea che si tratta di comandamenti che riguardano solo il re - e il reale comportamento di Salomone, che ha trasgredito tutti questi avvertimenti. Forse anche perché si trova per ben due volte nel Deuteronomio il solenne divieto di togliere qualsiasi cosa dalla Torah: «Non aggiungerete nulla alle parole dei comandamenti che io vi do e non ne toglierete nulla» (Dt 4,2); «Non vi aggiungerai nulla e nulla ne toglierai» (Dt 13,1). Probabilmente per questo, nella nostra haggadah, è lo stesso libro del Deuteronomio e non solo il yod ad andare a lamentarsi davanti al trono di Dio per il comportamento di Salomone che vuole togliergli una lettera.

In Levitico Rabbah, la storia di Salomone è immediatamente seguita da una doppia haggadah relativa al yod. Riguarda il yod che compariva nel nome di Sarai, la moglie di Abramo, prima di diventare Sara.

Il primo commento si basa sul valore numerico delle lettere:15

Rabbi Huna dice in nome di rabbi Aha: «II yod che il Santo, benedetto egli sia, aveva tolto dal nome di Sara, lo divise in due: metà per Abramo e metà per Sara».

Poiché yod vale dieci, si può pensare che sia stato diviso in due, sotto forma di due he, lettera il cui valore numerico è cinque. Uno di questi due he è stato dato ad Abram quando è diventato Abraham (Gen 17,5) e l'altro a Sarai quando è diventata Sarah (Gen 17,15). Yod non è quindi scomparso.

Nella haggadah che segue immediatamente lo stesso yod protesta per la sua temporanea esclusione dalla Torah:

Rabbi Yehoshua ben Korkha dice: «II yod di Sara salì e si prostrò davanti al Santo, benedetto egli sia. Disse davanti a lui: "Signore del mondo, tu mi hai strappato dal nome di una [persona] giusta". 11 Santo, benedetto egli sia, gli disse: "Va! Prima tu eri nel nome di una donna e al termine della parola. Ora, io ti metto nel nome di un uomo e all'inizio della parola, come è detto: 'Mosè chiamò Hoshea [stìin, Osea], figlio di Nun, Yehoshua [stivr, Giosuè]' (Nm 13,16)"».

Il yod scomparso dal nome di Sarai è quindi diventato la prima lettera di Yehoshua, Giosuè. Il fatto che una lettera possa andare a lamentarsi davanti a Dio non deve stupirci: «Ogni lettera, scrive Y. Heinemann, ha una vita indipendente»16 e il caso di yod non è che un esempio, fra molti altri, di questo carattere in qualche misura personale che si riconosce alle lettere della Torah.

Notiamo ancora in Genesi Rabbah una variante che ci avvicina al testo di Matteo e nella quale yod chiede a Dio: «Signore di tutti i mondi, è forse perché sono la più piccola di tutte le lettere che tu mi hai tolto dal nome di Sarah, la giusta?».

Resta da presentare infine un'ultima haggadah, che si trova nel Talmud babilonese, nel trattato Sanhedrin 107a. Si tratta di un mi-drash sul salmo 19. Secondo un procedimento classico nelle fonti, il testo biblico viene inserito in un racconto e scomposto in modo tale che ogni versetto o frammento di versetto sia interpretato come un elemento di un dialogo. Ecco anzitutto i passi del salmo che saranno ripresi dal midrash: «Chi nota i suoi smarrimenti involontari? Perdonami le colpe nascoste. Perdona al tuo servo anche i peccati di orgoglio; che essi non abbiano potere su di me; allora io sarò perfetto, sarò puro dal grande peccato» [vv. 13-14].

Il Talmud immagina un dialogo fra Davide e il Santo, benedetto egli sia. In questo dialogo, i versetti del salmo sono oggetto di un vero mercanteggiamento - è lo stesso Talmud a presentare le cose in questo modo - nel corso del quale Davide formula richieste sempre maggiori; l'obiettivo è ottenere da Dio la soppressione di un intero passo della Scrittura: il racconto del peccato commesso da Davide con Betsabea.

Rabbi Destai de Biri fece questo commento:

«A chi è paragonabile Davide? A un mercante samaritano.17 Davide dice davanti al Santo, benedetto egli sia:

"Signore del mondo, chi nota i suoi smarrimenti involontarii" (Sai 19,13). Gli rispose: "Ti sono perdonati".

- Perdonami le mie colpe nascoste (ibid.)

- Ti sono perdonate.

- Perdona al tuo servo anche i peccati di orgoglio (ibid., 14).

- Ti sono perdonati.

- Essi non abbiano potere su di me, allora io sarò perfetto (ibid.): i saggi non abbiano nulla da dire su di me.

- Ti sono perdonati.

- E io sarò puro dal grande peccato (ibid.). Il mio peccato non sia scritto».

Qui il «grande peccato» è l'affare Betsabea ed è lì che Davide voleva arrivare. Ma Dio rifiuta ogni altra concessione!

Gli rispose: «È impossibile! Se il yod che io ho tolto a Sarai ha continuato a gridare per anni, finché non giunse Giosuè al quale l'ho aggiunto, come è detto: "Mosé chiamò Osea [stìin],figlio di Nun, Giosuè [xnim]" (Nm 13,16), a maggior ragione un intero capitolo!».

La conclusione di questo passo del Talmud ci fa ritrovare il re Sa-lomone, ma questa volta nelle vesti del moralista che moltiplica i consigli di prudenza:

«Sarò puro dal grande peccato». Disse davanti a lui:18 «Signore del mondo, perdonami tutto questo peccato». Gli rispose: «Tuo figlio Salomone dirà nella sua sapienza: "Qualcuno prende del fuoco su di sé senza che i suoi vestiti brucino?" O, se cammina su carboni ardenti, i suoi piedi non si bruceranno? Così accade a colui che va verso la moglie del suo prossimo: chiunque la tocca non ne uscirà indenne (Pr 6,27-29)». (Davide) gli disse: «Quest'uomo19 sarà quindi rigettato?». Gli rispose: «Addossati le tue sofferenze». Ed egli se le addossò.

Questa conclusione ci conduce a un'ultima osservazione: queste haggadot su Davide e Salomone hanno un elemento comune: vogliono stabilire una relazione diretta fra il rispetto dell'integrità della Scrittura e la condotta morale del credente. Per gli autori di questi commenti il rispetto della Scrittura è un principio che non tollera concessioni. Non lo si può prendere e lasciare. Trascurare o sopprimere anche una sola lettera della Torah equivale a trasgredire i comandamenti e quindi la volontà del Creatore.

Quale accostamento si può fare fra queste tradizioni e l'espressione di Gesù sul iota e sui più piccoli segni della Legge che non passeranno? Il problema dell'età delle tradizioni haggadiche è una questione cui spesso è impossibile rispondere con certezza.20 Perciò, ci si guarderà bene dall'affermare che l'autore del primo Vangelo avrebbe potuto conoscere queste haggadot nella forma in cui ci sono pervenute. Ma sarebbe ugualmente imprudente affermare il contrario.

In compenso, la presenza nel primo Vangelo del tema del iota che non può scomparire21 - abbiamo visto quale importanza esso rivesta

1 Questo capitolo riproduce il testo di una relazione tenuta al Centre Ratisbonne il 27 ottobre 1999, in occasione di una giornata in onore di Pierre Lenhardt.

2 Mt5,18.

3 P Sanh. 2,8; Sanh 107a; Gen R 47,1; Es R 6,1; Lv R 19,2; Nm R 18,21; Ct R 5,11; Haggadat Bereshit 76; Tank. Wa'era 5; Tank. Qorah 12; Tank. B Wa'era 2; Midrash Hehafets Gen 17,15; Leqakh Tov Gen 17,15; Midrash Shir-Hashirim 5,11.

4 Salvo indicazione contraria, le traduzioni dei testi rabbinici, qui e in tutto il volume, sono quelle dell'autore. Cf., inoltre, la nota 16, p. 32.

5 Cf. anche Shab. 103b, che sottolinea la necessità di scrivere le lettere con la mg-giore precisione possibile per evitare qualsiasi confusione.

6 Cf., in particolare, Ber. 55a; Men. 29b; Gen R 1,10-11. Cf. Eb 1,3 sulla parola che sostiene il mondo.

7 Cito dalla TOB, la cui nota spiega che i frutti di certe palme sono neri.

8 I nomi dei due rabbi presentano molte varianti nelle fonti.

9 «Se tutti gli uomini si riunissero»: formula relativamente classica. Cf. Gen R 39,14 su Gen 12,5: «Se tutti gli uomini si riunissero per creare una zanzara, non potrebbero darle la vita».

10 II Midrash Shir Hashirim (5,11) spiega questo accostamento fra l'ala del corvo e il yod: «"Nere come un corvo": sono le lettere [della Torah]»; è impossibile sbiancare, cioè cancellare, una lettera della Torah come è impossibile sbiancare l'ala di un corvo.

11 Togliere il yod da yirbeh, in Dt 17,17, cambia il senso della frase. Cf. sotto.

12 Al Deuteronomio.

13 Cf. anche Men. 34a, che ricorda la «punta» (qots) di un yod.

14 Es R e Tank. Wa'era continuano con un piccolo midrash sul nome di Me, che compare in Pr 30,1 e può essere interpretato come «Dio è con me». Salomone significa, secondo il midrash, «Dio [o la forza] è con me, io potrei [resistere alla tentazione]». Secondo rabbi Yitzaq, il senso dei precetti della Torah non è stato rivelato perché, negli unici due casi in cui la loro motivazione viene indicata nella Scrittura, sono stati trasgrediti da «uno dei grandi del mondo», Salomone: in questo caso specifico e nel caso del divieto che precede immediatamente («Non dovrà possedere molti cavalli e far ritornare il popolo in Egitto», Dt 17,16); Salomone ebbe molti cavalli che provenivano dall'Egitto (IRe 10,26-28) [Sanh. 21b; BM 115a; Qo R 1,1; 8,17; Yalq. II, 195],

15 Nell'ebraico rabbinico, le lettere dell'alfabeto vengono occasionalmente usate come numeri (la prima lettera,a/e/, vale 1 ; la seconda, beth,2, ecc.), il che da luogo a quelle speculazioni sul valore numerico delle parole che vanno sotto il nome di gematria.

16 Y. HEINEMANN, Darekhei haaggadah (I metodi della haggadah), Magnes, Gerusalemme 1954,103.

17 Letteralmente, cuteo.

18 È Davide a riprendere la parola.

19 Davide parla di se stesso.

20 Cf. il capitolo precedente.

21 Questo tema del yod o del iota che non può scomparire si ritrova nei padri della Chiesa. Cf., ad esempio, il commento di Afraate a Mt 5,18: «Ecco ciò che dice nostro Signore: Nessuna lettera yod passerà dalla Torah e dai profeti finché tutto non sia accaduto» (Aphraate le sage persan. Les Exposés [Sources chrétiennes 349 e 359], 2 voli., Cerf, Paris, 1,1989,245-246). Cf. anche la nota 27, ibid. Afraate interpreta il yod in base al suo valore numerico, vedendovi un'allusione ai dieci comandamenti. Per ORICENE (Filocalia XI, 1-3) nessun dettaglio della Scrittura è insignificante; cf. B.L. VISOTZKY, «Jots and Tittles: On Scriptural Interpretation in Rabbinic and Patristic Literatures», in Prooftexts 8(1988), 257-269; l'autore cita anche Gregorio di Nazianzo, Girolamo e Crisostomo.

nella tradizione ebraica posteriore - non si può spiegare con una semplice coicidenza. Il Vangelo di Matteo attesta chiaramente che, fin dall'epoca del Nuovo Testamento, il rispetto del yod e delle punte delle lettere era già considerato il segno del carattere intangibile della Torah, dalla quale non si può togliere nulla.22

22 Affermando che le sue parole non passeranno (Mt 24,35), Gesù pone il suo insegnamento sullo stesso piano di quello della Torah.

Non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento... JOSEPH RATZINGER, Da "Dio e il mondo"

C'è un passo nel Vangelo che mi sconcerta, quello in cui Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il ciclo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto».

Cristo non viene a infrangere la legge, non viene a dichiararla superata o senza senso. Del resto, questo non lo fa nemmeno Paolo, per quanto alcuni ritengano di trovare nelle posizioni paoline elementi di tensione con le parole di Gesù riportate da Matteo. Cristo dice che la legge antica conserva il suo significato pedagogico essenziale fin nei dettagli. Cristo viene a darle compimento. Il che significa però anche innalzarla ad un piano più alto. Cristo le da compimento nella sua sofferenza, nella sua vita, nel suo messaggio. E fa sì che in lui la legge intera trovi il suo senso. Tutto quello che nella legge si intende e si richiede all'uomo trova davvero realizzazione nella sua persona.

Questo è il motivo per cui non abbiamo più bisogno di osservare la lettera della legge, tutte le prescrizioni regolate fin nel dettaglio. La comunione con Cristo significa che siamo là dove la legge è portata a compimento; dove ha trovato la sua sede naturale; dove è stata insieme sussunta e trasformata.

Ci sono intere biblioteche piene di testi giuridici che regolano la convivenza e la correttezza di comportamento nei singoli stati. Cristo, al contrario, è stato evidentemente in grado di sintetizzare in poche frasi comprensibili e realizzabili per tutti, al di là di tutte le possibili differenze culturali, la legge fondamentale che regola il mondo.

Quando gli fu chiesto: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?», rispose in questo modo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». E poi aggiunge, a chiarificazione ulteriore: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti».

Questa è in effetti la grande frattura, la sintesi che ci offre Cristo. Il suo sguardo si solleva dalle diverse prospettive, dai particolari per abbracciare l'insieme e ci dice: In questo duplice comandamento è racchiuso tutto. Dio e il prossimo sono inseparabili. Gesù ha portato a termine un'enorme semplificazione, che però non è uno sconto o una banalizzazione ma evidenziazione dell'essenziale. Qui viene in primo piano il nucleo portante di tutto, attorno a cui tutto ruota e su cui tutto si gioca, come dice Paolo. Se non teniamo questo come comandamento principale, allora le nostre parole sono solo chiacchiere vuote o bronzo che risuona. Gli esercizi di devozione e le attività di qualsiasi tipo sono vane se non le anima il soffio vivificante dell'amore. Non aiutano l'uomo a entrare in contatto con Dio e non sono di alcuna utilità anche per il prossimo. Da questo punto di vista, questa essenzializzazione, questa semplificazione, che testimonia della semplicità e insieme della grandezza e della bellezza delle sue pretese, rappresenta davvero una sostanziale frattura.

Dobbiamo ovviamente tenere presente che nell'antico Israele l'ordinamento legislativo, le regole morali, e la regolamentazione del culto si intrecciavano. Con l'avvento di Cristo }ueste tre sfere si separano. La religione acquisisce per così lire sostanza autonoma. Anima lo stato e il diritto e fornisce oro parametri morali, ma il diritto statuale si distingue dai recetti della morale o dagli insegnamenti della Chiesa.

Da questo punto di vista negli stati dovranno continuare a esistere ordinamenti e norme legislative. Questi però affonderebbero le loro radici nel vuoto se non fossero internamente animati; se gli uomini non riconoscessero innanzitutto interiormente la legittimità delle pretese essenziali esercitate su di loro e non trasformassero in questo modo gli ordinamenti legislativi da meri regolamenti esteriori a fondamenta di una corretta convivenza.

È questo che intendeva quando diceva che la vera legge naturale è una legge morale?

Sì. La natura non ha soltanto leggi che regolano il decorso di fenomeni, quali quelle indagate dalla scienza, ma racchiude in sé anche un messaggio più profondo. Ci fornisce indicazioni. E quando la Chiesa parla di legge naturale, non si riferisce a leggi intese nell'accezione comune alle scienze naturali, ma quell'indicazione interiore che si riverbera a noi dalla creazione.

Portando a compimento la legge ebraica (F. Manns. Voi, chi dite che io sia?)

Più di una volta Gesù aveva avuto l'occasione di interpretare la legge. Ma Gerusalemme aveva i suoi esperti della legge che non sempre condividevano le innovazioni del maestro di Nazareth. Uno scontro con i farisei diventava inevitabile.

L'ideale dei farisei era quello della santità. Siate dunque santi, perché io sono santo (Lv 11,45), diceva il libro del Levitico. La santità esigeva irrimediabilmente la separazione dal mondo e da tutti coloro che rifiutavano la legge. Essa era garantita dall'osservanza meticolosa delle regole di purità. In effetti il Levitico enumera le categorie fondamentali dell'ebraismo: il puro e l'impuro, il sacro e il profano, il consentito e il proibito. Questo codice proponeva una scala da percorrere per raggiungere la santità. Per essere in grado di osservare quelle leggi complesse era necessario aiutarsi e raggnipparsi in comunità di amici. L'autosegregazione del gruppo fariseo comportava il pericolo di sviluppare nel suo seno un complesso di superiorità in rapporto a tutti coloro che non osservavano la legge, quegli ignoranti che essi trattavano da maledetti. Anche in rapporto ai sacerdoti i farisei non avevano complessi: l'osservanza della legge doveva assicurare loro lo stesso tipo di santità di coloro che si santificavano con il culto del Tempio. Solo l'obbedienza scrupo

Iosa alla legge definiva l'appartenenza al popolo di Dio. Ma tale obbedienza aveva come condizione essenziale la dipendenza dalla loro interpretazione della legge. «Un ignorante non può essere pio», amavano ripetere. Questa trovata escludeva il povero dall'accesso alla vita futura.

Per il fatto stesso di accettare che la legge scritta fosse commentata e completata dalla legge orale, essi l'inserivano in un dinamismo che contrastava con il carattere statico che i sacerdoti le avevano attribuito. Essi erano sostenitori dell'adattamento della legge alle circostanze nuove. Senza aggiornamento la legge era difficilmente vivibile. Era preferibile che una lettera sparisse dalla legge ma che fosse salvata la Torah nel suo insieme.

D'altra parte i farisei erano favorevoli a innalzare una barriera attorno alla legge per impedire che essa fosse per inavvertenza violata. È preferibile peccare per eccesso che per insufficienza. 613 comandamenti avevano la funzione di dettagliare la legge per la vita concreta. Il giogo della legge, lungi dall'essere facile da portare, diventava opprimente. Ma accettato e vissuto con amore — perché c'era il fariseo che agiva per timore come Giobbe e quello che agiva per amore come Abramo —, questo peso diventava leggero. Non solo, la legge costituiva un criterio dell'identità etnica che permetteva di coltivare un sentimento larvato di autonomia nazionale. Ma puro e impuro, sacro e profano, consentito e proibito non potevano essere confusi.

Uomini di grande sensibilità religiosa, i farisei pregavano parecchie volte al giorno e digiunavano due volte alla settimana. Inoltre si esercitavano a imitare Dio con le opere di misericordia. La santità si misurava secondo l'ordine del merito. La salvezza la si doveva meritare. Per ogni colpa occorreva compensare con un merito supplementare. Una mentalità come questa poteva comportare nel fariseo calcolatore uno spirito commerciale: Do ut des: do perché tu mi dia. La gratuità era presa in nessuna o in scarsissima considerazione.

Gesù si rifiuta di entrare nel labirinto della tradizione degli uomini che interpretano la legge. Lui che non ha studiato nelle scuole rabbiniche vuole ritrovare la radicalità di questa parola quale fu pronunciata sul Sinai. Non basta pagare la decima degli ortaggi. È più importante osservare la giustizia e l'amore di Dio. Gli alimenti che entrano nell'uomo non possono renderlo impuro. A renderlo puro o impuro è ciò che esce dal cuore dell'uomo. Ciò che è permesso fare il giorno del sabato deve essere valutato in funzione dei bisogni dell'uomo. Davide stesso non è forse entrato il giorno del sabato nel Tempio dove ha mangiato il cibo riservato ai sacerdoti? Puro e impuro, consentito e vietato, sacro e profano sono soggetti a un'interpretazione nuova da parte di Gesù. Se il cuore dell'uomo è puro, allora tutto è purificato. Occorre andare alla radice del problema.

Il tempo messianico è un periodo di compimento. Ma ciò è possibile solo se l'uomo risponde all'iniziativa divina. La venuta del Messia esige il pentimento e le buone azioni degli uomini. I farisei insistevano sulle opere di misericordia che dovevano garantire all'uomo la buona coscienza.

Nelle sinagoghe si ripeteva l'insegnamento dei maestri: Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro (Le 6,36). La misericordia, per il semita, ha un equivalente nelle viscere materne che reagiscono di fronte a certe situazioni. Dio non è insensibile, afferma la Bibbia. Egli non è solo il primo motore che mette in movimento l'universo. Egli sente il grido del povero e dei bambini: prende le difese della vedova e dell'orfano.

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: [...] Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente? (Is 58,6-7). E in questi termini che il terzo Isaia (Isaia, capitoli 56-66) si esprime dopo l'esilio di Babilonia. Israele viene dall'esperienza della povertà in terra straniera. Ha capito che deve tutto a Dio. L'azione di grazie a Dio non basta, essa deve essere completata da un'imitazione di Dio. To-bit, l'ebreo pio, cerca di mettere in pratica questo ideale, memoria della duplice dimensione dell'alleanza. Egli riconosce che ha spesso fatto l'elemosina, che ha dato il pane ali' affamato e vestiti a coloro che erano nudi, che ha sotterrato i cadaveri dei suoi compatrioti.

Le omelie sinagogali orchestravano spesso questo messaggio. Occorre essere misericordiosi come Dio è misericordioso. La partecipazione al popolo dell'alleanza esige questo atteggiamento. Quando leggeva il racconto della morte di Mosè l'omerista aggiungeva un commento conosciuto dal Targum: «Dio ci ha insegnato a vestire coloro che erano nudi per aver egli stesso rivestito Adamo ed Èva; egli ci ha insegnato a unire fidanzati e fidanzate per aver unito Èva ad Adamo; ci ha insegnato a visitare i malati dopo che è apparso nella pianura di Mamre ad Abramo che soffriva del taglio della circoncisione; ci ha insegnato a consolare coloro che sono in lutto dopo che è apparso a Giacobbe, al suo ritorno a Paddan nel luogo dove era morta sua madre; ci ha insegnato a nutrire i poveri per aver fatto scendere il pane dal ciclo sui figli d'Israele; ci ha insegnato a seppellire i morti dopo la morte di Mosè».

Questa elencazione è importante in quanto ci offre la motivazione delle opere di misericordia. Dio stesso ne è la fonte e l'origine. L'uomo non fa che imitare il comportamento di Dio. Paolo riassume in modo magistrale questa morale quando scrive: Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto (Rm 12,15). È da notare che la lista ingiunge anche di partecipare al matrimonio, in quanto Dio ha unito Adamo ed Èva. Gli esegeti hanno notato che il primo miracolo compiuto da Gesù è il segno di Cana realizzato nel corso di un matrimonio. Gesù approfitta della sua presenza in mezzo agli uomini per proporre un insegnamento superiore. Moltiplica il pane e da un insegnamento sul pane di vita. Consola le sorelle di Lazzaro e parla loro della risurrezione. Assiste al matrimonio e mostra che egli è lo sposo che realizza l'alleanza definitiva. In occasione del giudizio ultimo Gesù ricorderà che aveva fame, sete, che era nudo, prigioniero.

Il fariseo ricercava la santità. Ma come vivere la santità in un paese in cui comandano i pagani? Un gruppo di farisei proporrà una soluzione radicale: se si crede nel regno di Dio occorre opporsi fortemente al «regno dell'impertinenza». La resistenza si organizzerà proprio in Galilea.

Terra essenzialmente agricola, la Galilea era anche l'itinerario obbligatorio tra il porto di Cesarea e Damasco. La Via Maris passava vicino al lago di Galilea. I pescatori del lago di Tiberiade costituivano una realtà economica importante della provincia. La città di Magdala era celebre per la sua industria di salatura del pesce. Erode Antipa costruì la città di Tiberiade nell'anno 18 d.C. sul posto in cui c'era un cimitero. Per tale motivo gli ebrei si rifiutarono a lungo di abitarvi. Questo fatto isolato prova da solo il grado di religiosità che animava i galilei. Questi costituivano in gran parte una popolazione ebraica proveniente da Babilonia e recentemente insediata in quella regione da Erode. Non stupisce che il moto di ribellione contro i romani si sia originato in Galilea. Non si tratta più della Galilea delle nazioni, ma della Galilea degli zelanti della legge. Atti 5,37 evoca la rivolta di Giuda il Galileo. La situazione doveva peggiorare fino alla guerra ebraica dell'anno 66.

L'insurrezione in Galilea, organizzata dagli zeloti dopo l'anno 50, si radica in una profonda tradizione religiosa: Dio è il re d'Israele e il padrone della storia. Il dono della terra è il segno dell'alleanza. Arrogarsi la proprietà della terra come fanno i romani significa dar prova di un orgoglio smisurato, dell'appartenenza al regno dell'impertinenza. Essendosi i romani imposti con la forza, occorre fare tutto il possibile per liberare la terra. Alla violenza bisogna rispondere con la violenza. La sete di libertà che animava i rivoltosi scaturiva dal più stretto monoteismo. Era lo zelo della legge a spingerli ad agire.

Il progetto di Gesù supera di gran lunga quello degli zeloti. Se Gesù annuncia il Regno di Dio, non rientra però assolutamente nella linea zelota. Il suo messaggio di non violenza è esplicitamente proclamato nel Discorso della montagna. Se purifica il Tempio è perché è animato dallo zelo di Dio per la dimora di Dio. È da profeta che Gesù protesta contro le pratiche commerciali che si erano infiltrate nel Tempio. Nel gruppo dei discepoli che Gesù sceglie uno porta il nome di zelota: Simone lo Zelota. Il carattere focoso dei discepoli galilei Giacomo e Giovanni richiama sicuramente un atteggiamento spirituale di tipo zelota. Essi chiedono che il fuoco celeste cada su un villaggio samaritano che non ha voluto accoglierli. Ma ciò non significa affatto che appartenessero al movimento di resistenza armata dei sicari.

Gesù supera il particolarismo degli zeloti limitato all'orizzonte di Israele. Non è prigioniero del particolarismo della legge, né del nazionalismo del Tempio. L'adesione di Gesù è al Padre. Il Regno viene incontro all'uomo senza che l'uomo abbia bisogno di prendere le armi per instaurare questo regno. L'impazienza degli zeloti contraddice la parabola del lievito che fa crescere la pasta lentamente. Gesù fu condannato e rifiutato dal suo popolo perché voleva far uscire Israele dal suo particolarismo ed aprirlo alla sua dimensione universalistica.

«La terra è comune a tutti gli uomini e, di conseguenza, gli alimenti che essa fornisce li fornisce per tutti comunemente. A torto si giudicano dunque innocenti coloro che reclamano per il loro uso privato il dono che Dio fece per tutti... In realtà quando noi doniamo ai miseri le cose indispensabili, non facciamo loro elargizioni personali: non facciamo che rendere loro ciò che è loro. Ben più che compiere un atto di carità, assolviamo un dovere di giustizia» (S. GREGORIO MAGNO, Pastorale 3,21).

«Tra tutte le piante che coprono il campo delle Scritture, distinguo un fiore meraviglioso. Esso ha cominciato a fiorire sulle labbra del Salvatore. Ha la sua radice nel cuore di Gesù: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia (Mt 5,7)» (S. MACARIO, Omelia 18).

L’EBRAISMO DI GESÙ

Alberto Mello

(QOL febb 1986; Sefer n. 25, gennaio-marzo 1984)

Gesù era un ebreo: che cosa significa questo per noi, cristiani non ebrei? Certo nessuno di noi contesta l’evidenza storica dell’ebraismo di Gesù, ma in che misura questo fatto determina anche la nostra conoscenza spirituale» di Gesù, ha un posto nella nostra confessione di fede in lui? Siccome per noi Gesù è il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo — e non solo il Messia di Israele, il Re dei Giudei — il suo ebraismo ci appare in genere come un aspetto di secondaria importanza, se non perfino limitativo e imbarazzante, Non è un po’ fastidioso, per tutti noi, il comportamento iniziale di Gesù con la donna cananea: Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini? (Mt 15,26). Eppure l’ebraismo di Gesù non traspare solamente in una qualche particolarità dei suoi atteggiamenti, ma è la modalità di fondo di tutta la sua esistenza, è il suo modo di vivere, di pensare e di credere in Dio. La nostra posizione riguardo all’ebraismo di Gesù non può non avere le più profonde conseguenze sul nostro modo di concepire la sua umanità, e di conseguenza su tutta la nostra fede cristiana, Bisogna confessare che, in questo senso, quasi tutta la nostra cristologia rappresenta un grosso arretramento rispetto all’ebraismo di Gesù, e dunque anche alla sua vera e piena umanità. Forse ai Padri è sfuggito qualcosa: la umanità così semplice di Gesù, la semplicità di Gesù è più profonda delle teologie più profonde; sono parole del Patriarca Atenagora[1]. Accanto ad esse vorrei porre quelle, così convergenti, di un altro uomo molto rappresentativo della propria tradizione di fede, Martin Buber: ciò che Gesù dice è al tempo stesso semplice e profondo, ingenuo e pieno di paradossi, violento e calmo: avremo mai finito di penetrare il senso delle sue parole?[2].

Ecco, il mistero, il segreto di Gesù è tutto qui: in questa sua umanità così semplice e così piena di profondità, nelle sue parole e nei suoi gesti che non finiremo mai di spiegarci e di capire. Ma questa umanità è interamente ebraica dal principio alla fine. L’ebraismo non spiega solo l’origine di Gesù, ma è l’intero orizzonte della sua esistenza. Egli stesso non ha mai inteso oltrepassarlo, uscirne fuori: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24).

L’esasperazione polemica delle differenze.

L’ebraismo è dunque il campo ermeneutico della figura di Gesù, fuori dal quale la sua umanità non è più significativa, non è più parlante, oppure riceve delle connotazioni profondamente estranee, proiezioni delle nostre sempre più cangianti ideologie: dal Gesù moralista liberale al Gesù socialista rivoluzionario, per tacere delle figure trionfalistiche del passato

Tutto questo ovviamente non vuol dire che Gesù sia riducibile ad una certa somma di influenze ambientali, che non abbia cioè una sua originalità del tutto singolare; però la sua stessa originalità è perfettamente ebraica, comprensibile soltanto all’interno dell’ebraismo. Uno dei modi con cui l’esegesi specializzata, ma anche la lettura cristiana corrente del Vangelo, sottraggono Gesù al suo ebraismo, è l’esasperazione polemica delle differenze che lo opporrebbero appunto al «giudaismo» a sua volta preso come un tutto unico e indifferenziato. Ho il sospetto che una contrapposizione così frontale non serva affatto a capire Gesù, ma serva piuttosto a rivendicare una propria identità cristiana, In questo senso, il fenomeno si attesta già nel Nuovo Testamento: negli stessi Vangeli è molto evidente la polemica, sia specialmente anti-farisaica (Matteo) sia globalmente anti-giudaica (Giovanni), ma non sfugge neppure come essa rifletta in misura determinante il conflitto successivo tra la Chiesa nascente e la Sinagoga, anacronisticamente antidatato nella vita stessa di Gesù. Che cosa è più anacronistico del Gesù giovanneo che parla ai « Giudei», come se egli stesso non fosse tale?

Gesù non ha affatto voluto rompere con il « giudaismo». Se la polemica arriva fino a questo punto, vuol dire che non è sua, ma è una esasperazione della Chiesa primitiva: si veda il modo in cui Matteo trasforma una parola di Gesù sul raduno escatologico dei dispersi d’Israele in un giudizio senza appello contro i figli del Regno e in favore solamente dei pagani (cfr. Lc 13,28-29 con Mt 8,11-12).

Anziché inasprire del toni polemici comprensibili se situati storicamente ma di cui oggi, dopo Auschwitz, abbiamo misurato anche le più tragiche conseguenze, la nostra comprensione di Gesù e del Vangelo si avvantaggerebbe molto se cercassimo anzitutto di situarlo nel suo ambiente ebraico palestinese. Una identità non si costruisce solamente per contrapposizioni e non tutto ciò che è importante deve anche essere originale: se Gesù condivide la fede farisaica nella resurrezione, se su questo non è originale, non per questo la cosa ha meno valore. Lo stesso si dica di tutte le possibili «differenze» di Gesù, di cui l’esegesi neotestamentaria ha fatto un criterio per giungere alle ipsissima verba Jesu: esse non sono significative di per se stesse, ma lo diventano solo su un ampio «fondo di continuità» che nonostante tutto è molto maggiore delle differenze.

I silenzi del Vangelo.

Anche al di là della polemica, è chiaro infatti che la testimonianza evangelica è fortemente selettiva e limitata ai gesti e alle parole decisivi, cruciali.

Del primi trent’anni di Gesù non sappiamo nulla o quasi dai Vangeli e in generale sono molte le cose non dette evidentemente perché date per scontate. Alcune vengono dette solo di sfuggita: così è solo di passaggio che veniamo a sapere che Gesù, come ogni ebreo osservante, portava sul mantello le zizioth, le frange prescritte dalla Legge, perché i malati le toccavano per essere guariti (Mt 9,20; 14,36). Forse, se non ci fossero queste testimonianze casuali, saremmo già stati indotti a credere che Gesù non si curasse di simili dettagli nel modo di vestire, tanto più che in Mt 23,5 i farisei sono proprio accusati di «allungare le frange» dei loro scialli di preghiera. E invece Gesù obbediva alla Torah anche in questo, che non è affatto un punto trascurabile, poiché la prescrizione delle frange di Num 15,38-40 è la terza parte dello Shema’, la confessione di fede con cui ogni figlio di Israele si impegna ad amare il Signore precisamente attraverso l’obbedienza alle sue volontà: «E sarà per voi come un fiocco, e quando lo guarderete vi ricorderete di tutti i precetti del Signore, per metterli in pratica» (Num 15, 39). Come questa, vi sono molte altre cose che i Vangeli non dicono esplicitamente e che noi in qualche modo dobbiamo restituire a Gesù, se lo vogliamo capire. Ad esempio, la preghiera sinagogale: i Vangeli ci insegnano ripetutamente che Gesù partecipava al culto sabbatico nelle sinagoghe e che spesso, come Rabbi, vi spiegava le Scritture, ma essi non ci dicono qual era la preghiera che si faceva in sinagoga. Mi sembra chiaro che la conoscenza della preghiera che Gesù faceva in sinagoga è anche una conoscenza elementare della sua preghiera, una conoscenza elementare di Gesù stesso. Tutte queste cose «elementari», cioé fondamentali, cui il Vangelo accenna soltanto, dove le possiamo imparare? Evidentemente soltanto dalla tradizione ebraica, quella tradizione orale che si è sedimentata essa pure in documenti scritti, la Mishnah, i Midrashim e il Talmud, ma che soprattutto è stata ininterrottamente trasmessa, custodita, praticata all’interno del giudaismo e da questa osservanza è stata sempre riattualizzata e resa viva. Con questo si vuol dire in sostanza che ‘per la conoscenza di Gesù è essenziale la conoscenza del giudaismo: una conoscenza, beninteso, non puramente storica ed erudita, ma sapienziale e spirituale, quale può nascere solo dall’incontro con una tradizione vivente.

La ricerca ebraica.

Di fatto, che cosa ha cambiato oggi la situazione della ricerca sulla vita di Gesù? L’evento più importante in questo dopo-guerra, dopo-Auschwitz, è proprio che degli studiosi ebrei si stanno di nuovo interessando a Gesù. Questo rinnovato interesse comincia già durante Auschwitz, con il Gesù e Israele di J. Isaac (‘43-’45), che ha assolto il compito catartico di denunciare i pregiudizi cristiani antiebraici su Gesù. Ma poi prosegue con i lavori di R. Aron, Sh. Ben Chorin, P. Lapide e, soprattutto, D. Flusser e G. Vermès[3]. Queste opere non hanno tutte lo stesso carattere e valore, ma sono tutte esempi diversi di una profonda «riappropriazione ebraica» della figura di Gesù, di un approccio storico religioso estremamente simpatetico che si può spingere fino alla resurrezione, la quale è appunto una possibilità propria della fede ebraica tradizionale (cioè: farisaica) nel Dio di Abramo, nel Dio di Isacco e nel Dio di Giacobbe. Per questi autori ebrei Gesù resta pienamente compatibile con l’ebraismo, e si può spiegare solo a partire da questo. Se rottura vi è stata tra il giudaismo e il cristianesimo, essa non è imputabile a Gesù, ma al superamento della Legge conseguente alla predicazione evangelica ai pagani.

«Il Gesù sinottico, secondo i tre Vangeli di Matteo, Marco e Luca, non ha mai e in nessun luogo trasgredito o comunque invitato a trasgredire la legge di Mosè. Voi cristiani vi rendete le cose troppo facili limitandovi alla sola immagine paolina di Gesù e affermando che Gesù ha mutato la Legge, cioè l’ha resa invalida o addirittura abolita. Ciò non è vero: Paolo ha predicato in questo modo ai pagani, ma non certo agli ebrei... Questo Gesù fu così fedele alla Torah come spero di esserlo io; ho anzi il sospetto che Gesù fosse più fedele alla Torah di quanto non lo sia lo, ebreo ortodosso»[4]. Per misurare la diversità e la freschezza di questi approcci ebraici basta considerare l’impasse in cui l’esegesi cristiana del Nuovo Testamento è stata condotta in questo secolo dalla problematica bultmanniana, cioè da un paolinismo protestante esasperato secondo il quale il Gesù «secondo la carne» è una realtà storicamente irraggiungibile e teologicamente irrilevante, mentre ciò che unicamente conta è la fede cristologica postpasquale.

Qui, al contrario, non solo si ha un po’ più di ottimismo circa la conoscenza storica di Gesù (secondo Flusser, egli è il giudeo post-testamentario del quale conosciamo meglio la vita e il pensiero), ma si ha soprattutto una fiducia assai maggiore appunto nella sua umanità ebraica, e quindi nella sua fede, nella sua esperienza di Dio (e, caso mai, un po’ più di sfiducia in quella postpasquale dei discepoli). La mia fondata impressione è che il giudaismo vissuto dal quale partono questi autori sia realmente un fondo di continuità, a livello di fede e di esperienza religiosa che li sintonizza con Gesù per molti aspetti più direttamente di quanto non avvenga a noi cristiani per i quali l’accesso a Gesù è mediato da formulazioni dogmatiche più che da una similarità di esperienza.

Il giudaismo radicale di Gesù.

Un dato storico ammesso da chiunque è che Gesù si iscrive in un giudaismo radicale, fortemente segnato dalla tensione escatologica e in qual che modo lo rappresenta: l’appello alla conversione per la prossimità del Regno di Dio fa da esordio alla sua predicazione itinerante. Fin dall’inizio del Vangelo Gesù appare nel deserto, accanto a Giovanni dal quale si fa battezzare. Ora, il deserto è proprio il luogo dell’attesa e della purificazione in vista del Regno che viene, della sua «preparazione», secondo il programma di Isaia 40, citato dai Vangeli per situare l’opera del Battista.

La predicazione penitenziale ed escatologica che caratterizza il movimento battista è certamente un elemento di grossa novità nel giudaismo dell’epoca. Un fatto come il battesimo di Giovanni « per la remissione dei peccati» non si introduce nella prassi del giudaismo senza modificare profondamente tutto ciò che concerne la purità e il perdono del peccati, fino a toccare il Tempio e i sacrifici. D’altra parte, esso si inserisce a sua volta in un movimento ascetico più vasto, che oggi siamo in grado di ricostruire attraverso i manoscritti di Qumran, sulle rive del mar Morto. Questa comunità monastica del deserto incarna infatti un ideale sacerdotale apertamente dissidente rispetto al culto del tempio, considerato illegittimo e impuro, La sua origine risale alla crisi asmonea del II sec. a.C., quando i Maccabei unirono nella stessa persona il regno e il sommo sacerdozio, per di più non sadocita. Ritiratisi nel deserto secondo la profezia di Isaia (c. 40), i monaci sadociti di Qumran seguono un calendario liturgico diverso da Gerusalemme, radicalizzando all’estremo le norme di purità (abluzioni rituali; celibato) e attendono la venuta di un Messia di Aronne, sacerdotale, che purificherà il culto del Tempio. Questo «giudaismo radicale» del deserto è il primo orizzonte entro il quale dobbiamo situare Gesù. Sappiamo che di fronte ai sadducei del Tempio, quelli che per noi rappresentano il «giudaismo ufficiale», Gesù giustifica la propria autorità rimandando al battesimo di Giovanni; ed egli sarà protagonista di un gesto profetico di purificazione dei Tempio che, quale che ne sia la portata ultima, già diversamente interpretata dai Vangeli, ha in ogni caso un carattere contestativo. Anche riguardo alla purità Gesù assume un atteggiamento radicale, come appare dalla disputa coi farisei (Mt 15,1-20 par.). La netilath jadajim, il lavarsi le mani prima dei pasti, è una prescrizione farisaica che estende alla vita quotidiana di ogni ebreo le esigenze e le prerogative del sacerdote che si accosta all’altare. La risposta di Gesù è perfettamente ad rem (non ciò che entra, ma ciò che esce dalla bocca contamina l’uomo), poiché la preoccupazione dei Farisei era che le mani impure potessero contaminare i cibi, come l’esterno della coppa può contaminare il suo interno. Ciò che invece non è più ad rem è che Gesù intendesse dichiarare puri tutti gli alimenti secondo la glossa di Mc 7,19 che riattualizza la parola di Gesù secondo la problematica della Chiesa dei gentili (cfr. At 10, dove Pietro, il commensale di Gesù, dichiara di non avere mai mangiato cibi immondi). In sostanza, ai farisei Gesù dice: non basta lavarsi le mani, occorre una purificazione ben più profonda di tutto l’uomo, a partire dal suo interno, dal suo cuore. In questo egli è certamente più radicale dei farisei, anche se lo è in un modo del tutto diverso dagli stessi monaci di Qumran, che prima dei pasti facevano una abluzione completa ed accusavano i farisei di «cercare degli alleggerimenti» per la gente. Del resto, già il Battista con il suo battesimo offerto a tutti ed una volta per sempre si discostava dalla prassi delle abluzioni quotidiane. Gesù andrà ancora più lontano: stando al IV Vangelo, anch’egli battezzava come Giovanni, all’inizio del suo ministero, ma poi non lo farà più, ed ogni volta che parlerà ancora di un battesimo si riferirà alla propria morte (cfr. Mc 10,38 ss; Lc 12,50).

Ad ogni modo, spesso il radicalismo di Gesù in materia di halakhah (norme legali!) si avvicina alle posizioni di Qumran, come sul divorzio: Essi sono presi dalla concupiscenza sposando in vita due donne, mentre il principio della creazione è: maschio e femmina li creò (Doc. Damasco 4.20; cfr. Mt 19,1-9 par.). Tuttavia a proposito delle halakhah va notato che al tempo di Gesù essa non era ancora molto fissa, ed era oggetto di discussioni anche tra i farisei, tra le scuole di Hillel e di Shammai, come si può dimostrare proprio con l’esempio del divorzio. E in fine non bisogna dimenticare che Gesù era un galileo:

certe intransigenze da « violenti» per il Regno di Dio si spiegano anche a partire dalla Galilea, la patria degli Zeloti, benché Gesù non fosse uno zelota nel senso politico del termine.

Il giudaismo universale di Gesù.

Dopo l’arresto di Giovanni, Gesù lascia il deserto di Giuda per tornare in Galilea, dove inizia un ministero pubblico di rabbì itinerante e carismatico, di maestro autorevole della Scrittura e di profeta autore di guarigioni. “Gesù, questo battista che presto non battezzerà più, raccoglie tutto l’apporto della corrente battista e lo trasforma stranamente nella sua parola che annuncia il perdono, nei suoi gesti di esorcista e taumaturgo che pongono la salvezza, e più ancora nella sua vita e nella sua morte di profeta martire in questo sorprendente spiazzamento teologico che va dal Battista a Gesù, è difficile non riconoscere il segno personale di Gesù stesso”[5]. Ouesta predicazione dell’evangelo del Regno che è fatta per tutti specialmente i più lontani, i peccatori, i malati e non i sani, le pecore perdute della casa d’Israele; questa proclamazione della misericordia del Signore che riscatta l’uomo dal male e dal peccato, rendendo visibile la venuta del suo Regno (Se io scaccio i demoni con lo Spirito di Dio, allora è venuto per voi il Regno di Dio: Mt 12,28): tutto ciò è appunto il segno più personale di Gesù, l’aspetto più caratteristico del Vangelo. E si tratta di un atteggiamento profondamente universale, poiché estremamente consapevole della gratuità della salvezza, e che la misericordia di Dio è senza confini. In questo, a me pare, Gesù manifesta anche tutta la sua solidarietà e il suo radicamento nell’ebraismo più popolare, meno settario, più

universale e, in una parola, più misericordioso: cioè quello farisaico. Non vi è dubbio infatti che in Galilea gli interlocutori di Gesù, che lo invitano nelle loro case e lo accolgono nelle sinagoghe, sono soprattutto i farisei. Certo anche loro possono essere scandalizzati dalla spregiudicatezza con cui Gesù si siede alla mensa dei pubblicani e dei peccatori, infrangendo le barriere religiose della purità e dei meriti, ma ci sbagliamo nel pensare ad essi come a persone distanti dalla povera gente o che disprezzavano l’am ha-arez, i contadini ignoranti della Legge: i Rabbini di Javne dicevano: io sono una creatura e l’am ha-arez ( il popolo contadino ignorante della Torah) è una creatura, io lavoro in città e lui lavora in campagna, io mi alzo per il mio lavoro e lui si alza per il suo. E non dire: io faccio molto e lui fa poco, poiché abbiamo imparato che sia che uno faccia molto, sia che faccia poco, basta che abbia il cuore rivolto verso il Cielo (b Berakot 17a). È piuttosto a Qumran che si nota la tendenza ad autoconsiderarsi come gli unici eletti, il resto santo, e a considerare gli altri, non solo i pagani ma gli stessi israeliti, come massa dannata e figli delle tenebre con i quali è interdetto il commercio. I monaci di Qumran applicavano a sé il testo di Is 60.21: il tuo popolo sarà tutto di giusti, germogli della piantagione del Signore, mentre il giudaismo farisaico fonda proprio su questo versetto la speranza che «tutto Israele abbia parte del mondo che viene» (Sanhedrin X, 1; anche Paolo resterà sempre legato a questa speranza: cfr. Rom 11.26), e pensa che anche i giusti delle nazioni avranno parte all’ ‘olam habbà. È infatti proprio l’ebraismo farisaico, il solo a sopravvivere dopo il 70, quel giudaismo universale che in Mt 23,15 viene accusato di percorrere il mare e la terra per fare proseliti — esattamente la stessa cosa che più tardi faranno Paolo e i missionari cristiani, trovando accoglienza tra quegli stessi proseliti che si erano già convertiti ai Dio d’israele.

Ma, per restare a Gesù, vorrei aggiungere che, a dispetto di tutta la polemica evangelica, è proprio con la dottrina e l’insegnamento dei farisei che si verificano i suoi contatti più significativi. Mi limito a due soli esempi, entrambi molto noti, l’osservanza del sabato e il comandamento principale della Legge. Quanto al sabato, sappiamo che una osservanza letterale della Legge vieterebbe di compiere in esso qualunque lavoro o attività, In 1 Macc 2,29ss, si narra il caso estremo di un gruppo di chassidim rifugiati nel deserto per sfuggire la persecuzione di Antioco che, attaccati in giorno di sabato, rifiutano di difendersi e piuttosto che trasgredire il precetto, preferiscono farsi massacrare, I monaci rigoristi di Qumran sono in un certo senso gli eredi di questi Asidei radicali che rifiutavano di salvare la vita di sabato: Ogni uomo vivo che di sabato cade in una buca piena d’acqua o in qualche altro posto, non si può farlo salire con una scala, con una corda o un altro oggetto (Doc. Damasco 11, l8ss). Ma il racconto di 1 Maccabei ci insegna che in quella stessa occasione un’altra parte prese la decisione di difendersi anche di sabato, e tale sarà sempre la posizione dei farisei. Il principio che «il sabato è stato dato all’uomo e non l’uomo al sabato» è rabbinico e farisaico prima che evangelico: il salvare la vita. (piqquach nefesh) prevale sempre sul sabato. Anche qui Gesù è più radicale: per lui proprio questo diventa il senso del sabato: È lecito di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? (Mc 3,4). Ma la preoccupazione di fondo, per l’uomo, è la stessa.

Il comandamento dell’amore.

Il caso del precetto riassuntivo di tutta la Torah è ancor più conosciuto: Gesù è d’accordo con lo scriba fariseo nell’individuare come tale il duplice comandamento dell’amore verso Dio (Dt 6) e verso il prossimo (Lev 19). Molto nota è anche la pagine talmudica - di b. Shabbat 31a - con la risposta di Hillel al pagano: Quello che non vuoi sia fatto e te, non farlo agli altri. Questa è tutta la Torah, il resto è commento. Va’ e studia!. Qui si può notare che, in un certo senso, Hillel è persino più libero di Gesù nel riassumere tutta la Torah in una massima che non è neppure della Torah, pronunziata per giunta in aramaico. Si vede bene cioè che l’accordo non è solo di contenuto, ma anche di metodo: Gesù come i Rabbini ammette che sia possibile stabilire una gerarchia dei precetti, distinguere nella Torah tra precetti pesanti e precetti leggeri, anche se beninteso ciò non esime dal compiere anche quelli più leggeri {cfr. Mt 5,19 e Mt 23,23).

Contrariamente ad un pregiudizio troppo diffuso tra noi cristiani, l’esegesi farisaica della Scrittura non è affatto letterale, ma è estremamente libera nell’adattare e nell’attualizzare le esigenze della Legge: la stessa moltiplicazione delle prescrizioni halakiche è fatta per rendere possibile l’ubbidienza a precetti come quello del sabato che, presi alla lettera, sarebbero impraticabili. Paradossalmente, la polemica evangelica si indirizza talora proprio contro questa eccessiva libertà: Voi annullate il comandamento di Dio per conservare la vostra tradizione (Mc 7,9).

Per tornare al principio fondamentale della Torah, mi sembra che esso rappresenti il punto di massima convergenza di Gesù con il fariseismo e, al tempo stesso, della sua massima divergenza da tutte le posizioni settarie o apocalittiche, Per David Flusser, l’ebreo Gesù ha esteso sino al limite estremo la dottrina di misericordia insegnata al suo tempo da certe correnti di Farisei[6]. Anzi, secondo lui la novità di Gesù è l’insegnamento dell’amore fino ai nemici, che non ha neppure nella Torah una formulazione così esplicita (ma vedi ad es, Es 23,4-5). Tuttavia, quando Gesù dice: Avete udito che è stato detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ora, io vi dico; Amate i vostri nemici (Mt 5,43) certamente non polemizza né con la Torah che proibisce di odiare (Lev 19,17s), nè con i Farisei che non insegnano questo, ma molto più probabilmente con delle tendenze settarie o radicali. Fin dall’inizio della Regola di Qumran si impone il dovere di amare coloro che Dio ha scelto e di odiare coloro che egli ha rigettato: è questo dualismo settario tra figli della luce e figli delle tenebre che Gesù condanna. Si è davvero figli della luce e del Regno solo essendo misericordiosi come il padre nostro celeste. Sta scritto nel Talmud: Chi è misericordioso verso tutte le creature, è certamente della stirpe di Abramo.

Dentro o fuori l’ebraismo?

In conclusione, Gesù si lascia difficilmente inquadrare sia come un monaco o un battista del deserto, sia come un rabbi di tendenza farisaica, sia tanto meno come un rivoluzionario zelota; egli ha sempre qualche cosa in comune e qualche cosa di diverso rispetto alle varie figure del giudaismo del suo tempo. Il suo insegnamento in genere è più radicale e intransigente di quello farisaico. e questo lo avvicina alle posizioni rigoriste dei monaci del deserto o delle correnti apocalittiche, ma è anche soprattutto misericordioso, e questo gli impedisce di essere settario. Per citare ancora Flusser Gesù aveva le sue radici nel giudaismo universale e non settario, e dunque in una ideologia e in una prassi che erano quelle dei farisei[7], ma egli stesso ammette che non si può riconoscere semplicemente come un fariseo questo rabbì carismatico e taumaturgo formatosi alla scuola del Battista nel deserto. La domanda decisiva che andrebbe posta circa l’identità di Gesù riguarda il profetismo della sua figura, quel carattere profetico, in stretta relazione con la manifestazione dal Regno di Dio, che egli certamente ha rivendicato: La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora viene annunziato il Regno di Dio (Lc 16.16).

Perciò i cristiani parlano volentieri di un «anarchismo» di Gesù, di una sua eccedenza o superamento dell’ebraismo. È un’affermazione facile a farsi ma difficile da provare: in che cosa Gesù uscirebbe dall’ebraismo, rispetto a quali autorità può esser detto anarchico? Per quale ragione gli aspetti più radicali, o anche più apocalittici, del suo Vangelo non sarebbero più compatibili con l’ebraismo?

Siccome le risposte a simili domande dipendono in ultima istanza da ciò che si intende per ebraismo, preferisco che siano degli ebrei a rispondere. Ancora nel 1922 J. Klausner rispondeva così: il Popolo di Israele, nel suo insieme, non poteva vedere in ideali pubblici come quelli di Gesù che un sogno irreale e pericoloso. La maggioranza non poteva assolutamente accettare l’insegnamento di Gesù, bevuto alla fonte del giudaismo profetico e, fino a un certo punto, farisaica. Egli faceva del giudaismo qualcosa di così estremo che questo diventava, in un certo senso, un non-giudaismo[8]. Credo che oggi gli autori ebrei che ho nominato rispondano assai diversamente: certo comunque è molto diversa la loro valutazione del realismo del messaggio di Gesù. Molta cose, in bene o in male, sono cambiate dal ‘22 ad oggi tali da modificare profondamente il giudizio ebraico su Gesù, e quello cristiano su Israele. La domanda alla quale siamo tenuti a rispondere noi cristiani è un’altra, e cioè: fino a che punto la nostra fede cristiana è veramente conciliabile con l’ebraismo di Gesù? Non abbiamo noi sradicato Gesù dall’ebraismo per innestarlo nelle nostre cultura e ideologie, anziché essere noi ad innestarci sulla radice santa di Israele, come voleva Paolo (Rom 11,16-24)?


[1] 0. Clément. Dialoghi con Atenagora. Gribaudi, Torino 1972, PD- 159-161

[2] Sono parole dette da Buber in un colloquio personale con Flusser e che quest’ultimo riporta nel suo libro: Jésus, Seuil, Paris 1970, p- 43

[3] R. Aron, Gli anni oscuri di Gesù, Mondadori, Milano 1978 (ed. francese 1963); Id., Cosi pregava l’ebreo Gesù, Marietti, Casale Monf, 1982 (ed. francese 1968); Sh. Ben Chorin, Bruder Jesus, Miinchen 1967 (traduzione francese da Seuil, Paris 1983); P. Lapide, Der Rabbi von Nazaret, Trier 1974: Id,, lst das nicht Josephs Sohn?. Mùnchen-Stuttgart 1976 (traduzione francese da Desclée, Paris 1979); D. Flusser, Jesus, Hamburg 1968 (esiste anche una traduzione italiana ma sconsigliabile, oltre che difficilmente reperibile; io cito secondo la traduzione francese, vedi n. 2); G. Vermès, L’ebreo Gesù, Seria, Roma 1983 (ed. inglese 1973).

[4] P. Lapide in: H. Kung-P. Lapide. Gesù, segno di contraddizione. Un dialogo ebraico-cristiano, Queriniana, Brescia 1980, p. 24s.

[5] Ch. Perrot, Jésus et l’histoire, Desclée, Paris 1979, p. 131. Questo studio mette molto bene in rilievo l’apporto battista necessario per ricostruire la figura di Gesù; un po’ meno, invece quello farisaico e sinagogale che pure l’autore conosce altrettanto bene.

[6] Questa è una delle tesi fondamentali del suo libro su Gesù. Le parole citate sono tratte da un’intervista rilasciata a V. Messori per la rivista Jesus, n. 5, maggio 1980.

[7] Jésus, cit. p. 58s.

[8] J. Klausner, Jesus of Nazareth, London 1925, p. 376 (ma la prima edizione ebraica dell’opera risale al ‘22).